domenica 26 gennaio 2014

C. Drummond de Andrade - 5 poesie, con un contributo di A. Tabucchi / 5 poemas, com uma contribuição de A. Tabucchi






Carlos Drummond de Andrade

Poeta, giornalista, scrittore di racconti e traduttore brasiliano. La sua opera rispecchia la visione di un individualista impegnato, comprometido con la realtà sociale. Nella poetica di Drummond de Andrade, l’espressione personale si evolve su una linea in cui l’originalità e l’unità del progetto vengono confermate ad ogni passo. Si assiste nel contempo alla costruzione di un’opera fedele alla tradizione letteraria, e tuttavia capace di ricondurre in un modo tutto proprio il paesaggismo brasiliano alla poesia colta iberica ed europea. 
Drummond nasce a Itabira (Minas Gerais), il 31 ottobre 1902.  Figlio di fazendeiros in decadenza, studia nella città natale, poi in quella Belo Horizonte e infine  coi Gesuiti, presso il Collegio Anchieta di Nova Friburgo (Rio de Janeiro), collegio dal quale viene espulso per “insubordinazione mentale”. Ed è di nuovo a Belo Horizonte. La sua carriera di scrittore inizia con la collaborazione al Diário de Minas, che raccoglie i locali adepti del nascente movimento modernista mineiro. 
Davanti alle insistenze familiari affinché consegua un buon titolo di studio, si laurea in farmacia nella città di Ouro Preto nel 1925. Insieme ad altri scrittori fonda A Revista, che, nonostante abbia vita breve, si rivela un importante veicolo per l’affermazione del modernismo a Minas. 
Entra a far parte del funzionariato pubblico e, nel 1934, si trasferisce a Rio de Janeiro, dove è capo di gabinetto di Gustavo Capanema, Ministro della Pubblica Istruzione, fino al 1945. Eccellente funzionario, passa a lavorare per il Servizio del Patrimonio Storico e Artistico Nazionale, e si ritira nel 1962. Dal 1954 lavora come cronista al Correio da Manhã, e dall’inizio del 1969, al Jornal do Brasil

Il Predominio dell’individualità nell’opera di Drummond de Andrade 

Si può notare, attraversandone l’opera, come in Drummond il modernismo non giunga mai a farsi predominante, neanche nei suoi primi libri, Alguma poesia (1930) e Brejo das almas (1934), dove la poesia-scherzo e la decontrazione sintattica sembrano a prima vista rivelare il contrario. Dominante è invece l’individualità dell’autore, poeta dell’ordine e del consolidamento, tuttavia sempre, e fruttuosamente, contraddittori. Torturato dal passato, ossessionato dal futuro, egli si dibatte in un presente dilaniato da questa e da quest’altra cosa, lucido testimone di se stesso e degli umani trascorsi, il suo punto di vista è malinconico e scettico. 
Ma scagliando la sua ironia contro i costumi e la società, mostrandosi profondamente, aspramente satirico nella sua amarezza, nel suo disincanto, egli ci restituisce con tutta la raffinatezza e con tutto l’impegno costruttivo della comunicazione estetica quel modo di essere e di vivere. 
Viene da qui quel rigore che rasenta l’ossessione. Il poeta opera principalmente sul tempo che, col suo scintillio quotidiano e soggettivo, distilla la sua forza corrosiva, smonta, disperde, disgrega dalla culla alla tomba — sia che si tratti del singolo individuo o di una intera cultura. 
In Sentimento do mundo (1940), in José (1942) e soprattutto in A rosa do povo (1945), Drummond corre incontro alla storia contemporanea e all’esperienza collettiva partecipando, solidarizzando socialmente e politicamente, scoprendo nella lotta l’esplicitazione della sua più intima preoccupazione verso la vita nel suo complesso. 
La sorprendente sequenza di capolavori, è proprio questa a indicare la piena maturità del poeta, sempre mantenuta. 
Ammirato senza riserve né limiti, sia per la sua opera che per il suo comportamento come scrittore, Carlos Drummond de Andrade si spegne a Rio de Janeiro il 17 agosto 1987, pochi giorni dopo la morte della sua unica figlia, la giornalista Maria Julieta Drummond de Andrade. 

Principali opere in versi:

Alguma poesia, 1930; Brejo das almas, 1934; Sentimento do mundo, 1940; José, 1942; A rosa do povo, 1945; Claro enigma, 1951; Viola de bolso, 1952; Fazendeiro do ar, 1954; Ciclo, 1957; A vida passada a limpo, 1959; Lição de coisas, 1962; Versiprosa, 1967; Boitempo, 1968 (poi incluse in due raccolte di poesie complete: Obra completa, Aguilar, Rio 1967 e Reunião, con introduzione di A. Houaiss, José Olympio, Rio 1973); As impurezas do branco, 1973; A visita, 1977; Esquecer para lembrar, 1979; A paixão medida, 1980.

Opere in prosa (racconti brevi e elzeviri):

Confissões de Minas, 1944; Contos do aprendiz, 1953 (18a ed., 1980); Fala, amendoeira, 1957; Caminhos de João Brandão, 1970; Os dias lindos, 1977. 

Fra le traduzioni nelle maggiori lingue:

In the Middle of the Road, University of Arizona Press, Tucson 1963 (trad. di John Nist).

Poesie
, Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Main 1965 (trad. di Curt Meyer-Clason).

Natten och Rosen
, Norsted & Soners, Stockholm 1966 (trad. di Arne Lundgren).

Mundo, Vasto Mundo, Losada, Buenos Aires 1967 (trad. di Manuel Graña Etcheverry). 


Fyzika Strachu, Odeon, Praga 1967 (trad. di Vladimir Mikes). 

Vastissima la bibliografia critica. Per il Brasile ci limitiamo all’imprescindibile saggio di Joaquim-Francisco Coelho, Terra e família na poesia de Carlos Drummond de Andrade, Universidade Federal do Pará, 1973. Per l’Italia: Ruggero Jacobbi, Poesia brasiliana del Novecento, Longo, Ravenna 1973; Luciana Stegagno Picchio, La letteratura brasiliana, Sansoni/Accademia, Firenze-Milano 1972.




Nota per il lettore:
i versi di seguito pubblicati sono tratti dal libro:
Carlos Drummond de Andrade, SENTIMENTO DEL MONDO 
- Trentasette poesie scelte e tradotte da Antonio Tabucchi - 
Einaudi, Torino, 1987.




In « Alguma poesia »
Da « Qualche poesia »



Em face dos últimos acontecimentos  


Oh! sejamos pornográficos 
(docemente pornográficos). 
Por que seremos mais castos 
que o nosso avô português? 

Oh! sejamos navegantes, 
bandeirantes e guerreiros, 
sejamos tudo que quiserem, 
sobretudo pornográficos. 

A tarde pode ser triste 
e as mulheres podem doer 
como dói um sôco no ôlho 
(pornográficos, pornográficos). 

Teus amigos estão sorrindo 
de tua última resolução. 
Pensavam que o suicídio 
fôsse a última resolução. 
Não compreendem, coitados, 
que o melhor é ser pornográfico. 

Propõe isso a teu vizinho 
ao condutor do teu bonde, 
a todas as criaturas 
que são inúteis e existem, 
propõe ao homem de óculos 
e à mulher da trouxa de roupa. 
Dize a todos: Meus irmãos, 
não quereis ser pornográficos? 

                                                      In « Brejo das almas » 





Sentimento do mundo 



Tenho apenas duas mãos 
e o sentimento do mundo, 
mas estou cheio de escravos, 
minhas lembranças escorrem 
e o corpo transige 
na confluência do amor. 

Quando me levantar, o céu 
estará morto e saqueado, 
eu mesmo estarei morto, 
morto meu desejo, morto 
o pântano sem acordes. 

Os camaradas não disseram 
que havia uma guerra 
e era necessário 
trazer fogo e alimento. 
Sinto-me disperso, 
anterior a fronteiras, 
humildemente vos peço 
que me perdoeis. 

Quando os corpos passarem, 
eu ficarei sozinho 
desfiando a recordação 
do sineiro, da viúva e do microscopista 
que habitavam a barraca 
e não foram encontrados 
ao amanhecer 

êsse amanhecer
mais noite que a noite. 

                                                      In « Sentimento do mundo »  





A música barata




Paloma, Violetera, Feuilles Mortes,
Saudades do Matão e de mais quem?
A música barata me visita
e me conduz
para um pobre nirvana à minha imagem.

Valsas e canções engavetadas
num armário que vibra de guardá-las,
no velho armário, cedro, pinho ou…?
(O marceneiro ao fazê-lo bem sabia
quanto essa madeira sofreria).

Não quero Händel para meu amigo
nem ouço a matinada dos arcanjos.
Basta-me
o que veio da rua, sem mensagem,
e, como nos perdemos,
                                      se perdeu. 

                                                      In « Poemas inéditos »

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Di fronte agli ultimi avvenimenti 


Via! Siamo pornografici 
(dolcemente pornografici). 
Perché essere più casti 
del nostro antenato portoghese? 

Via! Siamo naviganti, 
pionieri e guerrieri, 
siamo tutto ciò che si vuole, 
soprattutto pornografici. 

La sera può essere triste 
e le donne possono dolere 
come duole un pugno in un occhio 
(pornografici, pornografici). 

I tuoi amici sorridono 
della tua ultima risoluzione. 
Pensavano che il suicidio 
fosse l’ultima risoluzione. 
Non capiscono, poveretti, 
che la cosa migliore è essere pornografici. 

Proponilo al tuo vicino, 
all’autista del tuo autobus, 
a tutte le creature 
che sono inutili ed esistono, 
proponilo all’uomo con gli occhiali 
e alla donna con la cesta dei panni. 
Di’ a tutti: fratelli, non volete 
essere pornografici? 

                                                      Da « Brughiera delle anime » 





Sentimento del mondo 



Ho soltanto due mani 
e il sentimento del mondo, 
ma sono pieno di schiavi, 
i miei ricordi scorrono 
e il corpo transige 
nella confluenza dell’amore. 

Quando mi alzerò, il cielo 
sarà morto e saccheggiato, 
io stesso sarò morto, 
morto il mio desiderio, morto 
il pantano senza accordi. 

I compagni non hanno detto 
che c’era una guerra 
e che era necessario 
portare fuoco e viveri. 
Mi sento disperso, 
anteriore a frontiere, 
umilmente vi chiedo 
che mi perdoniate. 

Quando i corpi passeranno
io resterò solo solo 
capeggiando la memoria 
della guardia, della vedova e del microscopista 
che abitavano la baracca 
e non furono ritrovati 
all’albeggiare 

quest’albeggiare 
più notte della notte. 

                                                      Da « Sentimento del mondo »  





La musica da quattro soldi




Paloma, Violetera, Feuilles Mortes,
Nostalgie del Matão e di cos’altro?
La musica da quattro soldi mi fa visita
e mi conduce
verso un povero nirvana a mia immagine.

Valzer e canzonette accumulate nei cassetti
di un armadio che vibra a contenerle:
quel vecchio armadio, cedro, pino, oppure…?
(Il falegname, a tagliarlo, ben sapeva
quanto avrebbe sofferto questo legno).

Non voglio Händel come amico
e non ascolto il mattinale degli arcangeli.
Mi basta
quel che la strada mi ha portato, senza messaggi,
e, come noi ci perdiamo,
                                         si è perduto. 

                                                      Da « Poesie inedite »   

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In « A rosa do povo »
Da « La rosa del popolo »





Del libro di cui mostriamo qui la prima di copertina, riportiamo anche, integralmente, l’introduzione scritta a suo tempo da Antonio Tabucchi. Eccola, a disposizione di tutti voi lettori: 


           Introduzione

       La prima e l’ultima poesia [Poesia di sette facce e La musica da quattro soldi (N.d.b.)] di questa antologia (esigua in sé, addirittura minuscola in confronto alla vastità dell’opera di Carlos Drummond de Andrade) sono rispettivamente un autoritratto che a suo modo è anche una dichiarazione di poetica e una dichiarazione di poetica che a suo modo è anche un autoritratto. Mi è sembrato che incorniciare una manciata di poesie fra due testi come questi mi aiutasse a mettere meglio a fuoco l’obiettivo, a ritenere un’immagine più leggibile, o più «riconoscibile», di un poeta cosi vasto, cosi mosso e cosi complesso come Drummond, che ha toccato i grandi temi della letteratura del nostro tempo e che la critica, unanimemente, riconosce come il maggior poeta contemporaneo di lingua portoghese insieme con Fernando Pessoa.
       Con Pessoa, del resto, Drummond presenta più di un’affinità: e forse qui sarebbe fuori luogo soffermarcisi. Comunque, anche un’affinità generazionale: entrambi appartengono alla generazione che ha fatto (o fiancheggiato) le avanguardie storiche; che ha costruito la poesia moderna eppure, allo stesso tempo, ha tenuto in sospetto, con lo sguardo dell’ironia, il culto del moderno. Si potrebbe dire che Drummond è un poeta moderno che odia la «modernità» o meglio, che ne ha paura. Ha paura, per esempio, della disumanizzazione e dell’irrazionalismo travestiti da razionalismo e da efficienza: e si veda quale furia visionaria – anzi, quale dolorosa preveggenza – provochi in lui il progetto architettonico che l’amico Oscar Niemeyer gli traccia frettolosamente sulla sabbia di Copacabana {Edificio Splendor, p. 33) Siamo nel 1942, e Drummond intuisce i guasti e la solitudine che produrrà negli uomini la modernolatria, o una certa idea della «modernità». Della «modernità», Drummond teme anche il germe di violenza che essa porta ineluttabilmente con sé: la Bomba, il Grande Scoppio, prima di tutto; ma anche la violenza dell’artificialità e della programmazione, della dolce coazione e di certe forme di intromissione nella sfera privata: insomma, la violenza palese e la violenza subdola e surrettizia. Il Drummond poeta civile (c’è anche un Drummond poeta civile e politicamente assai esplicito, specie in Rosa del popolo, 1945) nutre questi sospetti e queste paure; e li indaga, li sviscera, li trasfigura poeticamente con l’ironia e col sarcasmo. Ma Drummond ha principalmente paura di avere paura della paura, che sente come la minaccia più subdola della nostra epoca: quella paura il cui unico scopo è quello di produrre paura di se stessa per annichilire le coscienze (La paura, p. 51). E allora, col coraggio di chi non ha paura della paura, egli passa ad avere paura della vita, del tempo e di ciò che non è più: e la sua paura, cosi reale e concreta, acquista una venatura metafisica e una smorfia che già non è più ironica né patetica come la lacrima del Pierrot triste; è una solenne melancolia, o se si vuole l’esperienza del dolore dell’uomo contemporaneo,
       Nei suoi autoritratti, dicevo, Drummond delinea la sua poetica: l’inadeguatezza verso la vita, l’autoelezione e l’accettazione di se stesso come antieroe. E dichiara anche le sue codardie, la sensazione di avere sbagliato tutto, il complesso di colpa, l’impressione di avere tradito e rinnegato qualcosa (il mondo della sua infanzia, il suo sangue, i suoi morti), lo struggimento per l’irreversibile. Sopra questo oscuro e straziante complesso di colpa, il sentimento di avere tradito i propri morti (che poi è uno dei temi della grande poesia laica del Novecento), Drummond scrive le sue poesie più alte e più conturbanti. E, nello stesso tempo, dichiara le sue preferenze, le sue scelte e l’ispirazione della sua Musa povera: non le sonate sublimi, ma La musica da quattro soldi (p. 125), la strada, ciò che viene dalla vita quotidiana, da questo nostro dover essere, dal piccolo, dall’insignificante, dal niente. Un niente testardo, quello di Drummond, che non muore, che resiste, che circola nei canali più ingrati della vita, attraverso giuncaie e pantani, risalendoli, come l’anguilla di Montale, per deporre il suo poco. Perché «di tutto resta un poco» (Residuo, p. 65), ed è con questo poco, che poi è il nostro tutto, col quale dobbiamo fare i conti.
ANTONIO TABUCCHI


       Queste poesie le tradussi alcuni anni fa e, per pudore o per ignavia, sono rimaste a lungo in un cassetto. Dire che scelsi di tradurre le poesie che sentivo più vicine e congeniali sembrerà banale. Meno banale, almeno per me, è forse il fatto che ogni poesia tradotta costituì la lettura privilegiata di una o più serate, durante un inverno trascorso in un paese della campagna toscana. Esse furono dunque tradotte per piacere e per necessità. A Drummond era piaciuta questa scelta. Lo conobbi una volta, in Brasile, e gli mostrai le mie traduzioni. Restammo a chiacchierare per un intero pomeriggio, ci raccontammo molte cose, e poi non l’ho più rivisto. Ci siamo scritti qualche rara e impacciata lettera. Era un uomo schivo, introverso e timido: per un buon carteggio avrebbe avuto bisogno di un interlocutore diverso da lui. Mi sarebbe piaciuto che avesse potuto ricevere questo piccolo omaggio italiano, ma io ho lasciato passare troppo tempo, e ora è troppo tardi.
       Queste traduzioni sono dedicate a Maria José de Lancastre, che ha partecipato a quelle letture invernali di Drummond aiutandomi con i suoi consigli a trasportare queste trentasette poesie nella nostra lingua.
A. T.









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4 commenti:

  1. Una dimensione tutta propria, assai complessa e originalissima, appare in Carlos Drummond de Andrade, il lirico certamente più discusso e impegnato dell'alto modernismo. La sua poesia va dipanando la sottintesa ironia di una vita che non è assimilabile alla coscienza. Tutto ciò che vi è di irrazionale nel modo di esistere a lui contemporaneo sembra a Drummond estremamente più interessante dell'irrazionalismo ufficiale della cultura del tempo. Perciò – e non per adeguarsi a mode o scuole – abbondano nelle sue prime raccolte alcuni scherzi, alcune ‘fumisterie’ sui temi dell'attualità. Scherzi meno feroci e tuttavia più dolenti di quelli di Oswald [citato da Fabrizio de André in ‘La domenica delle salme’ come il suo «illustre cugino de Andrade».], meno affettuosi eppure più bruschi di quelli di Mário.
    Di tutti gli Andrade, ecco, è Carlos – condannato a essere ‘gauche’ nella vita [v. ‘Poesia a sette facce’] – il meno ottimista per natura, anche se il più portato a capire e ad amare gli uomini nel fondo del suo rovello, della sua amara riflessione.
    Alcuni di tali scherzi rimasero famosi, come quello intitolato ‘Aneddoto bulgaro’: « C'era una volta uno zar naturalista / che andava a caccia di uomini. / Quando venne a sapere che si va anche a caccia di leoni, farfalle e altri animali, / rimase sbalordito / e gli parve un'atrocità barbara ».
    Credo che la sofferta autoironia di cui l’intera poetica drummondiana è intrisa, sia essa stessa il fulcro e, di più, la radice di un ‘modus vivendi’ votato – più che costretto – a quell’isolamento, a quella ineliminabile solitudine che, nell’affinarne lo spirito, ne hanno reso grande e indimenticabile la voce poetica.

    A. C.

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  2. Leggendo Drummond de Andrade Carlos,appare spontaneo un rifacimento a Fernando Pessoa.,tale l'intuito ad una complessa variabile dell'esistenza in un mentre unico.L'autore non percepisce le cose solo per come sono,ma anche per come potrebbero essere e spinge la sua curiosità,dove tutto avviene anche senza avvenire nell'immediato e questo implica una sostanziale diversità dalla razionalità delle cose,a quella del pensiero."l'ultimo giorno del tempo,non è l'ultimo giorno di tutto";dove "tutto" in questo contesto esprime un dato della ragione a cui però non è intuito di tutti,spingersi.Il tentativo di ogni ragionamento si manifesta prima e con facoltà legittima meno esigente.Ed è con quest'ultimo aggettivo che definirei la poetica di Drummomnd de Andrade Carlos che deduce con spontanea pertinenza,quanto la vita sia pingue,oleosa,mortale,surrettizia.

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  3. "Non voglio Handel come amico / e non ascolto il mattinale degli arcangeli. / Mi basta / quel che la strada mi ha portato, senza messaggi, / e, come noi ci perdiano, / si è perduto. " C'è in questi versi molto di Drummond, il suo disincanto, il suo cercare la vita nelle piccole cose di ogni giorno. Ma anche la sua sofferta mancanza di tutto ciò che possa andare "oltre": "...un occhio e la sua luce, / una voce e la sua eco, / e chissà perfino se Dio..."
    Aurora Lissandrello

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  4. Carlos Drummond de Andrade, altro poeta che non conoscevo, è qui a trascinarmi in un nuovo gorgo emozionale, a provocarmi un sottile piacere intellettuale, fisico( visivo), ma anche metafisico. E' un poeta originalissimo. Invano ho cercato di fare copia incolla di" Poesia a sette facce" nella quale trovo strazianti questi versi, come fossero il più forte grido che la voce di un uomo possa mai emettere nell'etere: " Mio dio perché mi hai abbandonato se sapevi che non ero un Dio..." . Avrei voluto tenerla per me , questa poesia e tra quelle che ritengo" Le Bellissime" di tutti i tempi. Non sono versi facili quelli di questo autore, e vanno goduti anche per le difficoltà che presentano. Sono versi apparentemente dissociati, che travalicano ogni impostazione logica e che seguono un ritmo interiore tutto e solo percettivo , liberandosi da ogni progetto di seguire una tematica che sia lineare o composta. Ma è proprio la loro scompostezza a dettarmi l'enorme dolore esistenziale dell'autore e quella sua bellissima e paricolare" paura di avere paura". Grazie Antonino, per aver scelto ancora una volta per me, un poeta inimitabile e pertanto assoluto. nunzia binetti

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