giovedì 27 febbraio 2014

Pier Paolo Pasolini - Da POESIE A CASARSA e SUITE FURLANA




Pier Paolo Pasolini. - Scrittore, poeta, autore e regista cinematografico e teatrale italiano (Bologna 1922 - Ostia, Roma, 1975). Dopo aver seguito nell’infanzia gli spostamenti del padre, ufficiale di carriera, compì gli studi a Bologna, dove si laureò nel 1945 con una tesi su Pascoli. Nel 1943 si trasferì nel paese materno di Casarsa della Delizia, in Friuli, con la madre e il fratello minore Guido, morto poi nella lotta di resistenza (il padre, fatto prigioniero in Africa, sarebbe tornato alla fine del 1945), e vi rimase fino al gennaio 1950, quando, per sfuggire allo scandalo provocato dalla pubblica denuncia della sua omosessualità, si stabilì con la madre a Roma. Da questo momento la sua vicenda biografica coincide appieno con la tumultuosa attività dello scrittore, del regista e dell’intellettuale impegnato a testimoniare e a difendere, spesso anche in sede giudiziaria, la propria radicale diversità, fino alla morte per assassinio, avvenuta la notte tra il 1° e il 2 novembre 1975 all’idroscalo di Ostia.
Fin dagli esordi in friulano, che comprendono Poesie a Casarsa (1942) e La meglio gioventù (1954; poi ripreso con intenti diversi e notevole incremento di testi: La nuova gioventù, 1975), ben oltre la nozione ermetica di poesia pura, il giovane Pasolini puntava alla scoperta di una lingua intatta, che fosse quasi un equivalente letterario del suo religioso desiderio di purezza (fonderà così nel 1945 l’Academiuta di lenga furlana). Il suo interesse per la poesia dialettale trovò espressione in due importanti antologie: Poesia dialettale del Novecento (in collab. con M. Dell’Arco, 1952) e Canzoniere italiano. Antologia della poesia popolare (1955; poi, in versione ridotta: La poesia popolare italiana, 1960); mentre il suo talento di critico letterario, affascinato più dai modelli della critica stilistica (Auerbach, Spitzer, Contini) che dal sociologismo marxista d’ispirazione gramsciana, si esplicò in una serie di interventi sulla letteratura contemporanea, e soprattutto sulla poesia, che sarebbero confluiti in Passione e ideologia (1960). Gli anni Cinquanta furono gli anni della sua completa affermazione letteraria. La sua prima notevole raccolta di poesie in lingua, Le ceneri di Gramsci (1957), sembra chiudere definitivamente una stagione della poesia italiana. L’ansia profetica dell’Usignolo della chiesa cattolica (pubblicato nel 1958, ma composto prima del trasferimento a Roma) si sarebbe riproposta, dopo la parentesi decisiva delle Ceneri, nei termini mutati di un’ininterrotta controversia (La religione del mio tempo, 1961; Poesia in forma di rosa, 1964; Trasumanar e organizzar, 1971). Pasolini fondava, intanto, insieme a F. Leonetti e R. Roversi, Officina, la rivista della polemica antinovecentesca; era anche diventato condirettore di Nuovi argomenti, rivista fondata nel 1953 da A. Moravia e A. Carocci. E aveva dovuto affrontare difficoltà molto più gravi dopo la pubblicazione dei suoi due romanzi d’ambientazione romana: Ragazzi di vita (1955), per il quale dovette subire un processo per oscenità, e Una vita violenta (1959), che era stato accolto freddamente tanto dalla critica marxista quanto dai giovani critici della neoavanguardia. Ma la vocazione di Pasolini, già insofferente dei limiti di un genere letterario, si era orientata verso altri mezzi d’espressione: il cinema (v. oltre), del quale si sarebbe poi occupato anche in veste di teorico, il teatro (Orgia, 1968; Affabulazione, 1969; Calderón, 1973) e il giornalismo (soprattutto, dal 1973, le collaborazioni al Corriere della sera, poi raccolte con altre in Scritti corsari, 1975). In ritardo rispetto alla data di composizione, erano intanto apparsi il romanzo Il sogno di una cosa (1962) e le prose narrative di Alì dagli occhi azzurri (1965), oltre a vari scritti minori. Postume, in ordine sparso, sono uscite raccolte di scritti giornalistici (Lettere luterane, 1976; Le belle bandiere, 1977; Il caos, 1979), di critica letteraria (Descrizioni di descrizioni, 1979; Il portico della morte, 1988), opere narrative (La divina mimesis, 1975; Amado mio, 1982; Petrolio, 1992, romanzo incompiuto che riassume e porta a livello di quasi insostenibile incandescenza tutti i temi dello scrittore), nonché le raccolte complete dei suoi testi teatrali (Teatro, 1988) e poetici (BestemmiaTutte le poesie, 1993). Diversi scritti appartenenti alla fervida stagione friulana del poeta sono stati raccolti dal cugino N. Naldini in Un paese di temporali e di primule (1993) e in Romàns (1994); per sua cura sono anche apparse le Lettere 1940-1954 (1986) e le Lettere 1955-1975 (1988). Tutte le opere di Pasolini sono state raccolte nell’edizione diretta da W. Siti (10 tomi, 1998-2003).

Nel cinema Pasolini operò a partire dal 1954, come sceneggiatore (con M. Soldati, La donna del fiume; con F. Fellini, Le notti di Cabiria; con M. Bolognini, Marisa la civettaGiovani maritiLa notte bravaIl bell’AntonioLa giornata balorda; e, fra i tanti, con B. Bertolucci, La commare secca, autore anche del soggetto). Pasolini dapprima trasferì i frutti della sua ricerca narrativa (Accattone, 1961; Mamma Roma, 1962; La ricotta, episodio del film collettivo Ro.Go.Pa.G., 1963, condannato per vilipendio alla religione di stato), reinventando un linguaggio cinematografico autonomo di alta qualità figurativa (Pasolini era stato allievo di R. Longhi a Bologna). Il linguaggio di Pasolini approdò a risultati più compiuti ne Il Vangelo secondo Matteo (1964), in cui l’armonica fusione del cinema con la letteratura, la pittura e la musica diede l’avvio a quel “cinema di poesia” di cui Pasolini doveva essere in Italia uno dei più convincenti teorici (Il cinema di poesia, 1965; Osservazioni sul piano sequenza, 1967; Empirismo eretico, 1972). Su questa linea, i film che seguirono, soprattutto Edipo re (1967), Teorema (1968) e Medea (1969), accesi da un realismo visionario che, nonostante scarti e manifeste libertà, sorregge poi anche gl’impegni drammatici e linguistici dei film della “trilogia della vita” (o, come altri l’hanno definita, “dell’Eros”), partiti alla riscoperta del sesso attraverso una rilettura delle fonti della grande favolistica mondiale: Decameron (1971), I racconti di Canterbury (1972), Il fiore delle Mille e una Notte (1974). L’ultimo film, uscito postumo, Salò o le 120 giornate di Sodoma (1976), luttuosa metafora del potere e interpretazione in chiave provocatoria del libro omonimo di Sade. Non vanno dimenticati Che cosa sono le nuvole? (dal film collettivo Capriccio all’italiana, 1968) e Porcile (1969). Rimane un grande esempio del cinema d’inchiesta Comizi d’amore (1965), indagine sulla sessualità nell’Italia dei primi anni Sessanta, condotta da Pasolini insieme a Moravia e Musatti. Esemplare parabola della storia d’Italia, dalla predicazione francescana ai funerali di Togliatti, è Uccellacci e uccellini (1966), ultima “legenda aurea” della civiltà italiana. 







Nota per il lettore:
i versi di seguito pubblicati sono tratti da:
LA MEGLIO GIOVENTÚ (1951-53) - Parte Prima,
in: Pier Paolo Pasolini, LA NUOVA GIOVENTÚ - Poesie Friulane 1941-1974,
con un saggio di Furio Brugnolo, Einaudi, Torino 1975 e 2002.













I.    POESIE A CASARSA  (1941-43)




Il nini muàrt 


Sera imbarlumida, tal fossàl

a cres l’aga, na fèmina plena
a ciamina pal ciamp.

Jo ti recuardi, Narcís, ti vèvis il colòur
da la sera, quand li ciampanis
a súnin di muàrt.





Ploja tai cunfíns 



Fantassút, al plòuf il Sèil

tai spolèrs dal to país,
tal to vis di rosa e mèil
pluvisín al nas il mèis.

Il soreli scur di fun
sot li branchis dai moràrs
al ti brusa e sui cunfíns
tu i ti ciantis, sòul, i muàrs.

Fantassút, al rit il Sèil
tai barcòns dal to país,
tal to vis di sanc e fièl
serenàt al mòur il mèis





Dili 



Ti jos, Dili, ta li cassis

a plòuf. I cians si scuníssin
pal plan verdút.

Ti jos, nini, tai nustris cuàrps,
la fres-cia rosada
dal timp pierdút. 





O me donzel 



O me donzel! Jo i nas

ta l’odòur che la ploja
a suspira tai pras
di erba viva... I nas
tal spieli da la roja.

In chel spieli Ciasarsa
– coma i pras di rosada –
di timp antic a trima.
Là sot, jo i vif di dòul,
lontàn frut peciadòur,

ta un ridi scunfuartàt.
O me donzel, serena
la sera a tens la ombrena
tai vecius murs: tal sèil
la lus a imbarlumís 





Li letanis dal biel fí 



III. 


Vuei a è Domènia, 

doman a si mòur, 
vuei mi vistís 
di seda e di amòur. 

Vuei a è Domènia, 

pai pras cun frescs piès 
a sàltin frutíns 
lizèirs tai scarpès. 

Ciantànt al me spieli 

ciantànt mi petèni. 
Al rit tal me vuli 
il Diàul peciadòur. 

Sunàit, mes ciampanis, 

paràilu indavòur! 
« Sunàn, ma se i vuàrditu 
ciantànt tai to pras? » 

I vuardi il soreli 

di muartis estàs, 
i vuardi la ploja 
lì fuèjs, i gris. 

I vuardi il me cuàrp 

di quan’ ch’i eri frut, 
li tristis Domèniis, 
il vivi pierdút. 

« Vuei ti vistíssin 

la seda e l’amour, 
vuei a è Domènia 
domàn a si mòur »





Tornant al país                                 Où sont les neiges d’antan?

                                                                              F. VILLON





Fantassuta, se i fatu
sblanciada dongia il fòuc,
coma una plantuta
svampida tal tramònt,
« Jo i impiji vecius stecs
e il fun al svuala scur
disínt che tal me mond
il vivi al è sigúr ».
Ma a chel fòuc ch’al nulís
a mi mancia il rispír,
e i vorès essi il vint
ch’al mòur tal país





Ciant da li ciampanis 



Co la sera a si pièrt ta li fontanis

il me país al è colòur smarít.

Jo i soi lontàn, recuardi li so ranis,
la luna, il trist tintinulà dai gris.

A bat Rosari, pai pras al si scunís:
jo i soj muàrt al ciant da li ciampanis.

Forèst, al me dols svualà par il plan,
no ciapà pòura: jo i soj un spirt di amòur

che al so país al torna di lontàn






II.    SUITE FURLANA  (1944-49)




La not di maj 




Tal to vuli frugàt 

drenti di na rèit 
di ruis insanganadis 
i no jot un Passàt 

Ma doma àins scurís 
e nos dismintiadis 
e passiòns soteradis 
ta un timp sensa i dis 


II 

Il to cuàrp l’è restàt 

a s-cialdassi tal puàrtin 
là, in qualchi dí beàt 
plen di zemis muartis. 

Il to cuàrp, ma tu veciu 

cui sotu, ulí, inciantàt, 
cun chel vuli ch’al par 
na àgrima inglassada? 


III 

Ièh, vuarditi ta l’aga

grisa dal Font blanc, 
lajú tal fons tal fons  
un fantassút al cianta. 

Ienfra i aaj al cianta 

biel coma a to fí, 
la so imàzin a brila 
ta la roja tranquila.


IV 

Vita sensa distín, 

purtada via cu’l cuàrp:  
di fí doventàt pari 
dal spolèr al sgivín. 

Pleàisi, zent cristiana, 
a scoltà un fil di vòus, 
fra dut chistu sidín, 
ch’al ven ju da la cròus. 





Dansa di Narcís (II)


  

Jo i soj na viola e un aunàr,
il scur e il pàlit ta la ciar.

I olmi cu’l me vuli legri
l’aunàr dal me stomi amàr
e dai me ris ch’a lusin pegris
in tal soreli dal seàl.

Jo i soj na viola e un aunàr,
il neri e il rosa ta la ciar.

E i vuardi la viola ch’a lus
greva e dolisiosa tal clar
da la me siera di vilút
sot da l’ombrena di un moràr.

Jo i soj na viola e un aunàr,
il sec e il mòrbit ta la ciar

La viola a intorgolèa il so lun
tínar tai flancs durs da l’aunàr
e a si spièglin ta l’azúr fun
da l’aga dal me còur avàr.

Jo i soj na viola e un aunàr,
il frèit e il clípit ta la ciar. 





Misteri 



I àusi zirà in alt i vui 
su li pichis secis dei lens, 
no jot il Signòur, ma il so lun 
ch’al brila sempri imèns. 

Di tantis robis ch’i sai  
i ’n sint tal còur doma una,  
i soi zòvin, vif, ’bandunàt,  
cu’l cuàrp ch’al si cunsuma.  

I stai un momènt ta l’erba  
dal rivàl, tra i lens nus, 
po’ i ciamini, e vai sot il nul,  
e i vif cu la me zoventút.

++++++++++++++++++++++++++++                                     


I.    POESIE A CASARSA  (1941-43)




Il fanciullo morto 


Sera luminosa, nel fosso

cresce l’acqua, una donna incinta
cammina per il campo.

Io ti ricordo, Narciso, avevi il colore
della sera, quando le campane
suonano a morto





Pioggia sui confini 



Giovinetto, piove il Cielo

sui focolari del tuo paese,
sul tuo viso di rosa e miele,
nuvoloso nasce il mese.

Il sole scuro di fumo,
sotto i rami del gelseto,
ti brucia e sui confini,
tu solo, canti i morti.

Giovinetto, ride il Cielo
sui balconi del tuo paese,
sul tuo viso di sangue e fiele,
rasserenato muore il mese





Dilio 



Vedi, Dilio, sulle acacie

piove. I cani si sfiatano
per il piano verdino.

Vedi, fanciullo, sui nostri corpi
la fresca rugiada
del tempo perduto





O me giovinetto 



O me giovinetto! Nasco

nell’odore che la pioggia
sospira dai prati
di erba viva… Nasco
nello specchio della roggia.

In quello specchio Casarsa
– come i prati di rugiada –
trema di tempo antico.
Là sotto io vivo di pietà,
lontano fanciullo peccatore,

in un riso sconsolato.
O me giovinetto, serena
la sera tinge l’ombra
sui vecchi muri: in cielo
la luce acceca





Le litanie del bel ragazzo 



III. 


Oggi è Domenica, 

domani si muore, 
oggi mi vesto 
di seta e d’amore. 

Oggi è Domenica, 

pei prati con freschi piedi 
saltano i fanciulli 
leggeri negli scarpetti. 

Cantando al mio specchio, 

cantando mi pettino. 
Ride nel mio occhio 
il Diavolo peccatore. 

Suonate, mie campane, 

cacciatelo indietro! 
« Suoniamo, ma tu cosa guardi 
cantando nei tuoi prati? »

Guardo il sole 

di morte estati, 
guardo la pioggia, 
le foglie, i grilli. 

Guardo il mio corpo 

di quando ero fanciullo, 
le tristi Domeniche, 
il vivere perduto. 

« Oggi ti vestono 

la seta e l’amore, 
oggi è Domenica, 
domani si muore ». 





Tornando al paese                                Où sont les neiges d’antan?

                                                                                    F. VILLON





Giovinetta, cosa fai
sbiancata presso il fuoco,
come una pianticina
che sfuma nel tramonto,
« Io accendo vecchi sterpi
e il fumo vola oscuro
a dire che nel mio mondo
il vivere è sicuro ».
Ma a quel fuoco che profuma
mi manca il respiro,
e vorrei essere il vento
che muore nel paese. 





Canto delle campane 



Quando la sera si perde nelle fontane,

il mio paese è di colore smarrito.

Io sono lontano, ricordo le sue rane,
la luna, il triste tremolare dei grilli.

Suona Rosario, e si sfiata per i prati:
io sono morto al canto delle campane.

Straniero, al mio dolce volo per il piano,
non aver paura: io sono uno spirito d’amore,

che al suo paese torna di lontano






II.    SUITE FURLANA  (1944-49)




La notte di maggio 




Nel tuo occhio consumato 

dentro una rete 
di rughe sanguinose, 
io non vedo un Passato 

Ma solo anni oscuri 
e notti dimenticate 
e passioni sepolte 
in un tempo senza i giorni. 


II 

Il tuo corpo è rimasto 

a scaldarsi nel portico 
là, in qualche giorno beato, 
pieno di gemme morte. 

Il tuo corpo, ma tu, vecchio 

chi sei, lí, incantato, 
con quell’occhio che pare 
una lacrima agghiacciata? 


III 


Ah, guardati nell’acqua

grigia del Fonte bianco, 
laggiú in fondo in fondo  
canta un giovinetto. 

Canta in mezzo agli alni, 

bello come un tuo figlio, 
brilla la sua immagine 
nella roggia tranquilla.


IV 

Vita senza destino, 

portata via col corpo:  
da figlio diventato padre, 
tra il focolare e la zolla. 

Piegatevi, gente cristiana, 
a sentire un filo di voce, 
fra tutto questo silenzio, 
che scende dalla croce





Danza di Narciso (II) 



Io sono una viola e un ontano,

lo scuro e il pallido nella carne.

Spio col mio occhio allegro
l’ontano del mio petto amaro
e dei miei ricci che splendono pigri
nel sole della riva.

Io sono una viola e un ontano,
il nero e il rosa nella carne.

E guardo la viola che splende
greve e tenera nel chiaro
della mia cera di velluto
sotto l’ombra di un gelso.

Io sono una viola e un ontano,
il secco e il morbido nella carne.

La viola contorce il suo lume
sui fianchi duri dell’ontano,
e si specchiano nell’azzurro fumo
dell’acqua del mio cuore avaro.

Io sono una viola e un ontano,
il freddo e il tiepido nella carne. 





Mistero 



Oso alzare gli occhi  
sulle cime secche degli alberi,  
non vedo il Signore, ma il suo lume 
che brilla sempre immenso. 

Di tutte le cose che so  
ne sento nel cuore solo una:  
sono giovane, vivo, abbandonato,  
col corpo che si consuma.  

Resto un momento sull’erba  
della riva, tra gli alberi nudi, 
poi cammino, e vado sotto le nuvole,  
e vivo con la mia gioventú.  

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La nuova gioventú, uscito in prima edizione nel 1975, è stato l’ultimo libro pubblicato in vita da Pasolini, il segno della sua fedeltà alla poesia, in particolare a quella dialettale che ne aveva caratterizzato gli esordi. Il volume raccoglie infatti i due cicli delle poesie friulane, La meglio gioventú (del 1941-53) e La nuova forma de «La meglio gioventú» (del 1974), una riscrittura a venti-trent’anni di distanza del primo. Opera centrale, vissuta e rivissuta, propone un intero arco creativo, dalle primissime Poesie a Casarsa alle rievocazioni storiche de I Colús, per finire con Tetro entusiasmo, dedicato a problematiche di una contemporaneità non soltanto italiana (e in cui, non a caso, l’italiano si sostituisce progressivamente al friulano). Sui motivi e sul senso di questi testi Pasolini, già nel 1952, scriveva, parlando di sé in terza persona: «Egli si trovava in presenza di una lingua da cui era distinto: una lingua non sua, ma materna, non sua, ma parlata da coloro che egli amava con dolcezza e violenza, torbidamente e candidamente: il suo regresso da una lingua a un’altra - anteriore e infinitamente piú pura - era un regresso lungo i gradi dell’essere. Ma era questo il suo unico modo di conoscenza».
Questa nuova edizione è completata da un saggio di Furio Brugnolo su metrica e poetica del Pasolini friulano, e dall’autopresentazione scritta dall’autore per la prima edizione.

[Dalla quarta di copertina de La nuova gioventù, Einaudi (Op. cit.)]


















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