mercoledì 4 novembre 2015

NAIM ARAIDI - Sette poesie da CANZONI DI GALILEA


Naim Araidi appartiene a una generazione di scrittori israeliani la cui vocazione è quella di cercare di coniugare identità e cultura comuni. La sua opera letteraria, che si esprime altrettanto bene sia in ebraico che in arabo, è ricca di diverse raccolte di poesie, saggi e prose (racconti e un romanzo). In particolare, la poesia di Naim è gravida di forti simboli di apertura, di interazione e scambio costante fra le varie culture, di una vera e propria fusione religiosa e etnica fra ortodossi, musulmani e drusi (culture, religioni, etnie prevalenti a Maghar e in Galilea). Il nostro poeta è considerato il portavoce dei valori drusi. Noi tuttavia crediamo che tanto la vita quanto l’opera di quest’uomo abbiano avuto, e manterranno per sempre, un respiro e una voce inevitabilmente universali.



MA I POETI NON MUOIONO MAI

     Il 2 ottobre scorso è successo qualcosa che ha segnato per molti un momento fatale, per alcuni si è trattato di un nuovo inizio della vita e di sé. Il 2 ottobre scorso è morto Naim Araidi. Ma a distanza di un mese da quella data la sua speranza è più viva che mai. La memoria dei suoi giorni terreni, il suo esempio di vita, ci spingono a sapere, a riconoscerci, ad amare quest’uomo come la stessa vita. Conoscerlo soltanto attraverso le sue poesie tradotte in italiano, come è accaduto e accade a me, ha effetti inaspettati. E gli atti conseguenti sono ispirati da un imprevisto amore verso le cose, verso le persone. 
     Anche per chi non lo ha mai incontrato, Naim è vivo. 
Solo questo è accaduto (ed è importante), che il suo invecchiare a un tratto si è fermato. 
E si capisce adesso quanto Naim abbia ragione a dire che i poeti non muoiono mai. 

     Oggi, dopo una pausa molto lunga, nel nome di Naim e della Poesia, riprendiamo le pubblicazioni su questo blog. 

Antonino Caponnetto 




Nella foto: a sinistra, Naim Araidi; a destra, particolare della prima di copertina del libro Canzoni di Galilea 
[immagine (modificata) da: http://www.seamedizioni.it/tag/naim-araidi/]


DALLA PREFAZIONE DI STEFANIA BATTISTELLA 

         [...] Una raccolta, questa, la prima in lingua italiana, con tutte le comprensibili difficoltà, quindi, che porta nel suo titolo un universo pronto da scoprire: se si hanno occhi consapevoli della storia di quelle terre ma anche, in maniera più generale, se si conosce almeno un po’ la cultura araba; infatti l’arte del dialogo è molto radicata in questo libro: Naim esprime con tre parole dei concetti che portano al loro interno vicissitudini che nemmeno in cent’anni si sono appianate, eppure al Poeta bastano pochi versi per spiegare l’universo ad anime capaci di sentire echi poetici, fino al punto da lasciar intuire una possibile soluzione ai mali della terra, così viene da chiedersi se l’uomo è davvero quello stesso tanto stupido da creare guerre, così come intelligente abbastanza da ricostruire dalle macerie, di nuovo, un universo di pace.  
         Come se la cultura araba fosse portatrice di una forma di conoscenza superiore e per questo condannata a lotte interne, anche in questa raccolta si avverte una consapevolezza, se non superiore, diversa da quella che la nostra società occidentale ci ha abituati; rincorriamo cose materiali e terrene senza tenere, a volte, minimamente conto del nostro essere e del suo significato, dopotutto troviamo nelle religioni risposte a domande esistenziali così decrepite, colpevoli d’aver creato correnti dannose per l’uomo stesso:

“Quando mi sono seduto per riposare
hanno detto:
la poesia è dietro di te
e la scienza davanti
fra loro
il tuo cuore è lacerato.[…]”

         Questo libro dal sapore orientale porta venti filosofici e pagine bibliche, quasi a voler insegnare all’uomo le proprie origini per ricordarsi di se stesso e di quello che potrebbe essere, se solo riacquistasse parte del proprio passato che, in questa raccolta, è disseminato con tanto di particolari dietro ad ogni singola parola e questo, azzarderei, è tipico di quella cultura araba che ci sorpassa senza nemmeno farsi vedere, tanta è la velocità di quella marcia in più: 

“Ogni volta che io ti vedo gela la luce fra noi, 
abisso generazionale, 
impedendo il rinascere della mia giovinezza 
questo è il segreto che ci separa.[…]” 

         Velocità in più che, forse, tradisce anche se stessa ponendo interrogativi che, ancora oggi, generano dibattiti in cui l’opinione popolare si spacca paurosamente, generando correnti opposte pronte a sacrificarsi pur di far vivere il loro spirito. 
         Troviamo molto altro in questa breve raccolta, come fare a introdurre un libro di poesie che racchiude la storia della cultura araba antica e contemporanea? 
         Davvero non saprei e questo, come dicevo, è una occasione d’oro per provare a capire che l’uomo può scegliere di mettere assieme quello che di buono riesce a trovare, a prescindere dalla lingua parlata e dal colore della pelle, creando così un “superuomo” nietzscheano più consapevole e degno dell’intelligenza e potenzialità che madre natura, o chi per essa, ha provveduto a donare, affermando così davanti a se stesso i valori, questa volta sì, più assoluti e giusti, senza il minimo pericolo di ricadere negli errori che la storia prontamente ci ricorda. 
         Per concludere mi fa piacere ricordare che questo libro esce nella storica collana già Pellicanolibri, dove sono apparsi autori, anch’essi per la prima volta editi in Italia, quali Manuel Vázquez Montalbán, Alejandro Jodorowsky, Fernando Arrabal, o dimenticati come Anna Maria Ortese, Goliarda Sapienza, Dario Bellezza e, famosissimi quali Alberto Moravia. La qualità e il prestigio, forse, c’entrano molto poco con la popolarità.

Stefania Battistella





Lasciatemi tornare 



Lasciatemi tornare alla madreterra 
al mio vecchio paese, 
alle pareti paurose delle tombe 
lasciatemi tornare 
al canto degli uccelli 
al canto del gallo 
alla terra dei cactus 
e dei cipressi 
alle gocce d’acqua 
alla sorgente del villaggio 
al mio insegnante di nuoto 
che mi ha aiutato 
a sopravvivere nell’oceano 
della vita e nei mari 
di ogni città... 
permettetemi di tornare al lato orientale 
o straniero, non importa 
lasciatemi tornare a me stesso... 

Lasciatemi prendere ciò che vi piace dell’occidente 
m’è costata la vita e gli anni migliori senza sorridere 
mai 
prendete le vostre macchine per autostrade mortali 
tutti i telefoni cellulari 
tutti gli schermi piatti 
tutti gli strumenti sofisticati della vita moderna
non c’è necessità di uccidermi, di lasciarmi morire 
per uccidere 
chi ha gelosia 
nei miei confronti. 



Amiamo la letteratura  


Abbiamo tristezza sufficiente per una e mille canzoni 
abbastanza rossore per la nostra pelle orientale 
una parte per la guerra, 
una per sconfitte e inganni 
una dolce madreterra è dentro di noi 
noi, duplici, pigri, miraggio nel deserto 
siamo un rebus! 
Tristezza non abbatterci, nati da sanguisughe 
camminiamo tuttavia dolcemente sulla sabbia 
dormendo su tappeti in terre deserte 
dentro di noi 

la crudeltà, i beduini, i pastori sulle colline 
a piedi nudi delle strade 
oggi 
come nelle giornate più lunghe 
Oh tempi arabi! 
Oh tristezza non trattarci con la crudeltà di sempre 
amiamo la letteratura! 
amiamo la Letteratura! 



Canzoni di Galilea 




Stasera Galilea dormiva sul seno della mia amata 
sognando un’infanzia esiliata, 
annidata nella barba di Harmon. 
Un cavaliere venuto dall’est per la schiusa, 
le uova si spaccarono lentamente, 
una città emerse, per essere chiamata Safad. 



La mia amante si svegliò dal suo sonno di Galilea, 
l’infanzia crebbe 
divenne senza numero. 



Un antenato venne dal Libano, un principe, 
così narra la storia, baciò la terra di Galilea 
finché le sue labbra non furono 
piene di schiuma. 



Ho chiesto, dov’è il lago di Galilea? 
Qualcuno ha detto che camminava sulla terra, 
per questo Maria Maddalena ha peccato
mentre qualcuno sostiene il contrario. 



Mi appoggiai su una quercia 
vicino alla riva del lago. 
Improvvisamente un diavolo alzò un grande scrigno 
e una bella sirena ne uscì 
per trasformare il diavolo in umano 
e il re in uno schiavo. 



Mi chinai in giù, invocando il nome di Dio, 
perdendomi nel panico, finché la mia bocca 
divenne secca 
Non so se il fiume del battesimo l’annaffierà 
o se con tuoni e fulmini il cielo potrà salvarmi. 



Ho disegnato due ali per volare, ho volato 
Galilea mi ha seguito in un posto 
chiamato Mghar, 
Sono caduto sulla testa per nascere 
piangendo lacrime dal cuore 
con un grande grido 
che taglia l’eternità. 



In quel luogo sono cresciuto e ho amato 
e sposato due mogli nella legge di Dio: 
Non voglio avere più nulla 
solo per il mio interesse. 



Poi un testimone ha parlato di nuove regole, 
oltre ad evitare maiale e alcol: 
ora la bigamia è proibita in Galilea 
e avere molti amanti 
è vietato 
a Monte Carmelo. 

10 

Ho divorziato: 
dicendo a me stesso, vai via, 
mi sono separato da me: 
credo nell’amore nella poesia nel sogno.



Ho visto 



Intorno alla mia candela

ho visto una farfalla rara e strana
non c’erano tenebre nella notte,
nessuna paura su cui meditare
tristezza, solitudine o l’amore, io non so
solo una farfalla o forse un vento
quando inizia a soffiare
non so davvero, ma qualcosa ho visto
cose senza nomi né identità.
Non fuoco
non vento
non sabbia
non acqua
questo è quello che ho visto.

 

Cinque volte cinque vie 


Ogni volta che ti vedo gela la luce fra noi, 
abisso generazionale, 
impedendo il rinascere della mia giovinezza 
questo è il segreto che ci separa. 


La realtà resta un’iscrizione tra relatività e infinito. 
Aggrappato alla striscia ghiacciata dell’oceano 
tra il tuo mare e la mia terra. Lo spazio è qualcosa 
di spirituale. Come le stelle che sono nel tuo cielo 
loro sono le stelle che vivo, sullo sfondo. 

Il tuo viso è il riflesso di un vecchio sogno, 
lo rivedo ogni volta che apro gli occhi 
e cammino verso l’oscurità. 
La mia vita 
è la differenza che ci separa.



L’amore arriva 


L’amore arriva secondo la direzione del vento 
il battito cardiaco e le canzoni. 
L’amore va come la poesia, 
su gradini di occasioni mancate. 
Per questo voi, amanti, siate pronti! 
dovete catturare le occasioni. 
Chiudete porte e finestre 
sta lì proprio dove l’aria passa 
l’affare è fatto per chi sa aspettare. 

Queste sono canzoni, certo impossibili. 
C’è sempre un’entrata per il cuore 
e un’uscita per chi vuol partire. 
L’amore va, l’amore viene 
come un poema che solo 
le palme comprendono.

 
Molti popoli accorreranno 


Molti popoli accorreranno
e io sarò in mezzo a loro
un uomo che porta agli uomini
la poesia.
E hanno preparato le loro spade
aratri
e hanno portato solo le loro falci
a volte salmi
e io sarò fra loro
un uomo che porta agli uomini
la poesia.
I nemici diventano amici
come il cavallo del buon cavaliere
i soldati uccisi in guerra
loro sono martiri,
e quelli che vivono in pace
vivono grazie a quelle morti
Ma i poeti nella vita e nella morte restano
poeti,
e io sarò fra loro
un uomo che porta agli uomini
la poesia.

Il violino non ha affatto l’ardore
lontano dalle mani dell’uomo,
e quando in estate si scalda la pietra
possiede l’anima e forse anche il sangue.
L’uomo sbaglia
s’infuria e si agita e insulta
ma
passata la tempesta dimentica
e chiede scusa per qualsiasi cosa.
E suona una nuova melodia
e io sono in quel suono
un uomo che porta agli uomini
la poesia. 

Gerusalemme dall’alto è al di sopra
Gerusalemme in basso è sopra la terra.
Prendi l’unica che hai amato
io prenderò la mia
incontriamoci a metà strada
tra cielo e terra
e molti popoli accorreranno
e io sarò fra loro
un uomo che porta agli uomini 
la poesia.





Naim Araidi (Maghar, 2 aprile 1950 - 2 ottobre 2015), poeta, insegnante e diplomatico israeliano, appartenente alla minoranza religiosa dei Drusi.
Giovanissimo si è trasferito ad Haifa per completare la sua istruzione, fino ad insegnare nella stessa Università, in quella di Bar-Ilan, al Gordon College of Education e all’Università Araba per l’Educazione in Israele.
Come giornalista ha presentato programmi settimanali su Channel 2, sia per bambini che notiziari.
Ha fondato la rivista Al-Aswar. 

Nel 1994 ha ideato e fondato il Nissan (“Primavera”) Festival durante la seconda Intifada con l’intenzione di stabilire un canale di comunicazione fra le diverse religioni che popolano il Medio Oriente. Poeti di tutto il mondo si incontrano a Maghar con poeti e giornalisti arabi e israeliani.
Ha vinto diversi premi internazionali, ricevuto due lauree honoris causa, scritto libri per bambini, poesie e opere scientifiche in ebraico e in arabo, molto è stato tradotto in altre lingue. 
Canzoni di Galilea [http://www.seamedizioni.it/tag/naim-araidi/], (2013) (a cura di Stefania Battistella e Beppe Costa), Seam Edizioni , è la prima pubblicazione in italiano (con testo arabo a fronte), ora alla quarta ristampa della II edizione. 









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sabato 1 settembre 2012

Antonio Ciminiera - dodici poesie, dalla raccolta inedita: « Condannato per insufficienza di prove »







Notizia bio-bibliografica:

Antonio Ciminiera è nato a Potenza ma vive in provincia di Torino da sempre. Si occupa di restauro e del commercio di mobili d’antiquariato.
Nel 1985 ha pubblicato per le Edizioni Pentarco un volume di poesie dal titolo L’ultima estate, Premio Lunigiana per l’editoria ’86; Premio Bardonecchia ’86. Sue poesie sono state pubblicate in numerose Antologie fra le quali gli piace ricordare: Argini, Antologia della nuova poesia italiana curata dal giornalista e critico Fulvio Castellani. Ha vinto diversi Premi letterari anche importanti ma non ama elencarli. Il suo motto è: Il premio che mi gratifica di più e al quale faccio riferimento, è lapprezzamento sincero di chi mi legge. Gli piace sconfinare ogni tanto nella narrativa e ha al suo attivo due romanzi inediti: Flavia dagli occhi d’Irlanda, scritto fra il 2002-2003 e La finestra sul tetto, scritto nel 1986. Nel 1987 ha fondato con la poetessa Fulvia Gambero, il Premio letterario Palazzo Grosso e del quale è stato presidente di Giuria per 11 anni. 



Ad Antonio Ciminiera abbiamo già dedicato un post (si veda: Antonio Ciminiera - Dieci poesie, dalla raccolta inedita: « La stagione dell'amore assurdo » ). 

Nel post menzionato appaiono alcune note intorno alla Poesia di questo Autore. 
Il lettore interessato potrà leggerle sotto il titolo: L’atelier du poète (note sparse sulla Poesia di Antonio Ciminiera).



Sulla raccolta inedita: “Condannato per insufficienza di prove”. Ancora qualche nota sul far poesia di Antonio Ciminiera 

Plato iudicium dedit
Tutto ciò di cui all’uomo perviene testimonianza (sia essa storica o antropologica, o provenga da leggende e miti un tempo affidati alla tradizione orale, o giunga invece attraverso la scrittura e l’arte in tutte le sue forme ed espressioni - purché codificate e sempre decodificabili), tutto ciò che è lascito e testimonianza, dicevo, contiene in sé infiniti elementi di realtà. Elementi che sono particolari, in quanto portatori di altra realtà, ancorché decifrabile e quindi percettibile ai sensi, al sentimento, alla ragione, attraverso il filtro dell’intelletto. Così è anche del Poeta, di cui nulla sapremmo senza i suoi versi, unici testi a carico (mai a discarico in certi casi) in un procedimento di individuazione di colpa. Giacché il Poeta non è mai innocente: egli, posto di fronte ai propri versi, non dirà mai: “Non sono stato io”.
Nel caso specifico - singolare e unico - di Antonio Ciminiera, com’è chiaramente avvertibile sia in queste poesie che in quelle precedentemente pubblicate su questo blog, egli è stato ed è senza alcun dubbio colpevole di intima confidenza, in un rapporto con la Poesia che è quello esclusivo, e socialmente pericoloso, degli amanti. Egli è colpevole di vivere con la maggior dedizione e fedeltà possibile questa sua civicamente inaccettabile, e dunque condannabile, condizione di Poeta. Certo, un’imputazione così decisiva non avrebbe ragion d’essere se ci trovassimo in una Pólis governata in modo equo dai suoi cittadini e non soggetta ad alcuna forma di tirannia (sia pure “illuminata”), perché, in una società di tale tipo, il Poeta non sarebbe altro che un lusso, un superfluo eppure luminoso cantore della Bellezza e della beatitudine del cuore, così come dei sentimenti, le gioie, le sofferenze del singolo. Ma se invece fossimo, come di fatto siamo, immersi in una società del tutto diversa, e penso a quella odierna e globalizzata, dove le tensioni e le sofferenze individuali sembrano tendere a un continuo accrescimento, sembrano volersi fare perfino insostenibili, al punto da diventare istanze inevitabilmente collettive, allora ecco che il ruolo del Poeta e dell’Artista si fa essenziale e realmente determinante nello svelare agli uomini ogni verità mascherata o negata dai detentori del cosiddetto potere costituito. Ma come dice il titolo della raccolta, “Condannato per insufficienza di prove”, da cui le poesie qui pubblicate provengono, le prove a discarico del nostro poeta, vale a dire i suoi versi, sono insufficienti a garantire un verdetto di assoluzione. Il che, in altre parole, vuol dire che tali versi non sono abbastanza irrilevanti, non hanno la necessaria insignificanza, non sono le parti innocue di una vana e vuota pseudo-poesia, che anzi è vero il contrario: c’è nella scelta di vita, nella Poesia e nella Poetica di Antonio Ciminiera una forte, matura consapevolezza di sé e del proprio valore, come c’è il senso della grandissima responsabilità che investe il proprio ruolo di Poeta. E questo, per quanto inverosimile ciò possa apparire, è forse non facilmente, ma certo felicemente deducibile proprio dai versi che egli scrive, dai titoli che dà alle sue poesie e alle sue raccolte. 

Il “tu” come prossimità e alterità 
Io credo che per l’Homo sapiens sapiens il “tu” sia la parola più umana, la più degna da pensare, sentire e pronunciare, e credo che tale parola racchiuda in sé l’alterità per eccellenza, che è anche la maggior prossimità possibile con l’Altro da sé, perché nel “tu” abita ciò che si svela ma rimane pur sempre inafferrabile, e dunque proprio in quell’inafferrabile, misterioso insieme di significati che questa parola riesce a contenere, evocare, rappresentare, sta racchiuso ciò che ad ogni individuo umano è necessario non tanto per esistere quanto, invece, per essere. Questa mia convinzione, per quel che ho potuto sperimentare vivendo, è anche condivisibile e, per fortuna, sufficientemente condivisa, sia nel vivere quotidiano di molte persone sia in campo filosofico, artistico o letterario. Se poi ci riferiamo all’ambito poetico, credo proprio che il “tu” sia il pronome personale più amato e usato da chiunque scriva in versi. Ma com’è ovvio, il preambolo appena fatto intende puntare al cuore dei versi di Antonio Ciminiera, sia quelli di questo post che quelli del precedente. I lettori che come me (o prima di me) si sono accostati alla sua Poesia avranno certo notato come esista nei versi di Antonio un “tu”, assai spesso femminile, cui il Poeta si affida o contro cui lancia la propria sfida in un confronto serrato come con la propria anima, con la propria donna o con una propria trasfigurazione della donna.  Oppure invece, ed è questo il caso più ricorrente, io credo, con la sua problematica esigentissima eppure capricciosa amante, la Poesia. 

Una frase di Ernst Bloch e il coraggio di dire “io” 
“Se qualcuno si incontrasse completamente con se stesso non potremmo più vederlo”, così scrive Ernst Bloch nel suo Das Prinzip Hoffnung (Il principio speranza). Tale frase si presta a svariate interpretazioni e significazioni, questo è indubbio. Tuttavia a me pare di poter dire che la verità della frase sta tutta nell’impossibilita concreta di realizzare una simile assoluta coincidenza, perché non è dato che qualcuno sappia qualcosa di sé se non attraverso il rispecchiamento nell’Altro. Un rispecchiamento che è anche testimonianza, prova e riconoscimento del fatto che questo qualcuno esiste ed è. L’impossibilità blochiana che possa aversi un io totalmente coincidente con se stesso, viene asseverata tramite la sua assoluta non percettibilità.  Purtuttavia è dato a ciascuno di dire “io”, in un atto che non è solo verbale, ma concretamente capace di sopportare interamente le responsabilità individuali e personali che in tale parola sono contenute. E questo vale per ciascuno, così come vale per l’Artista e per il Poeta. Ma, attenzione, anche questo preambolo punta al cuore della Poesia di Antonio Ciminiera, un Poeta che nei suoi versi come nella sua vita mostra senza esitazioni o equivoci tutto il coraggio di dire “io”, vale a dire il coraggio di assumere su di sé un carico di responsabilità individuali che possono anche venirgli dalla cosiddetta necessità della vita, ma che sono il portato fondamentale della scelta di sé come uomo, come Poeta e anche come cittadino, costantemente, apertamente impegnato a rinnovare, a irrobustire le basi della propria, della nostra Pólis, intesa nel senso più ampio, collettivo e umano possibile.
Antonino Caponnetto





Io dormo il sonno degli angeli


io dormo il sonno degli angeli
piombato a queste ali
come fossi un sussurro d’amore
abbandonato alla fonda di ogni lacrima
schiavo di un volo mai raccontato







Città sepolta


[mi contieni in un bicchiere di silenzio]
se ti sapessi ancora vino tracimante [sterile al dolore]
rea di sola ebbrezza
in questo inutile travaglio senza parto
in questa morte che non consente morte
Se ti sapessi arnia di questo amore incolto
almeno un boccale di sola nostalgia [e non di pace]
mi strapperei dagli occhi l’alba di ogni addio
ti strapperei dal cuore la mia città sepolta







Heaven Out of Hell


Cercami
non avere paura
so contenerti in un sospiro
nella clausura delle mie mani
ma fa che per un giorno soltanto
l’inferno sia il paradiso
fa che l’inferno sia il paradiso
perché non navigo ragioni
se non quella dei tuoi occhi







Atto primo


cosa m’invento ora
cosa racconto
a questo cuore alchemico
a questo purgatorio d’altomare
La mia bocca
è un morso d’antracite
un abisso d’inquietudine
che ancora non si serra
in questo vortice di morte
se non per contenere un urlo







Chi di noi due


“chi di noi due cede per primo
se io e te scavati nel cuore
ci arrendiamo muti agli sguardi
e nulla ci contiene
se non la demenza degli anni
l’angoscia di saperci ancora insieme
e lontani”







Vorrei scalare le tue mura


Vorrei scalare le tue mura
fino a raggiungere il sesto della tua memoria
ma non sei che una ragione incerta
il prezzo di un riscatto da pagare ogni volta
anche se t’amo







Cielo d’India


navighiamo di sguardi
indifferenti e puri
e abbiamo il vuoto nella mente
come se il cuore fosse
una promessa da inventare
ma ora siamo ancora qui
così sereni e imprevedibili
chiusi in questo vuoto d’India
e tutto si rivela
fuoco d’argilla
in questa pace arida
che chiamano carne







Presenze


io sono una fiaba o un sospetto di cielo
e se mi perdo ti ritrovo nel medesimo cielo
perché siamo carne soltanto per gioco
anime strappate alla vita e ricucite altrove







Distanze


non so nulla del tuo mutamento
di quella buca che nascondi dentro gli occhi
ma so che il tuo respiro
è un convitto di voci mercenarie
e non ti amo se non di una pietà sovrana
di una distanza che non si può colmare







Invisibili


non chiamatemi dono di Dio

perché stringo fra i denti
il morso della sua indifferenza
Sepolto nella luce bianca
del mio purgatorio
mi rifletto
vuoto nello specchio
codice d’onore nella mente
di chi mi appartenne
e ora non mi vede







E non lasciarmi qui a seminare il cielo


e non lasciarmi qui a seminare il cielo
appartengo alla tua ragione immutabile
a quel capriccio di anime imperfette
a una sola indecifrabile carezza
che dal tuo cuore tentò il suo volo







...Cavalchi le nuvole e non sai

che qui si muore dopo un clic
crocifissi sullo schermo
senza nemmeno un perché 




                                         dalla raccolta inedita: Condannato per insufficienza di prove