giovedì 19 aprile 2012

RITA GALBUCCI - QUATTRO POESIE




Rita Galbucci dice di sé:
« Le note su di me come scrittrice sono veramente scarne, sono un’esordiente, di me si vedono pubblicate due poesie su un’antologia poetica edita dalla Aletti dal titolo “Verrà il mattino e avrà un tuo verso” e sulla pagina di poesia della rivista “Illustrati”. A breve uscirà la mia prima raccolta di poesie. Sono cofondatrice di un gruppo nascente di lettura ad alta voce di poesia LeggiAmo che si prefigge di divulgare la parola poetica attraverso eventi pubblici. Sono nata a Bologna il 30 Aprile 1961 e a Bologna lavoro e scrivo. » 





***

Eri quella tutta bianca
la te dai denti sani
occhi allungati fuori campo
a cercare dietro a
un tuo angolo di vento.
Il cane perso in autostrada
sprovveduto al ciglio
con quella coda sempre
in vago movimento.
Cucciolata di notte e
latrati alla luna fredda
e freddo alla notte madre
e nicchia focolare ai figli.
E freddo alla sconosciuta
te tutta bianca
eri tua figlia.




***

Sfogliato fiore spampanato
dritto al dunque molle
si attarda la donna e pensa
una fede di riserva attitudine
allenata ad amori per natura.
Ma fatica di bestia sudata
lei, l’amore di natura
snaturata più morta che viva
toglie stivali incastrati alla terra
seccata dopo il pianto respira
col naso grosso l’aria fine
una sera bella scura non sa
primavera nel petto munto
naso grosso all’aria fine
di amore come mantello
la sera che la sogna regina.




*** 

Ci sputo
sull’essere visibile
riconosciuta stata
riprodotta avere amato
tradito creduto
di fare differenza.
Sono sollevata a
essere nessuno
un filo d’erba
un piccolo pensiero
eppure forza immane
acqua di diga rotta.
Ma solo, solo,
mio malgrado come respiro
per sopravvivenza
come farebbe un cane
un riccio o un grillo
e non
per blasonata appartenenza.
Io che ho un fratello
che porta il mio nome assetato
nella terra arsa
e una sorella madre me
di parto chino su terre crepate 
sorte maledetta
mi riporterà al ciclo suo
sarò ancora più schiava
a reggere un figlio nato
con solo un alito di vita
perché io possa soffrirne la morte.
Coscienza sotto il faro.
Umana, umana
bloccata all’umano
tanto da percepire dio
il padre
nell’abbandono.




*** 

Un inizio si compie,
ma il suo finale
è sempre una parola tronca
crocifissa contro il muro.
Il fatto è che il tempo
non ha carattere
svolge se stesso
indifferente ai nostri passi
siamo noi che lo balliamo
e per solitudine
gli diamo un nome
tipo vita mia. 












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mercoledì 18 aprile 2012

PATRIZIA PAGNONCELLI - SEI POESIE







Patrizia Pagnoncelli nasce il 25 Aprile del 1946 in una famiglia dalle due nazionalità: padre romano e madre parigina. Una vita segnata dalle due anime e dalle due patrie: in fondo anche la Francia, la sente come sua. Studi regolari: liceo scientifico e poi la facoltà di lingue e, nel periodo universitario, critica letteraria, giornalismo. Purtroppo la tesi sperimentale affidatale dal docente l’allontana dall’Italia per un lungo periodo e così il giornalismo esce dalla sua vita. Poi, l’insegnamento. Una bellissima esperienza: immergersi nella realtà dei ragazzi credendo fermamente che l’interscambio culturale serva a tutti per crescere ed essere sempre informati sull’evolversi del mondo. 
Infine la decisione di lasciare la scuola e di ritirarsi in campagna, in un bellissimo posto puro e selvaggio, che spesso è l’ispiratore dei testi che scrive, poiché adora la natura in tutti i suoi aspetti, conoscendone a fondo le regole e le meraviglie. Patrizia Pagnoncelli resta sempre una persona leale, anche se purtroppo oggi  la lealtà non paga. Le sue poesie parlano di questo: delle trasformazioni percepite nella società, della necessità di difendere e salvaguardare la “comunanza”, e dell’imprevedibilità della natura. E’ arrivata tardi alla pubblicazione, e la decisione  è venuta nel momento in cui la propria voce doveva essere ascoltata, anche se è ardua la strada intrapresa, perché la poesia è così difficile da divulgare, ma certo proprio questa è una sfida che ha ritenuto interessante. Dover affrontare ogni cosa nello spirito della gara, è stato un atteggiamento costante nella sua vita di ex sportiva. La poesia per lei è essenzialmente comunicazione, quindi il piacere massimo è far leggere le sue parole. Patrizia ha pubblicato tre raccolte di poesie: 
- CHIARO E SCURO, Ed. Studio 64; 
- CALEIDOSCOPIO, Ed. Albatros Il Filo – collana Le Cose – Nuove Voci; 
- AL DI LA’ DEL VETRO, Ed. Albatros – collana Le Cose – Nuove voci.







Seduta al tavolo da gioco
Seguo responsabile
Il moto imprevedibile
Delle carte
Servite a poco a poco.


Due i giocatori
Il tempo ed io
L’un l’altro
Guardinghi
L’un l’altro
Ironicamente schivi.


In gioco la vita…
Diversa la partita…
Impari l’esito…
Sicuro l’ordito
Dei due… l’uno già sa
L’altro osa…
L’uno presagisce
L’altro subisce.


Esiste un solo finale
Possibile
Un solo crepuscolo
Ma l’alea vale
Il tentativo… non solo…
È ammissibile








Il funambolo
Corre leggero sul filo teso,
tramite sospeso
tra concreto ed astratto.
Non c’è contatto
Col mondo piccolo
Ch’appare in basso.
L’evoluzione affascina
E l’io assorto s’avvicina
Mentalmente
A quei passi lievi…
Sembra si sollevi
Anch’esso
Nella ricerca infinita
Della fonte
Che lo disseti a vita.
È laggiù in fondo…
Attende limpida
Sgorgando 
Perenne dall’etere
Illimitato e profondo.








Il vento che cambia
S’arrampica sornione
Lungo il sentiero
Della mente
Insegue volitivo
Il mio pensiero
Ne vuole la consistenza
Ne assapora la presenza
Fragile e delicata
Mano veemente
Mi spinge ad andare
Oltre l’orizzonte.
Mi parla di una gouache
Pennellata con sapienza
Coi colori dell’ottimismo
Ma come arrivare
Al di là dell’oggi amaro
Del duro egoismo
Che alberga ovunque?








Je voudrais un coin,
un petit coin caché,
où entasser
l’un sur l’autre
mes regrets et mes douleurs.
Un endroit lointain
Où toutes mes peurs
Puissent se fondre
Aux moments heureux,
Ainsi pourrais-je
Sûrement me soulager.
Petit à petit éloigner
L’angoisse profonde
Qui surgit parfois
Soudaine
Et encore le désarroi
Aussi, subtil,
Qui effond
Amer et dur.








IL FALO’


Le fiamme ondeggiano
Nell’aura autunnale
Seguono il vento
Come le incerte speranze
Avanzano
Sul sentiero scosceso
Del domani lontano.


Scomposte ballano
Libere e impudenti
Ammiccano
Ironiche e splendenti
Al mio io sorpreso.


Ma come i desideri
Irrealizzati
Si smorzano improvvise
E la cenere giacente
È  il ricordo spento
Ma vivente
Dello ieri ormai passato.








Que dire de la musique 
Alentour? 
Chuchotements et cris 
S’entremêlent 
Au jour le jour 
Que l’explosion vitale 
Jaillit des recoins. 
Le rythme paisible 
Pousse au mouvement 
Souple et plein 
D’une valse sans refrain. 
Je danse ainsi 
Emportée insciemment 
Suivant l’hésitation 
Des bourgeons 
Qui poussent violents 
Le long des rameaux.














lunedì 16 aprile 2012

GIANCARLO SERAFINO (A-2) - QUATTRO POESIE





Giancarlo  Serafino (Campi Salentina) ha pubblicato, nel 2003, “Passaggio d’estate”,  Zane Editrice, con presentazione di Giuseppe Vese. Sempre nel 2003 è stato  Premio Athena per la poesia “Nenia che galleggia sull’Adriatico”. Ancora per la Zane Editrice nel 2007 pubblica “Per canto e per amore” con la presentazione di Giuliana Coppola. Nel 2011, per i caratteri di CFR edizioni, pubblica “Poesie sociali e civili”, a cura di Gianmario Lucini, con note di Enzo Rega ed Antonio Spagnuolo. Presente in antologie nazionali: “Impoetico mafioso” “SalentoSilente”, “La giusta collera” “Oltre le nazioni”, è poeta apprezzato nel web, dove sue poesie appaiono in diversi blog, gruppi letterati e riviste (egli stesso è amministratore del gruppo “Cenacolo”). Docente e Psicologo vive e lavora a Lecce.
Note critiche su questo Autore, interviste, suoi testi poetici si possono trovare su:

                                                                                                   Hanno detto di Giancarlo Serafino:

Maria Grazia Toscano (Corriere Salentino): «Poeta salentino, controcorrente, versatile ed affabile opera sul piano di un “logos interrogante”  che scandaglia l’analisi del valore esistenziale per cogliere il piacere del bello e del divino, sedimentare, filtrare e raccogliere  le  infinite energie provenienti dalla sua particolare sensibilità, infatti  le sue liriche sono profondi messaggi  nei quali l’eticità della vita emerge e si comunica con la determinazione  del tempo di cui si è eredi e quello futuro.La sua poesia può avere un’utilità morale, difatti, analogamente alla religione, alla legge ed alla politica, ad essa si può attribuire un valore etico, d’impegno civile e sociale, lì dove nella nostra civiltà tecnologica, materialistica, arida, che spinge ognuno di noi alla ricerca spasmodica di un proprio tornaconto economico, più che mai essa assume un ruolo centrale, volto a consentire all’uomo di riappropriarsi della sua dimensione spirituale, creativa e “fanciullina”. Essa nasce dall’esigenza di comunicare e dalla necessità di emanciparsi da uno stato di solitudine interiore. »
Antonio Spagnuolo (IL Denaro) [su: Giancarlo Serafino, “Poesie sociali e civili” – Ed. CFR – 2011 – pagg.72 - € 10,00]: «Un tema che propone interrogativi irrequieti e problematici, ricchi di immagini suggestive e tema redatto in poesia, sospesa alle illusioni del subconscio. Qui la tecnica della parola è di sorprendente luminosità, in un lungo colloquio, per il quale la profonda carica umana esalta il pensiero nella ricerca di una realtà quotidiana e sociale e civile , che nel contempo arricchisce e stordisce. “Paesaggi della realtà – scrive Gianmario Lucini nella prefazione – che accompagnano la nostra esistenza, anche quando volgiamo lo sguardo altrove e non vogliamo o possiamo vederla, questa realtà.” La misura è metafora anche quando ogni verità sembra sbandare, quando il pensiero si ferma. Un accordo affidato al segno della psiche, tra le innumerevoli impressioni del sociale, consapevoli di memorie o nostalgie che incombono sulla città, accomunando stagioni o proponendo particolari significazioni. Passaggi che riconoscono il riferirsi al comune pensiero nettamente distinto dalla incursione della fantasia. » 
Anna Maria Curci (Cronache di Mutter Courage): « Si fa presto a dire “poesia civile”. Il problema è percorrerne le strade scansando le partiture per trombone che si offrono solerti e le altrettanto zelanti banalità. 
Dosare Zivilcourage e arte della parola è impresa nella quale si rischia l’osso del collo. Giancarlo Serafino affronta il rischio nella sua raccolta Poesie sociali e civili. Presta la voce a chi voce, per statuto imposto dalle mode di sempre ovvero per condizione dis-umana, non ha: i bambini (degli) ultimi del mondo, i cani (dei) famosi, i naufraghi, i marchiati dalla lebbra dell’esclusione, i perenni inadeguati. » 


Sul nostro blog ci siamo già occupati di Giancarlo Serafino







Corsa




Il susino era alla discesa
lì mi pettinavo carni ed ossa
accecato dalla ginestra
in tasca tre lune ed una lisca.
La corriera passava sottocasa
la tua porta era chiusa 
scricchiolava la mia giostra
nelle vene sale e fiele.


Mi fermai ad una fontana 
l’anima cercava una finestra.
Nel cerchio infilai una scarpa d’acqua 
e scivolai nell’ombra.
Mi attirasti con il miraggio
bianco e rosso lo splendore
non immaginavo la voragine 
dolceamara la convulsione.


Un gatto-ulivo  alla fermata
sfibbiato impettito allineava
vibrisse in alta quota.
Dormi! Che oggi il cielo morde
e le cicale restano mute tra le fronde
orbite di rospi sono le guance.
Dormi! Che s’è disfatto il rito
il Nulla si è incallito
svuota respiri pure all’oceano.


… e la corriera rantolò alla discesa
la porta sempre chiusa, crollata la giostra
il susino pallottolava altro giro di corsa.






E piovono cocomeri




E piovono cocomeri!
Una lama s’è incollata allo specchio
di un vecchio scarno
la pensione divorata in tre giorni…
e la stufa non scalda.


Aspettando … 
Marianna per cinque euro
si fa riprendere la capanna
col videotelefonino
che ha usato pure Gino
al taglio delle vene.


E piovono cocomeri!
Le brughiere della città
si affacciano sul corso
dove piccioni hanno defecato
sulla statua del milite ignoto
e sugli allori deposti
alla faccia di vigili ed osti
che ne danno la caccia…
Chissà se del villaggio
fossi il matto! Che dispetti farei
ai prega-ruba-mangia fideisti
e che libertà!


Aspettando…
mi cadde un ago nella crusca
che impastavo,
mangeremo con la gola roulette russa 
poi il te alla frutta
nel tuo soggiorno con la testa pesante
e il gonfiore …
Insignificante – mi hai detto-
è questa tua pretesa.
Sulla sedia appesa una maglietta
ed una Barbie strangolata
guardavano in alto.
Una strada tracciata da vomeri
dal salotto s’allungava...a vista d’occhio.
Anche in casa piovono cocomeri!






Gelato al pistacchio




Celeste fu quel gelato, se ci attorcigliammo 
a un tavolo quadro, al bar delle tavernelle.
Io con tatto ti seguivo nel tuo gustare.
Che promesse! Mi accarezzavi dita, e con 
occhi di sibilla leggevi sulla mano nodosa 
se arroventava la cosa …
                             Ah un gelato che può fare! 
Fragola/ limone, forse nocciola, 
non ricordo…se non il tuo alito fresco
dalla bocca rosa, e quel rossetto caldo
che imbrattavi di panna…Ah no, era pistacchio
ora ricordo: scolando t’aveva sporcato il tacco…


Il frammento/fotogramma chissà dove abita. 
Certo, nell’anima lo trovi sul bancone come 
in pescheria, ma io chiedo se posso trovare 
una via che porti dove si replica ancor vivo, 
dimensione  di una fantasia senza clessidra.


Poi che ti asciugasti le mani con salvietta
mi guardasti un attimo con occhi gitani, 
vuelta di verde e zafferano sul far della sera
che affogava in un zabaione di voglie.
Ci alzammo in fretta, il cameriere sorrise
e prese la mancia, io la mia paglietta
e ti cinsi stretta, e con te il mare…


Mare-cielo-terra….Dove potrei scavare! 
Il ricordo non mi basta! 
Voglio cingerti ancora in quella sera, 
quando sapevi di pistacchio, tu e il tacco
e ci morsicchiavamo nel w.c. della balera.






Metamorfosi




Son tante le paludi della città
che tu non conosci
e i fetori di strani cori 
che partono dagli angoli
voci di morti o bisbigli
muri con cuori trafitti
lattine e fondi di caffè.


Sono stato albero
in un viale insulso
ed ho aspettato
sulla chioma la tua mano…
invece 
mi ha accarezzato solo neve
bianca e contaminata…


Con la luna bassa sul lucernario
un gatto di metallo raspava la calma
noi sul parquet distesi
avremmo fatto l’amore
paralleli perforandoci gli occhi
e alle labbra avremmo dato miele e vetriolo
per dischiudere una farfalla di farro:
l’immobilità dello stupore
è tutto quel che ci rimane
per settimane e settimane…
rito di una vita blandita
né sconfitta né vinta. 


In questo secolo pescecane
rimango salice strisciante 
visitato da qualche cane
e da qualche trafficante
di profilattici radioattivi.







domenica 15 aprile 2012

JACQUES PRÉVERT - NOVE POESIE





Jacques Prévert, Neuilly-sur-Seine, 1900 - Omonville-la-Petite, 1977. Di sangue bretone, schivo, testardo, ribelle e sentimentale come i bretoni, conservò tale carattere nelle sue composizioni. Della sua vita si sa ben poco di preciso, eppure la sua presenza nel mondo culturale francese di questi ultimi settant'anni è senza dubbio ben viva. Non c'è francese, infatti, di buona cultura che non conosca l'aneddotica prévertiana, magari ripassata al setaccio della fantasia. E' questo il destino di un ribelle eccessivamente riservato. La sua prima apparizione risale al lontano 1930 quando pubblicò Souvenirs de famille ou L'Ange gardechiourine nella rivista "Bifur." Da allora il giovane Prévert cominciò a farsi conoscere pubblicando su riviste, quali "Commerce", "Soutes" ecc., le sue poesie, accolte con un certo interesse - ma sempre con riserbo - dalla critica. Nel 1932 prese parte, come attore, ad alcune rappresentazioni del "Group d'Octobre" che aveva in cartellone una sua pièce, La Bataille de Fontenoy, che gli valse, nel 1933, il primo premio alle Olimpiadi internazionali del Teatro Operaio a Mosca. più tardi l'interesse dell'eclettico poeta francese si spostò nel campo del cinema. La sua fama crebbe a vista d'occhio quale soggettista e sceneggiatore di numerosi film, divenuti classici nella storia del cinema francese. Per la maggior parte affidati a Marcel Carné, - i suoi soggetti raccolsero consensi in ogni parte del mondo; ricordiamo: Drôle de drame (1937), Quai des brumes (1938), Le jour se lève (1939), Les Visiteurs du soir (1942), Les Enfants du Paradis e Jéricho (1945), Les Portes de la nuit (1946). E proprio quando si spegneva il suo successo cinematografico nasceva, e con una violenza inimmaginabile, quello letterario. E fu Paroles, il suo libro più famoso, a portarglielo. Prévert aveva 46 anni quando apparve la prima edizione; la raccolta dei versi era destinata ai pochi amici che da tempo giuravano sulla validità della sua opera, nota attraverso letture private o apparse su riviste e giornali letterari dal '30 in poi. Molte sue composizioni vennero musicate, soprattutto da Joseph Kosma, e ottennero un successo popolare incredibile.

Fatta eccezione per La lotta con l'Angelo (poesia tratta da Paroles - e già presentata su questo blog [v. LOTTA CON L'ANGELO - GUSTAVE DORÉ, JACQUES PRÉVERT], ma che abbiamo ritenuto opportuno ripresentare), le traduzioni qui date sono tratte dal libro: Jacques Prévert, Poesie, a cura di Bruno Cagli, Prima edizione: settembre 1988, Grandi Tascabili Economici Newton, © 1971 Newton Compton editori s.r.l., Roma (il libro citato costituisce una raccolta di testi tratti da Spectacle e La pluie et le beau temps).







Jacques Prévert, Paroles, 1945, in: Poesia Europea del Novecento / 1900_1945, 
a cura di Piero Gelli, SKIRA, Milano, 1996



















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sabato 14 aprile 2012

DYLAN THOMAS - SETTE POESIE




Dylan Thomas (Swansea, Galles, 1914 - New York 1953). 

Opere: Eighteen poems, 1934; Twenty-five poems, 1936; The world I breathe (Il mondo che respiro), 1939; The map of love (La mappa dell'amore), 1939; Portrait of the artist as a young dog (Ritratto dell'artista da cucciolo), 1940; Deaths and entrances (Morti e ingressi), 1946; Collected Poems (Poesie scelte), 1934-1952; The doctor and the devils (Il medico e i diavoli), 1953. 

Opere in edizione postuma: Under the milk wood (Sotto il bosco di latte), 1954; Selected letters (Lettere scelte), 1966; Vernon Watkins, 1957; Quite early one morning, 1954; Adventures in the skin trade, 1955.

« Nel novembre del 1953, quando fu ricoverato con urgenza al Roman Catholic Hospital, Dylan Thomas era in preda a un attacco di delirium tremens probabilmente scatenato dai diciotto whisky tracannati poco prima. Non si salvò e concluse così la sua esistenza da "poeta maledetto". L'ultimo, forse. 
Il suo straordinario carisma, unito a un talento creativo notevolissimo contribuì a creare un mito che già all'epoca ebbe uno straordinario impatto mediatico e che sopravvive fino ai giorni nostri.... » Dalla quarta di copertina del libro: DYLAN THOMAS, POESIE, a cura di Renzo S. Crivelli, traduzione e note di Ariodante Marianni, Einaudi, Torino, 2002. Di questo libro fanno parte le traduzioni qui date.














venerdì 13 aprile 2012

PAUL ÉLUARD - TREDICI POESIE



Dalí, Gala, Paul Éluard e Nusch a Port Lligat, 1931




Tristan Tzara, Paul Éluard, André Breton, Hans Arp, Salvador Dalí, 
Yves Tanguy, Max Ernst, René Crevel e Man Ray

Paul Éluard, pseudonimo di Eugène Émile Paul Grindel (Saint-Denis, 1895 – Charenton-le-Pont, 1952), poeta francese, tra i maggiori esponenti del movimento surrealista.
Risale al 1916 la raccolta di versi Le devoir, che ripubblica ampliata nel 1918 con il titolo Le devoir et l'inquiétude e i Poèmes pour la paix.
Nel 1919 partecipa alla vita del movimento dadaista e stringe rapporti di amicizia con i rappresentanti della contestazione artistica francese, quali Paulhan, Aragon, Breton, Soupault e Tzara.
Collabora intanto a diverse riviste d'avanguardia e dirige egli stesso la significativa rivista Provèrbe.
Nel 1920 pubblica Les animaux et leurs hommes, les hommes et leurs animaux, nel 1921 Les nécessités de la vie et les conséquences des réves, nel 1922 Répétitions e Les malheurs des immortels.
Nel 1923 il nascente surrealismo si contrappone al senescente dadaismo, ed Éluard passa, insieme ad Aragon, Péret e Breton, al nuovo movimento.
L'animatore del surrealismo è André Breton e a lui Éluard dedica, nel 1924, Mourir de ne pas mourir.
Nello stesso anno, colto da una crisi interiore, Paul abbandona improvvisamente Parigi e per sette mesi non dà notizie di sé, tanto da essere considerato morto. In realtà egli compie un lungo viaggio per mare da Marsiglia al Pacifico per fuggire alle contraddizioni che lo tormentavano. Ritorna a Parigi nell'ottobre del 1924 e presto riprende la sua attività nell'avanguardia. Continua a scrivere versi e nel 1925 pubblica 152 proverbes mis au goût du jour, in collaborazione con Péret e Au défaut du silence, con illustrazioni di Max Ernst; nel 1926 esce Capitale de la douleur e Les dessous d'une vie ou la pyramide humaine. Sempre nel 1926 aderisce al partito comunista e con la pubblicazione di Capitale de la douleur viene riconosciuto come "il più poetico rappresentante della scuola surrealista". Da quel momento vive in modo appassionato la vita del gruppo con mostre, incontri, proteste, libri, riviste, riunioni surrealiste.
Nel 1929 esce Défense de savoir con un frontespizio di Giorgio De Chirico e L'amour la poésie.
Gli anni che vanno dal 1930 al 1938 vedono Éluard impegnato contro la repressione della società mentre si fa sempre più vicina la violenza della dittatura fascista che porta all'avvento di Hitler in Germania e alla vittoria di Franco in Spagna.
In questo periodo egli si allontana dal partito anche se non partecipa integralmente alle critiche che i surrealisti, ormai su una linea trotzkista, muovono all'Unione Sovietica, non sottoscrive il manifesto di protesta surrealista per il primo processo di epurazione politica di Mosca nel 1936 e non aderisce alla Federazione internazionale dell'arte rivoluzionaria fondata da Breton.
Pubblica in questi anni molti libri tra i quali A toute épreuve (1930), Le vie immédiate (1932), La rose publique (1934), Facile (1935), Les yeux fertiles (1936), Les mains libres (1937), Cours naturel (1938).
Nel settembre del 1939, allo scoppio della seconda guerra mondiale, Éluard viene richiamato come tenente per prestare servizio nell'intendenza, ma nel giugno del 1940, data che segna il crollo della Francia davanti a Hitler, egli viene smobilitato e può rientrare a Parigi.
Nel 1942 chiede nuovamente l'iscrizione al partito comunista francese (P.C.F.) e fa parte del movimento clandestino, contrassegnando il suo contributo alla resistenza con edizioni di libri di versi e di giornali alla macchia e trasmissioni radiofoniche clandestine. È del '42 la sua famosa poesia Liberté.
Nel febbraio del 1944 Éluard rientra a Parigi ancora occupata dai tedeschi e il 25 agosto dello stesso anno avviene la liberazione.
Risalgono a questi anni Chanson complète e Mèdieuses (1939), Le livre ouvert, I e II (1940 e 1941), Poésie et vérité (1942), Au rendez-vous allemand (1942-1945), Le lit table (1944).
Dopo la liberazione e alla fine del conflitto, Éluard si impegna con il comunismo e compie numerosi viaggi nei paesi dell'Europa orientale, appoggia, in Grecia, la lotta per la liberazione e in Italia prende parte attivamente, nel 1946, alla campagna per l'avvento della Repubblica.
Nei primi giorni di settembre 1952, Éluard ha un attacco di angina pectoris e il 18 novembre dello stesso anno, in seguito ad un nuovo attacco, muore.
Sono degli ultimi anni di vita del poeta molte opere, tra le quali Poésie ininterrompue (1946) - la cui seconda parte viene pubblicata postuma, nel 1953 - Le dur désir de durer , sempre nel 1946, Poèmes politiques nel 1948, Une leçon de morale (1949), Tout dire e Le Phénix (1951).




I
Tutte le donne felici hanno
Ritrovato il loro marito    egli torna dal sole
Tanto è il calore che porta.
Ride e piano saluta
Prima di dare un bacio alla sua meraviglia.


II
Splendida, il seno teso leggermente,
Santa mia donna, sei mia più di quando
Con lui, e lui e lui e lui e lui,
Io reggevo un fucile, un bidone - la vita!


VII
Per molto tempo ho avuto un volto inutile
Ma ora
Ho un volto per essere amato
Un volto per essere felice.


X
Sogno di tutte le belle
Che di notte vanno in giro,
Lente e calme,
Con la luna che viaggia.


XI
Tutto il fiore dei frutti m'illumina il giardino,
Gli alberi di bellezza e gli alberi da frutta
E io lavoro e sono solo nel mio giardino,
E il Sole cupo fuoco arde sulle mie mani.

Da « Poèmes pour la paix » (1918)


Zampa


Il gatto nella notte si fissa per gridare,
Nell'aria libera, nella notte, il gatto grida.
E triste, a altezza d'uomo, l'uomo ode quel grido.

Da « Les animaux et leurs hommes » (1920)


L'innamorata


Mi sta dritta sulle palpebre
E i suoi capelli sono nei miei,
Di queste mie mani ha la forma,
Di questi miei occhi ha il colore,
Dentro l'ombra mia s'affonda
Come un sasso in cielo.


Tiene gli occhi sempre aperti
Né mi lascia mai dormire.
I suoi sogni in piena luce
Fanno evaporare i soli,
E io rido, piango e rido,
Parlo e non so che dire.


Senza rancore


Lacrime delle palpebre, dolori dei dolenti,
Dolori che non contano e lacrime incolori.
Non chiede nulla, lui, non è insensibile,
Triste nella prigione e triste quand'è libero.


È un tempo tetro, è una notte nera
Da non mandare in giro nemmeno un cieco. I forti
Siedono, il potere è in pugno ai deboli,
E in piedi è il re, vicino alla regina assisa.


Sorrisi e sospiri, insulti imputridiscono
Nella bocca dei muti e negli occhi dei vili.
Non toccar nulla! Qui brucia, là arde;
Codeste mani son per le tasche e le fronti.


*


Un'ombra...
Tutta la pena del mondo
E il mio amore addosso
Come una bestia nuda.

Da « Mourir de ne pas mourir » (1924)


Non smetto ma per così dire di parlare di te eppure l'essenziale è presto detto


Quando l'alba leva gli artigli
E il primo versante di selva
Tra riflessi di brividi
L'abisso delle vette s'apre


Quando a picco ti s'apre la veste
E dà alla luce il corpo tenero
E offre il seno lustrato docile
Seno che mai ha lottato
Ranuncoli tigrati di piombo
Eclissi fatali a chi è forte
Gradi di ermellino immolato
O quando in volto ti turbi


Quel che mi piace del tuo volto è l'apparire
D'un lume ardente in pieno giorno.


Da « La rose publique » (1934)



Nessuno può conoscermi



Nessuno può conoscermi
Come tu mi conosci


Gli occhi tuoi dove dormiamo
Tutti e due
Alle mie luci d'uomo han dato sorte
Migliore che alle notti della terra


Gli occhi tuoi dove viaggio
Han dato ai gesti delle strade un senso
Separato dal mondo


Negli occhi tuoi coloro che ci svelano
La solitudine nostra infinita
Non sono più quel che credevan essere


Nessuno può conoscerti
Come io ti conosco.



Da « Les yeux fertiles » (1936)



Un lupo




La buona neve il cielo nero
Le rame morte lo squallore
Della selva piena d'insidie
Onta alla bestia inseguita
La fuga in freccia nel cuore


Tracce d'una atroce preda
Dàgli al lupo e quello è sempre
Il lupo più bello ed è sempre
L'ultimo vivo sotto la minaccia
Dell'assoluta massa di morte.


                                       Da « Poésie et vérité 1942 » (1942)                                         




Sorelle di speranza




Sorelle di speranza o donne coraggiose
Contro la morte avete stretto un patto
Quello di unir le virtù dell'amore


Sopravvissute sorelle
Vi giocate la vita
Perché la vita vinca


Vicino è il giorno o mie sorelle di grandezza
Che delle parole guerra e miseria noi rideremo
Di quanto fu amarezza nulla resisterà


Ogni viso avrà diritto alle carezze.


Da « Poèmes politiques » (1948)






Buona giustizia

È la calda legge d'uomini
Con le uve fanno vino
Col carbone fanno fuoco
Con i baci fanno uomini

È la dura legge d'uomini
Rimanere integri contro
E la guerra e la sciagura
Contro i rischi della morte

È la dolce legge d'uomini
Tramutare l'acqua in luce
Ed i sogni in realtà
E in fratelli i tuoi nemici

Una legge antica e nuova
che si va compiendo e va
Dal cuore infante che non sa
Fino alla ragion suprema. 

                                                                              
                                                                          Da « Tout dire » (1951)





AVVERTENZA:
tutti i testi qui presentati sono tratti da:
Paul Éluard, POESIE, traduzione e introduzione di Franco Fortini, Oscar Mondadori, Milano, 1985