lunedì 25 gennaio 2016

Lina Luraschi - LA LINGUA DEL DOLORE - Cinque poesie (più una) dal libro SCUCITA VOCE





Quarta di copertina del libro Scucita voce

NOTIZIA SULL’AUTRICE 

Lina Luraschi nasce a Como, nella cui provincia tutt’ora risiede. Dopo le scuole medie è in qualche modo costretta a scegliere un indirizzo scolastico non di suo gradimento, si ritrova nel ruolo di ragioniera all’interno dell’azienda di famiglia.
La passione per la lettura e la letteratura,  trasmessale dal padre e insieme a lui coltivata sin dalla più tenera età, l’incontro con un’insegnate che ama i grandi autori, soprattutto i poeti , fa sì che il seme della poesia trovi in Lina un terreno già fertile.

Nel 1997 la nostra autrice è  tra le fondatrici dell’associazione di volontariato NOISEMPREDONNE Onlus che opera all’interno dei reparti oncologici degli ospedali  comaschi, dove riveste la carica di vicepresidente fino al 2005.
Dal 1999 al 2005 è assessore alla cultura, servizi sociali e pubblica istruzione nel paese in cui risiede.

RACCOLTE DI POESIE PUBBLICATE:
Le rughe delle bambole (1983);
Il vizio di vivere (1988);
Il violino nella palude (1999);
Scucita voce (2015).

Sue poesie appaiono su numerose riviste di poesia e letteratura.

Nel novembre 2015 è prima classificata al Premio Libera Verso. Il premio assegnatole consisterà nella pubblicazione di una sua raccolta di poesie dal titolo Batte l’assenza per i tipi di N.O.S.M. Edizioni (Nuovi Occhi Sul Mugello). L’uscita della raccolta stessa è prevista per la primavera del 2016.

COSA DICE DI SÉ:

Lina Luraschi si autodefinisce così: amante della letteratura, con un carattere difficile, duro, spesso molto spigoloso ma sincero. Non ama i mezzi termini, le cialtronerie, i compromessi né, soprattutto, la banalità.
Per quanto riguarda l’ars poetica, dal suo punto di vista la poesia deve grondare sangue, dev’essere polisemantica, deve colpire l’occhio ritmicamente e la testa concettualmente. Per lei la poesia è bellezza dolorosa che non sempre ha il fine di accarezzare l’anima, ma deve soprattutto ‘graffiarla’. Detesta i ritmi melensi, privi di originalità. Se la accettiamo così, leggiamola! Diversamente... facciamone a meno!
Lina non ama parlare della sua vita privata (famiglia, figli, sposata, etc… Nessun accenno). Aggiunge con una certa ritrosia che il suo buen retiro è, da decenni, sulle coste dell’oceano, fra la Normandia (Etretat) e la Bretagna (Benodet): lì la nostra Autrice trascorre qualche mese ogni anno. 




LA LINGUA DEL DOLORE (POESIE)






* 


La lingua del dolore 
arrotola il cielo 
scardina le stelle 

Siamo chiavi senza porte 


Di colore ruggine sfibrata 

veste l’attesa 
È l’occhio che ode lo strazio!  




** 

Ghirlande di fumo masticano eternità 
e fiabe sommerse inzuppate di paura 
spengono il tempo 
battezzato da  magri gesti 
di una vita più scarna della notte 

Maturo è il dolore 
la lingua trasloca scorteccia su ferite 
e polsi ricamati da ciechi rasoi 
regalano briciole di pelle  

Il sangue si fa ricamo 
il ricamo si fa ricordo 
il ricordo si fa tormento 
il tormento si fa patibolo 
e si esalta la brama di cicuta 
dall’odor di topo 




*** 

Io sono pensiero inchiostro pergamena 
Ingabbiata in radicato vizio 
di trapassare a nude mani 
crepe / pieghe / terra / carne 
in un gelido budello di annodate assenze 
e sul braccio piegato a cuscino 
macino il mio grumo di terra 
al sapore di ruggine e sangue  




**** 

Da cuore a ventre 
passò fulminea la dolcezza
che vide appena 
– in stanze 
di fresco pianto – 
franati desideri 
simulati amori 
vittime genuflesse 
nel volo della finzione 
e il soffio crudele dell’assenza 
sul collo dell’anima cadde 
Doppie le impronte 
nel commiato su polvere 
che cerca la sua zolla 
e visi persi nel disgiunto umano 




***** 

Annodo respiro a respiro 
stretta nell’ora miope 
e chiudo l’asola alla vita  

Sorveglio il tempo 
che è nelle mani sbagliate 

“Mio tempo! 
Faremo una chiacchierata 
senza confini 
mentre salgo e scendo 
dalle tue pareti”  

Stacco la placenta 
al mio sentire 
Non più filo non più trama 
non ho ordito né labirinto 
matassa sciolta senza nodi 




HANNO SCRITTO DI LEI:

[...] 
Del logos poetico dell’Autrice si può affermare con certezza che esso è, allo stesso tempo, alto e abissale, lieve e quotidiano; che, col medesimo ritmo della vita, costantemente fluisce e rifluisce dentro e fuori di lei, donna ed artista, così come sulla pagina e ben oltre la pagina stessa. E il lettore non può che accoglierne e riviverne in sé ogni minima pulsazione, ogni ritmo, ogni variazione di rapporto tra significante e significato, ogni spiazzante cortocircuito che la potenza delle metafore è capace di innescare.
Ma per procedere ancora in queste considerazioni, mi pare necessario precisare che per i greci antichi, per gli Stoici in particolare, in seguito ripresi da Plotino, il logos è principio eterno che dà vita a tutte le cose piccole e grandi. Al mondo come al cosmo. Il silenzio, l’udire,  il gridare una parola, il sussurrarla, il pensarla, o il leggerla a partire da una cifra o da un cifrario complesso, questo ma non soltanto questo è logos. Perfino il percepire il silenzio è una fra le infinite caratteristiche del logos stesso, così come il sillabare, il comunicare, il far di conto, il dialogare.
Se, a partire da queste precisazioni, torniamo al logos poetico di “Scucita voce”, ci accorgiamo di come il silenzio che precede e segue la lettura di questi versi, ne diventi, lungo la lettura stessa, uno degli aspetti caratteristici, oltre che uno dei significanti cardine. Si noti inoltre che la parola silenzio appare quattro volte nella prima parte del libro, di cui tre nel testo di apertura, e tre volte, in tre testi diversi, di cui due consecutivi, nella seconda parte. Ma la parola più ricorrente è tempo. Essa appare ben quattordici volte all’interno dei versi. Anche termini come: vita, dolore, notte, parole, sangue, luce, sonno, cielo, voce, solitudine, stelle, sogni appaiono in modo ricorrente nel testo e alcune di queste sono presenti nell’esergo alla seconda parte o nel titolo del libro. Si va dalle undici apparizioni di vita alle tre di sogni
Possiamo dire che il silenzio, il quale fonda ogni discorso e linguaggio, è nel far poesia di Lina Luraschi esplicitamente fondante, precedendone i versi, respirando in questi e perdurando oltre le pagine di questo e degli altri suoi libri. E questo perdurare ha la stessa infinita durata del tempo che lo attraversa e che ne viene attraversato. Ma un tale silenzio chiede di essere abitato dalla voce, purché essa non sia imprigionata entro labbra serrate, ma sia invece libera di fluire come un fiume in piena o magari si tratti – ed è questo il caso – di una “Scucita voce”, frammentata in tanti brandelli, tutti da riassettare come in un grande puzzle, riaccostandone i moltissimi bordi, a ricomporre l’ampio tappeto di una poesia che vuol essere scoperta esplorata e compresa nella sua variegata, complessa, intensa vastità. 

Antonino Caponnetto (dalla Prefazione al libro Scucita voce)




Questa di Lina Luraschi è un’opera caratterizzata da un impianto formale di tipo «conservativo» (intendendo il termine nella accezione heideggeriana presente nella conferenza L’arte e lo spazio del 1969), di ciò che conserva il conservabile, di ciò che non può essere dismesso senza incidere sulla «forma» dell’espressione letteraria. La struttura ipoendecasillabica è orientata, di massima, sulla velocizzazione del verso mediante numerose accelerazioni «interne» e pause-riprese tra le parole dove il metro breve prolifera; si nota una accentuazione della marcatura causata dalla mancanza della rima, e una chiusura, di frequente a fine verso, che riprende la rima-assente in funzione di un ritorno all’indietro all’inizio del verso seguente. E così via. Questo è il pregio di una operazione poetica tutta incentrata sulla «misura», sull’equilibrio della costruzione interna del verso, sul «tono», sul fraseggio elegante e su un lessico nient’affatto oracolare ma piano, prosastico, desublimato, manovrato antifrasticamente. Una poesia sospesa tra l’utopia del «tempo» e la dimensione del quotidiano. Poesia fatta di entità sfuggenti ed elusive, ingannevoli: il «tempo» vivisezionato negli atti del quotidiano e dell’eterno presente, che è un po’ il vestito di tutti i giorni che la poesia dei nostri giorni ama indossare. Una poesia jeans. È il modo di Lina Luraschi di attraversare l’esperienza novecentesca del «negativo» sulla scialuppa di salvataggio della poesia lirica nell’epoca post-lirica e post-modernistica: qua e là, incisi e finestre si aprono entro la campitura metrica interrompendo lo scorrimento frastico ma sovente in modo che sia la omogeneizzazione linguistica il grande equilibratore... mi sembra che la poesia di Lina Luraschi si nutra di una fitta osmosi tra paesaggio urbano e natura urbana, tra natura e cultura. Manca forse la Storia, mancano le finestre che aggettano all’esterno; voglio dire che è una poesia la cui materia si adatterebbe forse meglio ad una incudine metrica e timbrica di tipo più spiccatamente modernistico, ma al di là dei gusti
individuali, resta la resa stilistica di queste poesie scritte in punta di stilo, tra una pausa pranzo e un caffè, moderna e démodé ad un tempo.
Così com’è, il poema appare tutto «interno» alla tradizione novecentesca, fitto di riferimenti ai poeti seguiti e amati dall’autrice; un poema come scavato dentro una parete, concentrato dentro l’eterno presente, questa attimità che ci sfugge di continuo e ci lascia insoddisfatti e irritabili. Ma non poteva essere diversamente. Poesia dolcemente icastica con fraseggi che indicano la resa alla attimità del presente tipica del nostro modo di essere contemporanei del nostro tempo. Si va per azzeramenti, disseccamenti, filtraggi che l’intelligenza poetologica dell’autrice mette in scena, una sorta di scostante pudore auto difensivo, una ritrosa reticenza e una malferma sfiducia nella possibilità di comunicazione delle esperienze linguistiche fondamentali.

Giorgio Linguaglossa, Nota di lettura del 28 ottobre 2015, su: Lina Luraschi, “Scucita voce”, Gilgamesh Edizioni, 2015 



 “Scucita voce” è un libro che scuote la nostra interiorità. Nei versi che esso racchiude pulsa e respira, mobile e mutevole, una sorta di frontiera della coscienza, un confine oltre il quale hanno luogo tanto l’indicibile quanto l’impensabile. Questo luogo non può che essere il silenzio. Lo stesso che precede ogni “risveglio”, ogni profonda, reale, inaspettata presa di coscienza. Questo e moltissimo altro è capace di regalarci l’ars poetica di Lina Luraschi, anche grazie al suo ricchissimo tessuto metaforico, questa poesia apre varchi amplissimi e imprevedibili: vere e proprie folgorazioni che le consentono di oltrepassare di gran lunga l’oggettiva insufficienza, la naturale finitezza della parola e di raggiungere così un dire poetico che in noi si fa stupore, scoperta, consapevolezza, rinascita.  

Antonino Caponnetto, ANCORA QUALCHE PAROLA SULLA POESIA DI LINA LURASCHI














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