sabato 22 novembre 2014

ANTONINO CAPONNETTO - SULLA POESIA





Antonino Caponnetto è nato a Catania, dove ha vissuto, salvo una breve pausa romana, fino al 1980. Dal 1981 vive a Mantova. Per l’Editore Campanotto ha pubblicato i due libri di poesie “Forme del mutamento” (1998) e “La colpa del re” (2002). Per le Edizioni Kolibris ha pubblicato la raccolta di versi “Miti per l’uomo solo” (2009). Suoi testi poetici sono stati radiotrasmessi e altri sono apparsi su rivista. Presso le Edizioni del Trito&Ritrito sono inoltre apparse (in limitato numero di copie destinate agli amici), quattro plaquettes: “A che serve?” (2001), “Le chiare strade” (2002), “Contromovenze” (2003) e “Petits cahiers pour la douleur du pauvre” (2005). Per la rivista “Zeta News”, dal 2002 al 2006, ha curato insieme a G. Sammito l’inserto “Atti Barbari”. Sia con altri che in proprio ha inoltre promosso e curato iniziative sulla poesia e, in particolare, sulla scrittura poetica. È presente in rete dal marzo 2012 con il blog Caponnetto-Poesiaperta: http://caponnetto-poesiaperta.blogspot.it/. Suoi testi poetici, un intervento sulla poesia, un’intervista e altro, sono leggibili anche online attraverso vari link. Non mancano le prefazioni e i contributi critici alle opere di giovani e meno giovani poeti.

L’intervento che qui riportiamo oggi è stato pubblicato il 20 agosto del 2012 sulla rivista online ElegiaStella RainStars Associazione di Arte e Cultura, ed è uno fra i diversi contributi apparsi in occasione del primo compleanno della rivista stessa. il link del relativo post risultava essere, per un certo tempo, il seguente: 
Ma, al nostro bravo clic, il link risponde aprendo la homepage di Rainstars.net senza trovare la pagina cercata. Ulteriori ricerche tramite Google non conducono a nessun risultato. Così, non potendo rintracciare il post di ElegiaStella, si è ritenuto opportuno ripubblicare qui il contenuto del suddetto intervento.



SULLA POESIA SULLA POESIA SULLA POESIA SULLA POESIA SULLA POESIA SULLA POESIA SULLA POESIA SU


Il luogo comune

   Secondo l’opinione comune la parola “poesia” ha un significato quantomeno duplice. Essa da un lato identifica un discorso o un ragionamento o una comunicazione in cui prevalgono ritmi e cadenze, ripetizioni, immagini che modificano e rendono più ampi i significati immediati, arricchendoli inoltre di ulteriori significazioni, sia interiori che emotive. Da un altro lato quando diciamo, ad esempio, di un testo che esso è “poesia”, intendiamo quasi inevitabilmente riferirci a un che di alto, di nobile, rassicurante, commovente, rasserenante, vivace o pungente o altro. Ma questo non è che il luogo comune. Per dire qualcosa di significativo sulla poesia, bisogna andare oltre questo.

La poesia fra maschera e individuazione

   Per quanto strano (e restrittivo) possa sembrare, io credo che il cammino della poesia debba avere il medesimo itinerario vitale del poeta che ne è il portatore, e che il destino della poesia non possa che essere il medesimo che il suo poeta si dà, in quanto essere umano che sceglie se stesso. Questo significa che io credo non solo nell’identità fra la poesia e il suo poeta, ma anche nel fatto che, nell’uomo che si sceglie come poeta, l’Ars Poetica e la vita debbano in un certo qual modo coincidere. E se l’uomo che è nel poeta ha il suo tragitto di crescita e maturazione, se passa dalle varie maschere che ne celano (o moltiplicano) il non ancora maturo Ego, allora la sua poesia indosserà quelle stesse maschere. Ma alla fine del lungo viaggio interiore che è inevitabile (ed è simbolicamente rappresentabile con la mitica discesa agli Inferi da parte di Orfeo) il poeta ha ancora al suo fianco, a sua guida, la Poesia. Allora nel ritrovamento di un Ego ormai unificato e maturo, nell’identificazione totale col proprio Sé, troverà che la propria poesia ha subìto e superato le stesse prove, ha raggiunto una sua pienezza e maturità che non abbisognano ormai di nessuna maschera. Ma tale conquista, per quanto grande, non è necessariamente definitiva, proprio per il fatto che si ha a che fare con la poesia, la quale con l’ausilio di una lingua strutturata e canonizzata va a costituire un linguaggio, quello poetico, per cui è vitale essere continuamente sia coltivato che rinnovato.

La guerra contro il linguaggio

   A conti fatti, secondo me, il compito fondamentale del poeta e della poesia, anche quando entrambi abbiano raggiunto la consapevole maturità di cui ho parlato, è combattere quella che in ogni epoca è stata, ed è oggi, una vera e propria guerra contro le forme strutturate e canonizzate del linguaggio e della lingua. Tutto questo è sempre parte di un processo di decostruzione nei confronti di una pretesa di verità che appare tale solo entro il recinto di regole linguistiche non più messe in discussione, e per ciò stesso attinenti al potere costituito. La necessaria decostruzione di cui parlo non ha in sé niente di rivoluzionario, o invece sì, è assolutamente rivoluzionaria, proprio perché osteggiata da quel potere già nominato, ma che tuttavia, se realizzata, rappresenterà un grande progresso, e questo anche nel campo della semantica e della linguistica, per la sua capacità di far risaltare i significati sottesi dal non detto, per la sua possibilità di rovesciarne il senso, perché negando ogni e qualsiasi pretesa di verità e, soprattutto, producendo e accrescendo l’insieme dei nuovi significati, andrà ad accrescere, alla fine, tutte le possibili significazioni originarie, facendo sì che un semplice “discorso” inerente il linguaggio poetico, si espanda fino a farsi una sorta di lógos universale.

L’oggi della poesia - e il suo domani

   Lo spirito del nostro tempo è quello della corsa all’informazione, ottenuta in tempo reale e considerata indiscutibilmente vera. Ma il nostro far poesia ha bisogno della riflessione, della capacità di percepire e assecondare i nostri naturali ritmi interiori. Anche il linguaggio risente di questa corsa talmente competitiva da diventare suicida. le parole si abbreviano, si sintetizzano, diventando estranee a se stesse, le nostre poesie s’intristiscono, si fanno aspre e dolorose, spesso dimentiche perfino della speranza. Lo studio delle lingue è in auge come non mai, ma il linguaggio poetico ha bisogno di essere reso più fertile rispetto a questa desertificazione interiore suggerita dal nichilismo al potere. Davanti a questa immagine del mondo che nega il valore dell’essere umano, riconoscendone solamente l’esiguo prezzo, credo che una enorme, forse unica, possibilità sia data dall’innumerevole catena di contatti per fortuna possibili in rete. I poeti che ho incontrato in rete mi hanno in massima parte stupito per il loro talento, e alcuni hanno mostrato di possedere, oltre al talento, anche una forza morale tale da raccogliere le nuove sfide inevitabili oggi per chi fa poesia. Ed è opportuno precisare che per questi poeti si tratta di non smarrire le proprie radici, in senso sia geografico che culturale, come anche di non smarrire il proprio ricco patrimonio linguistico e culturale. Molti di loro, migranti come tutti noi dovremmo ormai considerarci, scrivono bellissimi versi nella lingua del Paese d’arrivo. Ma fanno tesoro delle loro memorie passate, attingendo alle loro più profonde radici,. Sono loro, e  con loro anche noi, i portatori di una lingua futura che conferirà un significato universale anche alla più povera delle parole. Sono loro che conieranno, e con loro anche noi, un variegato ricco multiforme grande linguaggio poetico, che non si chiederà il prezzo ma che saprà il valore di ogni cosa, ogni pianta, ogni creatura.

Mantova, 8 agosto 2012                                                                                                                                       Antonino Caponnetto
























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4 commenti:

  1. Quel che si può dire sulla poesia è certamente molto di più rispetto alle piccole considerazioni qui fatte, ma Meth Sambiase mi aveva chieso un contributo breve, e credo di aver debordato lievemente rispetto alla sua richiesta. Questa ripresentazione, che ha la sola pretesa di non rimanere fra le bozze del blog, incontrerà dei punti di vista anche assai diversi e più ricchi, spero. Per questo confido che i lettori-visitatori e gli amici più assidui vogliano partecipare con i loro pareri e le loro idee. Spero ache che proprio loro (gli amici) perdonino le mie lunghe assenze di questo periodo.
    Antonino Caponnetto

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  2. ho letto già oggi pomeriggio questa interessante nota di Nino e mi ero ripromesso a intervenire quanto prima per ribadire che quel concetto che sa tanto di slogan "la poesia è vita" è assolutamente tangibile col tuo e credo anche con la mia visione "panoramica " della poesia. Pensiamo ad un percorso attraverso il treno delle parole e guardiamo dai finestrini dell'anima: che vediamo? Credo un caleidoscopio di "umori" in senso lato che s'intervallano a luci ed ombre e passano nelle gallerie dell'inconscio e sulle colline delle bellezze (che pure ne abbiamo!) e si srotolano in una scia di sentimenti. Il poeta che fa? Nella poesia onesta (e non parlo di Saba )ci si spoglia degli orpelli e si dice: nel mio viaggio mi sono denudato e ricoperto, mi sono spaventato ed ho goduto, ho paventato e riso, ho gridato e sono stato muto: ho dato senso alla mia vita dando senso alle parole, e le parole hanno dato prospettiva del "sentire" alla mia vita. Un anello, una spirale politico-spirituale o per meglio dire un continuo "input "tra
    trame cosmiche ed umane in cui ti ci poni come cittadino dell'Universo, e in questo ruolo non reciti, ma vivi lo splendore dell'intuizione e le miserie della penna. Quanto riuscirai ad allontanarti da tali miserie, conservandone però la sofferenza, tanto ti avvicinerai a fare dei tuoi versi una poesia che sa attraversare venti e girare sugli ottovolanti. Buona serata a tutti e voglio ricordare che quando Nino si fa vivo non è mai banale!

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  3. "Quello che gli stava davanti era un cane ringhioso.Si fermò ed iniziò a fissarlo con la stessa insistenza dei suoi latrati,finchè l'animale se ne andò".Ciò accadde ad un poeta molti anni fa,quand'era solo un ragazzo e tentava di stabilire il suo rapporto con le cose.Imparò così a raggiungerle, se necessario, attraverso prudenti attese.Le stesse delle parole migliori, che vincendo la presunzione e lo stereotipo,introducono a significativi e sostanziali atti di coraggio. Un incontro inevitabile con bestie tuttavia domabili,quali le parole,potrà sempre essere lo spirito del nostro tempo ad osare poesia. Grazie,Antonino di quanto mi hai insegnato.

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  4. Graxie per questa bella nota. Posso aggiungere che per me la poesia è il linguaggio dell' anima , il mezzo esterno che rivela l' uomo a se stesso. Chi scrive versi è portato a mettere nella sua opera il meglio di sè in un continuo processo di perfezionamento che riguarda l' opera quanto l' artefice elevandone lo spirito e la mente. Pertanto mi sembra di poter dire che la poesia è fondamento di vita morale poichè attraverso essa si acquista il senso della propria umanità, del proprio valore e del proprio limite nonchè del rapporto che llega chi scrive agli uomini ed alla vita.

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