domenica 14 dicembre 2014

Else Lasker-Schüler - Zehn Gedichte / Dieci poesie








Else Lasker-Schüler, all’anagrafe Elisabeth Schüler (Elberfeld, 1869 – Gerusalemme, 1945), poetessa tedesca, considerata da Schalom Ben-Chorin la più grande che l’ebraismo abbia mai saputo esprimere; o secondo Karl Kraus «il più forte e impervio fenomeno lirico della Germania moderna». O ancora, per Gottfried Benn, la più grande che la Germania abbia mai avuto.

Ultima di sei fratelli, Else Schüler nacque nel 1869 a Elberfeld, in Vestfalia, dal banchiere Aaron Schüler e da Jeanette Kissing, che fu una delle figure centrali nella sua poesia. Else crebbe come bambina prodigio all’interno della famiglia: a quattro anni sapeva già leggere e scrivere. Dal 1880 frequentò il Liceo West an der Aue. Nel 1894 morì il fratello Paul, cui era molto legata, nel 1890 la madre e nel 1897 il padre. La morte della madre significò per lei «la cacciata dal paradiso terrestre».

Dopo aver lasciato la scuola e aver preso lezioni private in casa dei genitori, nel 1894 sposò il medico Jonathan Berthold Lasker, fratello maggiore del campione mondiale di scacchi Emanuel, e si trasferì a Berlino nel 1895, dove rimase fino al 1933. Qui iniziò la sua formazione come disegnatrice e pubblicò nel 1899 le prime poesie sulla rivista Die Geseleschaft. Durante gli anni berlinesi fu una delle principali animatrici dei “tavoli” letterari tenuti al Café des Westens. Il 24 agosto 1899 nacque il figlio Paul. La prima raccolta di poesie, Styx, venne pubblicata nel 1902.

L’11 aprile del 1903 divorziò da Berthold Lasker per sposare, il 30 novembre dello stesso anno, lo scrittore Georg Lewin, che a lei deve il suo pseudonimo di Herwarth Walden. Separatasi anche da Lewin nel 1910, nel 1912 ottenne il divorzio. Senza un reddito proprio, visse grazie all’appoggio di amici, in particolar modo Karl Kraus. Nel 1912 incontrò Gottfried Benn. Tra i due si sviluppò una profonda relazione, e lei gli dedicò numerose poesie d’amore.

Nel 1906, dopo la morte del suo carissimo amico Peter Hille, comparve la prima opera in prosa, Das Peter-Hille-Buch. Nel 1909 pubblicò il testo teatrale Die Wupper, che venne messo in scena solo nel 1919 a Berlino. Con la raccolta di poesie Meine Wunder (e in particolare con la poesia Ein alter Tibetteppich) Else Schüler divenne nel 1911 una delle principali esponenti dell’espressionismo.

Nel 1927 morì di tubercolosi il figlio Paul e iniziò per lei una profonda crisi. Vinto nel 1932 il premio Kleist, il 19 aprile 1933 emigrò a Zurigo in seguito a minacce e violenti attacchi da parte del partito nazista. A Zurigo, tuttavia, le venne vietato di pubblicare. Compì due viaggi in Palestina, nel 1934 e nel 1937. Nel 1938 le fu revocata la cittadinanza tedesca. Nel 1939 compì il terzo viaggio in Palestina. A causa dello scoppio della guerra non le fu possibile tornare in Svizzera. Nel 1944 si ammalò gravemente, e in seguito a un attacco di cuore avuto il 16 gennaio 1945, il 22 gennaio Else Lasker-Schüler morì e fu sepolta sul Monte degli Ulivi a Gerusalemme.

Opere
 Else Lasker-Schüler ha lasciato un cospicuo numero di opere poetiche, tre testi teatrali, alcuni racconti, schizzi nonché numerose lettere e disegni. In vita, le sue poesie comparvero sia in numerosi giornali e periodici, tra cui quello del suo secondo marito, Der Sturm e quello di Karl Kraus Die Fackel, sia in alcuni volumi curati e talvolta illustrati da lei stessa, tra cui

·      Styx (1902)
·      Der siebente Tag (1905)
·      Meine Wunder (1911)
·      Hebräische Balladen (1913)
·      Gesammelte Gedichte (1917)
·      Mein blaues Klavier (1943)

Else Lasker-Schüler si dedicò molto alla poesia amorosa, che occupa uno spazio centrale nella sua produzione lirica; si trovano inoltre molte poesie dal profondo carattere spirituale: le opere tarde in particolare sono dense di riferimenti biblici e orientali. Pur ostentando una certa libertà formale, le sue poesie sono lavori di grande ricerca formale e concentrazione interiore, ove ricorrono frequenti neologismi.

Nella sua pièce teatrale Artur Aronymus (1933) Else Lasker-Schüler tratta apertamente e lucidamente delle persecuzioni antisemite e l’opera venne prima censurata dal regime e poi cancellata dai programmi teatrali. I riferimenti alla contemporanea situazione politica si fanno ancor più espliciti nella sua ultima opera teatrale, Ichundich (ioeio), a cui lavorò fino ai suoi ultimi giorni a Gerusalemme. In quest’opera emerge una complessa continuazione del Faust di Goethe, in cui Faust e Mefisto osservano dall’inferno Hitler conquistare il mondo pezzo dopo pezzo. In seguito a tali fatti spaventosi perfino Mefisto deve ammettere che il male non può essere approvato e con Faust invoca il perdono divino; entrambi vengono assunti in cielo mentre il Terzo Reich sprofonda in un mare di fiamme.

Film
·      Ich räume auf (“Io sistemo le cose”) Germania 1979. L’attrice tedesca Gisela Stein nella parte di Else Lasker-Schüler che si lamenta con i suoi editori. Produzione: WDR Cologna, direttore: Georg Brintrup
Bibliografia
·       Else Lasker-Schüler, Poesie, a cura di Giuliano Baioni, Milano, Nuova Accademia, 1963
·      Ladislao Mittner, Storia delle letteratura tedesca, III, 2, Torino, Einaudi, 1971, pp. 1219-1223
·      Else Lasker-Schüler, Ballate ebraiche e altre poesie, introduzione, traduzione e note di Maura Del Serra, Firenze, Giuntina, 1985, pp. 179; II ed., ivi 1995, con nuova introduzione ed alcune variazioni testuali e bibliografiche.
·      Else Lasker-Schüler, Il mio cuore e altri scritti, traduzione e nota critica di Margherita Gigliotti e Enrica Pedotti, Giunti, 1990
·      Franz Marc, Else Lasker-Schüler, Lettere al Cavaliere azzurro, a cura di Peter-Klaus Schuster; traduzione di Giuliano Baioni e Paolo Scibelli, Einaudi, 1991
·      Else Lasker-Schüler, La terra degli ebrei, a cura di Margherita Gigliotti, traduzione di Margherita Gigliotti e Enrica Pedotti, Giuntina, 1993
·      Else Lasker-Schüler, Caro Cavaliere Azzurro (Lettere a Franz Marc), traduzione e nota di Maura Del Serra, Pistoia, Via del Vento edizioni, 1995
·      Else Lasker-Schüler, La gatta rossa, cura e traduzione di Marina D’Attanasio, Sellerio, 1994
·      Virginia Verrienti, Poesia della nostalgia. Else Lasker-Schüler tra Zurigo e Gerusalemme, Roma, Artemide Editrice, 2005
·      Giuliana Bagnasco, Sulla porta del cielo. Metafora e sogno nella poesia di Else Lasker-Schüler, Gli Spigolatori edizioni, 2009
·      Valentina Di Rosa, Fra Gerusalemme e Tebe. L’ebraismo utopico di Else Lasker-Schüler, La scuola di Pitagora editrice, 2011
·      Else Lasker-Schüler, Concerto e altre prose sull’infanzia, a cura di Claudia Ciardi, traduzione di Claudia Ciardi e Katharina Majer, Pistoia, Via del Vento edizioni, 2014.

Nota bio-biblio-filmografica tratta e adattata da Wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/Else_Lasker-Sch%C3%BCler


AVVERTENZA:
I testi qui presentati sono tratti dal libro
Else Lasker-Schüler, Ballate ebraiche e altre poesie
introduzione, traduzione e note di Maura Del Serra, Firenze, Giuntina, 1985

N.B.: Fa eccezione il testo originale in tedesco della poesia Weltflucht, che abbiamo qui proposto nella redazione pubblicata in:  Gesammelte Werke in vier Bänden. Lyrik, Prosa, Schauspiele: Band 1: Die Gedichte 1902-1943 (suhrkamp taschenbuch), Surkamp Verlag, Berlin, 1997.







Versöhnung 



Es wird ein großer Stern in meinen Schoß fallen... 
Wir wollen wachen die Nacht, 

In den Sprachen beten 
Die wie Harfen eingeschnitten sind. 

Wir wollen uns versöhnen die Nacht – 
So viel Gott strömt über. 

Kinder sind unsere Herzen, 
Die möchten ruhen müdesüß. 

Und unsere Lippen wollen sich küssen, 
Was zagst du? 

Grenzt nicht mein Herz an deins – 
Immer färbt dein Blut meine Wangen rot. 

Wir wollen uns versöhnen die Nacht, 
Wenn wir uns herzen, sterben wir nicht. 

Es wird ein großer Stern in meinen Schoß fallen. 





Conciliazione 



Cadrà una grande stella nel mio grembo... 
Vogliamo vegliare la notte, 

Pregare nelle lingue 
intagliate come arpe. 

Vogliamo conciliarci la notte, 
tanto trabocca Dio. 

Son bimbi i cuori nostri, 
che vorrebbero dolci di stanchezza posare. 

E vogliono baciarsi 
le nostre labbra – di che cosa temi? 

non confina il mio cuore 
col tuo – sempre il tuo sangue mi colora 
le guance in rosso 

Vogliamo conciliarci la notte, 
se ci abbracciamo non moriamo. 

Cadrà una grande stella nel mio grembo. 





Pharao und Joseph 



Pharao verstößt seine blühenden Weiber, 
Sie duften nach den Gärten Amons. 

Sein Königskopf ruht auf meiner Schulter, 
Die strömt Korngeruch aus. 

Pharao ist von Gold. 
Seine Augen gehen und kommen 
Wie schillernde Nilwellen. 

Sein Herz aber liegt in meinem Blut; 
Zehn Wölfe gingen an meine Tränke. 

Immer denkt Pharao 
An meine Brüder, 
Die mich in die Grube warfen. 

Säulen werden im Schlaf seine Arme 
Und drohen! 

Aber sein träumerisch Herz
Rauscht auf meinem Grund. 

Darum dichten meine Lippen 
Große Süßigkeiten, 
Im Weizen unseres Morgens. 





Faraone e Giuseppe 



Ripudia Faraone
le sue donne fiorite, profumate 
dei giardini di Amon. 

Riposa la sua testa 
regale 
sulla mia spalla che odora di grano. 

È d’oro Faraone.
Il moto dei suoi occhi è come quello 
delle cangianti onde del Nilo – ma 

nel mio sangue è il suo cuore;
al mio abbeveratoio 
andaron dieci lupi. 

Ai miei fratelli
che mi gettaron nella fossa, 
Faraone pensa sempre. 

Le sue braccia diventano nel sonno 
minacciose colonne! 

Ma il suo cuore 
sognatore bruisce sul mio fondo. 

Perciò grandi dolcezze 
il mio labbro va poetando nel frumento del nostro 
mattino. 



aus «Hebräische Balladen» / da «Ballate ebraiche» 





Weltflucht 



Ich will ins Grenzenlose 
zu mir zurück, 
schon blüht die Herbstzeitlose 
meiner Seele, 
vielleicht – ist’s schon zu spät 
zurück! 
O, ich sterbe unter Euch! 
Da ihr mich erstickt mit Euch. 
Fäden möchte ich um mich ziehn – 
Wirrwarr endend! 
Beirrend, 
Euch verwirrend, 
Um zu entfliehn 
Meinwärts! 





Fuga dal mondo 



Io nell’immenso voglio 
tornare a me, 
già mi fiorisce il colchico autunnale dell’anima, 
forse è già troppo tardi per tornare. 
Oh, fra di voi io muoio! 
perché voi mi asfissiate di voi stessi. 
Vorrei tirare fili intorno a me 
per metter fine alla babele! 
fuorviarvi, 
confondervi, 
per fuggire 
verso di me! 





Abend 



Es riß mein Lachen sich aus mir, 
Mein Lachen mit den Kinderaugen, 
Mein junges, springendes Lachen 
Singt Tag der dunklen Nacht vor deiner Tür. 

Es kehrte aus mir ein in dir 
Zur Luft dein Trübstes zu entfachen – 
Nur lächelt es wie Greisenlachen 
Und leidet Jugendnot. 





Sera 



Si strappò da me il mio riso, 
il mio riso dagli occhi di bambino – 
il mio giovane riso zampillante 
dinanzi alla tua porta canta tempo di notte oscura. 

Da me partito prese stanza in te 
per accenderti a gioia la più grande tristezza; 
ora ride d’un riso di vegliardo 
e soffre, povero di giovinezza. 





Dasein 



Hatte wogendes Nachthaar, 
Liegt lange schon wo begraben. 
Hatte zwei Augen wie Bäche klar, 
Bevor die Trübsal mein Gast war, 
Hatte Hände muschelrotweiss, 
Aber die Arbeit verzehrte ihr Weiss. 
Und einmal kommt der Letzte, 
Der senkt den unabänderlichen Blick 
Nach meines Leibes Vergänglichkeit 
Und wirft von mir alles Sterben. 
Und es atmet meine Seele auf 
Und trinkt das Ewige... 





Esistenza 



Ebbi notturna chioma fluttuante – 
da lungo tempo giace sepolta. 
Come ruscelli chiari gli occhi – prima 
che la tristezza fosse ospite mia – 
le mani biancorosse di conchiglia, 
però il lavoro ne consunse il bianco. 
E un giorno viene l’ultimo, 
che china il cupo sguardo 
sul mio corpo fugace 
e mi libera dalla morte – tutta. 
L’anima mia respira di sollievo – 
beve l’eterno. 





Weltschmerz 



Ich, der brennende Wüstenwind, 
Erkaltete und nahm Gestalt an. 

Wo ist die Sonne, die mich auflösen kann, 
Oder der Blitz, der mich zerschmettern kann!

Blick nun: ein steinernes Sphinxhaupt, 
Zürnend zu allen Himmeln auf. 





Dolore cosmico 



Io, il bruciante vento del deserto, 
mi raffreddai e presi forma. 

Dov’è il sole, che possa liquefarmi, 
od il lampo che possa frantumarmi! 

Irosamente ora guardo, petrosa 
testa di Sfinge, verso tutti i cieli. 


aus «Stix» / da «Stige» 





Giselheer dem Heiden 



Ich weine – 
Meine Träume fallen in die Welt. 

In meine Dunkelheit 
Wagt sich kein Hirte. 

Meine Augen zeigen nicht den Weg 
Wie die Sterne. 

Immer bettle ich vor deine Seele; 
Weißt du das? 

Wär ich doch blind – 
Dächte dann, ich läg in deinem Leib. 

Alle Blüten täte ich 
Zu deinem Blut. 

Ich bin viel reich, 
Niemandwer kann mich pflücken; 

Oder meine Gaben tragen 
Heim. 

Ich will dich ganz zart mich lehren, 
Schon weißt du mich zu nennen. 

Sieh meine Farben, 
Schwarz und stern 

Und mag den kühlen Tag nicht, 
Der hat ein Glasauge. 

Alles is tot, 
Nur du und ich nicht. 





Al pagano Giselheer 



Piango – i miei sogni cadono nel mondo. 

Nelle mie tenebre nessun pastore 
osa entrare. 

I miei occhi non mostrano la via 
come le stelle. 

Sempre vo mendicando 
davanti alla tua anima – lo sai? 

Almeno fossi cieca – 
allora penserei 
d’essere nel tuo corpo. 

Verserei tutti i fiori nel tuo sangue. 

Molto ricca son io, 
né chiunque può cogliermi 


portarsi via i miei doni. 

Con ogni tenerezza 
voglio insegnarmi a te; 
già sai dire il mio nome. 

Guardali i miei colori, nero e stella 
e non amare 
il freddo giorno che ha l’occhio di vetro. 

Tutto è morto 
io e te soli vivi





Nur dich 



Der Himmel trägt im Wolkengürtel 
Den gebogenen Mond. 

Unter dem Sichelbild 
Will ich in deiner Hand ruhn. 

Immer muß ich wie der Sturm will, 
Bin ein Meer ohne Strand. 

Aber seit du meine Muscheln suchst, 
Leuchtet mein Herz. 

Das liegt auf meinem Grund 
Verzaubert. 

Vielleicht ist mein Herz die Welt, 
Pocht – 

Und sucht nur noch dich – 
Wie soll ich dich rufen? 





Te solo 



In una cinta di nuvole il cielo 
porta la curva luna. 

Sotto l’icona-falce 
nella tua mano voglio riposare. 

Il mio volere dev’essere sempre 
quello della tempesta – sono un mare 
senza riva. 
                  Pure dacché tu cerchi 
le mie conchiglie, il cuore mi risplende. 

Giace 
sul mio fondo incantato. 

                                     Forse è il mondo il mio cuore, 
bussa – 

                 E te solo ormai cerca – 
Come devo chiamarti? 


aus «Gottfried Benn» / da «Gottfried Benn» 





Georg Trakl 



Seine Augen standen ganz fern. 
Er war als Knabe einmal schon im Himmel. 

Darum kamen seine Worte hervor 
Auf blauen und weißen Wolken. 

Wir stritten über Religion, 
Aber immer wie zwei Spielgefährten, 

Und bereiteten Gott von Mund zu Mund. 
Im Anfang war das Wort. 

Des Dichters Herz, eine feste Burg, 
Seine Gedichte: Singende Thesen. 

Er war wohl Martin Luther. 

Seine dreifaltige Seele trug er in der Hand, 
Als er in den heiligen Krieg zog. 

– Dann wußte ich, er war gestorben – 

Sein Schatten weilte unbegreiflich 
Auf dem Abend meines Zimmers. 





Georg Trakl 



Erano lontanissimi i suoi occhi. 
Da fanciullo già fu una volta in cielo. 

Uscivano perciò le sue parole 
da nubi azzurre e bianche. 

Bisticciavamo 
di religione, sempre però come 
due compagni di giochi. 

Da bocca a bocca creavamo Dio 
In principio era il verbo. 

Una fortezza il cuore del poeta, 
tesi cantanti le sue poesie. 

Forse 
era Martin Lutero. 

L’anima triplice portava in mano, 
quando partì per la guerra santa.

– Poi seppi che era morto – 

La sua ombra indugiava incomprensibile 
sulla sera della mia stanza. 


aus «Hans Adalbert von Maltzahn» / da «Hans Adalbert von Maltzahn»  






Abschied 



Der Regen säuberte die steile Häuserwand. 
Ich schreibe auf den weißen, steinernen Bogen 
Und fühle sanft erstarken meine müde Hand 
Von Liebesversen, die mich immer süß betrogen. 

Ich wache in der Nacht stürmisch auf hohen Meereswogen! 
Vielleicht entglitt ich meines Engels liebevoller Hand, 
Ich hab die Welt, die Welt hat m i c h betrogen, 
Ich grub den Leichnam zu den Muscheln in den Sand. 

Wir blicken all zu einem Himmel auf, mißgönnen uns das Land? – 
Warum hat Gott im Osten wetterleuchtend sich verzogen, 
Vom Ebenbilde seines Menschen übermannt. 

Ich wache in der Nacht stürmisch auf hohen Meereswogen! 
Und was mich je mit seiner Schöpfung Ruhetag verband, 
Ist wie ein spätes Adlerheer unstät in diese Dunkelheit geflogen.  





Congedo 



La pioggia ha ripulito gli erti muri di case 
io scrivo sopra l’arco di pietra bianca 
e lievemente sento 
rafforzarsi la mano stanca ai versi 
d’amore, dolci eterni ingannatori. 

Io veglio nella notte tempestosa sui flutti alti del mare! 
E sfuggii forse alla mano amorosa 
del mio angelo: ho ingannato il mondo, e il mondo me. 
Vicino alle conchiglie, nella sabbia, 
ho sepolto la salma. 

Tutti leviamo gli occhi a un cielo – ma 
ci invidiamo la terra? 
Perché Dio balenando ha trasmigrato a Oriente, 
vinto 
dall’immagine della sua creatura? 

Io veglio nella notte tempestosa sui flutti alti del mare! 
E quel che poté unirmi al giorno di riposo 
della Sua creazione, è come un tardo stormo d’aquile 
sparito in questo buio minaccioso. 


aus «Konzert» / da «Concerto» 



Else Lasker-Schüler, Jussuf Prince Tiba, 1913
Franz Marc Museum, Kochel a. See
Stiftung Etta und Otto Stangl
© Jüdischer Verlag im Suhrkamp Verlag, 2012


DUE IMPRESSIONI DI RIGUARDO SU ELSE LASKER-SCHÜLER 

***
     «Era piccola, allora aveva l’esilità di un ragazzo e capelli neri come la pece, tagliati corti, cosa ancora rara a quel tempo, grandi occhi molto neri e molto mobili, con uno sguardo sfuggente e inesplicabile. 
     Né allora né poi si poteva andare in giro con lei senza che tutti si fermassero a guardarla: gonne o pantaloni erano larghi e stravaganti, il resto dell’abbigliamento impossibile, collo e braccia coperti di vistosi gioielli falsi, catene, orecchini, anelli d’oro falso alle dita; e poiché era continuamente occupata a scostare dalla fronte i ciuffi di capelli, quegli anelli da donna di servizio – bisogna pur chiamarli così – erano sempre al centro degli sguardi di tutti. Non mangiava mai regolarmente, mangiava pochissimo, spesso viveva di noci e frutta per settimane.
     Dormiva spesso sulle panchine, e fu sempre povera in tutte le situazioni e le fasi della sua vita.» 

GOTTFRIED BENN, in: “Lo smalto sul nulla”, trad. Luciano Zagari, Adelphi 1992. [Si tratta di una memorabile pagina, scritta da Benn quando Else era già morta. Appena qualche rigo dopo, l’antico amico aggiunge che questa donna «era la più grande poetessa che la Germania avesse mai avuto».] 


***   ***
        «La Lasker-Schüler è una grande poetessa: l’aggettivo non è speso inutilmente. Purtroppo non è conosciuta come avrebbe dovuto neppure dai germanisti. Esisteva soltanto, prima di questa, un’antologia curata da Giuliano Baioni parecchi anni fa, con traduzioni estremamente sensibili. La Lasker-Schüler appartiene alla prima generazione dell’espressionismo, dove figurano poeti altrettanto importanti, come Trakl, e altri minori come Stadler o Schikele; sono poeti che si collocano alla periferia della lingua tedesca (Alsazia o Slesia) e in questa periferia si colloca anche la Lasker-Schüler, che nasce nel 1869 a Elberfeld in Westfalia e muore a Gerusalemme nel 1945: quindi non fa parte dell’espressionismo berlinese, anche se a Berlino ha vissuto molti anni della sua vita disordinata col fascino della bohème che la induceva a frequentare il famoso “Café des Westens”: amava molto vivere nell’ambiente dei caffè, che ai suoi occhi diventavano ricchi di finzioni fantastiche. È interessante l’uso che la Lasker-Schüler fa dei nomi di fantasia, riferendoli, oltre che a se stessa, ai propri amici (Kraus, “il Dalai Lama”, Benn, di cui fu innamorata per molto tempo, “Giselheer il Barbaro”, Werfel, “il Principe di Praga”, e lei chiamava se stessa “Tino di Bagdad”): erano tutti maschere di sogno, stilizzazioni fantastiche in cui il motivo fanciullesco-fiabesco della maschera si intrecciava con quello della fascinazione dell’esotico, che è un motivo originariamente romantico. In questa percezione dell’elemento esotico sta molta della poesia della Lasker-Schüler, con una sottaciuta intenzione antiborghese: il filisteismo borghese, per cui tutto deve rientrare in una determinazione anagrafica rigorosa, viene qui sconvolto da questa grande onda di trasfigurazione fantastica. Tra gli elementi di questa poesia ha poi un ruolo determinante la grande tradizione della cultura ebraica tedesca che culmina in Rosenzweig e in Martin Buber, la tradizione del chassidismo orientale e la mistica kabbalista o la Leienmystik.
        Questa è la prima traduzione delle Ballate ebraiche, alla quale si unisce la traduzione di parti di altre sillogi o cicli poetici, che sono anteriori e poeticamente ancor più significativi. Certamente nella Lasker-Schüler si ha l’identificazione della poesia con la persona: si potrebbe dire di lei quello che Eichendorff disse di Brentano, che la sua stessa esistenza era poesia: c’era in lei questa capacità di identificazione totale nella forma espressiva del linguaggio. Si pensi che quando a Gerusalemme venne proposto alla Lasker-Schüler di far tradurre le sue poesie in ebraico, lei rispose con grande stupore: “Ma sono scritte in ebraico!” e si rifiutò di farle tradurre: lei scrive in tedesco, ma queste poesie vivono profondamente nella matrice ebraica da cui si originano. La loro scrittura è prevalentemente simbolico-metaforica, dotata di un alto grado di stilizzazione dell’imagery, di un’articolazione di Stimmungen, che si inseriscono in questa architettura con un procedimento del tutto libero, senza nessuna “rotondità”, con grandi salti ellittici e con questa magia di concatenazione ritmica dei versi: in questa poesia c’è un grado d’astrazione estremo, l’io lirico che parla per “fusioni”, per metafore assolute.
        Bisogna dare senz’altro lode alla traduttrice perché l’impresa non è certamente stata facile. Maura Del Serra ha saputo, soprattutto per quanto riguarda i timbri espressivi, trovare delle soluzioni molto felici. Spesso, purtroppo, per un condizionamento dovuto alla difficoltà del fraseggio lirico della Lasker-Schüler, si è vista costretta a moltiplicare i versi, perdendo quella suggestione dovuta alla concentrazione espressiva tipica di questa poesia. Tuttavia si tratta di un lavoro degno di ogni lode; interessanti sono anche le parti filologiche, soprattutto le note, di cui questi testi poetici sono corredati, e così l’introduzione, che pur non essendo di una germanista è però estremamente significativa per tutti i richiami e le indicazioni che ci dà.»

FERRUCCIO MASINI - RAI Tre, 20 giugno 1985 
( Il testo è inoltre reperibile online su: http://www.nuovorinascimento.org/delserra/lasker.htm ) 










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