domenica 17 luglio 2016

CHI-TRUNG - VERSES EXCERPTS FROM “WINDS” / VERSI TRATTI DA “VENTI - UN POEMETTO”




Chi-Trung al MonigArt Festival 2016, tra sua moglie (a sinistra nella foto) e il poeta finlandese Ville Hytönen (a destra)


Nguyen Chi-Trung, nato in una città sulla costa del Vietnam del sud, è cresciuto a Saigon. Negli anni sessanta, grazie a una borsa di studio, si reca in Germania per studiare filosofia, matematica e meccanica applicata. Ha lavorato come ingegnere fino al 1996. Vive attualmente a Stoccarda e fa lo scrittore. Scrive sia in tedesco sia in vietnamita ed è traduttore di poesia in lingua vietnamita. Ha partecipato  a numerosi festival internazionali. Nel 2013 è uscita una raccolta dei suoi testi poetici a Saigon in sette volumi. 

In Italia, per i tipi di Samuele Editore, ha pubblicato il poemetto: VENTI (2016) 



I testi qui presentati sono appunto tratti dal libro: “VENTI - un poemetto”, traduzione e postfazione di Anna Lombardo, Prefazione di Zingonia Zingone, Samuele Editore, 2014.  





9.

Venti dei brevi e dei lunghi istanti
che cambiano la vita, che non si fa
riempire fino all’orlo. Con che cosa?
Non col nulla.
Come una noce di cocco seccata
su una spiaggia arsa,
è lì l’esistenza, semplicemente.
La nostra mente possiede un debito
da cui non può essere liberata.
Lasciamo cuore e intelletto
svanire in cenere e carbone,
con la dovuta devozione. 






21.

Venti che davvero spazzate via ogni cosa,
il rumore di mezzogiorno,
il ronzio degli intelletti inquieti,
il risucchio dei linguaggi alfabetici,
e ci fate sentire unicamente il fruscio
delle foglie essiccate di bambù
attraverso la veranda tremante
fatta di frasca e questa a sua volta
dai giorni andati composta.
Il sentiero del sangue
scorre oltre la frattura del cuore,
simile ad un blocco di legno
spezzato in due dalla scure,
mentre il grido non richiama nessuno, 
solo grida. 






26. 

Venti che sopra il volto d’acqua 
del Gange, indugiate, 
andando e venendo,
come il persistente andare e 
venire della nostra tragedia.  
A che pro questa ripetizione,
addirittura senza l’interferenza umana? 
La carne bruciata in parte, dissolta 
nell’acqua torbida dell’eternità, 
mostra adesso il totale disfacimento  
che fu dato già alla nascita. 
Molte gioie furono nel corso d’una vita. 
Lungo il percorso della nostra vita. 
Dove sono adesso  
– alla lunga rimangono quelle della carne – 
nel lungo corso dell’inesistenza? 






41.

Venti che cominciate a muovervi da spiagge
ancora davanti a noi, a spiagge
che sono dietro a noi,
dalla riva dell’oblio
alla riva dell’impensabile.
Venti d’emozioni e venti di noia.
Quanto spesso cadono le foglioline
del tamarindo nelle vecchie strade.
Quanto spesso ritornano i tempi.
E se ritornano.
Una volta soltanto o infinite volte
tu torni sulla terra, nel mondo
che non dimentichi,
come nessuno di noi di questa terra
si potrà mai più dimenticare.






45.

Venti, voi siete uno e lo stesso vento
che abita due luoghi che si dipartono
l’uno dall’altro,
che sono inerenti alle zone vicine e lontane,
della conoscenza e dell’ignoranza,
della verità e della non-verità.
La vita deve indietreggiare davanti alla poesia?
O la poesia adesso davanti alla vita?
No, ogni nostra vita non è unica,
è solo vita stessa. Non considerarla
come unica, ciò che possiedi,
gettalo ai venti,
lascia che sia effimero e sia dimenticato.
L’unicità della vita sta soltanto
nella parola che scrivi.






47.

Venti, siete solo l’esigenza del dubbio?
Lasciate quindi che queste parole siano scritte
perché sono drammatiche.
Impariamo ad amare colei che la tragedia tiene,
sebbene non sappiamo se
ne siamo meritevoli, là,
dove noi possiamo tutto.
Venti, passate oltre le vite che indugiano
soltanto tra il su e il giù delle palpebre,
oltre le vite che non vogliono essere finite.
Voi passate oltre questi tempi attraverso
la totalità dei tempi che sono quindi fuori.
Venti, voi portate l’oscurità notturna
che non-vuole-finire nel giorno glorioso
che non-vuole-finire.
La misura dell’eternità si può vivere.






48.

Venti, siete voi le parole
che sono scritte, e i significati
che sono portati nella luce umana?
Parliamo sempre dell’anima
tuttavia cosa sappiamo dell’anima,
della sua esistenza, o meglio della sua inesistenza?
Forse è solo una leggera fragranza,
appena percettibile, ma presente
dove noi non siamo, e dove non andiamo,
sempre al di fuori di noi,
dalle sue tracce terrene noi,
gli auto-addolorati,
nel nostro momento di morte,
in questo spazio di vicinanza
e lontananza, possiamo presagire.
Oh nuvole di gas che diventano carne!
Materia che diventa vita!





Il disegno di copertina è dell’Autore




Nell’autunno del 1992, in una notte di temporale e circondato dal ruggito del vento, il poeta si rinchiude in un brivido e si domanda come il suono della morte viva nel vento. L’immaginazione galoppa e Nguyen Chi Trung rovista viscere e mente; i luoghi dove la concretezza dei suoi studi matematici si contrappone all’astrattezza di quelli filosofici. Trova echi della più antica filosofia indiana (Brāhmaṇa), in cui “il soffio e il vento” sono il cardine della vita. Ma soprattutto il rimbombo della teoria astrofisica del Big Bang. A tratti nel cielo convulso scorge un movimento di astri. Movimento che sposta l’aria e con essa il destino della materia, nell’universo che è “un gas caldissimo di particelle elementari in rapida espansione.” Espansione, moto d’aria, vento. E l’uomo, anche lui materia, resta in balìa dei venti. Polvere, Nuvole, Pioggia e Luce solare, sono altri titoli di poemetti composti da questo religioso senza religione che si domanda cosa significhi veramente l’esistenza umana. Attraverso una serie d’interrogativi, Venti induce all’introspezione. Sono domande fondamentali, filosofiche, rivolte a capire il perché, il come, il quando, il da dove e il verso dove dell’uomo e di tutto ciò che lo circonda. È crudele ma possibile che l’uomo nasca e muoia su questa terra, senza mai trascendere; o forse la sua trascendenza sta nella trasformazione in altri elementi della materia, come la polvere che viene spazzata via dal vento. 
(dalla prefazione di Zingonia Zingone)

I Venti di Nguyen Chi Trung non avvisano nessuna redenzione, nessun cambiamento. Il loro soffiare passa alto sopra la nostra desolazione, i dolori e la miseria, e soprattutto la non cura che il mondo stesso ci sollecita, nel suo andare sempre uguale. Portatori di un grido che non richiama nessuno ma solo grida, nell’equilibrio ballerino della nostra esistenza. 
I versi di Nguyen Chi Trung possono, a ben ragione, dirsi esistenziali, perché è di noi che parlano, riflettono, e l’impatto con questo domandare non è immediato e intelligibile ma, proprio per questo, riescono ad attirarci in un vortice di immagini, metafore che si intersecano con il dolore del momento, riportandoci alle domande. 
La separazione, la sempre uguale esistenza che riemerge come diversa, e quindi apparentemente nuova, è lì a tenerci continuamente al passo. I Venti indicano una altezza alla quale non siamo più abituati, e alla quale il poeta si rivolge per riprendere in mano la bellezza e la forza della poesia. L’essere umano, come ci canta Nguyen Chi Trung, è fatto di poesia. Lo è davvero? Perché non ascoltarlo, allora? Che senso ha la vita senza questo sguardo poetico sul mondo, sui noi stessi, sui dolori continui che comunque sono a noi innati? 
Imparare a lasciare andare le cose, nell’incipit avverte il poeta, le cose che riempiono come zavorra il nostro modo di vivere, lasciare al carbone e alla cenere/con dovuta devozione, tutto il superfluo dei nostri rottami, pare il suo invito. Questi Venti sentiti come forza originaria, sono al di sopra di tutto, sono oltre la comprensione della nostra stessa vita, e vanno, vengono, scoperchiano il male e il bene, sono capaci di rendere le gocce d’acqua visibili, e rivelano a noi stessi, alla nostra immaginazione, che mai pensa, che non è soltanto il nostro dolore a sostenerci ma che anche noi sosteniamo il dolore. 
(dalla postfazione di Anna Lombardo)













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