lunedì 29 agosto 2016

IAGO - Sei poesie da ANCHE LE SCIMMIE ODIANO TARZAN



Ritratto di Iago di Roberto Faccenda


Iago, nome d’acqua Roberto Sannino. Nasce a Roma nel 1968. Incontra la poesia nei pressi dei 40 anni, decide di lasciare il lavoro per dedicarsi esclusivamente all’attività poetica. Fautore di un fare diretto, attua incontri pubblici di scrittura “intemporanea” volti a favorire un dialogo vivo e dinamico tra persone e scrittura. Renato Zero lo premia nel 2006 (primo classificato al concorso Fonopoli con la poesia Il biancospino).
Ha pubblicato per case editrici non a pagamento: Delirium Tremens (Giulio Perrone), L’Alibi Perfetto e Concerto per carta e inchiostro (Bel-Ami edizioni) La famiglia dello scalzo (Seam) e Anche le scimmie odiano Tarzan (Pellicano). Presente in diverse antologie, come SignorNò, poesie e scritti contro la guerra.
Ha tenuto i seguenti laboratori di scrittura poetica per scuole e istituti privati: Funzione terapeutica della parola scritta. Introduzione alla pratica poetica e Il sentimento artistico di una riconciliazione.
È stato ospite in fiere letterarie (Modena, Pisa, Napoli, Bari) e in rassegne culturali; in qualità di poeta accreditato ha preso parte a “Ottobre in Poesia”, festival internazionale interamente dedicato alla poesia, che ogni anno si svolge a Sassari.
Ha prodotto un ibrido cartaceo Fabian (L’Erudita-Perrone), di racconti brevi legati a poesie derivate. Ha ideato e messo in scena “Beethoven in versi” scrittura in presa diretta su base musicale classica. Dirige, al fianco di Stefania Battistella, la collana di poesia ConVersiAmo dell’associazione culturale Pellicano.


 

Sei poesie da: Anche le scimmie odiano Tarzan”, Pellicano, 2016 (http://www.associazionepellicano.com/libro/anche-le-scimmie-odiano-tarzan-di-iago/)  






Estranei 


I rumori metropolitani uniscono 
in una tranquilla processione sonora 
il bar sempre allo stesso posto, 
la piazza con i proverbi popolari 
e le vicende del mondo 
a compiacere i giudizi 
quasi mai concordi. 
Qualcuno si ferma a leggere i necrologi 
poi va in banca o all’ufficio postale, 
altri portano a spasso i segreti 
almeno per oggi non pesano tanto, 
la prossima gioia accoglierà promesse 
che solo la forza potrà mantenere. 

I giorni devono passare 
secondi ammaestrati 
già sanno come incantare le ore 
i pendolari escono dalla stazione 
la campana ricorda al fedele 
l’inizio della messa. 

Un pettirosso infinito anticipa il tramonto 
stranieri a delimitare un mondo fatto. 






L’incarico 


La terra disconosce sentenze e paure 
non chiede conto delle impronte 
e neanche bada al portamento. 
Pretende solo un ruolo 
utile al proseguimento delle idee, 
ricorda la vana forza del sogno 
rimosso dall’impeto del vero. 

La bocca serve anche per sorridere
andrebbe ribadito al manifesto letterario. 

Ogni impresa vuole una fine 
alla terra ciò non importa 
polvere di pelle sulle braccia del marmo. 







Labbra 


La civiltà 
accresce la nevrosi dei sensibili 
non arrivano segnali 
da questa piazza di ciarlatani in piedi 
un ramo d’ulivo nelle mani 
e la pistola in tasca 
l’impegno del singolo 
non avendo finanze corrotte 
è un bacio di solitudine 
che si può solo accettare. 







Permanenze 


Di alcune circostanze 
rimane qualcosa 
difficile averne chiare le fattezze 
in una strana questione d’armonia 
come se i cuori rimanessero tali 
                         anche dopo la fine, 
un teschio non dimentica 
d’aver avuto gli occhi azzurri. 





Liturgia italiana  


Germogli coniati a dovere
dallo sforzo di cellule attuali
che nulla invidiano ai passati eroi.
La creazione, geniale intromissione
silenzioso programma frainteso
da legioni in frantumi.
Distese cosparse dai freschi simposi
voluti dagli organizzatori cocciuti,
l’umanoide cambia forma
sciamano con il palmare lesto a vendere futuro
nelle corporazioni tirchie.
La bella vita si scrive sulle riviste di cucina
cervelli accorpati su misura
nessuna famiglia educa, pochi figli credono. 

Aploidia asessualità, virus catodici
i padri cercano l’approvazione
fra le odalische della porta accanto,
cala il sipario sui musi lunghi
il sorriso finto muore giovane
fa solo godere le dame dell’est
pagate dall’operosità di formiche redente.
Non senti le grida che vengono dal rogo?
le carni vissute emanano
un lezzo mai santificato
il sangue di Giordano Bruno
non è forse uguale a quello di Cristo?
pareri opinabili nella melma mediocre,
croste di pane in sospensione
sulla brodaglia del rancio.
La nuova divinità si chiama controllo,
innestato negli embrioni
dal medico spergiuro. 

Il rantolo dell’arte è udito
dagli spazzini professionali
dove sono le commissioni?
I santi guardano i ritratti
e si interrogano sulla staticità dei segni.
Hanno rapito la regina degli infanti
madre dei fuoriusciti, dei malvoluti, dei maientrati.
Ingegno e castità, la fede viene
seviziata dai gusti elettrici.
L’aria si compra alla bancarella del colle,
sorrisi ammuffiti da carie nascoste
che decidono le sorti di pacifisti con le armi in pugno.
I pargoli tornano nei villaggi fantasma
mancano genitori attendibili
perché credono ancora d’esser figli.
Chi ama il rischio deride la comodità
ti senti il padrone del mondo?
ottieni dai venditori di sballo
l’anello mancante, vero?
i sensi che hai proiettato nel vuoto
                                           torneranno
allora eviterai di guardarti allo specchio
perché la figura non ti piacerà.
L’estasi
nuova disperazione priva di retaggio sociale
chiedi al poeta rivelato come si fa a morire
annaspando nel proprio sangue
è questo che vuoi?
riflessi di interrogative vomitate male,
la fabbrica delle braccia vende tentacoli
per succhiare l’anima all’eroe
l’onorevole presenza diventa
                              pregevole arroganza.
La bandiera della proibizione
edifica la casa del partito unico,
da sempre esistito e mai conclamato
legalizzando le scorribande dei nuovi servi. 

Domus Aurea. Quiste Furor!
Le coscienze singolari muoiono
le forme del dolo rinascono
zombi dai moderni simulacri.
Alloggi popolari scaldati da fiamme tricolori
abitano schede elettorali in pigiama
utili alla conferma e mai al diniego,
circondate da egocentrici favolisti
da artisti vigliacchi che si arricchiscono
sfruttando l’esuberanza dei gruppi. 
Benessere, paradiso ritrovato.
Coscienza italica, omicidio mai denunciato. 

Guarda oltre la rinuncia
la forza individuale scompare di nuovo,
il futuro migliore
si ottiene da una memoria assente
morendo nell’idea che invita il presente
a sognare la contemporanea vivenza.







Condanna 


La dominazione di una casta 
tortura il mio idioma 
senza proferir parola 
combatto il dolore subìto. 

Percuote con ferri e tizzoni 
vuole i segreti del mio linguaggio. 

Parole create per tempi futuri
non adatte a quest’epoca,
i veri inquisitori non sanno immaginare. 

Rimarrò impassibile 
fissando il boia 
e rassicurando la scure 
la cui fredda lama 
salverà la mia metrica.










Sulla poesia di (e secondo) Iago

           [...]
La poesia, secondo Iago, deve arrivare, contagiare e sopra ogni altra cosa rimanere. Non crede al poeta costruito ma ai forti segnali che, se seguiti con coraggio, introducono in una dimensione di estrema sensibilità, come è successo a lui. La sua è una militanza giornaliera della pratica poetica, ogni giorno scrive poesie e lo fa di getto, istintivamente, senza correzioni. L’approccio con il foglio avviene quando la poesia è già stata pensata e vissuta e non esiste prevalenza di temi, perché a decidere è solo quello che lui giornalmente assorbe dal vivere. La poesia di Iago è frutto di quotidiana osservazione della vita, che ha però un preciso scopo ultra-quotidiano. 
L’ultima pubblicazione di Iago porta il titolo Anche le scimmie odiano Tarzan, 2016: una raccolta di poesie che ancora una volta mirano a scuotere le coscienze, perché oggi, nel nome di interessi di parte, di ritorni ideologici e di algoritmi politici, è venuta meno la Riconoscenza ed è così che il Tarzan eroe generoso vive unicamente nel sogno, mentre il Tarzan reale viene condannato dalle stesse animalità che aveva cercato di proteggere. 
Quando un poeta prende la parola deve scuotere, incidere, scarnificare, afferma Iago. 
In questo senso, l’uomo-poeta Iago si fa scienziato, medico: incide le pagine con il bisturi della Parola, dopo che il suo “vedere e sentire” (essenziale presupposto per scrivere versi) hanno scarnificato risvolti di realtà “non buoni, non belli”, moralmente deleteri. I suoi versi compatti, densi, incalzanti, schiaffeggianti operano squarci nella mente del lettore e mettono in vibrazione le corde del percepire emozionale. Non conoscono lo strumento della lamentazione o il tono da moralista, non dispensano formule o soluzioni. Il loro richiamo al vivere in consapevolezza porta le vesti di una grande umanità, dell’ironia, della rabbia, della tristezza, del presente. Sono pillole di poesia, consigliate per aumentare la lucidità di percezione, la consapevolezza, la resistenza, ma amare, come i farmaci efficaci. 

Iago: Il mio parere sull’uomo? Un piccolo essere capace di grandi cose, un simil-Tarzan che qualche volta urla e dice “io ci sono”.


Ivana Moser [da: La poesia di Iago vista da Ivana Moser, in http://beppe-costa.blogspot.it/search?q=iago]













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1 commento:

  1. Ho letto più volte le “amare” poesie di Iago. La scelta qui presentata non è certo l’unica possibile, ma in essa sono presenti in tutta la loro chiarissima drammaticità tanto le ragioni di questa poesia quanto le radici di una poetica che, pur facendosi metafora e simbolo di una realtà che vorrebbe irretire lo Spirito dei molti, coi suoi molteplici abbaglianti e illusori specchi, ci si mostra attraverso il poeta, nella sua nuda essenziale nudità: una Realitas troppo spesso asservita alle distruttive pseudo-ragioni di un Male che annienta e opprime, contro il quale il poeta non può che combattere quotidianamente la sua battaglia, senza illusioni certo, ma senza mai arrendersi, quale che sia l’esito della sua lotta. Una poesia che si propone al suo lettore come strumento conoscitivo di verità nascoste e taciute, come momento costante e durevole di autoconsapevolezza e di risveglio.
    Perché Cesare non abbia, né si arroghi ancora a lungo, alcun cesareo diritto sull’essere umano e sul mondo.
    A.C.

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