venerdì 16 gennaio 2015

SAMUEL BECKETT - POEMS FROM THE YEARS 1934-36 / POESIE DEGLI ANNI 1934-36 — post άλφα




Samuel Beckett e Alberto Giacometti, Parigi, Théâtre de l’Odéon, maggio 1961,
durante  l’allestimento scenografico di Aspettando Godot
(foto da: http://archiwatch.it/2013/05/21/forse/

[ Il solo elemento scenografico che Giacometti reputa necessario per questo Godot parigino è un albero stilizzato.
E così, per un’intera notte, lo scultore e Beckett lavorano insieme per portarlo a termine. A tal proposito, Giacometti riferisce:
«Per tutta una notte provammo a rendere l’albero di gesso più grande o più piccolo, con i rami più sottili.
Sembrava che non andasse mai bene, e a turno l’uno diceva all’altro: “forse”». ] 

Samuel Beckett, scrittore irlandese (Dublino 1906 - Parigi 1989). Uno degli autori più significativi del ‘teatro dell’assurdo’, fu tra gli scrittori esemplari del Novecento per il suo carattere rappresentativo di alcuni aspetti della coscienza moderna. Nel 1952 pubblicò l’opera drammatica che lo impose all’attenzione internazionale: En attendant Godot  (rappr. 1953). Nel 1969 gli venne assegnato il Premio Nobel per la letteratura.

VITA E OPERE

Compiuti gli studi al Trinity College di Dublino, nel 1928 divenne lettore d’inglese alla Scuola normale superiore di Parigi, dove fu amico di James Joyce, per ritornare nel 1930 al Trinity College come lettore di francese. Nel 1938 si trasferì definitivamente in Francia e dal 1945 cominciò a scrivere in francese. A un volume di racconti (More pricks than kicks, 1934) seguì il primo romanzo, Murphy (1938), in inglese, tradotto in francese da Beckett stesso (1947), che non ebbe alcuna risonanza, mentre viva impressione suscitarono Molloy (1951), scritto direttamente in francese, e più ancora le opere successive: Malone meurt (1951), L’innommable(1953), Nouvelles et textes pour rien (1955); contemporaneamente Beckett dava al teatro la già citata En attendant Godot, poi nel 1957 Fin de partie e Acte sans paroles, che lo ponevano subito tra i più discussi e noti autori drammatici del nostro tempo. In un contesto mitologico personalissimo, costruito su un ragionamento cartesiano che procede per esclusioni, Beckett traccia il quadro della inutilità e inevitabilità della sofferenza dell’uomo. I suoi paesaggi sono deserti in cui torreggiano le inezie; i suoi personaggi simboleggiano, in una qualche deformità fisica, la paralisi spirituale cui sono giunti. Non si muovono perché non ce n’è motivo alcuno e ogni desiderio che sorge viene immediatamente frustrato da una lucida consapevolezza. Non c’è itinerario psicologico in Beckett; tale era, tale rimane la sua voce angosciosa anche nelle altre opere narrative, tra cui ricordiamo: Comment c’est (1961), Imagination morteimaginez (1965), Watt (1953, tradotto in francese nel 1968), Mercier et Camier (1970, ma scritto nel 1946), Le dépeupleur (1970), First love (1973),Company (1980), e nelle altre opere teatrali tra cui ricordiamo: Tous ceux qui tombent (1957), Embers (1959), Krapp’s last tape (1959), Happy days (1961, traduz. fr. Oh! les beaux jours, 1963), Comédie et actes divers (1966), Breath and other short plays (1972), Not I (1973). Beckett è autore di opere di poesia e di saggi, nonché di commedie radiofoniche e del cortometraggio Film (1965). 

Per avere un’idea più precisa del profilo umano, affettivo, emotivo e psichico di Samuel Beckett ci pare opportuno citare qui parte di quanto dice di lui la biografia pubblicata sul sito < http://biografieonline.it/biografia.htm?BioID=120&biografia=Samuel+Beckett >: 

     «Samuel Beckett nasce [...] a Foxrock, un piccolo centro vicino a Dublino, dove trascorre un’infanzia tranquilla, non segnata da eventi particolari. Come tutti i ragazzi della sua età frequenta le scuole superiori ma ha la fortuna di accedere al Port Royal School, lo stesso istituto che ospitò qualche decennio [prima] Oscar Wilde. 
Il carattere di Samuel, però, si discosta nettamente da quello della media dei coetanei. Fin da adolescente, infatti, mostra i segni di un’interiorità esasperata, segnata da una ricerca ossessiva della solitudine, poi evidenziata così bene nel primo romanzo-capolavoro dello scrittore, l’allucinato “Murphy”. Non è da credere, ad ogni modo, che Beckett sia stato un pessimo studente: tutt’altro. Inoltre, contrariamente a quanto si possa pensare di un intellettuale (sebbene in erba), è molto portato per gli sport in genere, nei quali eccelle. Si dedica quindi intensivamente alla pratica sportiva, almeno negli anni del college ma, contemporaneamente, non trascura lo studio di Dante, che approfondisce ossessivamente fino a diventarne un vero esperto (cosa assai rara in area anglosassone). 
   
Samuel Beckett (a destra), resistente francese durante il secondo conflitto mondiale 
(foto da: http://ardentheatre.org/blog/?m=201301)
     Ma il profondo malessere interiore lo scava inesorabilmente e senza pietà. È ipersensibile e ipercritico, non solo verso gli altri, ma anche e soprattutto verso se stesso. Sono i segni riconoscibili di un disagio che lo accompagnerà per tutta la vita. Comincia ad isolarsi sempre di più, fino a condurre una vita da vero eremita, per quanto è possibile in una società moderna. Non esce, si chiude in casa e “snobba” completamente chi lo circonda. Probabilmente, si tratta di una sindrome che oggi chiameremmo, con linguaggio smaliziato e forgiato dalla psicoanalisi “depressione”. Questo male corrosivo lo costringe a letto giornate intere: spesso, infatti, non riesce ad alzarsi fino a pomeriggio inoltrato, tanto si sente minacciato e vulnerabile rispetto alla realtà esterna. Durante questo aspro periodo, il suo amore per la letteratura e per la poesia cresce sempre di più. 
     La prima svolta importante avviene nel 1928, quando decide di spostarsi a Parigi in seguito all’assegnazione di una borsa di studio da parte del Trinity College, dove studia francese e italiano. Il trasferimento ha subito effetti positivi: non passa molto tempo perché il ragazzo veda nella nuova città una sorta di sua seconda patria. Inoltre, comincia a interessarsi attivamente alla letteratura: frequenta i circoli letterari parigini dove conosce James Joyce, che gli fa da maestro. 
     Un altro approdo importante è la scoperta che, in qualche modo, l’esercizio della scrittura ha un effetto benefico sul suo stato, riuscendo a distrarlo dai pensieri ossessivi e fornendo un canale creativo in cui sfogare la sua sensibilità accesa, nonché la fervida immaginazione. In pochi anni, grazie ai ritmi intensi di lavoro a cui si sottopone, e soprattutto all’intuito sorvegliatissimo con cui tratta i testi, si afferma come importante scrittore emergente. Vince un premio letterario per un poema intitolato “Whoroscope”, incentrato sul tema della transitorietà della vita. Comincia contemporaneamente uno studio su Proust, autore amatissimo. La riflessione sullo scrittore francese (sfociata poi in un celebre saggio), lo illuminano circa la realtà della vita e dell’esistenza, giungendo alla conclusione che la routine e l’abitudine, “non sono che il cancro del tempo”. Un’improvvisa consapevolezza che gli permetterà di imprimere una svolta decisiva alla sua vita. 
     Infatti, colmo di rinnovato entusiasmo, comincia a viaggiare senza meta per l’Europa, attirato da paesi come la Francia, l’Inghilterra e la Germania, senza trascurare un tour completo della sua terra, l’Irlanda. La vita, il risveglio dei sensi sembrano travolgerlo in pieno: beve, frequenta prostitute e conduce una vita di eccessi e dissolutezze. Si tratta per lui di materia che pulsa, incandescente, flusso energetico che gli permette di comporre poesie ma anche storie brevi. Dopo questo lungo peregrinare, nel 1937 decide di trasferirsi definitivamente a Parigi. 
     Qui conosce Suzanne Dechevaux-Dumesnil, una donna di diversi anni più vecchia che diventa la sua amante e solo svariati anni più tardi la moglie. Parallelamente agli sconvolgimenti più o meno transitori che contrassegnano la sua vita privata, non mancano quelli generati dalla macchina della Storia, che poco si cura degli individui. Scoppia dunque la seconda guerra mondiale e Beckett opta per l’interventismo, prendendo attivamente parte al conflitto e offrendosi come esperto traduttore per le frange della resistenza. Presto, però, è costretto ad allontanarsi per evitare il pericolo che incombe sulla città e si trasferisce in campagna con Suzanne. Qui lavora come agricoltore e per breve tempo in un ospedale, infine torna a Parigi nel 45, finita la guerra, dove trova ad attenderlo consistenti difficoltà economiche [...]». 

Samuel Beckett verso il 1920 
(foto: http://www.gabrielefrasca.it/25-samuel-beckett-murphy/


Nota per il lettore: 
i versi di seguito pubblicati sono tratti da: 
SAMUEL BECKETT - LE POESIE
cura e traduzione di Gabriele Frasca
Einaudi, Torino 1999. 




Gnome 

Spend the years of learning squandering
Courage for the years of wandering
Through a world politely turning
From the loutishness of learning 



Gnomo 

Passano gli anni dell’apprendimento
A dissipare il coraggio per gli anni
In cui vagabondare dentro un mondo
Che con garbo si libera ruotando
Da ogni grossolano apprendimento 



Home Olga 

J might be made sit up for a jade of hope (and exile, don’t you know)
And Jesus and Jesuits juggernauted in the haemorrhoidal isle,
Modo et forma anal maiden, giggling to death in stomacho.
E for an erythrite of love and silence and the sweet noo style,
Swoops and loops of love and silence in the eye of the sun and the view of the mew,
Juvante Jah and a Jain or two and the tip of a friendly yiddophile.
O for an opal of faith and cunning winking adieu, adieu, adieu.
Yesterday shall be tomorrow, riddle me that my rapparee.
Che sarà sarà che fu, there’s more than Homer knows how to spew,
Exempli gratia: ecce himself and the pickthank agnus  - e.o.o.e. 



Home Olga 

J potrebbe essere allertato da una bagascia di speranza (ed esilio, sai)
A molocchare rimarrebbero Gesù e i Gesuiti nell’isola emorroidale,
Modo et forma vergine anale, ridacchiando a morte nello stomacho.
E sta per eritrite d’amore e silenzio e dolce stil nonovo,
Scorribande e intrecci d’amore e silenzio nell’occhio del sole e vista di gabbiano,
Juvante Jah e uno o due jaini e la soffiata d’un amichevole yiddofilo.
O invece per un opale di fede e maestria palpitante adieu, adieu, adieu.
Yeri sarà domani, risolvimi questa stoccata e fiuta.
Che sarà sarà che fu, c’è più di quanto Omero abbia saputo vomitare,
Exempli gratia: ecce lui proprio e l’acchiappagrazie agnus… e.o.o.e.


da: «Oroscopata e altri versi d’occasione»  



The Vulture 

dragging his hunger through the sky
of my skull shell of sky and earth

stooping to the prone who must
soon take up their life and walk

mocked by a tissue that may not serve
till hunger earth and sky be offal 



L’avvoltoio 

Trascinando la fame lungo il cielo
del mio cranio che serra cielo e terra

piombando su quei proni che dovranno
presto riprendersi la vita e andare

irriso da un inutile tessuto
se fame terra e cielo sono resti 



Enueg II 

world world world world
and the face grave
cloud against the evening

de morituris nihil nisi

and the face crumbling shyly
too late to darken the sky
blushing away into the evening
shuddering away like a gaffe

veronica mundi
veronica munda
give us a wipe for the love of Jesus

sweating like Judas
tired of dying
tired of policemen
feet in marmalade
perspiring profusely
heart in marmalade
smoke more fruit
the old heart the old heart
breaking outside congress
doch I assure thee
lying on O’Connell Bridge
goggling at the tulips of the evening
the green tulips
shining round the corner like an anthrax
shining on Guinness’s barges

the overtone the face
too late to brighten the sky
doch doch I assure thee 



Enueg II 

mondo mondo mondo mondo
e il volto austera
nuvola sullo sfondo della sera

de morituris nihil nisi

e il volto a sgretolarsi timido
troppo tardi per tenebrare il cielo
che arrossa nella sera
come una gaffe rabbrividendo via

veronica mundi
veronica munda
da’ noi una pulitina per amor di Gesù

sudando come Giuda
stanco di morire
stanco dei poliziotti
coi piedi in marmellata
copiosamente a traspirare
col cuore in marmellata
fumo addizionato al frutto
col vecchio cuore il vecchio cuore
che prorompe fuori congresso
doch ti rassicuro
sdraiato sull’O’Connell Bridge
a sgranare gli occhi sui tulipani della sera
sui verdi tulipani
che splendono dietro l’angolo come un antrace
che splenda sulle chiatte della Guinness

in sovratono il volto
troppo tardi per rischiarare il cielo
doch doch ti rassicuro 



Alba 

before morning you shall be here
and Dante and the Logos and all strata and mysteries
and the branded moon
beyond the white plane of music
that you shall establish here before morning

   grave suave singing silk
   stoop to the black firmament of areca
   rain on the bamboos flowers of smoke alley of willows

who though you stoop with fingers of compassion
to endorse the dust
shall not add to your bounty
whose beauty shall be a sheet before me
a statement of itself drawn across the tempest of emblems
so that there is no sun and no unveiling
and no host
only I and then the sheet
and bulk dead 



Alba 

prima che giunga il giorno sarai qui
con Dante e il Logos e tutti i cieli e i misteri
e la luna maculata
al di là della candida superficie di musica
che qui enuncerai prima del giorno

   grave soave cantabile seta
   chìnati sull’oscuro firmamento di areche
   effondi sui bambù fiore di fumo filari di salici

chi mai se anche ti chini con dita di pietà
a sottoscrivere la polvere
non vorrà aggiungere alla tua elargizione
il cui splendore sarà un foglio dinanzi a me
un resoconto della stessa emesso da oltre la tempesta di emblemi
così che non ci sarà sole e né disvelamento
né alcuna schiera
soltanto io e quindi il foglio
e massa inerte 



Dortmunder 

In the magic the Homer dusk
past the red spire of sanctuary
I null she royal hulk
hasten to the violet lamp to the thin K’in music of the bawd.
She stands before me in the bright stall
sustaining the jade splinters
the scarred signaculum of purity quiet
the eyes the eyes black till the plagal east
shall resolve the long night phrase.
Then, as a scroll, folded,
and the glory of her dissolution enlarged
in me, Habbakuk, mard of all sinners.
Schopenhauer is dead, the bawd
puts her lute away. 



Dortmunder 

Nel fantastico omerico imbrunire
oltre la rossa guglia del santuario
io nullo lei maestoso rottame
ci affrettiamo verso la lanterna viola la fievole musica K’in della maitresse.
Mi sta dinanzi erta nel chiosco illuminato
sorreggendo schegge di giada
signacolo sfregiato di segreta purezza
gli occhi gli occhi neri fin tanto che il plagale oriente
risolverà la prolungata frase della notte.
Allora si richiuse come un rotolo,
e la gloria s’ampliò del suo dissolvimento
in me, Abacucco, sterco di tutti i peccatori.
Schopenhauer è morto, la maitresse 
mette via il suo liuto. 



Serena III 

fix this pothook of beauty on this palette
you never know it might be final

or leave her she is paradise and then

plush hymens on your eyeballs

or on Butt Bridge blush for shame

the mixed declension of those mammae
cock up thy moon thine and thine only
up up up to the scar of evening
swoon upon the little purple
house of prayer
something heart of Mary
the Bull and Pool Beg that will never meet
not in this world

whereas dart away through the cavorting scapes

bucket o’er Victoria Bridge that’s the idea
slow down slink down the Rindsend Road
Irishtown Sandymount puzzle find the Hell Fire
the Merrion Flats scored with a thrillion sigmas
Jesus Christ Son of God Savior His Finger
girls taken strippin that’s the idea
on the Bootersgrad breakwind and water
the tide making the dun gulls in a panic
the sands quicken in your hot heart
hide yourself not in the Rock keep on the move
keep on the move 



Serena III 

imprimi questo schizzo di bellezza su questa tavolozza
potrebbe chi può dirlo essere l’ultimo

o lascia lei che è il paradiso e poi

felpa imeni suoi tuoi bulbi oculari

oppure sul Butt Bridge arrossa di vergogna

il diverso declinare di quelle mammelle
drizza in su la tua luna tua e soltanto tua
su su fino alla stella della sera
vieni meno sopra l’arcigasometro
lì sull’incarnato nuovo fiammante di Misery Hill
vieni meno sulla piccola porpora
casa delle preghiere
qualcosa come il cuore di Maria
sul Bull e il Pool Beg che mai si incontreranno
almeno in questo mondo

da poi che sfrecci via fra l’impennarsi degli steli 

sbriglia sul Victoria Bridge ecco una buona idea
rallenta sguscia giù per Ringsend Road
Irishtown Sandymount esita incerto trova il Fuoco d’Inferno
gli appartamenti Merrion siglati da un trilione di sigma
il Dito di Gesù Cristo Redentore Figlio di Dio
ragazze riprese a spogliarsi ecco una buona idea
sul frangivento e flutti di Bootersgrad
la marea che monta i grigi gabbiani nel panico
accelerano i granelli di sabbia nel rovente tuo cuore
nasconditi ma non nella Rocca e resta in azione 
resta in azione 



Malacoda 

thrice he cam
the undertaker’s man
impassible behind his scrutal bowler
to measure
is he not paid to measure
this incorruptible in the vestibule
this malebranca knee deep in the lilies
Malacoda knee-deep in the lilies
Malacoda for all the expert awe
that felts his perineum mutes his signal
sighing up through the heavy air
must it be it must be it must be
find the weeds engage them in the garden
hear she may see she need not

to coffin

with assistant ungulata
find the weeds engage their attention
hear she must see she need not

to cover

to be sure cover cover all over
your targe allow me hold your sulphur
divine dogday glass set fair 
stay Scarmilion stay stay
lay this Huysum on the box
mind the imago it is he
hear she must see she must
all aboard all souls
half-mast aye aye

nay 




Malacoda 

venne tre volte
l’addetto alle pompe funebri
impassibile nella sua corazzata bombetta
a misurare
non è forse per questo che lo pagano
questo incorruttibile nel vestibolo
questo malebranca coi gigli fino alle ginocchia
Malacoda coi gigli alle ginocchia
Malacoda malgrado l’esperto sgomento
che feltra il suo perineo mette sordina al cenno
sospirando su per  l’aere cupo
dev’essere? deve essere deve essere
si procuri le gramaglie li attiri in giardino
badi a lei che può vedere non deve

a porre nella bara

con altri ungulati assistenti
si procuri le gramaglie attiri la loro attenzione
badi a lei che può vedere non deve 

a mettere il coperchio
ma certo copra ricopra per bene
il suo scudo ma la prego trattenga il suo sulfureo
canicolare splendido sereno 
e posa Scarmiglione posa posa
adagi questo Huysum sulla cassa
attento all’imago che è lui
badi a lei che può vedere che deve
a bordo tutte l’anime
a mezz’asta maisì maisì

mainò 




Da Tagte Es 

redeem the surrogate goodbyes
the sheet astream in your hand
who have no more for the land
and the glass unmisted above your eyes 



Da Tagte Es 

a questi surrogati addii adempia
il foglio rifluente nella mano
che nulla abbia di più per questo piano
e sui tuoi occhi lo specchio che snebbia 



Echo’s Bones 

asylum under my tread all this day
their muffled revels as the flesh falls
breaking without fear or favor wind
the gantelope of sense and nonsense run
taken by the maggots for what they are 



Ossa d’Eco 

dentro la mia andatura rifugio tutto il giorno
con gazzarre smorzate se la carne decade
senza tema erompendo o favore di vento
vada il guanto di sfida del senso e del non senso
preso dalle sue fisime per quello che mai sono 


da: «Ossa d’Eco»



Cascando 

1

why not merely the despaired of

occasion of
wordshed

is it not better abort than be barren


the hours after you are gone are so leaden

they will always start dragging too soon
the grapples clawing blindly the bed of want
bringing up the bones the old loves
sockets filled once with eyes like yours
all always is it better too soon than never
the black want splashing their faces
saying again nine days never floated the loved
nor nine months
nor nine lives

2


saying again

if you do not teach me I shall not learn
saying again there is a last
even of last times
last times of begging
last times of loving
of knowing not knowing pretending
a last even of last times of saying
if you do not love me I shall not be loved
if I do not love you I shall not love

the churn of stale words in the heart again

love love love thud of the old plunger
pestling the unalterable
whey of words

terrified again

of not loving
of loving and not you
of being loved and not by you
of knowing not knowing pretending
pretending

I and all the others that will love you

if they love you

3


unless they love you 




Cascando 

1

perché non meramente l’occasione

senza speranze di stillare
parole

meglio non è abortire che essere sterili


plumbee dopo che tu vai via le ore

cominceranno sempre troppo presto
uncinando alla cieca
a dragare il letto del desiderio
recuperando le ossa i vecchi amori
orbite un tempo riempite di occhi come i tuoi
forse che tutto è sempre meglio troppo presto che mai
coi volti bruttati dal nero desiderio
nuovamente dicendo in nove giorni mai riemerse l’amato
né in nove mesi
né in nove vite

2


nuovamente dicendo

se non m’insegni non imparerò
nuovamente dicendo ecco vi è un’ultima
volta persino per le ultime volte
ultime volte per mendicare
ultime volte per amare
per sapere di non sapere fingere
un’ultima anche per le ultime volte 
di dire se non m’ami
non sarò amato se non amo te
non amerò

la zangola di parole stantie nuovamente nel cuore

amore amore amore 
tonfo del vecchio pistone a pestare
l’inalterabile
siero di parole

nuovamente atterrito

di non amare
di amare e non te
di essere amato e non da te
di sapere di non sapere fingere
fingere

io e tutti quegli altri che ti ameranno

se ti amano 

3

sempre che ti amino 


da: «Cascando e altre poesie in inglese» 



 ***
  
        { Date e luoghi di prima pubblicazione di queste poesie e della raccolta Ossa d’eco:
Gnome, in «Dublin Magazine», IX (1934). [Notiamo, fin dal titolo di questa poesia, le vaste implicazioni di significato derivanti dalla parola latina “Gnosis”, da cui “Gnome” etimologicamente proviene].
Home Olga, in «Contempo», XIII (1934). [Notiamo che la poesia è scritta in forma di acrostico sul nome di James Joyce].
Echo’s Bones and Other Precipitates, Europa Press, Paris 1935. 
Cascando (poesia), in «Dublin Magazine», XI (1936).  

***




Copertina del libro di James Knowlson   “Samuel Beckett. Una vita”,
a cura di Gabriele Frasca, traduzione di Giancarlo Alfano,
Einaudi, torino 2001

HANNO DETTO DI LUI:

<< Pochi altri artisti del Novecento hanno commisurato al pari di Samuel Beckett la propria vita con quell’«impresa di salute» (avrebbe detto Gilles Deleuze) in cui si riverbera, fra elezioni etiche e pratiche quotidiane, il lavorio estetico. E pochi, pochissimi, hanno saputo spaziare, con lo stesso impasto di discrezione e tenacia che ha sorretto la sua opera, fra lingue, forme, generi e media diversi, finendo con l’incrociare clausole verbali e parlati radiofonici, soggettive cinematografiche e sintassi romanzesche, battute teatrali e coreografie televisive, in un unico, pervasivo, plurivoco mezzo espressivo, capace di reagire come un organismo vivo alle tensioni e ai traumi di un’epoca attraversata dai più affascinanti processi innovativi, e dai più orribili «incubi» della storia.
Questa biografia critica di James Knowlson, l’unica «autorizzata» dallo stesso Beckett, occorre dunque non solo a restituirci in tutte le sue sfaccettature la personalità dell’autore irlandese, ma anche ad illuminare, con la caparbietà di una «microstoria», l’ampio arco di Novecento descritto dalla sua «febbrile» attività. I rimandi continui e puntuali alle opere, il ricorso alla vivacità della corrispondenza privata e l’utilizzo di una considerevole quantità di documenti e diari precedentemente sconosciuti di grandissimo interesse, se da un lato fanno del lavoro di Knowlson uno strumento indispensabile per entrare nell’officina beckettiana, dall’altro consegnano al lettore l’intenso e appassionato «racconto» di una vita, con tutto il suo corredo di affetti, scelte difficili, impegni perentori. Dal paradosso di un autore ossessivamente geloso della propria vita privata ma comunque «condannato alla celebrità», emerge dunque l’immagine di un intellettuale capace di mettere costantemente in questione i propri stessi risultati, e generoso come pochi nell’adeguare la propria esistenza all’intima eticità dei processi creativi. >>
Gabriele Frasca










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