domenica 2 ottobre 2016

FABRIZIO ARRIGHI - Cinque brani da: RACCONTI DEL TEMPO CHE C’È




Sforziamoci d’essere felici e in pace con gli altri
La vita è un’istanza di scarcerazione
in attesa della sentenza definitiva

F. A.

(Esergo al libro “Racconti del tempo che c’è”)




Fabrizio Arrighi (Lonato del Garda, 1955). Maestro di scuola elementare che nella vita ha svolto innumerevoli lavori: impiegato postale, operaio, rappresentante, assicuratore, sindacalista, muratore, commerciante e… venditore di libri. Da sempre appassionato di letteratura e poesia ha pubblicato due romanzi gialli: Orme insanguinate sulle isole galleggianti e I morti della Selva, seguiti dal romanzo: La fonte del fabbro, dove si narrano, nel contesto della guerra, le atrocità vissute dal padre e Racconti del tempo che c’è (Pellicano, 2015). È tra i fondatori del “Movimento dal Sottosuolo”, un gruppo di poeti che ha come luogo di ritrovo il Caffè Galeter di Montichiari (Bs). Ha partecipato a diversi  concorsi letterari. Suoi brani in prosa e poesie sono presenti in varie antologie. Secondo Fabrizio Arrighi “La poesia è la chiave che apre ogni porta”. 








Cinque brani da “Racconti del tempo che c’è”, con una nota di Stefania Battistella, Pellicano, 2015 (http://www.associazionepellicano.com/libro/racconti-del-tempo-che-ce/)






Appoggiato al tronco di una maestosa acacia, un vecchio africano dalla fluente barba bianca osserva il sole all’orizzonte dal colore di un’ostia insanguinata.
Avvolto dalla solitudine ode il rumore abituale prodotto dall’esodo degli animali alla pozza fangosa per l’abbeverata. Vuole osservare le bestie, libere di muoversi nel selvaggio ambiente, e riconciliarsi un’ultima volta con una natura tanto amata.
Prede e predatori sono a contatto diretto ma per un tacito accordo, è il momento della tregua nessuno osa attaccare. Il vecchio è stanco, malinconico, senza essere triste. Consapevole che la sua presenza sulla Terra è agli sgoccioli, aspetta ansioso l’arrivo di una persona speciale: il prescelto. 

                                                                                       (incipit de “La speranza”) 




Quel giorno di tanti anni fa avevo capito quanta saggezza si annidava tra quelle persone che sapevano attribuire il giusto valore alle cose, alla sacralità degli oggetti, mantenendo inalterato il profondo legame con la natura. Oggigiorno quel mondo si è smarrito, troppo legato all’abuso dell’immagine e al culto insensato dell’oggetto.
Allora avevo ritrovato quello che eravamo un tempo. Perché i ricordi di una famiglia, sono la strada da seguire per capire chi siamo e dove dobbiamo andare. In ogni racconto, si trova sempre un frammento nostalgico della nostra storia.
Oggi lo so, una parte del mio cuore è rimasta lassù. 


                                                                                       (explicit di “Frammento nostalgico”) 





Ritornai al piano terra sforzandomi di apparire sereno, ma il viso terreo e i capelli ritti dallo spavento smentivano tale sforzo.
Dall’ironia stampata sul volto dei parenti capii che erano tutti d’accordo.
«Nessuno ha pensato che, se fossi stato debole di cuore, potevo morire d’infarto!» esclamai, incapace di trattenere il tremore alle gambe.
Sono stati i quindici minuti peggiori della mia vita.
Da quel giorno consiglio sempre di avere a fianco qualcuno durante la veglia funebre. 


(explicit de “La veglia funebre”)





L’istrionico personaggio aveva due lunghe e buffe basette bianche che scendevano dall’attaccatura dei capelli, attraversavano le guance e si congiungevano sul mento, formando una specie di mezzaluna. Il viso dai lineamenti marcati, sembrava intagliato dall’accetta. Osservando i suoi occhi chiari e malinconici, la fronte rugosa e spaziosa, le sopracciglia arcuate e nere intravidi i segnali di una bellezza sfumata.
Seduto in una postura contorta, teneva il gomito destro puntato sul tavolino e l’avambraccio in posizione eretta. La mano dalle dita rattrappite ricordava i rostri del grifone. Un’orrenda cicatrice dai contorni bluastri partiva dal polso e terminava nell’incavo della mano. Il pollice, spinto da un riflesso incondizionato, ruotava in continuazione su se stesso.
Incuriosito chiesi al malandato vecchietto l’origine della
deturpante ferita.


(da: “Gheorghe e Ion”)





C’è il fondato sospetto che Jack lo sventratore appaia, quando riposa, come un’elegante brava persona. È la storia moderna che si ripete nei corsi e ricorsi di G.B. Vico. Il doppio affascina Wilde con il famoso ritratto che invecchia al posto del modello e anche Stevenson stesso lo riprende nel Signore di Ballantrae e questo stesso doppio si insinua nelle ricerche di giovani psichiatri che hanno nuove idee.


(da: “La recensione”)




Fabrizio Arrighi e (a sinistra nella foto) Paolo Savani




























Così scrive Stefania Battistella nella sua “Nota” al libro di Fabrizio Aldrighi, “Racconti del tempo che c’è”, Pellicano 2015: 
[…]
La consapevolezza di essere una pedina o, forse, qualcosa di ancora più insignificante se paragonati a ciò che ci circonda, e non mi riferisco alle distese di cemento, ma piuttosto ad esperienze tipo questa: “accostai la vettura contro il bordo granitico della concimaia, contenente un enorme cono di letame dal cui pinnacolo fuoriusciva un filo di fumo che saliva a mischiarsi con quello emesso dai comignoli. Era l’unico, inequivocabile, segno della presenza umana.”
L’enorme ironia che ci sa rendere degni di calpestare questa terra che tutto ci ha dato e dalla quale siamo solo capaci di prendere ed estirpare. Quell’ironia che […] deride il canone di una bellezza sempre più sottile fino a farlo scomparire, lo spero, questo canone, in favore di una italica leggenda capace di convertire l’errore dell’aspirazione umana in qualcosa di universalmente divino.
Questo e molto altro dentro Racconti del tempo che c’è.
E comunque, anche se non vi riconoscete in quanto ho scritto fin qui, se possedete un’auto dovreste comunque comprare questo volume.













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1 commento:

  1. Ironia sì, tanta quanta è possibile, e spesso anche di più. Autoironia. Ma non solo questa, poiché la scrittura di Fabrizio Arrighi ha la forza dell’immediatezza. In lui il fatto artistico è naturale, vivido atto creativo, e in esso tutta la potenza racchiusa nella parola è in sé e per sé scaturigine di ogni possibile vita, scintilla che d’improvviso illumina a giorno lo scenario del mondo. Ma ciò che la parola dà è allo stesso tempo in grado di togliere. Così essa può farci emergere alla luce o sprofondarci nel buio. E la visione, lieve e amorevole, diventare apocalittica e terrificante. Questo avviene, ad esempio, nel racconto “Il treno delle ventitrè”. La passione per il noir, emerge invece chiarissima in “Recensione”, una sorta di percorso pae-“saggistico”, nel quale il tema del doppio viene ripercorso sia dal punto di vista della grande letteratura sia da quello psico-antropologico, attraverso un risibile (ma non troppo) personaggio femminile che, direi, non parla come scrive, quando si colpevolizza per il fatto di tradire la memoria dell’ultimo coniuge per quella del precedente, e viceversa. In questi racconti di Fabrizio (Faber) Arrighi, la piccola quotidianità riesce a farsi umanamente universale; perfettamente capace di occuparsi appassionatamente dei problemi che oggi toccano le nostre coscienze, ma la meta di questa passione è la vivibilità tutta umana che va dal domani più prossimo a quello più lontano.

    Antonino Caponnetto

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