sabato 26 ottobre 2013

Rita GaIbucci - Cinque poesie dalla raccolta NEL MOTO APPARENTE





Rita Galbucci è nata il 30 aprile 1961 a Bologna, dove lavora e scrive. Sue poesie sono apparse in un’antologia di Aletti Editore e in diversi numeri della rivista “Illustrati”, e anche online, su alcuni blog. 
Ha partecipato al festival “Bologna in lettere” ideato da Enzo Campi e alla rassegna “Portici Poetici” creata da Alessandro Dall’Olio.  È  cofondatrice del gruppo letterario “Gruppo 77” che promuove eventi e reading poetici, e del gruppo di lettura poetica ad alta voce “LeggiAmo”. 
“Nel moto apparente”, pubblicato per i tipi di Cicorivolta Editore, è il suo libro d’esordio. 

A Rita Galbucci abbiamo a suo tempo dedicato un post su questo blog (si veda: http://caponnetto-poesiaperta.blogspot.it/2012/04/rita-galbucci-quattro-poesie.html).






*** 

Per mestiere io do soccorso

strappo per i capelli l’annegato
scodello parole attizzo calore
sono ad uso 
mille volte vengo chiamata 
finché mi si rivolta 
il buono in cattiveria.

Allora parto per

una spiaggia dalla lingua lunga
che mastica i miei passi
nel vento azzurro fino al silenzio
finché sono nuova



*** 


Peggioro nella bonaccia

il silenzio lega la lingua
serra le labbra 
sottratte ai baci.
Parole nella voliera 
senza articoli 
non trovano cielo.
La memoria 
è una saggezza sterile.
Compio atti di fiducia
un piede avanti all’altro.
Sarà da qualche parte
rifugiato il nucleo vitale
che mi forgiò volonterosa
di comprese aspettative.

Quali mete insegui?

Ignara traviso 
ebbra di musica
che da me composi.

Appoggio delicata 
la puntina sul vinile 
e mi avvolgo di fruscio.

Parte il mio brano 
e tu ne sei il testo 
e l’amato pretesto



*** 


Saranno fuoco le mie parole

per te che sei di paglia
e attendi incendi da propagare
nel riverbero di agosto.
Ma del correre veloce 
di quelle fiamme basse
resteranno solo stoppie
che odorano di bruciato.

Saranno pioggia allora 
le mie parole che batteranno 
sul suolo duro e non vorrò vedere
ma solo andarmene e dimenticare. 



*** 


Quando nacque il mio terzo figlio

si caricò la croce della differenza
per lui cucii una zavorra
che gli attaccavo ai pantaloni
ma non restava diceva 
di avere parole sconosciute
prigioniere in petto
che si facevano strada
ferendogli la gola.
Fuori tempo e fuori luogo
spasimante di bellezze
visionario cercava 
spiegazioni all’invisibile
che gli tormentava il sogno



*** 


Ho otto anni

e faccio la domestica
salgo su un panchetto
per arrivare al secchiaio
pulisco e lavo panni
sono una piccola donna
non so come fare
perché sono a misura
solo per giocare.

Ho cinquant’anni
e sono adulta
mi muovo e sorreggo
dispenso ai figli
conosco l’uomo e sto
da femmina nel ruolo
ma oggi salgo
ancora sul panchetto
arrivo a stento in lacrime
a sorreggere mia madre








Rita Galbucci, Nel moto apparente
prefazione di Francesca Del Moro, 
Cicorivolta Edizioni, 2013. 
In copertina: “Attesa”, di Sonia MariaLuce Possentini.
« Rita Galbucci affresca un grande spazio desolato al centro del quale si trova una donna. Chiamata in causa di volta in volta con i pronomi “io” e “tu”, essa è al tempo stesso l’autrice e la lettrice [...] [In uno] scenario desolato, la donna è chiamata a compiere il proprio ruolo vivificante [...] 
Oltre alla missione essenziale di dare la vita, nella donna è innata anche la vocazione alla cura. È un essere “cavo”, predisposto non solo ad accogliere il sesso che la feconderà e i figli che darà alla luce, ma anche le preoccupazioni, i dolori, i bisogni degli altri. La sua esistenza è scandita dal lavoro, la fatica e i desideri da soddisfare. Compie sforzi di bestia sudata, con il petto sempre pronto da mungere, dice Rita, per trarne tenerezza e nutrimento. Di volta in volta troneggia in vesti di regina o avanza come una guerriera. Si insiste su un lessico volto a tratteggiare la battaglia quotidiana inscindibilmente legata alla condizione femminile: ricorrono verbi come duellare, sferragliare, si parla di costanza, tenacia, di una corazza come quella di re Artù, di una trave che trapassa il tronco come nell’ultimo scontro fatale. La donna è “forgiata volenterosa”, agisce con fiducia mettendo un piede davanti all’altro, contabilizza le proprie azioni giuste, svolgendo appieno la sua funzione: quella di essere “ad uso”, laddove l’uso, non senza responsabilità da parte sua, si muta spesso in abuso. Il suo mestiere è dare soccorso, elargire parole di conforto, trasmettere calore. Viene chiamata mille volte, si appoggia a una porta dietro la quale c’è sempre qualcuno che reclama amore, nella notte si offre come un dono di accoglienza. Non può sfuggire al suo ruolo di madre neppure se fisicamente non ha mai partorito. È una figura potente, necessaria, si staglia nell’arido panorama come una statua di pietra. 
Viene da pensarla come a una sorta di Dea Madre, che Rita celebra nelle sue liriche brevi e densissime. La si incontra in posa ieratica, seduta a gambe aperte, centrale e dritta come l’ago della bilancia, vicino a una tavola ingombra a fine pasto. Sarà lei a mettere in ordine i resti di cibo, a ripulire la tovaglia dal sangue, compete a lei occuparsi di questo mondo di bisogni primari ma lo farà sempre rispondendo a un impulso che proviene da qualcun altro. Come una divinità costantemente assediata dalle richieste dei fedeli. I versi di Rita sono pervasi da un afflato rituale, squarciano la quotidianità mettendone a nudo l’essenza con la potenza di una rivelazione sacra. Sono immagini vigorose che con pochi gesti sapienti si incidono nello spazio e nel tempo imprecisati a guisa di bassorilievi. 
Ma nella forma, così come nel contenuto, è possibile riconoscere due diverse tensioni: quella centrifuga che porta la donna ad agire, sempre tesa verso gli altri, e quella centripeta, che la induce a ripiegarsi su se stessa per fare i conti con la propria fragilità. Le poesie mirano a trasmettere un’impressione di solidità eppure tremano all’interno, come edifici aggrediti che tuttavia resistono alla demolizione [...] Le altre donne sembrano un’evoluzione di questa femmina primigenia, eppure resta l’impressione che sia quest’ultima a risultare vincente. 
Con questa raccolta, Rita offre uno splendido esempio di poesia intima e civile al tempo stesso, frugando nel proprio animo senza pietà e senza vergogna per mettere a fuoco una condizione che accomuna tutte le donne, all’interno della quale ognuna di noi troverà la propria posizione, la propria differenza. E quel che rimane alla fine è il sapore di una rivelazione amara, ma anche la dolcezza di una comunanza ».

Francesca Del Moro, dalla prefazione al libro di  Rita Galbucci: “Nel moto apparente”, Cicorivolta Edizioni, 2013 ]












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giovedì 17 ottobre 2013

Santo Calì - Due poesie da LA NOTTI LONGA


“ ... vivete con la fantasia, siate polemici, la polemica sviluppa lo spirito critico, e vi aiuta a non accettare supinamente e passivamente tutto ciò che vi propinano e vi fanno credere ... Scrollatevi di dosso le inibizioni, siate attivi, vivi, giovani... dissentite con forza e con fermezza da tutto ciò in cui non credete...”




Santo CalìNato a Linguaglossa (Catania) nel 1918, vi morì nel 1972. Professore di Lettere negli istituti superiori, ha tradotto autori greci e latini, da Fedro a Marziale, da Giovenale all’Antologia Palatina; ed ha anche partecipato al movimento d’avanguardia di «Antigruppo» (in particolare con la collaborazione della rivista «Antigruppo 73»). L’ultimo poema, Uossiph Shyryn, è uscito a Trapani nel 1980, postumo, a cura di N. Scamacca. Tra le sue opere in dialetto si ricordano: Mungibeddu, Catania 1947; Epigrammi di Marziali (o quasi), traduciuti cu cuscienza di lupu, ivi 1966; Frati Gilormu, ivi 1966; Mara Sgamirria, ivi 1967; Répitu d’amurri, Ragusa 1967; Canti siciliani, Catania 1968; La notti longa, 2 voll., ivi 1972. 



NOTA PER IL LETTORE

Entrambi i testi originali in lingua siciliana qui proposti fanno parte della raccolta La notti longa e sono tratti dall’antologia Poesia dialettale dal Rinascimento a oggi, introduzione, scelta dei testi, note e commenti di Giacinto Spagnoletti e Cesare Vivaldi, volume secondo, Garzanti, 1991. 


La traduzione di CUNTAVA STIDDI E PENI, PENI E STIDDI è posta, nell'antologia citata, in calce al testo siciliano, ma senza barre né altri segni che consentano di individuarne i singoli versi. Questa traduzione è di C. Pirrera. Su di essa ho lavorato un po’, individuando facilmente la sequenza dei versi e mettendo questi in corrispondenza con gli originali. Ma alcuni luoghi della traduzione mi lasciavano piuttosto perplesso. Perciò ho ritenuto necessario, ai fini del significato, cambiarvi due versi (uno dei quali ricorre più volte) ed aggiungerne uno mancante. 

La traduzione di [TI BATTU APPRESSU NOTTI E JORNU, O MORTI] è invece completamente mia. 
Come si può facilmente verificare, nel web sono reperibili alcune poesie di Santo Calì, ed esiste perfino qualche buona traduzione in italiano del primo testo qui proposto. Ma non ne ho trovata nessuna che fosse almeno passabile per il secondo. Di qui la necessità di tradurlo io stesso, avendo anche constatato che, nell’antologia citata (contrariamente a quel che lì vien detto), in calce al testo siciliano, è riportata non tanto una traduzione, quanto una liberissima riscrittura della poesia originale, riscrittura stilata dallo stesso Calì in italiano, ma, in tutta evidenza, totalmente inutilizzabile ai fini di una traduzione. Ho perciò provato a tradurre questo secondo testo. L’esito (almeno a me) pare piuttosto soddisfacente. Nutro però l’ovvia speranza che anche il lettore possa a suo modo apprezzarlo
Antonino Caponnetto





CUNTAVA STIDDI E PENI, PENI E STIDDI 
Quannu jù moru vènicci a Schisò, nta na notti d’austu comu a chista, ca li schiggi allimati di l’ojetra a la luna cci perciunu lu cori. Lu mari agghica di luntanu e sbroma rèpiti longhi d’amanti ammucciati sutta linzoli d’àlichi di sita e mentri l’ascutamu, ahiahi, lu pedi s’affunna nta la rina e non putemu cchiù fujiri e pir chistu n’abbrazzamu, ni strincemu, mpazzuti, ni mplicamu, stanchi ni pircantamu nta la ribba a ’scutari la storia di lu mari. E lampari ca scociunu tunnina. Quannu jù moru venicci a Schisò nta na notti d’austu comu a chista, jisa la canna e attizzacci la vita nta l’occhiu a lu palàmitu firutu ca sbattulìa supra la ribba giarna e ribbugghi di sancu la scumazza. E lampari ca scociunu tunnina. Quannu jù moru vènicci a Schisò nta na notti d’austu comu a chista a chianciri lu chiantu di li stiddi ca tummanu nta l’acqua arrisagghiata a nova spirlucenza, allaricannusi, macchia d’oghiu assajata di cardùbbuli. E lampari ca scociunu tunnina. Sulu nta la pupidda to gilestri la Puddara è mimoria di lu celu! Quannu jù moru vènicci a Schisò nta na notti d’austu comu a chista, a sparmari la trizza sutta un ramu di calìppisu, a sentiri la vuci nostra ca mpiducchiata nta li fogghi tesci fulinia spana di silenziu ca si sciogghi a riciatu di gricali. E lampari ca scociunu tunnina. Quannu jù moru vènicci a Schisò nta na notti d’austu comu a chista ca ntra lu scàttiu di lu manzijornu a ntunari la brogna nta la vampa di lu suli mirìu. Ricogghi tutti li pisci di lu mari pi cuntaricci tra na risata e n’autra la storia di ddu pazzu d’amanti, c’ogni sira a ribba di lu mari di Schisò, abbrazzatu cu tia, o Jàjita Azzola, cuntava stiddi e peni, peni e stiddi. E lampari ca scociunu tunnina! 

 
[TI BATTU APPRESSU NOTTI E JORNU, O MORTl]
Ti battu appressu notti e jornu, o morti — comu na picciridda c’assicuta la luna, — pi vardàriti nta l’occhi e lassàrimi stringiri, accucciata a lu pettu, dintra li to brazza sutta la rama d’un pircocu. E un pugnu di fogghi sicchi pi cuperta. Tu cci rubbasti a un garzuni di culatru li vavareddi, virdi di trifogghiu pruvuligghia di rèsina a sturdìrimi li senzii, e stizzi di mistura, — jàngili spirlucenti d’azzolu ma fulinji bianchi, — e ballu smarmànicu d’ariddi ’n calura, a pintijarimi la peddi, sinu a quannu lu cori ’un si svacanta mansu, a cunortu di travagghiu a scanciu. Ojetra d’aria, tu mi lu prijinchi di sardi arrusbigghiati a maravigghia d’alba, e mi vunchi li vini di scuma di mari e m’accumpagni a spassijari ìi li finàiti di li celi ncontru a lu suli ca spunta ogni matina. Li me pinzeri allura, dintra nidu a forma d’ìcchisi, aspettanu rìnniri na vota l’annu a cuva di picciuni. Stanotti, o morti, ti vegnu a truvari, nta la sirba, cà arretu a li me spaddi sciodda lu tempu e non cc’evi rimorsu pi lu caminu! Oh, vidiri, cu tia, lu sonnu di lu pisci spatu e ciàvuli appinnicati ntra ramagghia d’iliciu! Lu banchettu evi prontu, un ciriveddu mascu di fantasia supra linzolu tènniru d’erba e ciuri di San Petru e tu, ’n cumpenzu, o morti, fammi biviri l’ultima tracuddata di la luna!... Sulu accussì, mbrijaca, pozzu ancora scurdàrimi di dd’ommini ca scappanu strati strati, nfirmeri di spitali, e ridiri di mia, di li mimorii sfatti dintra la cuppa di la manu bruciata, di lu mali ca cci fici e di lu beni c’un ci seppi dari, di dda vuci schigghienti ca cuntinua a chiamàrimi: «Jàjita, ritorna!» di na dàlia ca nasci pirchì sapi di pàtiri... E cc’è tempu pi nzunnàrimi lu silenziu c’allàrica la notti!











CONTAVA STELLE E PENE, PENE E STELLE 
Quando io muoio vienici a Schisò una notte d’agosto come questa che i gridi acuminati del gabbiano trafiggono la luna nel suo cuore. Il mare giunge da lontano e porta gemiti lunghi d’amanti nascosti sotto lenzuola seriche di alghe e mentre li ascoltiamo, ahiahi, il piede sprofonda nella sabbia e non possiamo più fuggire e per questo ci abbracciamo, ci stringiamo, impazziti, aggrovigliati e stanchi c’incantiamo sulla riva ad ascoltare la storia del mare. E le lampare ad avvampare i tonni! Quando io muoio vienici a Schisò una notte d’agosto come questa, alza la canna e riaccendi la vita nell’occhio del palamito ferito che si dibatte sulla gialla riva e ribolle la schiuma del suo sangue. E le lampare ad avvampare i tonni! Quando io muoio vienici a Schisò una notte d’agosto come questa a piangere del pianto delle stelle che cadono nell’acqua trasalita a nuova rilucenza, dilagando macchia d’olio assalita dalle vespe. E le lampare ad avvampare i tonni! Solo nella pupilla tua azzurrina è la Stella Polare la memoria del cielo! Quando io muoio vienici a Schisò una notte d’agosto come questa, a sciogliere la treccia sotto un ramo d’eucalipto, a risentir la voce nostra, che impigliata fra le foglie tesse una trama lieve di silenzio che si discioglie a fiato di grecale. E le lampare ad avvampare i tonni! Quando io muoio vienici a Schisò una notte d’agosto come questa, o quando esplode il sole nel meriggio a sentire conchiglie nella vampa del sole alto. Qui tutti raduna i pesci del mare per raccontare tra una risata e l’altra, la storia di quell’amante pazzo che ogni sera sulla riva del mare di Schisò abbracciato con te, Agata Azzurra, contava stelle e pene, pene e stelle. E le lampare ad avvampare i tonni! [Traduzione di C. Pirrera 
(con tre varianti introdotte da A. Caponnetto)] [TI CORRO DIETRO GIORNO E NOTTE, O MORTE]
Ti corro dietro giorno e notte, o morte — come bimba che insegue la luna — per guardarti dentro gli occhi, e per lasciarmi stringere, addossata, al petto tuo, fra le tue braccia sotto un ramo d’albicocco. E solo un pugno di foglie secche a ricoprirmi Tu 
hai rubato a un garzone di pastori, le sue palpebre, verdi di trifoglio pulviscolo di resina a stordire i sensi, e allucinogene piccolissime stille, — angeli rilucenti d’azzurro ma evanescenti trame bianche — e danza frenetica di grilli, focosi, a ricucire la mia pelle, finché del tutto non si svuoti il cuore, docile, a dar conforto d’un lavoro di scambio. Gabbiano d’aria, tu il cuore mio empirai di sardine svegliate allo stupore dell’alba, tu gonfierai le mie vene di schiuma di mare, e mi sarai compagno nell’andare là sopra l’orizzonte incontro al sole che sorge ogni mattina, I miei pensieri allora, nel loro nido a forma d’una “x”, aspetteranno di tornare ancora una volta per anno come colombi in cova. Stanotte, o morte, ti verrò a trovare nella selva, qui dietro alle mie spalle si scioglie il tempo e già non c’è rimorso per il cammino! Contemplare, con te, il sonno del pesce spada, e taccole dormienti tra le rame del leccio! Il banchetto è già pronto, ed è un cervello vuoto di fantasia sopra un lenzuolo tenero d’erba e fiori di San Pietro, o morte, in cambio, tu lasciami bere l’ultimo tramontare della luna!… Solo così, ubriaca, potrò ancora dimenticare gli uomini che fuggono per le strade, infermieri d’ospedale, e ridere di me, dei miei ricordi disfatti dentro il cavo della mano bruciata, del gran male che gli ho fatto, del bene che non gli ho saputo dare, della voce che grida continuando ad invocarmi: «Torna indietro, Agata!», d’una dalia che nasce perché sa di soffrire… E c’è ancor tempo perché, in me, io sogni il silenzio che fa immensa la notte!


[Traduzione di Antonino Caponnetto]







Per Santo Calì il dialetto di Linguaglossa, il linguaggio della sua città natale, diventa la sua lingua e quella della sua terra: una lingua antica e nuova, la cui verginità costantemente rinasce, come nella Huri del paradiso islamico. Egli inserisce nel ‘gergo’ sia espressioni correnti che obsolete, scavando in profondità per riportare alla luce le vestigia linguistiche della storia siciliana. Si tratta di un linguaggio del sottoproletariato, che però – ricondotto alle sue radici – si rivela ben più colto di quanto egli avrebbe immaginato. Rosario Contarino ha parlato del ‘luogo’ linguistico della poesia di Calì come residuo della memoria, quasi un linguaggio dell’infanzia, di ciò che è arcaico, che è materno, definibile allo stesso tempo come recupero di quel dialetto vivente (sebbene patrimonio di una minoranza) sul quale può essere esercitata l’azione formatrice dell’artigiano (del poeta) colto. 

Le parole provenienti da più lingue straniere (brisci, slippinu, giubbòx, tenchiù, ecc.) sono state assimilate per consolidata e antica abitudine (o tradizione che sia) del popolo siciliano, così come era accaduto con il greco, il latino, il francese, lo spagnolo, l’arabo. 

“Nella sua ricerca di un’identità nazionale siciliana, Calì si attesta, più che alla Magna Grecia (egli ch’era docente di lingue classiche nei ginnasi) alla civiltà araba, anche in omaggio allo splendore economico e culturale che l’isola attraversò durante la dominazione araba. Saraceni di Sicilia sono gli uomini della sua terra; è questa – scrive Giuliano Manacorda – qualcosa di più di una metafora, un legame reale di storia, di sangue, di nomi, [...] è l’opzione per la parte emarginata del suo popolo.” 

Avviene in Calì un vero e proprio processo di identificazione: “Mi chiamo, se la memoria non m’inganna, Abdhl Kaly’. Sono nato a Linguaglossa, sulle pendici solforose del Mongibello, il 21 ottobre del 1918. O del 1128. O forse del 1848. Qui nell’isola islamica, devastata dalle primavere del Profeta, i secoli non contano, il tempo scivola impercettibile sulla macchia mediterranea, senza alcun senso. Qui tutto è arabo. Persino i crampi allo stomaco vuoto...” 
E alla tipologia del “saraceno” appartengono i personaggi del mondo poetico di Calì. Lo sono, ad esempio, Ciccio Bagongo, Frate Gilormo, l’io narrante del Lamentu cubbu pi Rocca Ciravula e tutti gli uomini “sgranci” (granchi), come Yossiph Scyrin dell’omonima ballata postuma, scritta questa in un italiano che ha un po’ assimilato e un po’ parodiato i moduli espressivi del neoformalismo degli anni ’60, con forte valenza ironica. Mastro Giuseppe Cirino, della contea di Màsqalah in Sicilia, diventa emigrato a Kansas City, a Detroit, a Los Angeles Mister Yossiph Shyrin Abdùl Nasseri Idrisi; la sua vicenda offre al poeta il destro di lanciare stoccate contro il neocolonialismo (“sei libero di scegliere il tipo di schiavitù che desideri”), ma anche contro gli esponenti del Gruppo 63 in Sicilia e gli scrittori e i poeti siciliani allora più celebrati, accusati di trarre onori e prebende dalla cultura-establishment, bersaglio dell’Antigruppo, a cui egli aveva aderito. 

L’opera di Calì è un grande poema d’amore e di morte. L’eros trova i suoi più significativi exempla nelle splendide liriche del “corpus” di Jàjita Azzola (Agata Azzurra: così il poeta chiamò un suo intenso e dirompente amore-giovane, che lo coinvolse in età matura), pervase da un costante sentimento della morte. Tanathos, presente in molti testi e particolarmente nel famoso Lamentu cubbu pi Rocca Ciravula, si fa struggente (e persino liberatorio) nel “corpus” di Jàjita. 
Si consideri che la produzione di Calì, ove si prescinda dai sonetti giovanili Mungibeddu, della fine degli anni ’40, si manifesta densa e impetuosa tra il 1966 e il 1972, anno della morte del poeta. 

{ Le notizie sopra riportate provengono da traduzioni e/o adattamenti di testi bio-bibliografici reperiti in: Santo Calì [di Lucio Zinna] (con dei brani in inglese e altri in italiano): [http://userhome.brooklyn.cuny.edu/bonaffini/DP/cali.htm] e in: Santo Calì - Opere e Vita - Lanottilonga.it (con bio-bibliografia in inglese): [http://www.lanottilonga.it/biography.htm] }













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sabato 12 ottobre 2013

Vladimir Majakovskij / Владимир Маяковский - MAJAKOVSKIJ AI SECOLI / МАЯКОВСКИЙ ВЕКАМ



Tamiz Naito, Boris Pasternak, Sergej Ejsenstein, Olga Tretyakov, Lilja Brik  Vladimir Majakovskij, Voznesensky.

Di Vladimir Vladimirovič Majakovskij ci siamo occupati in un precedente post, corredato, fra l’altro, di una buona bio-bibliografia cui il lettore può accedere CLICCANDO QUI

Nel presente post proponiamo un testo di Majakowskij, relativo al suo periodo futurista e pre-rivoluzionario. Un testo che ci aiuta – per quanto qui ci si occupi di poesia – a comprendere meglio e più profondamente i molteplici sviluppi formali ed espressivi che riguardarono le varie attività artistiche del nostro grande, seppure ancor giovane, russo. 

La traduzione qui proposta è reperibile in: Vlaimir Majakovskij. Il Flauto di vertebre. Prime poesie 1912-1916a cura di Bruno Carnevali, Passigli (1999)
La poesia presentata fa parte del poemetto futurista UOMO (ЧЕЛОВЕК ), che – come già detto nella nota bio-bibliografica – Majakovskij compose tra la fine del 1916 e l’inizio del 1917 e che venne poi pubblicato nel 1918. 

Il testo originale a fronte è a cura dello scrivente. La scelta della traduzione italiana è invece a cura di ANGELA GRECO, la quale – con la sua scelta – mi ha quasi letteralmente costretto a occuparmi ancora una volta di Majakovskij, e di farlo attraverso una delle poesie giovanili del grande artista. 
Devo aggiungere che, della costrizione cui sono stato, per dirla ironicamente, sottoposto (sempre e soltanto in un’ottica di collaborazione concreta e reciproca anche riguardo ai nostri  rispettivi blog), non posso che dirmi lieto e davvero grato ad Angela Greco. 
Antonino Caponnetto





       МАЯКОВСКИЙ ВЕКАМ

Куда я,
зачем я?
Улицей сотой
мечусь
человечьим
разжуженным ульем.

Глаза пролетают оконные соты.
и тяжко,
и чуждо,
и мерзко в июле им.

Витрины и окна тушит 
город.

Устал и сник.

И только
туч выпотрашивает туши
кровавый закат-мясник.

Слоняюсь.
Мост феерический.
Влез.
И в страшном волненье взираю с него я.
Стоял, вспоминаю.
Был этот блеск.
И это
тогда
называлось Невою.

Здесь город был.
Бессмысленный город,
выпутанный в дымы трубного леса.
В этом самом городе
скоро
ночи начнутся,
остекленелые,
белесые.

Июлю капут.

Обезночел загретый.
Избредился в шепот чего-то сквозного.                          
То видится крест лазаретной кареты,
то слышится выстрел.
Умолкнет - 
и снова.

Я знаю,
такому, как я,
накалиться
недолго,
конечно,
но все-таки дико,
когда не фонарные тыщи.
а лица.
Где было подобие этого тика?

И вижу, над домом
по риску откоса
лучами идешь,
собираешь их в копны.
Тянусь,
но туманом ушла из-под носа.

И снова стою
онемелый и вкопанный.
Гуляк полуночных толпа раскололась,
почти что чувствую запах кожи,
почти что дыханье,
почти что голос,
я думаю - призрак,
он взял, да и ожил.

Рванулась,
вышла из воздуха уз она.
Ей мало
- одна! - 
раскинулась в шествие.
Ожившее сердце шарахнулось грузно.
Я снова земными мученьями узнан.
Да здравствует
- снова! - 
мое сумасшествие!

Фонари вот так же врезаны были
в середину улицы.
Дома похожи.
Вот так же,
из ниши,
готовы кобыльей
вылеп.

- Прохожий!
Это улица Жуковского?

Смотрит,
как смотрит дитя на скелет,
глаза вот такие,
старается мимо.

"Она - Маяковского тысячи лет:
он здесь застрелился у двери любимой".
Кто,
я застрелился?
Такое загнут!
Блестящую радость, сердце, вычекань!
Окну
лечу.
Небес привычка.

Высоко.
Глубже ввысь зашел
за этажем этаж.
Завесилась.
Смотрю за шелк - 
все то же,
спальня та ж.

Сквозь тысячи лет прошла - и юна.
Лежишь,
волоса луною высиня.
Минута…
и то,
что было - луна,
Его оказалась голая лысина.

Нашел!

Теперь пускай поспят.
Рука,
кинжала жало стиснь!
Крадусь,
приглядываюсь - 
и опять!
Люблю
и вспять
иду в любви и жалости.

Доброе утро!

Зажглось электричество.
Глаз два выката.
"Кто вы?" - 
"Я Николаев
- инженер.
Это моя квартира.
А вы кто?
Чего пристаете к моей жене?"

Чужая комната.
Утро дрогло.
Трясясь уголками губ,
чужая женщина,
раздетая догола.

Бегу.

Растерзанной тенью,
большой,
косматый,
несусь по стене,
луной облитый.
Жильцы выбегают, запахивая халаты.
Гремлю о плиты.
Швейцара ударами в угол загнал.
"Из сорок второго
куда ее дели?" - 
"Легенда есть:
к нему 
из окна.
Вот так и валялись
тело на теле".

Куда теперь?
Куда глаза
глядят.
Поля?
Пускай поля!
Траля-ля, дзин-дза,
траля-ля, дзин-дза,
тра-ля-ля-ля-ля-ля-ля-ля!

Петлей на шею луч накинь!
Сплетусь в палящем лете я!
Гремят на мне
наручники,
любви тысячелетия…

Погибнет все.
Сойдет на нет.
И тот,
кто жизнью движет.
последний луч
над тьмой планет
из солнц последних выжжет.
И только
боль моя
острей - 
стою,
огнем обвит,
на несгорающем костре
немыслимой любви.
       

1916-1917





       MAJAKOVSKIJ AI SECOLI


Dove vado,
perché?
Per la centesima strada
mi dimeno,
come un umano
ronzante alveare.

Gli occhi sorvolano
le celle delle finestre,
e pena,
e lontananza,
e infamia c’è per loro in luglio.

Vetrine e finestre spegne
la città.

Sono stanco e tetro.

E soltanto
il sanguinario tramonto-macellaio
sventra le carcasse delle nuvole.

Vado bighellonando.
Un ponte di fiaba.
L’attraverso.
E, con terribile fermento, resto a guardare.
Mi fermai, ricordo.
Era questo splendore.
E questo 
allora
si chiamava Neva.

Era qui la città.
Una città assurda,
dipanata in una selva di ciminiere.
In questa stessa città
presto
cominceranno le notti,
vitree,
bianchicce.

Per luglio è la fine. 

Non appena si scalda, fa luce.
Si trae dal delirio con un penetrante sussurro.
Ora si vede la croce di un’ambulanza,
ora si sente uno sparo.
Tacerà,
poi di nuovo.

Lo so
che uno come me
non può
arroventarsi a lungo,
certo,
e tuttavia è bestiale
quando non sono migliaia di lampioni,
ma volti d’uomo.
C’è mai stato un simile tic?

Vedo che sulla casa
a rischio del pendio
vai coi raggi,
in biche li raduni.
Mi allungo,
ma in nebbia sei fuggita,
di sotto il naso.

E me ne sto di nuovo
ammutolito, impalato.
S’è divisa la folla degli oziosi di mezzanotte,
sento quasi l’odore della pelle,
quasi il respiro,
quasi la voce,
e mi sembra un fantasma
d’un tratto risorto.

Si slanciò,
divincolandosi dall’aria.
Era poco per lei 
essere sola!
Si snodò in processione.
Il cuore risorto scartò pesantemente.
Di nuovo i tormenti terrestri mi conoscono.
Evviva 
- di nuovo! –
la mia pazzia!

Allo stesso modo i lampioni erano incastrati
nel mezzo della strada.
Uguali le case.
Allo stesso modo,
nella nicchia
scolpita
una testa di cavallo.

‹‹Passante,
è questa via Žukovskij?››.                                                                                   

Guarda,
come un bimbo guarda uno scheletro;
che occhi!
Si precipita avanti.

‹‹È stata di Majakovskij mille anni:
lui si sparò qui, sulla porta dell’amata››.
Chi si è sparato,
io?
Inveiranno tanto!
Conia, o cuore, una gioia splendida!
Volo 
alla finestra.
Un’abitudine dei cieli.

In alto.
Sempre più in aria,
un piano dopo l’altro.
Era velata.
Guardo dietro la seta:
tutto lo stesso,
la stessa camera da letto.

È passata attraverso migliaia di anni 
ed è giovane.
Giaci,
inazzurrando di luna i capelli.
Un minuto…
e ciò
che era stato luna,
rivelò la sua nuda calvizie.

Ho trovato!

Ora dormo pure.
Mano,
stringi la lama del pugnale.
Penetro di soppiatto,
osservo,
e – di nuovo! – 
amo
e indietro
torno all’amore e alla pietà.

Buon giorno!

S’accese la luce.
Due occhi spalancati.
‹‹Chi siete?››.
‹‹Sono Nikolaev,
ingegnere.
Questa è casa mia.
E lei chi è?
Perché importuna mi moglie?››.

La stanza d’un altro.
Sussultava il mattino.
Con un tremito agli angoli delle labbra,
la donna d’un altro,
seminuda.

Fuggo.

Ombra lacerata,
irsuto,
enorme,
corro lungo il muro,
inondato di luna.
Gli inquilini scappano fuori,
incrociando i lembi delle vesti.
Rimbombo su una lastra.
A spinte caccio il portiere in un angolo.
‹‹E dal quarantadue
dov’è andata a finire?››.
‹‹È una leggenda:
è corsa a lui
dalla finestra.
Così giacquero,
corpo su corpo››.

Dove andare adesso?
Dove guardano 
gli occhi.
Nei campi?
E sia, nei campi!
Trala-là, zin-zà
trala-là, zin-zà,
tra-la-la-la-la-la-là.

Gèttati un raggio al collo come un laccio!
M’intreccerò nella rovente estate!
Rimbombano su me
le manette,
gli amori di un millennio…

Perirà tutto.
Tutto svanirà.
E il raggio estremo,
che muove la vita,
sopra il buio dei pianeti,
brucerà dagli ultimi soli.
Ma solo il mio dolore
è più straziante:
sto ritto, 
avvolto dal fuoco,
sul falò che non arde
d’un amore impossibile.


1916-1917





     Secondo Habermas non può esserci Arte senza una qualche schizofrenia. Se questo vale sempre e ovunque, allora bisogna dire che la Russia della prima metà del Novecento (portentoso laboratorio storico, sociale e umano) ha saputo magistralmente asseverare a priori l’affermazione habermasiana, della cui verità ciascuno dei tre poeti presenti in questa antologia può costituire una singolare, precisa prova. 
     Per Majakovskij, ad esempio, la Rivoluzione costituisce l’ambito più adatto alle sue sperimentazioni così impetuosamente sovversive. E se le avanzanti fortune della neonata Unione Sovietica acquistano un pathos epico nei suoi poemi, la vita quotidiana del cittadino sovietico si rispecchia nelle sue commedie, nei versi propagandistici, nelle pantomime da circo, nelle poesie per bambini, nei soggetti cinematografici. Majakovskij però si rende conto presto di quanto le promesse della Rivoluzione siano ingannevoli, di quanto il potere dei burocrati si faccia sempre più dispotico, di come la mentalità piccolo-borghese riprenda vita sotto nuove forme. Egli continua nella sua strenua lotta contro tutto questo, e lo fa fino alla fine. Vive finché può il suo utopistico sogno. Ma la sua volontà recede: Majakovskij non vuol vedere il vuoto futuro che già si prepara. E il colpo di pistola con cui egli chiude la sua febbrile esistenza mette un punto fatale su un’epoca. [...] 

[Dalla Nota introduttiva di Antonino Caponnetto a: GRAFIE RUSSE. Cvetaeva, Mandel’štam, Majakovskij: nuove traduzioni, a cura di Paolo Statuti, exosphere plaquettes, Libro Aperto Edizioni, 2013 (http://exosphereplaquettes.com/antologie/)] 













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lunedì 7 ottobre 2013

DANILO DOLCI - 30 MARZO 1956 - L’ARRINGA DI CALAMANDREI AL PROCESSO DI PALERMO — post βήτα



Danilo Dolci durante uno sciopero per l’acqua a Roccamena. 1964. A destra in basso, Ignazio Buttitta 


Ancora a proposito di Danilo Dolci 

Alcuni di voi ricorderanno che il nostro blog ha dedicato tempo fa un primo post a Danilo Dolci, alla sua vicenda di costruttore di pace, di educatore, sociologo, scrittore, poeta, di uomo fra gli uomini. 
Per le notizie bio-bibliografiche e i vari riferimenti riguardanti la sua scelta di vita e la sua opera, rinviamo al post anzidetto, cui si può accedere cliccando qui

Nel presente post non ci occuperemo dei versi di Dolci, scritti sempre e solo come appunti, in quel modo particolarissimo e tipico che egli aveva di far poesia e scrittura, guardando dritta negli occhi ogni realtà individuale, ogni singolare sofferenza, ogni individuale bisogno. Con uno sguardo fraterno partecipe, vòlto a comprendere, a educare a una lotta collettiva e nonviolenta, sempre e soltanto verso il buono, il bello, il giusto. 
Non vogliamo qui proporre i versi di questo raro uomo, ma riportare invece un documento importante. Si tratta dell’arringa pronunciata in difesa di Dolci dal grande giurista e padre costituente” Piero Calamandrei, in occasione di un processo che all’epoca fece scalpore. 
Buona lettura. 
A. C.



Piero Calamandrei (Firenze, 21 aprile 1889 – ivi, 27 settembre 1956)

IN DIFESA DI DANILO DOLCI (di Piero Calamandrei)

Pubblicato in “Quaderni di Nuova Repubblica”, 4, 1956, p. 15, anche in “Il Ponte”, XII, 4, aprile 1956, pp. 529-544 e in Processo all’art. 4, “Testimonianze”, 8, pp. 291-316. Testo stenografico dell’arringa pronunciata il 30 marzo 1956 dinanzi al Tribunale penale di Palermo.
[ Danilo Dolci era stato arrestato il 2 febbraio 1956 per aver promosso e capeggiato, insieme con alcuni suoi compagni, una manifestazione di protesta contro le autorità che non avevano provveduto a dar lavoro ai disoccupati della zona: la manifestazione era consistita nell’indurre un certo numero di questi disoccupati a iniziare lavori di sterramento e di assestamento in una vecchia strada comunale abbandonata, detta “trazzera vecchia”, nei pressi di Trappeto (provincia di Palermo), allo scopo di dimostrare che non mancavano né la volontà di lavorare né opere socialmente utili da intraprendere in beneficio della comunità. I principali capi di accusa riguardavano la violazione degli articoli 341 (oltraggio a pubblico ufficiale), 415 (istigazione a disobbedire alle leggi), 633 (invasione di terreni) del Codice penale. ]

Signori Giudici.
Questo processo avrebbe potuto concludersi, meglio che con la parola mia, con la parola di un giovane. Le parole dei giovani sono parole di speranza, preannunziatrici dell’avvenire: e questo è un processo che preannuncia l’avvenire.
Avrebbe dovuto parlare prima l’imputato, Danilo Dolci che è un giovane; e dopo di lui, non per difenderlo ma per ringraziarlo, il più giovane dei suoi difensori, l’avvocato Antonino Sorgi.
Se si fosse fatto così questo processo sarebbe finito da cinque giorni; e da cinque giorni Danilo Dolci e gli altri imputati, i cosiddetti “imputati”, sarebbero tornati a Partinico, invece di tornarvi, come vi torneranno, soltanto stasera, dopo l’assoluzione, a far Pasqua con le loro famiglie.
Ma forse, per la risonanza nazionale e sociale di questo processo, è stato meglio che sia avvenuto così: che abbiano parlato anche i vecchi e meno giovani; e non brevemente.
E così l’onore e la responsabilità di chiudere la discussione e di rivolgervi, signori giudici, l’ultima preghiera che vi accompagnerà in camera di consiglio, sono toccati a me; non solo per la mia età, ma forse anche perché io sono qui, unico tra i difensori, soltanto un avvocato civilista, cioè un avvocato che non ha esperienza professionale di processi penali.
Questo, infatti, non è un processo penale: o almeno non è quello che i profani si immaginano, quando parlano di un processo penale.
Nel processo penale il pubblico concentra i suoi sguardi sul banco degli imputati, perché crede di vedere in quell’uomo, anche se innocente, il reo, l’autore del delitto: l’uomo che ha ripudiato la società, che è una minaccia per la convivenza sociale.
L’imputato è solo, inconfondibile, diverso agli occhi del pubblico da tutti gli altri uomini, isolato dentro la sua gabbia e, anche quando la gabbia non c’è, isolato dentro la sua colpa.
Ma questo non è un processo penale: dov’è il reo, il delinquente, il criminale? Dov’è il delitto, in che consiste il delitto, chi lo ha commesso?
Angosciose domande: alle quali forse neanche il P.M., nella sua misurata requisitoria che abbiamo ammirato non tanto per quello che ha detto quanto per quello che ha lasciato intendere senza dirlo, saprebbe in cuor suo dare una tranquillante risposta.
Non a caso qui il banco degli imputati e quello dei difensori sono così vicini, fino a parere un banco solo. Dove sono gli imputati e dove i difensori? Qui, in realtà, o siamo tutti difensori o siamo tutti imputati. 
In questa aula, da qualunque parte ci volgiamo, nei vari seggi di essa, non ci sono altri che uomini che si trovano qui, perché hanno voluto e vogliono prestare ossequio alla legge: osservarla, servirla.
La sigla è quasi si direbbe il vertice magico di questo processo è in quella formula laconica intarsiata con caratteri antichi sulla cattedra ove siedono i giudici. Non è la solita frase che in altre aule si legge scritta sul muro al disopra delle teste di giudici, quella frase che suscita tante speranze ma anche tante perplessità: “La legge uguale per tutti”. No: il motto di questa aula è molto più laconico, misterioso e conciso come la risposta di un oracolo: “La legge”.
Questo è l’imperativo categorico che ci tiene tutti qui incatenati dallo stesso dovere, appassionati dalla stessa passione: “de legibus”.
Il Tribunale che siede è per definizione l’organo che, amministrando giustizia, fa osservare la legge.Il P.M., che siede al lato del collegio giudicante, è il rappresentante della legge.Noi avvocati siamo qui, al nostro posto, per difendere la legge. Dietro a noi, a fianco degli imputati e sulle porte, i commissari e gli agenti di polizia sono gli esecutori della legge.
E poi ci sono questi imputati: imputati di che? Mah... di nient’altro che di aver voluto anch’essi servire la legge: di aver voluto soffrire la fame e lavorare gratuitamente allo scopo di ricordare agli immemori il dovere di servire la legge.
Ma allora vuol dire che siamo tutti qui per lo stesso scopo: quale è il punto del nostro dissidio, quale è il tema del nostro dibattito? Perché noi avvocati stiamo a questo banco degli imputati dietro a noi e i giudici nei loro seggi più alti? di che stiamo noi discutendo?
In verità io non riesco a riconoscere su queste facce di imputati, così tranquille e serene, le tristi impronte della delinquenza; né riesco a scoprire nelle umane facce dei carabinieri che stanno accanto a loro la fredda insensibilità dell’aguzzino. Io so che essi, quando mettono le manette a questi imputati, si sentono in fondo al cuore umiliati e addolorati di questo crudo cerimoniale, che pure hanno il dovere di compiere: quando la mattina gli imputati entrano in quest’aula incatenati, come prescrive il regolamento di polizia, non sono essi che provano rammarico e vergogna per quelle catene. Ho visto con i miei occhi che, nonostante quei polsi serrati nelle manette, le loro facce rimangono serene e sorridenti; ma un’ombra di mestizia traspare sui volti di chi li accompagna.
No no, il dissidio non è qui, in questa aula: il dissidio è più lontano e più alto. Sarebbe follia pensare che Danilo abbia potuto indirizzare agli agenti che lo arrestarono, fatti della stessa carne di questi che oggi lo accompagnano, l’epiteto di “assassini”. Danilo non parlava e non parla a loro. Gli assassini ci sono, ma sono fuori di qui, sono altrove: si tratta di crudeltà più inveterate, di tirannie secolari, più radicate e più potenti; e più irraggiungibili.
Di quello che è avvenuto, signori del Tribunale, non si deve dare colpa alla polizia, la quale è soltanto una esecutrice di ordini che vengono dall’alto. In quanto a me, vi dirò anzi che ho sentito dire che io dovrei essere debitore, verso qualcuno degli agenti che hanno deposto in questo processo, di speciali ragioni di gratitudine. Dai resoconti dati dalla stampa su una delle prime udienze, alla quale io non ho potuto partecipare, ho appreso che io dovrei ringraziare quel funzionario di polizia che oggi è commissario a Partinico, il dottore Lo Corte, del trattamento di favore che egli mi avrebbe usato a Firenze, nel periodo in cui egli apparteneva alla polizia della Repubblica di Salò: pare che nella sua deposizione egli abbia detto che mi trattò con speciale riguardo perché, quando venne al mio studio per arrestarmi, arrivò un quarto d’ora dopo che io ero uscito e così lasciò ineseguito il suo mandato. In verità io non mi ricordo di lui: e non so se devo essere grato a lui per essere arrivato un quarto d’ora dopo o a me stesso per essere uscito un quarto d’ora prima. Ma in ogni modo sono anche disposto ad essergli riconoscente: non sono queste vicende personali le cose che contano in questo processo.
Quello che conta è un’altra cosa: conoscere il perché umano e sociale di questo processo, collocarlo nel nostro tempo; vederlo, come tu ben dicevi, o amico Sorgi, storicamente, in questo periodo di vita sociale e in questo paese.
Io ho ammirato, lo ripeto, la misura con cui ha parlato il P.M.; ma su due delle premesse (oltreché, ben s’intende, su tutte le sue conclusioni) non posso essere d’accordo: e cioè quando egli ha detto che questa è “una comunissima vicenda giudiziaria”, e quando ha detto che per deciderla il Tribunale dovrà tener conto della legge ma non delle “correnti di pensiero” che i testimoni hanno portato in questa aula.
Dico, con tutto rispetto, che queste due affermazioni mi sembrano due grossi errori non soltanto sociali, ma anche specificamente giuridici. Non sono d’accordo sulla prima premessa. Questo non è un processo “comunissimo”: è un processo eccezionale, superlativamente straordinario, assurdo. Questo non è neanche un processo: è un apologo.
Un processo in cui si vorrebbe condannare gente onesta per il delitto di avere osservato la legge, anzi per il delitto di aver preannunciato e proclamato di volere osservare la legge: arrestati e rinviati a giudizio sotto l’imputazione di volontaria osservanza della legge con l’aggravante della premeditazione!
Per renderci conto con distaccata comprensione storica della eccezionalità e assurdità di questo processo, bisogna cercare di immaginare come questa vicenda apparirà, di qui a 50 o a 100 anni, agli occhi di uno studioso di storia giudiziaria al quale possa per avventura venire in mente di ricercare nella polvere degli archivi gli incartamenti di questo processo, per riportare in luce storicamente, liberandolo dalle formule giuridiche, il significato umano e sociale di questa vicenda.
Quali apparirebbero agli occhi dello storico gli atti più significativi di questo processo?
La sua attenzione si fermerebbe prima di tutto su quella ordinanza del giudice istruttore, con la quale, per negare agli arrestati la libertà provvisoria, si è testualmente affermato la “spiccata capacità a delinquere del detto imputato”: il “detto imputato”, per chi non lo sapesse, sarebbe Danilo Dolci.
Suppongo che il magistrato che scrisse questa frase non abbia immaginato, al momento in cui la scrisse, il senso di sgomento che in centinaia di migliaia di italiani questa frase ha suscitato, quando l’hanno letta riferita sui giornali: senso di sgomento per lui, non per Danilo Dolci.
Ma, insomma, questa frase è stata scritta; e tra cinquant’anni lo storico la potrà leggere e potrà dire a se stesso:-Ecco, ho avuto la mano felice: ho trovato un caso interessante, il processo di un gran delinquente, un caso tipico di “spiccata capacità a delinquere”.
Ma che cosa ha fatto mai Danilo Dolci per dimostrare questa sua “spiccata capacità”?
La capacità a delinquere, per me avvocato civilista, ha due aspetti: uno giuridico e uno sociale. Sotto l’aspetto giuridico mi pare che essa sia la tendenza e la attitudine a violare il diritto altrui; sotto l’aspetto sociale mi pare sia la incapacità di intendere che la vita in società è fatta di solidarietà e di altruismo: che senza solidarietà e senza altruismo non vi è civiltà. Il delinquente è essenzialmente un infelice esiliato nel suo sfrenato egoismo, un solitario incapace di vivere in società.
Dunque lo storico che si metterà a sfogliare questo processo, quando saranno da lungo tempo caduti e dimenticati quegli articoli della legge di pubblica sicurezza e del codice penale di cui stiamo qui a discutere da una settimana (quegli articoli che già assomigliano a quei gusci vuoti che rimangono attaccati ai tronchi degli ulivi quando già ne è volato via l’insetto vivo), scorrerà attentamente gli incartamenti per ricercare le prove di questa “spiccata capacità a delinquere” che l’ordinanza istruttoria con tanta durezza preannuncia. E, senza perdersi in sottili acrobazie di dialettica giuridica, si domanderà umanamente: che cosa avevano fatto di male questi imputati? In che modo avevano offeso il diritto altrui; in che senso avevano offeso la solidarietà sociale e mancato al dovere civico di altruismo?
Lo storico arriverà a trovare documentati nel seguito del processo due “misfatti”.
Io mi limito a leggere qualche passo di un solo documento: di un documento che è ancora nelle mie mani e che dà a questa mia difesa il carattere non solo di una testimonianza, ma anche, come ieri vi dicevo, di una complicità.
Quando alla fine dello scorso gennaio Danilo Dolci, dopo essere stato a Torino per consultarsi con i suoi amici sulle azioni che si proponeva di svolgere a Partinico, passò da Firenze nel viaggio di ritorno, venne al mio studio per consigliarsi anche con me come legale ed esser sicuro che quello che stava per fare entrasse perfettamente nei limiti delle leggi. Non mi trovò; e allora mi lasciò una copia del foglietto che in questo momento vi sto leggendo, con questa nota scritta di suo pugno: “Speravo di vederti e di avvisarti. Un saluto con affetto. Tuo Danilo”. Quando tornai dopo due giorni, e lessi il foglietto, il quale conteneva, come ora vi dirò, il programma di quello che stava per succedere a Partinico, trovai che niente di quello che era preannunciato in tale programma poteva in qualsiasi modo andar contro alle leggi o ai regolamenti di polizia: e per questo mi guardai bene dall’avvertire Danilo Dolci, che intanto era ritornato a Partinico, di astenersi dal fare quello che si proponeva. Se in quello che ha fatto c’è qualche cosa di contrario alla legge, sono dunque responsabile anch’io di complicità e, e forse la mia responsabilità è più grave della sua, perché io dovrei avere quella conoscenza tecnica delle leggi che Danilo non ha.
Dunque, vi dicevo, in questo documento che sto per leggervi c’è la prova di due misfatti.
Il primo misfatto è quello che si proponevano di compiere lunedì 30 gennaio i pescatori di Trappeto.
Si legge testualmente in questa dichiarazione:
“abbiamo ripetutamente documentato alle Autorità direttamente responsabili e all’opinione pubblica, per anni e anni, la pesca fuori legge della zona, gravissimo danno a tutti noi e all’economia nazionale. 
“ E’ profondamente doloroso e offensivo constatare che lo Stato non sa far rispettare le sue leggi più elementari, più giustificate: i mezzi di informazione e di pressione normali in uno Stato civile, qui sono stati assolutamente inefficaci. Decisi a fare rispettare le leggi, promuoviamo un movimento che non si fermerà fino a quando il buon senso e l’onestà non avranno trionfato. Inizieremo lunedì, 30 gennaio, digiunando per 24 ore.”
Seguono circa 300 firme tra loro sono anche numerosi vecchi e ragazzi con piena coscienza dell’azione.
Questo è dunque il primo misfatto. Le circostanze sono semplici e chiare. Una piccola popolazione di poveri pescatori vive alla meglio con la pesca del suo mare. Per legge, il tratto di mare più vicino alla costa è riservato alla pesca della popolazione rivierasca; i motopescherecci, devono tenersi al largo. Ma qui i motopescherecci, per vecchio sistema, si beffano sfrontatamente della legge; da tempo vengono a pescare nel mare vicino alla riva, predando il pesce che dovrebbe dar da vivere ai piccoli pescatori. Così i pescatori locali non hanno più da pescare; questa sistematica rapina dei motopescherecci appartenenti a grandi società organizzate e protette dalle autorità, condanna i piccoli pescatori a morire di fame. Ricorrono alle autorità; ma le autorità non provvedono. Protestano, ma le autorità non ascoltano. Il contrabbando continua: qualcuno pensa che le autorità siano d’accordo coi contrabbandieri; e che ci sia qualcuno in alto che partecipa agli utili del contrabbando.
Allora che cosa fanno i pescatori che da anni reclamano giustizia e non riescono ad averla da chi dovrebbe darla: si ribellano? Si mettono a tumultuare? Rubano? Commettono violenze?
Niente di tutto questo. Arriva Danilo in mezzo a loro e dice: “Voi non avete da mangiare: non avete di vostro altro che la fame. L’unica protesta che vi rimane è questa: la vostra fame. Siete abituati a digiunare, andiamo tutti insieme a digiunare sulla spiaggia del mare. Stiamo a guardare, digiunando, i contrabbandieri protetti dalle autorità, che continuano a far rapina del pesce che la legge vorrebbe riservato a voi. Consoliamoci insieme col nostro digiuno; mettiamo in comune questo nostro unico bene, la fame. E per essere più sereni, porteremo sulla spiaggia qualche disco e ascolteremo la musica di Bach”. (Qualcuno ha sorriso su questo particolare della musica: non ha ricordato che anche nella prima guerra mondiale questo era il motto dei fanti inchiodati nelle trincee: “canta che ti passa”.)
Allora vengono fuori i commissari di polizia, gli agenti dell’ordine. Voi pensereste che intervengono finalmente per rimettere nella legalità i moto pescherecci contrabbandieri e per far cessare la loro rapina. No gli agenti dell’ordine intervengono per pigliarlsela con Danilo: per diffidare Danilo e i pescatori dal mettere in atto il loro proposito.
- non è permesso digiunare: vi vietiamo formalmente di digiunare.
-Ma come possiamo non diginare se non abbiamo più pesce da pescare?
-Non importa: digiunate a casa vostra, in privato, in segreto.
E’ un delitto digiunare in pubblico. Digiunare in pubblico vuol dire disturbare l’ordine pubblico.-
l’ordine pubblico di chi? L’ordine pubblico di chi ha da mangiare. Non bisogna disturbare con spettacoli di miseria e di fame la mensa imbandita di chi mangia bene; non bisogna che la gente ben nutrita, che va sulla spiaggia a passeggiare per meglio digerire il suo pranzo, sia disturbata dalla modesta vista dei pallidi affamati.
Questo è il primo misfatto: ora viene il secondo. Si legge sul solito documento.
“I cittadini di Partinico, donne comprese, proseguiranno l’azione giovedì 2 febbraio come è detto nella loro dichiarazione:
“Milioni di uomini nelle nostre zone stanno sei mesi all’anno con le mani in mano. Stare sei mesi all’anno con le mani in mano è gravissimo reato contro la nostra famiglia contro la società.
“Solo qui in Partinico su 25000 abitanti siamo in più di 7000 con le mani in mano per sei mesi all’anno e 7000 bambini e giovanetti non sono in grado di apprendere quanto assolutamente dovrebbero. Non vogliamo essere dei lazzaroni, non vogliamo arrangiarci da banditi: vogliamo collaborare esattamente alla vita, vogliamo il bene di tutti: e nessuno ci dica che questo è un reato.
“E’ nostro dovere di padri e di cittadini collaborare generosamente perché cambi il volto della terra, bandendo gli assassini di ogni genere. Chiediamo alle autorità, di collaborare con noi, indicando quali opere dobbiamo fare e come: altrimenti, assistiti dai tecnici, cominceremo dalle più urgenti.
“ Perché sia più limpido a tutti il nostro muoverci, digiuneremo lunedì 30 gennaio; giovedì 2 febbraio cominceremo il lavoro. Frangeremo il pane con le mani.
“Vogliamo essere padri e madri anche noi e cittadini.”
Seguono circa 700 firme.
Anche le circostanze di questo secondo misfatto sono chiare.
Ci sono a Partinico, oltre pescatori, altre migliaia di disoccupati. La Costituzione dice che il lavoro è un diritto e un dovere. Allora, che cosa fanno questi settemila disoccupati: invadono le terre dei ricchi, saccheggiano i negozi alimentari, assaltano i palazzi, si danno alla macchia, diventano banditi?
No. Decidono di lavorare: di lavorare gratuitamente; di lavorare nell’interesse pubblico.
Nelle vicinanze del paese si trova, abbandonata, una trazzera destinata al passo pubblico; nessuno ci passa più, perché il comune non provvede, come dovrebbe, alla sua manutenzione; è resa impraticabile dalle buche e dal fango. Allora i disoccupati dicono: “Ci metteremo a riparare gratuitamente la trazzera , la nostra trazzera. Ci redimeremo, lavorando da questo avvilimento quotidiano, da questa quotidiana istigazione al delitto che è l’ozio forzato. In grazia del nostro lavoro la strada tornerà ad essere praticabile. I cittadini ci passeranno meglio. Il sindaco ci ringrazierà”. Che cosa è questo? E’ la stessa cosa che avviene quando, dopo una grande nevicata, se il Comune non provvede a far spalare la neve sulle vie pubbliche, i cittadini volenterosi si organizzano in squadre per fare essi, di loro iniziativa, ciò che la pubblica autorità dovrebbe fare e non fa; e la stessa cosa che avviene, e spesso è avvenuta, quando, a causa di uno sciopero degli spazzini pubblici, i cittadini volenterosi si sono messi a rimuovere dalle strade cittadine le immondizie e in questo modo si sono resi benemeriti della salute di tutti.
Giustamente uno dei difensori che mi hanno preceduto, il collega Taormina, ha detto che questo è un caso di “negotiorum gestio”: un caso, si potrebbe dire, di esercizio privato di pubbliche funzioni volontariamente assunte dai cittadini a servizio della comunità e in ossequio al senso di solidarietà civica.
Allora, per impedire anche questo secondo misfatto, arrivano i soliti commissari Lo Corte e Di Giorgi, e questa volta non si limitano alle diffida e questa volta non si limitano alle diffide. Questa volta fanno di più e di meglio: aggrediscono questi uomini mentre pacificamente lavorano a piccoli gruppi dispersi sulla trazzera, strappano dalle loro mani gli strumenti del lavoro, lì incatenano e li trascinano nel fango, tirandoli per le catene come carne insaccata, come bestie da macello.
Bene.
Rimane dunque inteso che digiunare in pubblico è una manifestazione sediziosa; che lavorare gratuitamente per pubblica utilità, per rendere più strada una pubblica strada, è una manifestazione sediziosa.
E a questo punto interviene il giudice istruttore a dare il suo giudizio: “spiccata capacità a delinquere”.
E poi riprende la parola il P.M.: “otto mesi di reclusione a Danilo Dolci e ai suoi complici”.
Bene.
Ma come può essere avvenuto questo capovolgimento, non dico del senso giuridico, ma del senso morale e perfino del senso comune?
Guardiamo di rendercene conto con serenità.
Al centro di questa vicenda giudiziaria c’è, come la scena madre di un dramma, un dialogo tra due personaggi, ognuno dei quali ha assunto senza accorgersene un valore simbolico.
E’, tradotto in cruda rossa di cronaca giudiziaria, il dialogo eterno tra Creonte e Antigone, tra Creonte che difende la cieca legalità e Antigone che obbedisce soltanto alla legge morale della coscienza, alle “leggi non scritte” che preannunciano l’avvenire.
Nella traduzione di oggi, Danilo dice: “per noi la vera legge e la Costituzione democratica”; il commissario Di Giorgi risponde: “per noi l’unica legge è il test unico di pubblica sicurezza del tempo fascista”.
Anche qui il contrasto è come quello tra Antigone e Creonte: tra la umana giustizia e i regolamenti di polizia; con questo solo di diverso, che qui Danilo non invoca leggi “non scritte”. (Perché, per chi non lo sapesse ancora, la nostra Costituzione è già stata scritta da dieci anni.)
Chi dei due interlocutori ha ragione?
Forse, a guardare alla lettera, hanno ragione tutt’e due.
Ma a chi spetta, non dico il peso e la responsabilità, ma dico il vanto di decidere, sotto questo contrasto letterale, da che parte è la verità: a chi spetta sciogliere queste antinomie?
Siete voi, o Giudici, che avete questa gloria: voi che nella vostra coscienza, come in un alambicco chimico, dovete fare la sintesi di questi opposti.
E qui affiora il secondo sul quale io mi trovo in dissidio con le premesse affermate dal P.M.:, quando egli ha detto che i giudici non devono tener conto delle “correnti di pensiero”, che i testimoni accorsi da tutta Italia hanno fatto passare in questa aula.
Ma che cosa sono le leggi , illustre rappresentante del P.M. se non esse stesse “correnti di pensiero”? Se non fossero questo, non sarebbero che carta morta: se lo lascio andare, questo libro dei codici che ho in mano, cade sul banco come un peso inerte.
E invece le leggi sono vive perché dentro queste formule bisogna far circolare il pensiero del nostro tempo, lasciarvi entrare l’aria che respiriamo, mettervi dentro i nostri propositi, le nostre speranze, il nostro sangue e il nostro pianto.
Altrimenti le leggi non restano che formule vuote, pregevoli giochi da legulei; affinché diventino sante, vanno riempite con la nostra volontà.
Voi non potete ignorare, signori Giudici, poiché anche voi vivete la vita di tutti i cittadini italiani, il carattere eccezionale e conturbante del nostro tempo: che è un tempo di trasformazione sociale e di grandi promesse, che prima o poi dovranno essere adempiute: felici i giovani che hanno davanti a se il tempo per vederle compiute!
Questo è uno di quei periodi, che ogni tanto si presentano nella vita dei popoli, in cui la gloria di poter costruire pacificamente l’avvenire, il vanto di poter guidare entro la legalità questa trasformazione sociale che è in atto e che non si ferma più, spetta soprattutto ai giudici. Nella storia millenaria del nostro paese più volte si sono presentati questi periodi di trapasso da un ordinamento sociale ad un altro, durante i quali l’altissimo compito di adeguare il diritto alle esigenze della nuova società in formazione è stato assunto dalla giurisprudenza: basta pensare ai responsa dei prudentes, che hanno gradualmente fatto vivere nella rigidezza del diritto quiritario lo spirito cristiano trionfante nella legislazione giustinianea, o alle opiniones doctorum, che attraverso la decisione di singoli casi giudiziari hanno introdotto negli schemi del diritto feudale lo spirito umanistico del diritto comune.
Anche oggi l’Italia vive uno di questi periodi di trapasso, nei quali la funzione dei giudici, meglio che quella di difendere una legalità decrepita, è quella di creare gradualmente la nuova legalità promessa dalla Costituzione.
La nostra Costituzione è piena di queste grandi parole preannunziatrici del futuro: “pari dignità sociale”; “rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana”; “Repubblica fondata sul lavoro”; “Diritto al lavoro”; “condizioni che rendano effettivo questo diritto; assicurata ad ogni lavoratore e alla sua famiglia “un’esistenza libera e dignitosa”...
Grandi promesse che penetrano nei cuori e li allargano, e che una volta intese non si possono più ritirare. Come potete voi pensare che i derelitti che hanno avuto queste promesse, e che vi hanno creduto e che chi si sono attaccati come naufraghi alla tavola di salvezza, possono ora essere condannati come delinquenti solo perché chiedono, civilmente senza far male nessuno, che queste promesse siano adempiute come la legge comanda?
Signori Giudici, che cosa vuol dire libertà, che cosa vuol dire democrazia? Vuol dire prima di tutto fiducia del popolo nelle sue leggi: che il popolo senta le leggi dello Stato come le sue leggi, come scaturite dalla sua coscienza, non come imposte dall’alto. Affinché la legalità discenda dai codici nel costume, bisogna che le leggi vengano dal di dentro non dal di fuori: le leggi che il popolo rispetta, perché esso stesso le ha volute così.
Ricordate le parole immortali di Socrate nel carcere di Atene? Parla delle leggi come di persone vive, come di persone di conoscenza. “le nostre leggi, sono le nostre leggi che parlano”. Perché le leggi della città possano parlare alle nostre coscienze, bisogna che siano come quelle di Socrate, le “nostre” leggi.
Nelle più perfette democrazie europee, in Inghilterra, in Svizzera, in Scandinavia, il popolo rispetta le leggi perché ne è partecipe e fiero; ogni cittadino le osserva perché sa che tutti le osservano: non c’è una doppia interpretazione della legge, una per i ricchi e una per i poveri!
Ma questa è, appunto, la maledizione secolare che grava sull’Italia: il popolo non ha fiducia nelle leggi perché non è convinto che queste siano le sue leggi. Ha sempre sentito lo Stato con un nemico. Lo Stato rappresenta agli occhi della povera gente la dominazione. Può cambiare il signore che domina, ma la signoria resta: dello straniero, della nobiltà, dei grandi capitalisti, della burocrazia. Finora lo Stato non è mai apparso alla povera gente come lo Stato del popolo.
Da secoli i poveri hanno il sentimento che le leggi siano per loro una beffa dei ricchi: hanno della legalità e della giustizia un’idea terrificante, come di un mostruoso meccanismo ostile fatto per schiacciarli, come di un labirinto di tranelli burocratici predisposti per gabbare il povero e per soffocare sotto le carte incomprensibili tutti i suoi giusti reclami.
Nella prefazione che Norberto Bobbio ha dettato per il libro di Danilo Dolci Banditi a Partinico, è riportato come tipico un episodio.Ho fatto più di quattro domande per avere la pensione -dice il padre.-Niente. Mi mandano a chiamare i carabinieri:-ci vuole questo documento.-Subito facciamo questo documento, subito. Poi mi mandano a chiamare in Municipio e mi dicono che ci voleva stato di famiglia, atto matrimoniale, fede di nascita, fede di morte di mio figlio, tutto. Ci ho fatto tutto. Ci ho mandato in Municipio stesso, da lì a Roma. Niente. Dal 1942. E 12 anni “ca ci cumbattu cu sta pensioni”. E la moglie: “Have a cridere che a mia mi ritiraru lu librettu e mi disseru:-Ora se nè pò ire che vossìa have la pensioni”.
Questa è la maledizione di Partinico, ma questa è sempre stata anche la maledizione d’Italia. In ogni regione d’Italia più o meno è così: le leggi per gli umili non contano. Per avere giustizia dagli uffici amministrativi occorre farsi raccomandare da qualche personaggio importante o strepitare. Ma forse neanche screditare conta; perché se strepita il povero, viene il commissario Di Giorgi che lo porta in prigione.
E allora ecco Danilo:
-Basta con questa maledizione, basta con questa sfiducia; ma basta anche con la violenza. Voi dovete credere nelle leggi; voi dovete credere nella giustizia di chi governa. La legge è come una religione (una religione di cui questa aula giudiziaria è un tempio). Perché la legge faccia i suoi miracoli, bisogna crederci.-
È un ingenuo? È un illuso?
Danilo è stato paragonato a Renzo dei promessi sposi, nella famosa scena dell’osteria.
Ricordate? “pane, abbondanza, giustizia”. Lo sente dire da Ferrer, che era una specie di prefetto di quei tempi. Renzo ci crede: anche lui si mette a ripetere “pane, abbondanza, giustizia”. E va a finire nelle mani dei birri.
Anche Danilo è andato a finire in prigione. E dunque anche lui soltanto ingenuo? Soltanto un’illuso? No: Danilo è qualche cosa di più. Non dimentichiamo come è cominciata la vicenda di Danilo. Il caso determinante della sua vita è stato l’incontro con un bambino morto di fame. Quando nell’estate del 1952 Danilo ebbe visto morire di fame il figlioletto di Mimma e Giustina Barretta, allora egli si accorse di trovarsi “in un mondo di condannati morte”; e gli apparve chiara l’idea che questo mondo non si redime con la violenza, ma col sacrificio. Fu allora che disse: “su questo stesso letto dove questa creatura innocente è morta di fame, io, che potrei non essere povero, mi lascerò morire di fame come lui, per portare una testimonianza, per dare con la mia morte un esempio, se le autorità non si decideranno a provvedere”. E dopo una settimana di digiuno, che già aveva ridotto Danilo in fin di vita, le autorità finalmente intervennero, non per pietà, ma per liberarsi dalla responsabilità di lasciarlo morire; essi decisero di offrire subito le prime somme occorrenti per pagare i debiti dei pescatori e dei braccianti del luogo e, e per iniziare i lavori di sistemazione delle strade e delle acque. Poi nuovamente si fermarono: ma soltanto così Danilo era riuscito a svegliare il torpore burocratico dei padroni. Ma ecco che qui entra ancora in scena il commissario Di Giorgi, che in questo dramma rappresenta la quotidiana certezza del conformismo, la voce scettica dei benpensanti:
-Danilo Danilo, sono utopie, sono illusioni! (“fanatismo mistico” ha detto ieri il P.M.).
Par che dica, il commissario Di Giorgi: -Danilo, ma chi te lo fa fare? Sei giovane, sei istruito, sei un architetto, uno scrittore. Non sei di queste terre desolate. Torna ai tuoi paesi. Lascia i poveri di Partinico in compagnia della loro miseria e della loro fame... Danilo, chi te lo fa fare?-
La voce del buonsenso, la voce dei benpensanti; ma Danilo non è un benpensante, non segue la rassegnata è soddisfatta voce del buonsenso.
Danilo mi fa venire in mente la storia di fra Michele Minorita. È un’antica cronaca fiorentina, rievoca anche la figura di un monaco, appartenente all’ordine dei “fraticelli della povera vita”, che praticavano la povertà assoluta che predicavano che nel Vangelo Cristo e gli apostoli non avevano mai riconosciuto la proprietà privata. Il Papa Giovanni XXII condannò questa affermazione come eresia: e fra Michele per averla predicata fu condannato, nel 1389, al rogo.
La cronaca racconta la prigionia e il processo e descrive il corteo che accompagnò dalla prigione al supplizio il condannato e le sue soste lungo la strada, come se fossero le stazioni della Via Crucis. Dal carcere del Bargello per arrivare al rogo egli passa, scalzo e vestito di pochi cenci, in mezzo agli armigeri, per le vie di Firenze. Due ali di popolo lo stanno a vedere: e gli lanciano al passaggio frasi di incitamento e di scherno, invocazioni esaltate o beffardi consigli. I più lo consigliano all’abiura: “sciocco, pentiti, pèntiti, non voler morire, campa la vita!”. Ed egli risponde, mentre passa, senza voltarsi: “pentitevi voi de’ peccati, pentitevi delle usure, delle false mercantzie”. (Forse tra quel pubblico che lo incitava a pentirsi e a non voler morire c’era anche, pieno di buone intenzioni, il commissario Di Giorgi: “Illusioni, utopie, chi te lo fa fare?”.)
A un certo punto, quando ormai è vicino al rogo, poiché ancora uno dei presenti torna a gridargli: “Ma perché ti ostini a voler morire?”, egli risponde: “Io voglio morire per la verità: questa è una verità, ch’io ho albergata in me, della quale non se ne può dare testimonio se non morti”. E con queste parole sale sul rogo; ma proprio mentre stanno per dar fuoco, ecco che arriva un messo dei Priori a fare un ultimo tentativo, per persuaderlo a smentirsi e così salvargli la vita. Ma egli dice di no. E uno degli armigeri, di fronte a questa fermezza, domanda: “ma dunque costui ha il diavolo addosso?”; al che l’altro armigero, nel dar fuoco, risponde (e par di sentire la sua voce strozzato dal pianto): “Forse ci ha Cristo”.
Per questo, signori Giudici, voi avete visto le “correnti di pensiero”, che in questo momento sono vicine a Danilo, sfilare in quest’aula a testimoniare. Esse non sono arrivate qui per esercitare su di voi pressioni o intromissioni sulla vostra coscienza intemerata e fiera: sono venute soltanto per testimoniare la loro solidarietà a Danilo. Ma questa solidarietà della cultura italiana per Danilo Dolci è un fatto, che voi non potete ignorare; siete anche voi uomini del nostro tempo, e anche voi sentite il dovere di valutarle, di spiegarle storicamente.
Come si può spiegare questa solidarietà? Certamente voi avete avvertito nelle parole di questi testimoni non soltanto un senso di solidarietà e quasi di complicità con Danilo, ma altresì un senso più profondo, quasi direi di umiliazione e di contrizione di questa cultura: per aver tardato tanto ad accorgersi di questi dolori; per aver atteso, prima di accorgersi, che fosse Danilo a dare l’esempio.
Il carattere singolare ed esemplare di Danilo Dolci e proprio qui: di questo uomo di cultura, che per manifestare la sua solidarietà ai poveri non si è accontentato della parola parlata o scritta, dei comizi, degli ordini del giorno e dei messaggi; ma ha voluto vivere la loro vita, soffrire la loro fame, dividere il loro giaciglio, scende nella loro forzata abiezione per aiutarli a ritrovare e a reclamare la loro dignità e la loro redenzione.
Questa è la singolarità di Danilo: qualcuno potrebbe dire l’eroismo; qualcun altro potrebbe anche essere tentato di dire la santità.
Qui e fuori di qui siamo in molti a pensare e a ripetere che la cultura, se vuol essere viva e operosa, qualcosa di meglio dell’inutile e arida erudizione, non deve appartarsi dalle vicende sociali, non deve rinchiudersi nella torre d’avorio senza curarsi delle sofferenze di chi batte alla porta di strada. Tutto questo lo diciamo e lo scriviamo da decenni; ma tuttavia siamo incapaci di ritrovare il contatto fraterno con la povera gente. Siamo pronti a dire parole giuste; ma non sappiamo rinunciare al nostro pranzo, al nostro comodo letto, alla nostra biblioteca appartata e tranquilla. Tra noi e la gente più umile resta, per quanto ci sforziamo, come uno schermo invisibile, che ci rende difficile la comunicazione immediata. Il popolo ci sente come di un altro ceto: sospetta che questa fraternità di parole sia soltanto oratoria.
Per Danilo no. L’eroismo di Danilo è questo: dove più la miseria soffoca la dignità umana, egli ha voluto mescolarsi con loro e confortarli non con i messaggi ma con la sua presenza; diventare uno di loro, dividere con loro il suo pane e il suo mantello, e chiedere in cambio ai suoi compagni una delle loro pale e un po’ di fame.
Questo intellettuale triestino, che se avesse voluto avrebbe potuto costruirsi in breve, coi guadagni del suo lavoro di artista, una vita brillante e comoda in qualche grande città e una casa piena di quadri e di libri, è andato a esiliarsi a Partinico, nel povero paese rimasto impresso nei suoi ricordi di bambino, e si è fatto pescatore affamato e spalatore della trazzera per far intendere a questi diseredati, con la eloquenza dei fatti, che la cultura è accanto a loro, che la sorte della nostra cultura è la loro sorte, che siamo, scrittori e pescatori e sterratori, tutti cittadini dello stesso popolo, tutti uomini della stessa carne. Egli ha fatto quello che nessuno di noi aveva saputo fare. Per questo sono venuti qui da tutta Italia gli uomini di cultura a ringraziarlo: a ringraziarlo di questo esempio, di questo riscatto operato da lui, agnus qui tollit peccata di una cultura fino a ieri immemore dei suoi doveri.
Certo, Danilo Dolci non è un personaggio comodo per i commissari di pubblica sicurezza. Io mi immagino i loro discorsi: “In fondo, un brav’uomo. Ma uno scervellato, un seccatore, un piantagrane”.
Mi viene in mente una lettera scritta pochi giorni fa dal mio amico Jemolo a una altissima autorità. Dopo avere attestato l’altezza morale di Danilo, egli continuava: “Certo sarà noioso per le autorità costituite; ma pensa quanto lo saranno stati a loro tempo San Francesco o San Bernardino da Siena”.
Si, i santi sono noiosi: e in generale, anche senza disturbare santi, è certo che in questa società compressa da una crosta di accomodante scetticismo sono noiosi in generale gli uomini onesti, gli uomini che prendono le cose sul serio. Per chi sta bene e ha la vita facile, sono insopportabili questi importuni che ricordano col loro esempio, fastidioso come un rimprovero vivente, che nel mondo esiste la onestà e la dignità.
Imparai da ragazzo su qualche antologia un episodio della vita di un santo; in questi giorni mi è tornato in mente. Vi confesso che a Firenze, prima di partire per venir qui, invece di consultare i codici per prepararmi a questa discussione, mi sono messo a ricercare nelle vite dei santi il testo preciso di questo episodio: mi pareva di ricordarmi che fosse nella vita di San Filippo Neri ma non l’ho trovato. Forse è nella vita di Don Bosco.
Certo, o l’uno o l’altro, si trattava di un santo: ma finché fu vivo era considerato come un terribile spettatore dei ricchi, alle cui porte andava a battere ogni giorno per chiedere carità per i poveri. A tutti i momenti se lo ritrovavano dinanzi: lì perseguitava con le sue preghiere, fino a che anche i più avari, pur di levarselo di torno, gli davano quello che chiedeva: e lui correva a portare pane agli affamati.
Un giorno andò a bussare alla porta di un signore ricchissimo, ma particolarmente iracondo e prepotente: e tanto insistè, nonostante i ripetuti dinieghi, che questo alla fine, gonfio d’ira, lo investì di ingiurie e lo prese a schiaffi. Il santo stette impassibile a ricevere le percosse senza muoversi, come se fosse il pagamento di una cosa dovuta: senza neanche ripararsi il viso con le mani (forse lo fece per non essere imputato, dal P.M. di quei tempi, di “resistenza”). E alla fine, quando quel prepotente si fu sfogato, riprese candidamente: “sta bene, questi sono per me: il conto torna. Ma ora bisogna riprendere il nostro discorso: bisogna che tu mi dia i denari per i poveri...”.
Io mi auguro che il P.M. ritrovi per conto suo il testo originale dove questo episodio è raccontato per esteso. Siamo d’accordo: anche Danilo è un seccatore: per questo gli hanno messo i ferri; per questo lo hanno arrestato; per questo lo hanno trascinato nel fango; per questo lo vorrebbero tenere per altri otto mesi in prigione.
E sia pure. E poi? E i disoccupati di Partinico? E la fame di Partinico? I bambini che muoiono di fame a Partinico? Che darete ad essi? Che parola di speranza di conforto uscirà per essi dalla vostra sentenza?
No, questa non è, onorevole signor P.M., una “comunissima vicenda giudiziaria”. Questo non è il processo di Danilo Dolci. Su quella panca degli imputati non c’è lui; altre colpe, altre incurie, altre crudeltà, altri delitti siedono su quella panca: tutti li conosciamo anche voi li conoscete.
Questa non è la causa di Danilo; e neanche di Partinico; e neanche della Sicilia. E’ la causa del nostro Paese: del nostro Paese da redimere e da bonificare.
Si parla tra i giuristi di “bonifica costituzionale”; siate voi, magistrati, gli antesignani di questa bonifica. Nella Maremma della mia Toscana, nelle terre incoltivate che si distribuiscono ai contadini, per poter arrivare a seminare bisogna prima spezzare la crosta di tufo pietroso che vi è depositata da due millenni di alluvioni; per spezzarla occorrono i trattori: e solo così, sotto quella crosta, si trova la terra fertile e fresca, e in essa, ancora intatte le tombe dei nostri padri etruschi.
Bisogna in tutta Italia spezzare nello stesso modo questa crosta di tradizionale feudalesimo e di inerte conformismo burocratico che soffoca la nostra società: e ritrovare sotto la crosta spezzata il popolo vivo, il popolo sano, il popolo fertile, il popolo vero del nostro Paese: e le tradizioni di saggia ed umana equità che esso ha conservato dai lontani millenni.
Vorrei, signori Giudici, che voi sentiste con quale ansia migliaia di persone in tutta Italia attendono che voi decidiate con giustizia, che vuol dire anche con indipendenza e con coraggio questa causa eccezionale: e che la vostra sia una sentenza che apra il cuore della speranza, non una sentenza che ribadisca la disperazione.
Colleghi e amici siciliani, noi siamo venuti in Sicilia, e vi ringraziamo di averci consentito di essere qui al vostro fianco, per dirvi che tutto quello che vi addolora, tutto quello che vi offende, addolora e offende anche noi. Questa vostra angoscia è anche la nostra angoscia: anche noi ci sentiamo bruciare dal vostro sdegno. Vogliamo anche noi prendere sulle nostre spalle, con l’aiuto della Costituzione, il destino del nostro Paese.
Qualche giorno fa, sfogliando un giornale straniero, vi ho letto una notizia dall’Italia che mi ha fatto arrossire. C’era scritto, a proposito di questo processo di Danilo, questo titolo: “In Italia a chi chiede rispetto della Costituzione si nega la libertà provvisoria”. Non è vero, non è vero! Signori Giudici, diteci che non è vero! Permetteteci di dire agli stranieri che non è vero!
Voi dovete aiutarci, signori Giudici a difendere questa Costituzione che è costata tanto sangue e tanto dolore voi dovete aiutarci a difenderla, e a far sì che si traduca in realtà.
Vedete, in quest’aula, in questo momento, non ci sono più giudici e avvocati, imputati e agenti di polizia: ci sono soltanto italiani: uomini di questo Paese che finalmente è riuscito ad avere una Costituzione che promette libertà e giustizia.
Aiutateci, signori Giudici, colla vostra sentenza, aiutate i morti che si sono sacrificati e aiutate i vivi, a difendere questa Costituzione che vuol dare a tutti i cittadini del nostro Paese pari giustizia è pari dignità!
PIERO CALAMANDREI 









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