mercoledì 5 febbraio 2014

Jorge Luis Borges - «Fueron muchas mis formas y mis muertes» - Poemas / Poesie





Jorge Francisco Isidoro Luis Borges Acevedo, noto come Jorge Luis Borges (Buenos Aires, 24 agosto 1899 – Ginevra, 14 giugno 1986), scrittore, saggista, poeta, filosofo e traduttore argentino. Il futuro scrittore nacque prematuro (all’ottavo mese di gravidanza) nella stessa casa di via Tucumán 840 a Buenos Aires dove era già nata sua madre. Figlio di Jorge Guillermo, avvocato e insegnante di psicologia - in lingua inglese - all’Instituto del Profesorado en Lenguas Vivas e di Leonor Acevedo Haedo. Pochi anni dopo, la famiglia si trasferì nel quartiere Palermo, che diventerà un luogo topico della sua opera. Jorge - che sin da piccolo manifestò i sintomi di quella cecità che nei Borges era ereditaria da ben 6 generazioni - venne educato in casa, oltre che dal padre e dalla nonna materna, da un’istitutrice inglese e si rivelò ben presto un bambino precocissimo: a sette anni scrisse il suo primo racconto - La visiera fatal - e a nove tradusse il racconto di Oscar Wilde Il principe felice (pubblicato su El País a firma di Jorge Borges: si ritenne che la traduzione fosse ovviamente del padre). Nel 1908 venne iscritto alla quarta classe elementare della scuola pubblica.
Nel 1914 egli si trasferì con i genitori, la sorella Norah (nata nel 1901) e la nonna materna - quella paterna li raggiunse in seguito - a Ginevra dove restò fino al 1918. Il soggiorno svizzero, durante il quale frequentò il Collège Calvin (rue Theodore de Beze, Ginevra, fondato da Giovanni Calvino nel 1559), fu un periodo di intensi studi (tra cui le lingue latina, francese e tedesca) e ampie letture di autori europei. Nel 1918, dopo la morte della nonna materna, si trasferì con la famiglia dapprima a Lugano e, l’anno successivo, a Maiorca. Qui, prima di trasferirsi a Siviglia e poi a Madrid scrisse i suoi primi due libri rimasti inediti: uno di poesie (Los ritmos rojos di celebrazione della rivoluzione russa) e uno di prose (Los naipes del tahurLe Carte del Baro). Nel 1919, durante il soggiorno a Siviglia, per la prima volta venne pubblicata, sul numero 37 della rivista Grecia, una sua poesia, Himno del mar (Inno al Mare).
 Il 24 gennaio del 1921 fu pubblicato il primo numero della rivista letteraria spagnola Ultra, la quale, come appare evidente dal nome, era l’organo di diffusione del movimento ultraista. Tra i collaboratori più noti si ricordano lo stesso Borges, Rafael Cansinos-Assens, Ramón Gómez de la Serna e Guillermo de Torre che sposerà nel 1928 Norah Borges.
Il 4 marzo del 1921 la famiglia Borges - composta dalla nonna paterna, Frances Haslam (che vi si era unita nel 1916 a Ginevra), i genitori, Leonor Acevedo e Jorge Guillermo Borges, e la sorella Norah Borges - si imbarcò nel porto di Barcellona sulla nave (la “Reina Victoria Eugenia”) che li avrebbe riportati a Buenos Aires. Al porto li aspettava Macedonio Fernández, la cui amicizia Borges erediterà dal padre. Una volta a Buenos Aires egli scrisse nella rivista Cosmópolis, fondò la rivista murale Prisma (della quale però furono pubblicati solo due numeri) e scrisse anche su Nosotros, diretta da Alfredo Bianchi.
Nel 1922 egli andò a trovare Leopoldo Lugones insieme a Eduardo Gonález Lanuza, per consegnargli il secondo (e ultimo) numero di Prisma. Borges fonda la prima serie della rivista Proa con Macedonio Fernandez e altri scrittori. Nell’agosto del 1924 seconda serie della rivista Proa con Ricardo Güiraldes, autore di Don Segundo Sombra, Alfredo Brandán Caraffa e Pablo Rojas Paz. Nel 1931 uscì il primo numero di Sur, rivista fondata e diretta da Victoria Ocampo; in questo primo numero Borges collaborò con un articolo dedicato a Coronel Ascasubi.
Nel 1923, il giorno prima del secondo viaggio in Svizzera, Borges pubblicò il suo primo libro di poesie, Fervore di Buenos Aires (Fervor de Buenos Aires), in cui si prefigurava, come disse lo stesso Borges, tutta la sua opera successiva. Fu un’edizione preparata in fretta e furia in cui erano presenti alcuni refusi ed era priva di prologo. Per la copertina sua sorella Norah realizzò un’incisione, e ne furono stampate all’incirca trecento copie; le poche che ancora si conservano sono considerate dei tesori dai bibliofili: in alcune sono addirittura rinvenibili correzioni manoscritte realizzate dallo stesso Borges. L’unica copia appartenente alla Biblioteca Nazionale Argentina è stata rubata nel 2000 insieme ad altre prime edizioni di Borges.
Più tardi egli scrisse, tra le altre, sulla rivista Martín Fierro, una delle riviste chiave della storia della letteratura argentina della prima metà del XX secolo. Nonostante la sua formazione europeista, Borges rivendicò con le tematiche trattate le sue radici argentine, e in particolare “porteñas” (cioè di Buenos Aires), nelle opere come Fervore di Buenos Aires (1923), Luna di fronte (Luna de enfrente) (1925) e Quaderno San Martín (Cuaderno de San Martín) (1929).
Sebbene la poesia fosse uno dei fondamenti della sua opera letteraria, il saggio e la narrativa furono i generi che gli procurarono il riconoscimento internazionale. Dotato di una vasta cultura, costruì un’opera di grande solidità intellettuale sull’andamento di una prosa precisa e austera, attraverso la quale poté manifestare un distacco talora ironico dalle cose del mondo, senza per questo rinunciare al suo delicato lirismo. Le sue strutture narrative alterano le forme convenzionali del tempo e dello spazio per creare altri mondi di grande contenuto simbolico, costruiti a partire da riflessi, inversioni, parallelismi. Gli scritti di Borges prendono spesso la forma di artifici o di potenti metafore con sfondo metafisico.
Tra i suoi amici di questo periodo si ricordano José Bianco, Adolfo Bioy Casares, Estela Canto e altri, soprattutto nel novero del circolo della rivista Sur.
Nel 1938 muore il padre, cieco da anni. La vigilia di Natale dello stesso anno, in seguito a una ferita alla testa, dovuta a un banale trauma in casa, Borges va in setticemia e rischia la vita. Durante la convalescenza, per aver prova di esserne ancora in grado, scrive Pierre Menard, autor del Quijote. Nel 1946 Juan Domingo Perón venne eletto presidente, sconfiggendo così la Unión Democrática. Borges, che aveva appoggiato quest’ultima, manifestò la sua avversione al nuovo governo, tanto che fu costretto ad abbandonare la sua posizione di bibliotecario.
Per questo motivo egli dovette superare la sua timidezza e iniziare a tenere conferenze. Nel 1948 sua sorella Norah e sua madre vennero incarcerate, accusate di aver dato scandalo nella loro vita pubblica. Norah Borges (e la sua amica Adela Grondona) vennero portate al carcere del Buon Pastore (carcere femminile), mentre a Leonor Acevedo furono concessi gli arresti domiciliari vista l’età avanzata.
Nel 1950 Borges venne eletto presidente della SADE e, un anno dopo, uscì in Messico Antiguas Literaturas Germánicas (trad. it: Brume, dei, eroi), scritto in collaborazione con Delia Ingenieros.
In seguito alla Revolución Libertadora che depose Perón, Borges fu nominato direttore della Biblioteca Nazionale Argentina, incarico che ricoprì dal 1955 fino alle sue dimissioni del 1973, dovute al ritorno al potere proprio di Perón. Lo stesso anno fu eletto membro dell’Accademia argentina delle Lettere. Nel 1956 divenne professore di letteratura inglese all’Università di Buenos Aires e presidente dell’Associazione degli Scrittori argentini. In questo periodo egli fu molto criticato per la sua adesione al nuovo governo, soprattutto da Ezequiel Martínez Estrada e da Ernesto Sabato. Con quest’ultimo le diatribe proseguirono fino al 1975.
Borges ricevette una gran quantità di riconoscimenti. Tra i più importanti: il Premio Nazionale di Letteratura (1957), il Premio Internazionale degli editori (1961), il premio Formentor insieme a Samuel Beckett (1969), il Premio Cervantes insieme a Gerardo Diego (1979) e il Premio Balzan (1980) per la filologia, linguistica e critica letteraria. Tre anni più tardi il governo spagnolo gli concesse la Grande Croce dell’Ordine di Alfonso X il Saggio. Nonostante il suo enorme prestigio intellettuale e il riconoscimento universale raggiunto dalla sua opera, Borges non fu mai insignito del Premio Nobel per la Letteratura.
Nel 1973, prima della nuova vittoria del peronismo, Borges continuò a ricordare il primo governo di Perón come “gli anni dell’obbrobrio”. Nel 1975 morì sua madre, a novantanove anni. A partire da questo momento Borges effettuò i suoi viaggi insieme a María Kodama, una sua ex-alunna, divenuta sua segretaria e infine, a poche settimane dalla morte, sua seconda moglie, sposata per procura in Uruguay.
Nel 1980 firmò una petizione di sollecitazione a favore dei desaparecidos, promossa dal quotidiano Clarín. Nel 1982 condannò l’invasione argentina delle Isole Malvinas.
Morì il 14 giugno 1986 nella città di Ginevra, in seguito a un cancro al fegato.
Come da lui disposto, i suoi resti riposano al cimitero di Plainpalais (nella parte sud di Ginevra) sotto una lapide grezza di color bianco. Sulla parte superiore si legge semplicemente “Jorge Luis Borges”; più in basso è scritta in inglese antico la frase “And ne forhtedon na” (Giammai con timore), proveniente dal poema epico del X secolo La battaglia di Maldon, insieme a un’incisione circolare raffigurante sette guerrieri che, impugnati gli scudi e sfoderate le spade, si gettano in combattimento e quindi verso la morte. Sotto sono incise una piccola croce del Galles e le date “1899/1986”. Dietro la lapide sono riportati due versi della Saga di Völsunga (XIII secolo): “Hann tekr sverthit Gram okk / legger i methal theira bert” (Egli prese la sua spada, Gram, e pose il nudo metallo tra i due), al di sotto dei quali è raffigurato un drakkar vichingo. Più in basso compare la scritta “De Ulrica a Javier Otalora”.

Borges è ritenuto uno dei più importanti e influenti scrittori del XX secolo, ispirato tra gli altri da Macedonio Fernández, Rafael Cansinos Assens, dalla letteratura inglese (Chesterton, Kipling, Stevenson, Wells, De Quincey, Shaw), dalla germanica (Schopenhauer, Heine, Kafka) e dal Taoismo. Narratore, poeta e saggista, è famoso sia per i suoi racconti fantastici, in cui ha saputo coniugare idee filosofiche e metafisiche con i classici temi del fantastico (quali: il doppio, le realtà parallele del sogno, i libri misteriosi e magici, gli slittamenti temporali), sia per la sua più ampia produzione poetica, dove, come afferma Claudio Magris, si manifesta “l’incanto di un attimo in cui le cose sembra stiano per dirci il loro segreto”.
Oggi l’aggettivo «borgesiano» definisce una concezione della vita come storia (fiction), come menzogna, come opera contraffatta spacciata per veritiera (come nelle sue famose recensioni di libri immaginari). 
Borges ha lasciato la sua grande eredità in tutti i campi della cultura moderna, persino in quella pop, e molti sono gli scrittori che si sono ispirati alle sue opere.
Tra questi ci sono scrittori come Julio Cortázar, Italo Calvino, Osvaldo Soriano, Umberto Eco, Leonardo Sciascia, John Barth, Philip K. Dick, Gene Wolfe, Paul Auster, Roberto Bolaño ecc.
Inoltre Borges ha influenzato anche autori di fumetti come Alan Moore e Grant Morrison (che lo cita indirettamente in un episodio della Doom Patrol), cantautori come Francesco Guccini, Roberto Vecchioni e Elvis Costello e artisti come Luigi Serafini, autore del Codex Seraphinianus.
Umberto Eco, nel romanzo Il nome della rosa dà il nome di Jorge da Burgos a uno dei protagonisti, bibliotecario cieco, chiarendo poi (nelle “postille”) che il nome va riferito esplicitamente a Borges.
Nonostante fosse il favorito d’obbligo di ogni edizione del Premio Nobel dagli anni cinquanta in poi, l’Accademia di Stoccolma non lo premiò mai, preferendogli a volte autori meno conosciuti e popolari. Secondo insistenti voci la ragione andava cercata nelle idee politiche del grande scrittore che, senza mai essere un attivista (si iscrisse soltanto nel 1960 e con intento dichiaratamente “donchisciottesco”), nutriva simpatie conservatrici. Non gli perdonarono le idee tradizionali, filo-occidentali, e l’atteggiamento cosmopolita, refrattario al folclore (ma non alla madrepatria) e alle forzature moderniste. In particolare una cena al tavolo di Pinochet. Avvisato della vittoria quasi sicura se avesse rinunciato a quel viaggio in Cile per un giro di conferenze e per ritirare una delle sue 23 lauree honoris causa, rispose che allora era un’ottima idea partire. Notoria invece la sua antipatia viscerale per Peron e il suo movimento, cui si devono anche l’incarcerazione della madre e della sorella. Diverse tappe della sua carriera pubblica sono segnate dal conflitto col peronismo. Alcune di queste:
- la sua nomina a Direttore della Biblioteca Nazionale avviene proprio dopo la caduta di Peron (1955);
- il rifiuto da parte del quotidiano La Nación di pubblicare una sua poesia (Il Pugnale) di chiaro intento tirannicida;
- la sua presidenza dal 1950 al 1953 della Società degli Scrittori Argentini, di cui la dittatura impose la chiusura; Borges stesso ricorda gli ultimi seminari che poté tenere, di fronte a poliziotti che annotavano i passi salienti delle sue esposizioni.

Opere di Borges 
NARRATIVA: 
Storia universale dell’infamia (Historia Universal de la Infamia, 1935), Adelphi (ISBN 88-459-1332-5);
Finzioni (Ficciones, 1944), Einaudi (ISBN 88-06-17367-7);
L’Aleph (El Aleph, 1949), Adelphi (ISBN 88-459-1420-8);
Brume, dei, eroi (Antiguas Literaturas Germánicas, 1951) (in collaborazione con Delia Ingenieros);
L’altro, lo stesso (El otro, el mismo, 1964), Adelphi (ISBN 88-459-1742-8);
Il Manuale di zoologia fantastica (El libro de los seres imaginarios, 1967) (in collaborazione con Margarita Guerrero), Einaudi (ISBN 88-06-11452-2);
Il manoscritto di Brodie (El informe de Brodie, 1970), Adelphi (ISBN 88-459-1449-6);
Il libro di sabbia (El libro de arena, 1975), Adelphi (ISBN 88-459-1841-6);
Il libro dei sogni (Libro de sueños, 1976);
I congiurati (Los conjurados, 1985) Mondadori (ISBN 88-04-42038-3);
Venticinque agosto 1983 e altri racconti inediti, Mondadori (ISBN 88-04-33731-1);
POESIA:
Fervore di Buenos Aires (Fervor de Buenos Aires 1923), a cura di Domenico Porzio e Hado Lyria, in J.L.Borges, Tutte le opere, vol. primo, Mondadori 1984; a cura di Tommaso Scarano, Adelphi 2010;
Luna di fronte (Luna de enfrente 1925), a cura di Domenico Porzio e Hado Lyria, in J.L.Borges, Tutte le opere, vol. primo, Mondadori 1984;
Quaderno San Martín (Cuaderno de San Martín 1929) a cura di Domenico Porzio e Hado Lyria, in J.L.Borges, Tutte le opere, vol. primo, Mondadori 1984
L’artefice (El hacedor 1960), trad. di F. Tentori Montalto, Rizzoli 1963; a cura di Tommaso Scarano, Adelphi 1999 (ISBN 88-459-1507-7);
L’altro, lo stesso (El otro, el mismo 1964), trad. di F. Tentori Montalto, in J.L.Borges, Tutte le opere, vol. secondo, Mondadori 1985; a cura di Tommaso Scarano, Adelphi 2002(ISBN 88-459-1742-8);
Elogio dell’Ombra (Elogio de la sombra 1969), trad. di Francesco Tentori Montalto, Einaudi 1971(ISBN 88-06-14868-0);
L’oro delle tigri (El oro de los tigres 1972), traduzione di J. Rodolfo Wilcock e Livio Bacchi Wilcock, Rizzoli 1974; a cura di Tommaso Scarano, Adelphi 2004 (ISBN 88-459-1932-3);
La rosa profonda (La rosa profunda 1975), a cura di Domenico Porzio e Hado Lyria, in J.L.Borges, Tutte le opere, vol. secondo, Mondadori 1985;
La moneta di ferro (La moneda de hierro 1976), a cura di Cesco Vian, Rizzoli 1981; a cura di Tommaso Scarano, Adelphi 2008;
La cifra (1981);
I cospiratori (1985).
SAGGISTICA:
Inquisizioni (Inquisiciones, 1925), Adelphi (ISBN 88-459-1628-6);
Evaristo Carriego (1930), Einaudi (ISBN 88-06-15192-4);
Discussioni (Discusión, 1932);
Storia dell’eternità (Historia Universal de la Eternidad, 1936), Adelphi (ISBN 88-459-1333-3);
Altre inquisizioni (Otras inquisiciones, 1952), Adelphi (ISBN 88-459-1538-7);
Testi prigionieri (Textos cautivos, 1986) (testi apparsi nella rivista El Hogar tra il 1936 e il 1939), Adelphi (ISBN 88-459-1386-4);
Cos’è il buddismo (Qué es el budismo?, 1976), Newton (ISBN 88-8289-904-7);
Nove saggi danteschi (Nueve ensayos dantescos, 1982), Adelphi (ISBN 88-459-1653-7);
L’invenzione della poesia. Le lezioni americane, Mondadori (ISBN 88-04-52803-6);
Prologhi. Con un prologo ai prologhi (Prólogos con un prólogo de prólogos, 1975) Adelphi (ISBN 88-459-2025-9).
Con Adolfo Bioy Casares:
Sei problemi per don Isidro Parodi (Seis problemas para don Isidro Parodi, 1942 Trad. it., Roma, Studio Tesi, 1990);
Due fantasie memorabili (Dos fantasías memorables, 1946);
Un modello per la morte (Un modelo para la muerte, 1946. Trad. it. Un modello per la morte, Pordenone, Studio Tesi, 1991);
Cronache di Bustos Domecq (Crónicas de Bustos Domecq, 1967. Trad. it., Torino, Einaudi, 1975);
Il libro del cielo e dell’inferno (Libro del cielo y del infierno, 1960);
Nuovi racconti di Bustos Domecq (Nuevos cuentos de Bustos Domecq, 1977);
Dos fantasías memorables e Un modelo para la muerte furono inizialmente pubblicati a proprie spese in un’edizione privata di 300 copie. I primi lavori a stampa commercializzati furono pubblicati nel 1970.

Opere su Borges
Blanchot Maurice, L’infinito letterario: L’Aleph, in ID Il libro a venire, Torino, Einaudi, 1969;
Matamoro Blas, Jorge Luis Borges o el juego trascendente, Buenos Aires, Peña Lillo Editor, 1971;
Paoli Roberto, Borges e gli scrittori italiani, Napoli, Liguori, 1997;
Barili Amelia, Jorge Luis Borges y Alfonso Reyes: la cuestión de la identidad del escritor latinoamericano, México, Fonde de cultura económica, 1999;
Campa Riccardo, L’ombra etimologia del mondo, Bologna, Il Mulino, 2004;
Eco Umberto, L’abduzione in Uqbar, in ID Sugli specchi e altri saggi, Milano, Bompiani, 2004;
Pauls Alan, El factor Borges, Barcelona, Editorial Anagrama, 2004;
Savater Fernando, Borges, Roma-Bari, Laterza, 2005;
Manguel Alberto, Con Borges, Milano, Adelphi, 2005;
Rodríguez Amaya Fabio (a cura di), Reencuentros con Borges. Per speculum in enigmatae, Sestante-Bergamo University Press, 2006
Tatián Diego, La conjura de los justos. Borges y la ciudad de los hombres, Buenos Aires, Las cuarenta, 2009. 
( Fonte principale per le notizie bio-bibliografiche: Wikipedia )


A Jorge Luis Borges, oltre al presente post, il nostro blog ha già dedicato: 






AVVERTENZA 
TUTTE LE POESIE CHE IN QUESTO POST PROPONIAMO, 
SIA IN LINGUA ORIGINALE CHE IN TRADUZIONE, 
SONO TRATTE DAI DUE LIBRI SEGUENTI:







 Jorge Luis Borges
L’oro delle tigri

A cura di Tommaso Scarano
Biblioteca Adelphi
2004, pp. 156
isbn: 9788845919329
Letteratura spagnola e iberoamericana, Poesia



 Jorge Luis Borges
La rosa profonda

A cura di Tommaso Scarano
Piccola Biblioteca Adelphi
2013, pp. 154
isbn: 9788845928246
Letteratura spagnola e iberoamericana









Los días y las noches / están entretejidos (interwoven) de memoria y de miedo...



de « El oro de los tigres » (1972)
da « L’oro delle tigri », a cura di Tommaso Scarano, Adelphi 2004




EL ORO DE LOS TIGRES (1972)



Al idioma alemán 



Mi destino es la lengua castellana,
El bronce de Francisco de Quevedo,
Pero en la lenta noche caminada,
Me exaltan otras músicas más íntimas.
Alguna me fue dada por la sangre - 
Oh voz de Shakespeare y de la Escritura -,
Otras por el azar, que es dadivoso,
Pero a ti, dulce lengua de Alemania,
Te he elegido y buscado, solitario.
A través de vigilias y gramáticas,
De la jungla de las declinaciones,
Del diccionario, que no acierta nunca
Con el matiz preciso, fui acercándome.
Mis noches están llenas de Virgilio,
Dije una vez; también pude haber dicho
de Hölderlin y de Angelus Silesius.
Heine me dio sus altos ruiseñores;
Goethe, la suerte de un amor tardío,
A la vez indulgente y mercenario;
Keller, la rosa que una mano deja
En la mano de un muerto que la amaba
Y que nunca sabrá si es blanca o roja.
Tú, lengua de Alemania, eres tu obra
Capital: el amor entrelazado
de las voces compuestas, las vocales
Abiertas, los sonidos que permiten
El estudioso hexámetro del griego
Y tu rumor de selvas y de noches.
Te tuve alguna vez. Hoy, en la linde
De los años cansados, te diviso
Lejana como el álgebra y la luna






El advenimiento 



Soy el que fui en el alba, entre la tribu.
Tendido en mi rincón de la caverna,
pujaba por hundirme en las oscuras
aguas del sueño. Espectros de animales
heridos por la esquirla de la flecha
daban horror a las tinieblas. Algo,
quizá la ejecución de una promesa,
la muerte de un rival en la montaña,
quizá el amor, quizá una piedra mágica,
me había sido otorgado. Lo he perdido.
Gastada por los siglos, la memoria
sólo guarda esa noche y su mañana.
Yo anhelaba y temía. Bruscamente
oí el sordo tropel interminable
de una manada atravesando el alba.
Arco de roble, flechas que se clavan,
los dejé y fui corriendo hasta la grieta
que se abre en el confín de la caverna.
Fue entonces que los vi. Brasa rojiza,
crueles los cuernos, montañoso el lomo
y lóbrega la crin como los ojos
que acechaban malvados. Eran miles.
Son los bisontes, dije. La palabra
no había pasado nunca por mis labios,
pero sentí que tal era su nombre.
Era como si nunca hubiera visto,
como si hubiera estado ciego y muerto
antes de los bisontes de la aurora.
Surgían de la aurora. Eran la aurora.
No quise que los otros profanaran
aquel pesado río de bruteza
divina, de ignorancia, de soberbia,
indiferente como las estrellas.
Pisotearon un perro del camino;
lo mismo hubieran hecho con un hombre.
Después los trazaría en la caverna
con ocre y bermellón. Fueron los Dioses
del sacrificio y de las preces. Nunca
dijo mi boca el nombre de Altamira.
Fueron muchas mis formas y mis muertes





El oro de los tigres 




Hasta la hora del ocaso amarillo 
cuántas veces habré mirado 
al poderoso tigre de Bengala 
ir y venir por el predestinado camino 
detrás de los barrotes de hierro, 
sin sospechar que eran su cárcel. 
Después vendrían otros tigres, 
el tigre de fuego de Blake; 
después vendrían otros oros, 
el metal amoroso que era Zeus, 
el anillo que cada nueve noches 
engendra nueve anillos y éstos, nueve,
y no hay un fin.
Con los años fueron dejándome 
los otros hermosos colores 
y ahora sólo me quedan 
la vaga luz, la inextricable sombra 
y el oro del principio. 
Oh ponientes, oh tigres, oh fulgores 
del mito y de la épica, 
oh un oro más precioso, tu cabello 
que ansian estas manos.

East Lansing, 1972

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Alla lingua tedesca 



La lingua castigliana è il mio destino,
Il bronzo di Francisco de Quevedo,
ma nella lenta notte camminata
mi esaltano altre musiche più intime.
Una mi è stata data dal mio sangue – 
voce di Shakespeare e della Scrittura –
altre dal caso, sempre generoso,
te, invece, dolce lingua di Germania,
ti ho scelta e ti ho cercata, solitario.
Attraverso grammatiche e nottate,
il dizionario che non centra mai
l’esatta sfumatura, l’ardua giungla
delle declinazioni, venni a te.
Le mie notti son piene di Virgilio,
ho detto altrove, avrei potuto dire
di Hölderlin e di Angelus Silesius.
Heine mi ha dato i suoi alti usignoli;
Goethe, la sorte di un tardivo amore,
insieme mercenario e indulgente;
Keller, la rosa che una mano lascia
nella mano di un morto che l’amava
e che non saprà mai se è bianca o rossa.
Sei tu il tuo capolavoro, lingua
di Germania, per l’intrecciato amore
dei termini composti, le vocali
aperte, per i suoni che permettono
lo studioso esametro del greco
e il tuo rumore di selve e di notti.
Ti ho avuta qualche volta. Oggi, al confine
degli anni affaticati, ti intravedo
lontana come l’algebra e la luna






L’avvenimento 



Sono chi fui nella tribù all’alba. 
Sdraiato nel mio angolo di grotta, 
cercavo di affondare nelle oscure 
acque del sonno. Spettri di animali 
feriti dalla scheggia della freccia 
davano orrore alla notte. Qualcosa, 
l’avere mantenuto una promessa, 
la morte di un rivale in cima al monte, 
forse lamore o una pietra incantata, 
mi era stato concesso. Lho perduto. 
Ròsa dagli anni la memoria serba 
soltanto quella notte e il suo mattino. 
Anelavo e temevo. Allimprovviso 
udii il sordo fragore interminabile 
di una mandria che attraversava lalba. 
Arco di quercia, frecce che feriscono, 
io li lasciai per correre alla crepa 
che si apre al limite della caverna. 
Fu allora che li vidi. Brace rossa, 
corni crudeli, montagnoso il dorso 
e tenebroso il crine come gli occhi, 
fissi e crudeli. Erano migliaia. 
Sono i bisonti, dissi. La parola 
non mi era mai passata per le labbra, 
ma io sentii che avevano quel nome. 
Era come se mai avessi visto, 
come se fossi stato cieco e morto 
prima di quei bisonti dellaurora. 
Venuti dallaurora. Essi l'aurora. 
Non permisi che gli altri profanassero 
quellopprimente fiume di divina 
bestialità, dignoranza e superbia, 
indifferente come sono gli astri. 
Calpestarono un cane del sentiero; 
sarebbe stato uguale con un uomo. 
Dopo li avrei dipinti nella grotta 
con ocra e vermiglione. Essi furono 
gli Dei del sacrificio e della supplica. 
Non dissi mai il nome di Altamira. 
Ho avuto molte forme e molte morti





L’oro delle tigri 




Fino all’ora del tramonto giallo
quante volte avrò guardato
la poderosa tigre del Bengala
percorrere su e giù il tragitto prefissato
dietro le grosse sbarre,
senza sospetto ch’erano il suo carcere. 
Altre tigri sarebbero venute poi,
quella di Blake, di fuoco;
altri ori sarebbero venuti,
il metallo amoroso che era Zeus,
l’anelito che ogni nove notti
genera nove anelli, e questi, nove,
e non c’è fine. 
Con gli anni mi hanno abbandonato
gli altri incantevoli colori
e ora mi restano soltanto 
la vaga luce, l’ombra inestricabile
e l’oro dell’inizio.
O tramonti, o tigri, o splendori
dell’epica e del mito
o quell’oro più prezioso, i tuoi capelli
che le mie mani anelano.

East Lansing, 1972  

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LA ROSA PROFUNDA (1975)



All our yesterdays 



Quiero saber de quién es mi pasado.
¿De cuál de los que fui? ¿Del ginebrino
que trazó algún hexámetro latino
que los lustrales años han borrado?
¿Es de aquel niño que buscó en la entera
biblioteca del padre las puntuales
curvaturas del mapa y las ferales
formas que son el tigre y la pantera?
¿O de aquel otro que empujó una puerta
detrás de la que un hombre se moría
para siempre, y besó en el blanco día
la cara que se va y la cara muerta?
Soy los que ya no son. Inútilmente
soy en la tarde esa perdida gente





La cierva blanca




¿De qué agreste balada de la verde Inglaterra,
de qué lámina persa, de qué región arcana
de las noches y días que nuestro ayer encierra,
vino la cierva blanca que soñé esta mañana?
Duraría un segundo. La vi cruzar el prado
y perderse en el oro de una tarde ilusoria,
leve criatura hecha de un poco de memoria
y de un poco de olvido, cierva de un solo lado.
Los númenes que rigen este curioso mundo
me dejaron soñarte pero no ser tu dueño;
tal vez en un recodo del porvenir profundo
te encontraré de nuevo, cierva blanca de un sueño.
Yo también soy un sueño fugitivo que dura
unos días más que el sueño del prado y la blancura





La pesadilla




Sueño con un antiguo rey. De hierro
es la corona y muerta la mirada.
Ya no hay caras así. La firme espada
lo acatará, leal como su perro.
No sé si es de Nortumbria o de Noruega.
Sé que es del Norte. La cerrada y roja
barba le cubre el pecho. No me arroja
una mirada su mirada ciega.
¿De qué apagado espejo, de qué nave
de los mares que fueron su aventura,
habrá surgido el hombre gris y grave
que me impone su antaño y su amargura?
Sé que me sueña y que me juzga, erguido.
El día entra en la noche. No se ha ido.

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All our yesterdays 



Mi chiedo di chi sia il mio passato.
Di chi tra quanti fui? Del ginevrino
che abbozzò qualche esametro latino
dai numerosi lustri cancellato?
Del bimbo che cercava nella vasta
biblioteca del padre le precise
curve del planisfero e le ferali
forme della pantera e della tigre?
O di quell’altro che spinse una porta
oltre la quale un uomo eternamente
si spegneva e baciò nel bianco giorno
il volto che moriva e il volto morto?
Io sono loro, che non sono più. Invano
io sono nella sera quella perduta gente





La cerva bianca




Da quale agreste ballata della verde Inghilterra,
da quale stampa persiana, da quale regione arcana
delle notti e dei giorni che il nostro ieri racchiude,
è venuta la cerva bianca che ho sognato questa mattina?
Sarà durata un secondo. L’ho vista attraversare il prato
e perdersi nell’oro di una sera illusoria,
lieve creatura fatta di un po’ di memoria
e di un po’ di oblio, cerva di un solo fianco.
I numi che reggono questo strano mondo
mi hanno permesso di sognarti ma non di essere il tuo padrone;
forse ad una svolta dell’avvenire profondo
ti incontrerò di nuovo, cerva bianca di un sogno.
Anch’io sono un sogno fuggitivo che dura
qualche giorno di più del sogno del prato e del biancore





L’incubo




Sogno un antico re. Di ferro
è la corona e morto lo sguardo.
Non ci sono più di queste facce. La ferma spada
lo rispetterà, leale come il suo cane.
Non so se è di Northumbria o di Norvegia.
So che è del Nord. La folta e rossa
barba gli copre il petto. Non mi getta
uno sguardo, il suo sguardo cieco.
Da quale spento specchio, da quale nave
dei mari che furono la sua avventura,
sarà spuntato l’uomo grigio e grave
che mi impone la sua antichità e la sua amarezza?
So che mi sogna e che mi giudica, eretto.
Il giorno entra nella notte. Non se n’è andato.  

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de « El oro de los tigres » (1972)
da « L’oro delle tigri », a cura di Tommaso Scarano, Adelphi 2004




RISVOLTO

«Da un uomo che ha compiuto i settant’anni indicati da Davide non possiamo attenderci molto, fuorché il consapevole impiego di alcune abilità, di qualche leggera variazione e di parecchie ripetizioni» si legge nel Prologo di questo libro. In realtà, L’oro delle tigri, apparso nel 1972, si iscrive in uno dei periodi più intensi dell’attività poetica di Borges e ne documenta un volto nuovo, una diversa tonalità – più lirica, più personale, più intima. La meditazione sui temi del tempo, dell’identità, del sogno è percorsa da un sentimento elegiaco di rimpianto e di nostalgia meno dissimulato e controllato («Sull’ultima rampa della scala sento che mi sta accanto. / È nei miei passi, nella mia voce. / Lo odio minuziosamente. / Noto con piacere che quasi non vede»), e le domande sul mistero dell’esistenza, della morte, della divinità esprimono ora un senso di profonda desolazione più che un’urgenza speculativa. Il Borges di questi anni, insomma, è meno restio ad abbandonare la sua «estetica del pudore», e più incline a parlare di sé, delle sue tristezze, della sua solitudine, delle assenze, degli amori mancati. E lo fa con una quiete raccolta cui corrispondono la struttura pacata del periodare, l’andamento pausato delle lunghe enumerazioni, la classicità delle forme metriche (endecasillabi sciolti, quartine rimate, sonetti), la particolare musicalità della parola: «Indegno delle stelle e delle ali / che solcano l’azzurro ora segreto, / di quei segni che sono l’alfabeto / ... / sono, ma non delle Mille e Una Notte / ... / né di Walt Whitman, che altro Adamo nomina / ogni creatura che è sotto la luna, / né dei candidi doni dell’oblio / né dell’amore che attendo e non chiedo».




RISVOLTO

Nell’ottobre del 1973, per esprimere il suo dissenso nei confronti di Perón appena tornato al potere, Borges abbandona l’incarico di direttore della Biblioteca Nazionale di Buenos Aires; contemporaneamente le condizioni di salute di sua madre, Leonor, cominciano a declinare in maniera inesorabile: morirà nel 1975, dopo una lunga agonia. A questo arco temporale (1972-1975, tranne uno risalente al 1970) appartengono i trentasei testi poetici radunati in La rosa profonda, sui quali, non a caso, il senso della fatalità e di un destino «di brevi gioie e lunghe sofferenze» – strumento di un Altro imperscrutabile – sembra gettare un’ombra lunga: «Le pedine d’avorio sono estranee / all’astratta scacchiera, come la mano / che le muove». I sogni appaiono ormai incubi giunti da «un passato di mito e di caligine», gli specchi sono malefici che osano accrescere la somma delle cose che siamo – né offre scampo la cecità –, e l’oblio minaccia di trasformare il passato in una soffitta stipata di arnesi inutili. L’unica possibile memoria, memoria ubiqua, è la poesia, capace di restituire alle parole comuni la «magia che ebbero / quando Thor era nume e strepito, / tuono e preghiera», di serbare intatte le antiche battaglie di Gram, Durendal, Joyeuse, Excalibur, di creare la realtà, di dire meglio di noi stessi ciò che siamo. Durano nel tempo, del resto, «solo le cose / che non furono del tempo».













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2 commenti:

  1. Borges possiede ormai da tempo il linguaggio apparentemente semplice, ma complesso, della sapiente costruzione allusiva, del sottile gioco ironico, dell'equilibrio perfetto. Egli dà forma a fantasie, ora poetiche ora allucinate, che hanno di fatto profondamente rinnovato la letteratura di lingua spagnola. Affascinato dalle teorie che tentano di interpretare il senso del mondo, Borges le usa per creare un insieme spettrale, teso a smuovere le certezze e la fede del lettore in un'esistenza concreta. A questo scopo attacca i concetti basilari che danno sicurezza al vivere: l'universo, rappresentato ora come caos insensato, ora come cosmo di cui però non possediamo la chiave di interpretazione; la personalità, che si scioglie in una visione panteista; il tempo, disintegrato in giochi che, ingannevoli, alludono a una possibile eternità; l'infinito, che schiaccia con la sua costante presenza; la materia stessa, che si disfa in riflessi, sogni e simulacri…

    Tratto (e adattato) da: Treccani.it, BORGES, Jorge Luis, Enciclopedia Italiana - V Appendice (1991).

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  2. In un viaggio compiuto a fine estate in terra scandinava, ho scelto di portare con me le poesie di Borges di 'Elogio dell'ombra' e un testo di narrativa. Con la matita, in quelle sere fresche e quiete, sottolineavo i passaggi che più mi colpivano, circondata dalle voci e dalla Voce, appagata dalla forma e dal contenuto, visceralmente coinvolta e quasi succube, in balia di un esercito di emozioni e pensieri cui arrancavo dietro con quel mio lapis fino a lacrimare il sonno dagli occhi.
    Un passaggio di stato, la lettura di certi autori come J.L.B., un passaggio di stato e di consegne, chè quasi non sai dove mettere tutta la ricchezza che accumuli, né come gestirla; tenaci, furiose, indimenticabili sensazionche rivivo e gusto - quasi con lo stesso sapore provato mesi fa - leggendo questa tua proposta, Antonino.
    'Felici i felici', sancisce Borges: poche sintesi più perfette di questa.
    Alba G.

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