sabato 6 settembre 2014

Thomas Stearns Eliot - THE LOVE SONG OF J. ALFRED PRUFROCK / IL CANTO D’AMORE DI J. ALFRED PRUFROCK

OVVERO: « DO I DARE TO EAT A PEACH? » (con una lettura di Grazia Apisa)





     « Where is the Life we have lost in living? 
     Where is the wisdom that we have lost in knowledge? 
     Where is the knowledge we have lost in information? » 


     (T.S. Eliot, The Rock, 1934)



     Thomas Stearns Eliot nasce a Saint Louis, nello stato del Missouri (USA), il giorno 26 settembre 1888. La famiglia, di origini britanniche, appartiene alla borghesia benestante: il padre è direttore di una fabbrica di mattoni e la madre discende da un’antica famiglia del Massachusetts. Il giovane Eliot già a dieci anni dimostra particolare interesse per la poesia, tanto che il giornalino scolastico ne pubblica alcune sue.
     Nel 1906 si iscrive ad Harvard, dove vive gli anni universitari e il prolifico ambiente intellettuale di Boston. Studia francese, tedesco, letteratura inglese, storia medievale e storia della filosofia. Nel frattempo, s’interessa – e ne approfondisce lo studio – della Divina Commedia e di Dante Alighieri, a cui poi dedicherà uno dei suoi più noti saggi. Segue un corso sui poeti metafisici e incontra Conrad Aiken, poeta con cui instaura una profonda e duratura amicizia. Legge saggi di Arthur Symons e rimane colpito dalla poesia di Jules Laforgue. Grazie alla lettura di “The spirit of Romance”, di Ezra Pound, scopre poi i provenzali e gli stilnovisti.
     Nel 1911 si iscrive alla Sorbona, dove rimane per un certo periodo, fino a quando rientra a Harvard per conseguire il dottorato in filosofia. Nel giugno 1914, conclusa l’università, si reca a Parigi; due mesi dopo ottiene una borsa di studio che lo porta per un anno a Londra, presso il Merton College di Oxford.
     Nel 1915 conosce Vivienne Haigh-Wood, che diviene ben presto sua moglie. La coppia prende in affitto una camera nella casa del filosofo Bertrand Russell. Eliot deve far fronte alle ristrettezze economiche sopravvenute: il padre, che disapprova la sua scelta di proseguire la carriera accademica, gli rifiuta ogni aiuto. Eliot inizia così a lavorare come insegnante. In seguito, grazie all’interessamento della famiglia di Vivienne, entra come impiegato, alla Lloyds Bank , dove rimarrà per quasi dieci anni.
     Nello stesso periodo viene nominato vicedirettore di “The Egoist”, rivista alla cui sezione letteraria lavora Ezra Pound.
     Nel 1917 esce la prima raccolta di poesie di Eliot: “Prufrock e altre osservazioni” (“Prufrock and other observations”); del 1919 e del 1922 sono rispettivamente “Poesie” e “La terra desolata”.
     Dal 1923 è direttore della rivista “The Criterion”, poi della casa editrice Faber and Faber. Nel 1927 riceve la cittadinanza inglese e si converte all’anglicanesimo, passo che influisce notevolmente sulla sua produzione letteraria (nel 1933 diverrà Vicar’s Warden, la più alta posizione di un laico nella chiesa anglicana). È di questo periodo anche l’interessamento di Eliot per il teatro, che trova concretizzazione con la produzione di saggi e lavori come “Assassinio nella cattedrale”, “La riunione di famiglia”, “Cocktail party”, “L’impiegato di Fiducia” e “Il grande statista”.
     Tra gli anni ’30 e gli anni ’40 Eliot si concentra in particolar modo sui problemi etici e filosofici della società moderna. L’opera di Eliot verrà inscritta nel contesto del cosiddetto “modernismo”, movimento che nel periodo tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale comprenderà e rivoluzionerà tutte le arti: tutti gli autori modernisti vengono accomunati dal rifiuto della tradizione letteraria vittoriana e dal recupero della poesia del Seicento inglese.
     Dopo una riflessione travagliata, decide di separarsi dalla moglie, facendola ricoverare in un istituto per malati mentali, dove morirà nel 1947. La morte della moglie lascerà per sempre un senso di colpa nell’animo del poeta, che comunque si sposerà nuovamente nel 1957.
     Thomas Stearns Eliot viene insignito nel 1948 del premio Nobel per la letteratura, “for his outstanding, pioneer contribution to present-day poetry” (“per il suo straordinario, pionieristico contributo alla poesia contemporanea”).
     Muore a causa di un enfisema polmonare a Londra il 4 gennaio 1965. Le sue ceneri, come da sue volontà, vengono deposte nella Chiesa di San Michele a East Coker (il villaggio dal quale gli antenati di Eliot emigrarono in America): una piccola targa lo commemora. A due anni dalla scomparsa una grande pietra in memoriam è stata posta sul suolo del “Poets’ Corner”, nell’Abbazia di Westminster a Londra. 
BIBLIOGRAFIA 
 


Poesia
  • Prufrock and Other Observations (1917).
  • Poems (1920).
  • Ara Vos Prec (1920).
  • The Waste Land (1922).
  • The Hollow Men (1925).
  • Ash Wednesday (1930).
  • Ariel Poems (1927-1954).
  • Unfinished Poems.
  • Minor Poems.
  • Choruses from "The Rock" (1934).
  • Old Possum's Book of Practical Cats (1939).
  • Four Quartets (1945).
  • Occasional Verses.
Teatro
  • Sweeney Agonistes (1926). Prima rappresentazione: 1934.
  • The Rock (1934). Tradotto in italiano come La rocca.
  • Murder in the Cathedral (1935).
  • The Family Reunion (1939).
  • The Cocktail Party (1949).
  • The Confidential Clerk (1954).
  • The Elder Statesman (1959). Prima rappresentazione: 1958.
Saggi
  • Ezra Pound. His Metric and Poetry (1917).
  • The Sacred Wood: Essays on Poetry and Criticism (1920),
  • The Second-Order Mind (1920).
  • Tradition and the individual talent (1920),
  • Homage to John Dryden (1924).
  • Shakespeare and the Stoicism of Seneca (1928).
  • For Lancelot Andrewes (1928).
  • Dante (1929).
  • Thoughts after Lambeth (1931).
  • Selected Essays 1917-1932 (1932).
  • The Use of Poetry and the Use of Criticism (1933).
  • After Strange Gods (1934).
  • Elizabethan Essays (1934).
  • Essays. Ancient and Modern (1936).
  • The Idea of a Christian Society (1940).
  • Points of View (1941).
  • The Music of Poetry (1942).
  • The Classic and the Man of Letters (1942).
  • Reunion by Destruction (1943).
  • What Is Classic? (1945).
  • On Poetry (1947).
  • Milton (1947).
  • Notes Towards the Definition of Culture (1948).
  • Poetry and Drama (1951).
  • The Three Voices of Poetry (1954).
  • The Froniers of Criticism (1956).
  • Essay on Poetry and Poets (1957).
  • George Herbert (1962).
  • Knowledge and Experience in the Philosophy of F. H. Bradley (1964).
  • To Criticize the Critic (1965).

Pubblicazioni italiane 

Traduzioni

  • Dante, a cura di Luigi Berti, Modena-Parma: Guanda, 1942.
  • Assassinio nella cattedrale, trad. di Cesare Vico Lodovici, Roma: Edizioni italiane, 1945.
  • Appunti per una definizione della cultura, trad. di Giorgio Manganelli, Milano: Bompiani, 1952; 1967.
  • Poesie, a cura di L. Berti, Parma: Guanda, 1955.
  • Sulla poesia e sui poeti, trad. di Alfredo Giuliani, Milano: Bompiani, 1960; Milano: Garzanti, 1975.
  • Poesie, prefazione e trad. di Roberto Sanesi, Milano: Bompiani, 1961.
  • La terra desolata. Frammento di un agone. Marcia trionfale, prefazione e trad. di Mario Praz, Torino: Einaudi, 1963; 1970; 1985.
  • T. S. Eliot tradotto da Eugenio Montale, Milano: Vanni Scheiwiller All'insegna del pesce d'oro, 1963 
  • Saggi elisabettiani, a cura di Alfredo Obertello, Milano: Bompiani, 1965.
  • Teatro, a cura di Salvatore Rosati, trad. di Alberto Castelli e Desideria Pasolini Dell'Onda, Milano: Bompiani, 1966 
  • Il bosco sacro: saggi sulla poesia e la critica, a cura di Luciano Anceschi, trad. di Vittorio Di Giuro e A. Obertello, Milano: Bompiani, 1967; 1985.
  • Ezra Pound: metrica e poesia, a cura di Laura Caretti, Milano: All'insegna del pesce d'oro, 1967.
  • Saint-John Perse, Anabase, con le trad. inglese di T. S. Eliot (1930) e italiana di Giuseppe Ungaretti, Verona: Le rame, 1967.
  • Cori da "La Rocca", a cura di R. Sanesi, Milano: Arnoldo Mondadori Editore, 1971; con introduzione di Piero Bigongiari, Milano: Rizzoli, 1994.
  • La terra desolata, trad. di Elio Chinol, con 11 disegni di Ernesto Treccani, Ravenna: Loperfido, 1972.
  • Assassinio nella cattedrale: sacra rappresentazione, a cura di R. Sanesi, prefazione di Luca Doninelli, trad. di Tommaso Giglio e Raffaele La Capria, Milano: Bompiani, 1974.
  • L'uso della poesia e l'uso della critica, e altri saggi, a cura di R. Sanesi, Milano: Bompiani, 1974.
  • La terra desolata, introduzione e trad. di Alessandro Serpieri, Milano: Rizzoli, 1982; 1985.
  • Assassinio nella cattedrale, introduzione di Valerio Fissore, trad. di A. Castelli, Milano: Mursia, 1987.
  • Il libro dei gatti tuttofare, prefazione di Emilio Tadini, trad. di R. Sanesi, Milano: Bompani, 1990.
  • Opere 1904-1939, a cura di R. Sanesi, Milano: Bompiani, 1992.
  • La terra desolata, a cura di Angelo Tonelli, Milano: Crocetti, 1992.
  • "Sassinament te catedral", traduzione di Gianni Nazzi, Clape cultural Aquilee, Gurize Pordenon Udin 1995
  • Quattro quartetti, introduzione di Attilio Brilli, trad. di Filippo Donini, Milano: Garzanti, 1992.
  • Opere 1939-1962, a cura di R. Sanesi, Milano: Bompiani, 1993.
  • Scritti su Dante, a cura di R. Sanesi, trad. di V. Di Giuro, Giovanni Vidali e Gloria Rivolta, Milano: Bompiani, 1994; 2001.
  • Tutto il teatro, a cura di R. Sanesi, Milano: Bompiani, 1994 (2 voll.).
  • Cori da "La Rocca", a cura di Franco Loi, Milano: Rizzoli, 1996.
  • Poesie 1905/1920, prefazione e trad. di Massimo Bacigalupo, Roma: Newton Compton, 1995.
  • La terra desolata e Quattro quartetti, introduzione di Czesław Miłosz, trad. di Angelo Tonelli, Milano: Feltrinelli, 1995.
  • L'idea di una società cristiana, a cura di Marco Respinti, Milano: Gribaudi, 1998.
  • La sorella velata, poesie scelte, a cura di Lorenza Gattamorta, introduzione di Davide Rondoni, Milano: Rizzoli, 2000.
  • Quattro quartetti, a cura di Elio Grasso, Bari: Palomar, 2000.
  • Intervista con T. S. Eliot, a cura di Donald Hall, trad. di Valentina Pigmei, introduzione di Pasquale Panella, Roma: Minimum fax, 2000.
  • La terra desolata, a cura di Giuseppe Massara; con una nota di Nadia Fusini, Brescia: l'Obliquo, 2002.
  • Quattro quartetti, a cura di Audrey Taschini, Pisa, Edizioni ETS, 2010. ISBN 88-87467-32-3.
  • La terra desolata, per la traduzione e cura di Erminia Passannanti, Oxford: The Mask Press, 2011. ISBN 978-1-4812-7723-5.  





Nota per il lettore:
Dati nella traduzione ormai storica di Roberto Sanesi, i versi di seguito pubblicati sono tratti dal libro:
T. S. ELIOT, POESIE, a cura (per l’appunto) di Roberto Sanesi, con un’introduzione di David Gascoyne, Bompiani, Milano, 1996/2011.





THE LOVE SONG OF J. ALFRED PRUFROCK


                                  S’io credesse che mia risposta fosse
                                  A persona che mai tornasse al mondo,
                                  Questa fiamma staria senza più scosse.
                                  Ma perciocché giammai di questo fondo
                                  Non tornò vivo alcun, s’i’ odo il vero,
                                  Senza tema d’infamia ti rispondo.


Let us go then, you and I,
When the evening is spread out against the sky
Like a patient etherized upon a table;
Let us go, through certain half-deserted streets,
The muttering retreats 
Of restless nights in one-night cheap hotels
And sawdust restaurants with oyster-shells:
Streets that follow like a tedious argument
Of insidious intent
To lead you to an overwhelming question… 
Oh, do not ask, “What is it?”
Let us go and make our visit.

In the room the women come and go
Talking of Michelangelo.

The yellow fog that rubs its back upon the window-panes, 
The yellow smoke that rubs its muzzle on the 
              window-panes
Licked its tongue into the corners of the evening,
Lingered upon the pools that stand in drains,
Let fall upon its back the soot that falls from chimneys,
Slipped by the terrace, made a sudden leap, 
And seeing that it was a soft October night,
Curled once about the house, and fell asleep.


And indeed there will be time
For the yellow smoke that slides along the street,
Rubbing its back upon the window-panes; 
There will be time, there will be time
To prepare a face to meet the faces that you meet;
There will be time to murder and create,
And time for all the works and days of hands
That lift and drop a question on your plate; 
Time for you and time for me,
And time yet for a hundred indecisions,
And for a hundred visions and revisions,
Before the taking of a toast and tea.

In the room the women come and go 
Talking of Michelangelo.

And indeed there will be time
To wonder, “Do I dare?” and, “Do I dare?”
Time to turn back and descend the stair,
With a bald spot in the middle of my hair — 
(They will say: “How his hair is growing thin!”)
My morning coat, my collar mounting firmly to the chin,
My necktie rich and modest, but asserted by a simple pin — 
(They will say: “But how his arms and legs are thin!”)
Do I dare 
Disturb the universe?
In a minute there is time
For decisions and revisions which a minute will reverse.


For I have known them all already, known them all:
Have known the evenings, mornings, afternoons, 
I have measured out my life with coffee spoons;
I know the voices dying with a dying fall
Beneath the music from a farther room.
So how should I presume?


And I have known the eyes already, known them all — 
The eyes that fix you in a formulated phrase,
And when I am formulated, sprawling on a pin,
When I am pinned and wriggling on the wall,
Then how should I begin
To spit out all the butt-ends of my days and ways? 
And how should I presume?

And I have known the arms already, known them all—
Arms that are braceleted and white and bare
(But in the lamplight, downed with light brown hair!)
Is it perfume from a dress 
That makes me so digress?
Arms that lie along a table, or wrap about a shawl.
And should I then presume?
And how should I begin?
.      .      .      .      .      .      .      .      .      .      .      . 
Shall I say, I have gone at dusk through narrow streets 
And watched the smoke that rises from the pipes
Of lonely men in shirt-sleeves, leaning out of windows?…

I should have been a pair of ragged claws
Scuttling across the floors of silent seas.
.      .      .      .      .      .      .      .      .      .      .      . 
And the afternoon, the evening, sleeps so peacefully! 
Smoothed by long fingers,
Asleep … tired … or it malingers,
Stretched on the floor, here beside you and me.
Should I, after tea and cakes and ices,
Have the strength to force the moment to its crisis? 
But though I have wept and fasted, wept and prayed,
Though I have seen my head (grown slightly bald) brought 
              in upon a platter,
I am no prophet—and here’s no great matter;
I have seen the moment of my greatness flicker,
And I have seen the eternal Footman hold my coat, and 
              snicker, 
And in short, I was afraid.

And would it have been worth it, after all,
After the cups, the marmalade, the tea,
Among the porcelain, among some talk of you and me,
Would it have been worth while, 
To have bitten off the matter with a smile,
To have squeezed the universe into a ball
To roll it toward some overwhelming question,
To say: “I am Lazarus, come from the dead,
Come back to tell you all, I shall tell you all” — 
If one, settling a pillow by her head,
Should say: “That is not what I meant at all.
That is not it, at all.”

And would it have been worth it, after all,
Would it have been worth while, 
After the sunsets and the dooryards and the sprinkled 
              streets,
After the novels, after the teacups, after the skirts that trail 
              along the floor —
And this, and so much more? —
It is impossible to say just what I mean!
But as if a magic lantern threw the nerves in patterns on a 
              screen: 
Would it have been worth while
If one, settling a pillow or throwing off a shawl,
And turning toward the window, should say:
“That is not it at all,
That is not what I meant, at all.”
.      .      .      .      .      .      .      .      .      .      .      . 
No! I am not Prince Hamlet, nor was meant to be;
Am an attendant lord, one that will do
To swell a progress, start a scene or two,
Advise the prince; no doubt, an easy tool,
Deferential, glad to be of use, 
Politic, cautious, and meticulous;
Full of high sentence, but a bit obtuse;
At times, indeed, almost ridiculous —
Almost, at times, the Fool.

I grow old… I grow old…
I shall wear the bottoms of my trousers rolled.

Shall I part my hair behind? Do I dare to eat a peach?
I shall wear white flannel trousers, and walk upon the 
              beach.
I have heard the mermaids singing, each to each.

I do not think that they will sing to me. 

I have seen them riding seaward on the waves
Combing the white hair of the waves blown back
When the wind blows the water white and black.

We have lingered in the chambers of the sea
By sea-girls wreathed with seaweed red and brown 
Till human voices wake us, and we drown. 



From: Prufrock and Other Observations, The Egoist Ltd., London, 1917

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IL CANTO D’AMORE DI J. ALFRED PRUFROCK 


                                  S’io credesse che mia risposta fosse
                                  A persona che mai tornasse al mondo,
                                  Questa fiamma staria senza più scosse.
                                  Ma perciocché giammai di questo fondo
                                  Non tornò vivo alcun, s’i’ odo il vero,
                                  Senza tema d’infamia ti rispondo.


Allora andiamo, tu ed io, 
Quando la sera si stende contro il cielo 
Come un paziente eterizzato disteso su una tavola; 
Andiamo, per certe strade semideserte, 
Mormoranti ricoveri 
Di notti senza riposo in alberghi di passo a poco prezzo 
E ristoranti pieni di segatura e gusci d’ostriche; 
Strade che si succedono come un tedioso argomento 
Con l’insidioso proposito 
Di condurti a domande che opprimono… 
Oh, non chiedere “Cosa?” 
Andiamo a fare la nostra visita.

Nella stanza le donne vanno e vengono 
Parlando di Michelangelo.

La nebbia gialla che strofina la schiena contro i vetri,
Il fumo giallo che strofina il suo muso contro i vetri 
Lambì con la sua lingua gli angoli della sera, 
Indugiò sulle pozze stagnanti negli scoli, 
Lasciò che gli cadesse sulla schiena la fuliggine che cade dai camini, 
Scivolò sul terrazzo, spiccò un balzo improvviso, 
E vedendo che era una soffice sera d’ottobre 
S’arricciolò attorno alla casa, e si assopì.

E di sicuro ci sarà tempo 
Per il fumo giallo che scivola lungo la strada 
Strofinando la schiena contro i vetri; 
Ci sarà tempo, ci sarà tempo 
Per prepararti una faccia per incontrare le facce che incontri; 
Ci sarà tempo per uccidere e creare, 
E tempo per tutte le opere e i giorni delle mani 
Che sollevano e lasciano cadere una domanda sul tuo piatto; 
Tempo per te e tempo per me, 
E tempo anche per cento indecisioni, 
E per cento visioni e revisioni, 
Prima di prendere un tè col pane abbrustolito.

Nella stanza le donne vanno e vengono 
Parlando di Michelangelo.

E di sicuro ci sarà tempo 
Di chiedere, “Posso osare?” e, “Posso osare?” 
Tempo di volgere il capo e scendere la scala, 
Con una zona calva in mezzo ai miei capelli — 
(Diranno: “Come diventano radi i suoi capelli!”)
Con il mio abito per la mattina, con il colletto solido che arriva fino al mento, 
Con la cravatta ricca e modesta, ma asserita da un semplice spillo — 
(Diranno: “Come gli son diventate sottili le gambe e le braccia!”) 
Oserò 
Turbare l’universo? 
In un attimo solo c’è tempo 
Per decisioni e revisioni che un attimo solo invertirà

Perché già tutte le ho conosciute, conosciute tutte: — 
Ho conosciuto le sere, le mattine, i pomeriggi, 
Ho misurato la mia vita con cucchiaini da caffè; 
Conosco le voci che muoiono con un morente declino 
Sotto la musica giunta da una stanza più lontana. 
Così, come potrei rischiare? 

E ho conosciuto tutti gli occhi, conosciuti tutti — 
Gli occhi che ti fissano in una frase formulata, 
E quando sono formulato, appuntato a uno spillo, 
Quando sono trafitto da uno spillo e mi dibatto sul muro 
Come potrei allora cominciare 
A sputar fuori tutti i mozziconi dei miei giorni e delle mie abitudini? 
Come potrei rischiare? 

E ho già conosciuto le braccia, conosciute tutte — 
Le braccia ingioiellate e bianche e nude 
(Ma alla luce di una lampada avvilite da una leggera peluria bruna!) 
È il profumo che viene da un vestito 
Che mi fa divagare a questo modo? 
Braccia appoggiate a un tavolo, o avvolte in uno scialle. 
Potrei rischiare, allora?— 
Come potrei cominciare?
.      .      .      .      .      .      .      .      .      .      .      . 
Direi, ho camminato al crepuscolo per strade strette 
Ed ho osservato il fumo che sale dalle pipe 
D’uomini solitari in maniche di camicia affacciati alle finestre?…

Avrei potuto essere un paio di ruvidi artigli 
Che corrono sul fondo di mari silenziosi.
.      .      .      .      .      .      .      .      .      .      .      . 
E il pomeriggio, la sera, dorme così tranquillamente! 
Lisciata da lunghe dita, 
Addormentata… stanca… o gioca a fare la malata, 
Sdraiata sul pavimento, qui fra te e me. 
Potrei, dopo il tè e le paste e i gelati, 
Aver la forza di forzare il momento alla sua crisi? 
Ma sebbene abbia pianto e digiunato, pianto e pregato,

Sebbene abbia visto il mio capo (che comincia un po’ a perdere i capelli) portato su un vassoio, 
lo non sono un profeta — e non ha molta importanza; 
Ho visto vacillare il momento della mia grandezza, 
E ho visto l’eterno Lacchè reggere il mio soprabito ghignando, 
E a farla breve, ne ho avuto paura.

E ne sarebbe valsa la pena, dopo tutto, 
Dopo le tazze, la marmellata e il tè, 
E fra la porcellana e qualche chiacchiera 
Fra te e me, ne sarebbe valsa la pena 
D’affrontare il problema sorridendo, 
Di comprimere tutto l’universo in una palla 
E di farlo rotolare verso una domanda che opprime, 
Di dire: “lo sono Lazzaro, vengo dal regno dei morti, 
Torno per dirvi tutto, vi dirò tutto” — 
Se una, mettendole un cuscino accanto al capo, 
Dicesse: “Non è per niente questo che volevo dire.
Non è questo, per niente.” 


E ne sarebbe valsa la pena, dopo tutto, 
Ne sarebbe valsa la pena, 
Dopo i tramonti e i cortili e le strade spruzzate di pioggia, 
Dopo i romanzi, dopo le tazze da tè, dopo le gonne strascicate sul pavimento 
E questo, e tante altre cose? — 
È impossibile dire ciò che intendo!
Ma come se una lanterna magica proiettasse il disegno dei nervi su uno schermo: 
Ne sarebbe valsa la pena 
Se una, accomodandosi un cuscino o togliendosi uno scialle, 
E volgendosi verso la finestra, dicesse: 
« Non è per niente questo, 
Non è per niente questo che volevo dire. »
.      .      .      .      .      .      .      .      .      .      .      . 
No! lo non sono il Principe Amleto, né ero destinato ad esserlo; 
Io sono un cortigiano, sono uno 
Utile forse a ingrossare un corteo, a dar l’avvio a una scena o due,
Ad avvisare il principe; uno strumento facile, di certo, 
Deferente, felice di mostrarsi utile, 
Prudente, cauto, meticoloso; 
Pieno di nobili sentenze, ma un po’ ottuso; 
Talvolta, in verità, quasi ridicolo — 
E quasi, a volte, il Buffone.


Divento vecchio… divento vecchio… 
Porterò i pantaloni arrotolati in fondo.

Dividerò i miei capelli sulla nuca? Avrò il coraggio di mangiare una pesca? 
Porterò pantaloni di flanella bianca, e camminerò sulla spiaggia. 
Ho udito le sirene cantare l’una all’altra.

Non credo che canteranno per me.

Le ho viste al largo cavalcare l’onde 
Pettinare la candida chioma dell’onde risospinte  
Quando il vento rigonfia l’acqua bianca e nera.

Ci siamo troppo attardati nelle camere del mare 
Con le figlie del mare incoronate d’alghe rosse e brune 
Finché le voci umane ci svegliano, e anneghiamo. 



Da: Prufrock e altre osservazioni, The Egoist Ltd., London, 1917


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     « […] Un identico procedere [rispetto a quello intrapreso da Ezra Pound] ha ben altro esito nell’opera di Thomas Stearns Eliot che, fin dall’inizio, trova soluzioni personalissime ed efficaci, grazie anche alla sua capacità di mantenere l’equilibrio fra intelletto e senso, come voleva l’Imagismo riprendendo il principio chiave dei poeti metafisici. Quando nel 1917 esce Prufrock e altre osservazioni, l’autore ha già discusso con Pound, fin dal 1914, il nucleo centrale dell’opera. Il personaggio monologante, Prufrock, appunto, descrive situazioni di vita cittadina degradata in una lingua bassa e mimetica. Il senso di squallore quotidiano che pervade le sue osservazioni divaganti rappresenta una tale novità da farne (almeno fino alla Terra desolata) il vero manifesto della nuova poesia. Una sottile vena musicale e comica, e uno sguardo lucido e penetrante, consentono al giovane poeta di uscire dallo schermo rigido della maschera per affermare, attraverso il suo personaggio, i pensieri e le ansie effettive della coscienza.
     Nel 1920, la seconda raccolta, Poesie, e un libro di saggi, Il bosco sacro, consacrano definitivamente Eliot come poeta di primo piano. Partendo dalla teorizzazione di Pound, Eliot dà un contributo decisivo al trionfo delle nuove idee, con un saggio famoso come «Tradizione e talento individuale», e interventi su Dante e alcuni elisabettiani.
     Nel 1922 esce, ampiamente corretta da Pound, La terra desolata: con il celebre poemetto si apre la nuova era della poesia moderna che, attraverso territori inesplorati, va alla ricerca di nuove identità (Quando non rifiuta l’identità stessa). La messa in risonanza contemporanea dell’intera letteratura mondiale ha qui il suo esito più alto: senza limiti di tempo e di luogo si assiste, nelle varie sezioni, a un vero viaggio attraverso i secoli nei grandi libri della storia. È un viaggio attraverso un mondo allucinato, fra le rovine delle civiltà che, nel nostro secolo, paiono lanciarsi in un ultimo, disperato, salto nel vuoto.
     Il disegno generale e il simbolismo della Terra desolata è costruito, a partire dal libro di J.L. Weston, come indicato da Eliot stesso, intorno al mito del Graal e ai riti della fertilità e della vegetazione contenuti in un altro, famosissimo, testo di antropologia: Il ramo d’oro di J.G. Frazer. Con queste e molte altre implicazioni, collegando frammenti, discorsi e immagini, anche a rischio di un ermetismo che talvolta mette a dura prova il lettore, il poemetto raggiunge una tensione drammatica che esprime appieno le potenzialità del «metodo mitico», particolarmente efficace, almeno in quel momento, nel mettere a nudo le sorti disperate e catastrofiche della civiltà novecentesca.
     Con gli anni Trenta, la posizione di Eliot muta, si istituzionalizza la sua funzione critica e la sua poesia si fa più aperta e discorsiva finché, con i Quattro quartetti, 1936-42, la sua «rilettura» della Bibbia segna uno dei momenti più alti della poesia religiosa contemporanea. Il «metodo mitico» lascia il posto a un tono meditativo alto, a una contemplazione riflessiva sul tempo e sulle sorti degli uomini: «Il tempo presente e il passato / Son forse presenti entrambi nel tempo futuro ».
     Tutto tende a un solo fine, un punto limite verso cui confluisce, come un fiume maestoso: è l’attimo rivelatore, l’epifania di un impossibile equilibrio, l’intuizione di qualcosa che si arresta (lo still point di cui si può leggere nelle pagine di quest’antologia) nel flusso continuo del mondo. E il punto fermo in cui, però, qualcosa danza. È la poesia che fa posto a esperienze al limite, quasi impossibili da dire, ma che per un attimo vengono fissate, come quell’uccello che sembra librarsi, un istante, immobile in cielo mentre tutto gli si arresta intorno. Un attimo, e poi ogni cosa riprende il suo corso, lasciando negli occhi il senso di una novità, nitida, distanziata, ordinata nello spazio. […] » 

Ermanno Krumm [dall’Introduzione a: Poeti inglesi, in: “Poesia europea del Novecento, 1900_1945”, Skira, Milano, 1996.]




T. S. Eliot: Il canto d’amore di Alfred J. Prufrock 
Lettura: Grazia Apisa 
Musica: Arvo Pärt 
Esecuzione musicale: Festina Lente 
da: T.S. Eliot - Poesie, prefazione e trad. di Roberto Sanesi, Milano, Bompiani, 1961.

Lettura già pubblicata su Youtube l’11 giugno 2013 









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6 commenti:

  1. le ragioni di questo post, cioè della pubblicazione di una poesia arcinota e iperpubblicata, rimandano a quando, giovane, acerbo ma assiduo lettore di versi, avevo la possibilità di sentire per le voci di alcuni nostri grandi del teatro delle altrettanto grandi poesie. E ricordo che questo "Canto d'amore" eliotiano aveva la voce di Giorgio Albertazzi, che ne recitava i versi in una traduzione diversa da quella qui data. Diceva, per esempio: "Avrò l'ardire / di turbare l'Universo?" e "oserò mangiare una pesca?". Non c'era altra voce in me per Prufrock che quella di Albertazzi... Perlomeno finché non mi è capitato di ascoltare la videolettura di Grazia Apisa, che inaspettatamente mi ha colpito e scosso, tanto da dare significati nuovi e nuove intensità a un testo che da decenni vado rileggendo.

    A. C.

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  2. Ma ben tornato e grazie di questo articolo!!!
    Angela

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  3. Anche da parte mia: ben tornato e grazie, mi mancava il tuo lavoro!

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  4. Eliot rappresenta una pietra miliare in quello che si può definire "poetica".
    Rivoluzionò sia ala tendenza che la struttura creando il suo "correlato oggettivo", dove, attraverso la metafora, spostava, continuamente il baricentro poetico da un contesto all'altro e ne è un esempio palese la famosa "The last land". Posso dire che, personalmente, mi ha insegnato la struttura poetica meglio di qualsiasi altro poeta.
    Grazie Antonino, sempre preziosi i tuoi post!
    Grazie.

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  5. Sorprende tutti,la proposta di Antonino Caponnetto,per salutare tutti. Mi piace pensare che la scelta di Thomas S.Eliot non sia casuale,ma mirata ad una plausibile riflessione personale sulla poesia.Sul suo sforzo di completare una ricerca comune con mezzi propri.Se l'intento del grande Eliot è stato quello di una poesia capace di svincolare le parole e le immagini da stereotipi inutili,è possibile credere che Antonino ci offra, una possibilità di riflessione attenta sulla necessità di esperienze diverse,per completare un cammino,una ragione,il semplice desiderio di fare poesia con competenza di se stessi,con benevolenza verso se stessi..Con la possibilità di fuggire da se stessi e dal ruolo mediocre delle emozioni.

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  6. Tra mille voci, per me sempre la più amata.
    Un sorriso, grazie.

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