martedì 30 luglio 2013

MANUEL MACHADO - SEI POESIE / SEIS POEMAS






Manuel Machado y Ruiz (Sevilla, 1874 – Madrid, 1947), poeta, scrittore e drammaturgo spagnolo, fratello maggiore del più noto dei Machado, Antonio. 
fratelli Machado Ruiz erano figli di un ammini­stratore della casa d’Alba, Antonio Machado Álvarez, av­vocato e studioso di folclore. Sivigliani. Nacque il maggio­re, Manuel, il 29-8-1874 nel palazzo di Las Dueñas, nel quale è collocata una lapide in ricordo dei due poeti. Le cui vite corrono insieme, solidali con gli altri fratelli (An­tonio, capo riconosciuto della fraterna tribù), e si dividono per sempre all’inizio della Guerra Civile, inseguendo cia­scuno, con pari e schietta buona fede, ideali diversi e diverso destino in una Spagna divisa e straziata: Manuel per la causa «nazionalista», Antonio fedele alla legittima Re­pubblica. Chi resta in perdita è la stessa poesia, giacché la fama di Manuel si è non poco appannata, con qualche ti­mido tentativo di rivalutazione. Noi lo proponiamo sem­plicemente tra maggiori del Novecento, già diletto a Unamuno, Juan Ramón, Guillen, maestro del fratello nel timbro del verso, ed entrambi collaborarono per anni a va­rie opere di teatro, dove critici s’ingegnano a distinguere due autori. Si guardi, quindi, la biografia di Antonio nel­la mia edizione cit. delle Poesie. La famiglia si stabilì a Madrid nel 1883. fratelli entrarono nella Institución Li­bre de Enseñanza, diretta da don Francisco Giner de los Ríos, il grande pedagogista e riformatore della vita politica e culturale della nazione. Manuel si licenziò in filosofia e lettere a Siviglia nel 1896, quindi archivista-bibliotecario nel 1910 a Madrid. Per approfondire gli studi fu mandato con Antonio a Parigi (1898-1901), dove incontrarono e frequentarono scrittori ispanoamericani e francesi di fama e d’avanguardia, tra quali Rubén Darío e Moréas; ivi compose i primi versi riuniti in Alma. Visse il primo de­cennio del secolo a Madrid in fervore di creazione e di vi­ta letteraria, non senza toni e sfumature di elegante male-dettismo gallico-sivigliano, assistendo alla fondazione di varie riviste di punta generazionali: «Electra», «Juven­tud», «Renacimiento», «Mundo Latino», «Helios»... Sposatosi nel 1910, entrò nel ruolo degli Archivi e Biblio­teche (1912), destinato a Santiago de Compostela e poi al­la Nazionale madrilegna. Giornalista e critico teatrale, dal 1915 in «El Liberal» diretto da Gómez Carrillo prosatore guatemalteco, dal 1919 in «La Libertad» da lui fondato e redatto; direttore della Biblioteca Municipal e del Museo di Madrid. La carica poetica personale e generazionale si spense nel 1921 con la raccolta dal titolo significativo Ars moriendi; un’estrema fiammata con Phoenix del ’35; del ’38 le trionfalistiche Horas de oro, dedicate alla Cruzada, alle città della Spagna, ai santi e al cammino di devozio­ne... Nello stesso anno fu membro dell’Academia Españo­la. Morì nel gennaio 1947. Per disposizione della vedova, suora di un convento di Barcellona, la biblioteca e l’archi­vio del poeta sono passati alla Deputazione di Burgos per gettare le basi di una biblioteca pubblica. 

OPERE 

Poesie. Tristes y alegres, Madrid 1894 (in colla­borazione con E. Paradas); Etcétera (id.), Barcellona 1895; Alma, Madrid 1902 (non 1900), Parigi 1910; Caprichos, Madrid 1905, 1908; La fiesta nacional, ivi 1906; Alma. Museo. Los cantares, pról. de M. de Unamuno, ivi 1907; El mal poema, ivi 1909; Poesías escogidas, Barcellona 1910; Trofeos, ivi 1911, 1920; Opera selecta, Parigi 1911; Apolo, Madrid 1911; Cante hondo, ivi 1912, 1916; Poesías escogi­das, pról. de M. de Unamuno, Barcellona 1913; Canciones y dedicatorias, Madrid 1915; Poesías completas, ivi 1917; Sevilla y Otros poemas, ivi 1918; Ars moriendi, ivi 1921; Obras completas, Mundo Latino, ivi 1922; Poesía. Opera omnia lyrica, ivi 1924, Ediciones Jerarquía, ivi 1940, Edi­tora Nacional, 1942; Phoenix. Nuevas canciones, ivi 1936; Horas de oro. Devocionario poético, Valladolid 1938; Anto­logía poética, Burgos 1938; Cante hondo. Sevilla, San Sebastián 1938, Aguilar, Madrid 1939, nuova ediz. s.d.; Antología, Buenos Aires 1940, 1943; Cadencia de cadencias (Nuevas dedicatorias), Editora Nacional, Madrid 1943; Ars longa, ivi 1943 (?); Horario. Poemas religiosos, ivi 1947; Poesías escogidas, Aguado, ivi 1949, 1951; Manuel e Anto­nio Machado, Obras completas, Plenitud, ivi 1947, 1951 e sgg.; Poesías. Opera lyrica perfecta, ivi s.d. 
Prose. El amor y la muerte (capítulos de novela), Madrid 1913; La guerra literaria (crítica y ensayos), ivi 1913; Un año de teatro (Ensayos de críticas dramáticas), ivi 1917; Día por día de mi calendario..., ivi 1918; Estampas sevillanas, Aguado, ivi 1949 (in Obr. compl., Plenitud, 1951).
Teatro. Rifacimenti in collaborazione col fratello e con J. López Pérez Hernández: El condenado por desconfiado, Madrid 1924; Lope de Vega, Hay verdades que en amor... (rappres. nel 1925); id., La niña de plata, ivi 1926; id., La viuda valenciana; id., El perro del hortelano (rappres. 1931). Drammi in collaborazione con Antonio: Desdichas de la fortuna..., ivi 1926; Juan de Mañara, ivi 1927; Las adelfas, ivi 1928; La Lola se va a los puertos, ivi 1930; La prima Fernanda (rappres. 1931); La Duquesa de Benamejí, ivi 1932. Traduzioni con Antonio e con F. Villaespesa: V. Hugo, Hernani, ivi 1924.




NOTA PER IL LETTORE : 
La biografia (tranne i primi due righi), l’elencazione delle opere di M. Machado, 
le sei poesie che seguono e le loro traduzioni sono tratte dall’antologia in due volumi: 
POESIA SPAGNOLA DEL NOVECENTO, a cura di Oreste Macrì, Garzanti, Milano, 1984, 1975. 

[Per renderne più attuale la lettura, abbiamo apportato alcune lievi variazioni alle traduzioni 

curate da Oreste Macrì, modificando due versi nella poesia che qui compare per ultima come foto, 
abbiamo anche tradotto diversamente i due versi finali in A José Nogales morto]






CASTILLA 


    El ciego sol se estrella 
en las duras aristas de las armas, 
llaga de luz los petos y espaldares 
y flamea en las puntas de las lanzas.
    El ciego sol, la sed y la fatiga. 
Por la terrible estepa castellana, 
al destierro, con doce de los suyos 
— polvo, sudor y hierro —, el Cid cabalga.
    Cerrado está el mesón a piedra y lodo... 
Nadie responde. Al pomo de la espada 
y al cuento de las picas, el postigo 
va a ceder... ¡Quema el sol, el aire abrasa!
    A los terribles golpes, 
de eco ronco, una voz pura, de plata 
y de cristal, responde... Hay una niña 
muy débil y muy blanca 
en el umbral. Es toda 
ojos azules; y en los ojos, lágrimas. 
Oro pálido nimba 
su carita curiosa y asustada.
    — ¡Buen Cid! Pasad... El rey nos dará muerte, 
arruinará la casa
y sembrará de sal el pobre campo 
que mi padre trabaja... 
Idos. El Cielo os colme de venturas... 
En nuestro mal, ¡oh Cid!, no ganáis nada
    Calla la niña y llora sin gemido... 
Un sollozo infantil cruza la escuadra 
de feroces guerreros, 
y una voz inflexible grita: « ¡En marcha! » 
    El ciego sol, la sed y la fatiga. 
Por la terrible estepa castellana, 
al destierro, con doce de los suyos 
— polvo, sudor y hierro — el Cid cabalga. 




CASTIGLIA 


    Si frange il sole cieco 
nelle dure forcine degli usberghi, 
chiazza di luce le panziere e i giachi 
e fiammeggia alle punte delle lance.
    Cieco il sole, la sete, la fatica. 
Per la tremenda steppa castigliana, 
in esilio, con dodici dei suoi 
il Cid cavalca — ferro, sudore e polvere —. 
    Di pietra e limo la locanda è chiusa... 
Niuno risponde. Al pomo della spada 
e al calcio delle picche, lo sportello 
cede... Divampa il sole, l’aria brucia!
    Ai terribili colpi, 
d’eco roca, una voce pura — argento 
e cristallo — risponde... C’è una bimba 
pallidissima e fragile 
sul limitare. È tutta
occhi azzurri; e negli occhi delle lacrime. 
Scialbo oro recinge 
il suo visino curioso e sgomento 
    — Buon Cid! andate... Il re ci ammazzerà, 
rovinerà la casa
e spargerà di sale il campo stento 
che mio padre lavora... 
Andate, e il Ciel vi colmi di fortuna... 
Dal nostro danno, o Cid, nulla trarreste
    Tace la bimba e piange senza gemiti... 
Un singhiozzo infantile per lo stuolo 
dei feroci guerrieri, 
e imperiosa una voce grida: «In marcia!» 
    Cieco il sole, la sete, la fatica. 
Per la tremenda steppa castigliana, 
in esilio, con dodici dei suoi 
il Cid cavalca — ferro, sudore e polvere —




LIRIO  


    Casi todo alma, 
vaga Gerineldos 
por esos jardines 
del rey, a lo lejos, 
junto a los macizos 
de arrayanes...
                      Besos 
de la reina dicen 
los morados cercos 
de sus ojos mustios, 
dos idilios muertos. 
Casi todo alma, 
se pierde en silencio, 
por el laberinto 
de arrayanes... ¡Besos! 
Solo, solo, solo; 
lejos, lejos, lejos... 
Como una humareda, 
como un pensamiento... 
Como esa persona 
extraña, que vemos 
cruzar por las calles 
oscuras de un sueño. 




GIGLIO 


    Quasi soltanto anima, 
erra Gerineldos 
per quei giardini 
del re, lungi, 
presso i recinti 
di mirti... 
              Baci 
della regina esprimono 
i cerchi violetti 
dei suoi occhi vizzi, 
due morti idilli. 
Quasi soltanto anima, 
si perde nel silenzio, 
nel labirinto 
di mirti... Baci! 
Solo, solo, solo; 
lungi, lungi, lungi... 
Come una fumea, 
come un pensiero... 
Come quella persona 
strana, che scorgiamo 
passare per le strade 
oscure d’un sogno. 




OCASO 


    Era un suspiro lánguido y sonoro 
la voz del mar aquella tarde... El día, 
no queriendo morir, con garras de oro, 
de los acantilados se prendía. 
    Pero su seno el mar alzó potente, 
y el sol, al fin, como en soberbio lecho, 
hundió en las olas la dorada frente, 
en una brasa cárdena deshecho. 
    Para mi pobre cuerpo dolorido, 
para mi triste alma lacerada, 
para mi yerto corazón herido, 
    para mi amarga vida fatigada..., 
¡el mar amado, el mar apetecido, 
el mar, el mar, y no pensar en nada!... 




TRAMONTO  


    Voce del mare: un languido e sonoro 
sospiro era in quel vespro... Non volendo 
morire il giorno, con artigli d’oro, 
alle scogliere s’afferrava, ardendo. 
    Ma il mare gli protese il suo orizzonte, 
e il sole, infine, come in ricco letto, 
ne’ flutti immerse la dorata fronte, 
stemperato in un vortice violetto. 
    Per il misero corpo dolorante, 
per l’anima mia triste, lacerata, 
per il rigido cuore sanguinante, 
    per l’amara mia vita affaticata..., 
il mare amato, il mare dolce amante, 
il mare, il mare, e sia ogni cosa obliata!... 




A JOSÉ NOGALES, MUERTO 


    Silba en el aire ya la bala 
que nos ha de matar, y en tanto 
ciega nuestros ojos un llanto 
de despedida. En la hora mala 
de tu partida, compañero, 
nos preguntamos unos a otros 
cuándo nos tocará a nosotros... 
Psicología de torero. 
Es bien cruel, bien española, 
pero divierte a la canalla, 
y hay que seguir en la batalla 
mientras tu huesa queda sola. 
    ¡Valiente soldado del Arte, 
adiós, que luego nos veremos!... 
También nosotros pronto iremos 
con nuestra música a otra parte. 




A JOSÉ NOGALES MORTO 


    Nell’aria sibila la palla 
che ci dovrà ammazzare, e intanto 
gli occhi ci accieca un pianto 
di commiato. Nella brutta ora 
della tua partenza, compagno, 
ci domandiamo l’un l’altro 
quando a noi toccherà... 
Psicologia del torero. 
Molto crudele, molto spagnola, 
ma diverte la marmaglia 
e ci aspetta la battaglia 
mentre la tua fossa è sola. 
    Valente soldato dell’Arte, 
addio, presto ci rivedremo!... 
Anche noi tra non molto, 
e togliendo il disturbo, ce ne andremo




ESTILO 


    Así quedó, en el alma, 
de una lejana tarde 
el recuerdo. No tiene 
pie la estampa. Es en balde 
pedirle nombre, sitio, 
fecha, país... No sabe 
decir, más que... « El recuerdo 
de una lejana tarde. » 
Estilo..., geometría 
sutil de lo inefable. 




STILE 


    Così restò, nell’anima, 
d’una lontana sera 
il ricordo. Parole 
non ha la stampa. È vano 
chiederle nome, luogo, 
data, paese... Sa 
dire solo: « Il ricordo 
d’una lontana sera. » 
Stile... dell’ineffabile 
la geometria sottile. 








El Greco (Dominikos Theotokopoulos), El caballero de la mano en el pecho, 1580 circa, 
olio su tela, 82 cm x 66 cm, Museo Nacional del Prado, Madrid


















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lunedì 22 luglio 2013

Messer Da Vinci e sor Gioachino Belli – O d’un inammissibile confronto sopra l’Annunciazione








                                    L’Annunciazione di Leonardo 


Leonardo da Vinci, Annunciazione, 1472-1475 circa, olio e tempera su tavola, 98×217 cm, Galleria degli Uffizi, Firenze

Il dipinto sopra riprodotto giunse agli Uffizi dal convento di San Bartolomeo a Monte Oliveto nel 1867. Già attribuito al Ghirlandaio, il dipinto è da considerare un’opera giovanile di Leonardo. Insolito per una pala d’altare, il formato della tavola, sviluppato orizzontalmente, riprende piuttosto la tipologia delle predelle e dei bassorilievi. Nel primo piano è raffigurata l’Annunciazione, sullo sfondo un edificio fiorentino e un bellissimo paesaggio nel quale Leonardo coglie con naturalezza il mondo vegetale e il senso atmosferico delle lontananze. Sono state notate delle inesattezze spaziali, come la resa del braccio destro della Vergine. 






                                    L’Annunciazione del Belli 


Abbiamo qui riprodotto, dopo averla ricomposta fedelmente dal punto di vista testuale, la pagina 429 del primo volume dell’opera: 
“ Giuseppe Gioachino Belli, tutti i sonetti romaneschi ”, a cura di Bruno Cagli, Newton Compton Editori, 1972 - Nuova edizione: marzo 1980.

Come in quasi tutte le poesie bibliche” del Belli, o forse dovremmo dire “anti-bibliche, in questo sonetto, così scrive Luciano Zappella: << L’annuncio a Maria (Luca 1,26-38) avviene in un “romano” contesto di estrema povertà, che rende la scena più viva e parlante. Anche la battuta finale (sorta di parafrasi del poco comprensibile «non conosco uomo»), lungi dall’essere una volgarità gratuita, rivela l’ingenuo stupore di una ragazza del popolo di fronte a un fatto inspiegabile...>>.    






                                    L’Annunciazione di Luca  




Il testo soprastante è quello redatto secondo l’odierna lezione proposta dalla Conferenza Episcopale Italiana.











     Leonardo di ser Piero da Vinci è stato artista, scienziato e pittore. Uomo d’ingegno e talento universale del Rinascimento italiano, incarnò in pieno lo spirito della sua epoca, portandolo alle maggiori forme di espressione nei più disparati campi dell’arte e della conoscenza. Fu pittore, disegnatore, scultore, architetto, ingegnere, scenografo, anatomista, letterato, musicista e inventore. È considerato uno dei più grandi geni dell’umanità. 
     Leonardo nacque a Vinci il 15 aprile del 1452. Nel 1469 si trasferì con tutta la famiglia a Firenze. Qui entrò a far parte della bottega del Verrocchio, dove rimase per otto anni e dove apprese l’arte del disegno, l’uso della prospettiva e l’anatomia. Queste conoscenze sono riscontrabili nell’opera Annunciazione, a cui il giovanissimo Leonardo lavorò tra il 1472 e il 1475 e nella quale è evidente una straordinaria qualità cromatica, e uno studio attento verso i particolari soprattutto naturali.
     Leonardo arrivò a Milano nel 1482 e vi rimase per ben sedici anni, trascorsi al servizio di Ludovico il Moro. A Milano Leonardo si occupò dei diversi campi delle scienza e delle arti, dedicandosi però prevalentemente all’attività di pittore. Qui realizzò opere molto importanti tra le quali la Vergine delle rocce. Eseguì molte altre opere, tra cui la Dama con l’ermellino, di Cracovia, il Ritratto di dama, del Louvre, ma il capolavoro del periodo milanese è considerato l’Ultima Cena, che Leonardo realizzò intorno al 1495-1497 nel convento di Santa Maria delle Grazie.
     Nel 1499 Ludovico il Moro fuggì da Milano, dopo l’invasione del ducato da parte dei francesi, e Leonardo intraprese una serie di viaggi, si recò a Mantova, a Venezia, e poi ritornò a Firenze. In questi anni iniziò anche il famoso ritratto della Gioconda, un dipinto a lui caro che portò con sé anche in Francia, dove tuttora si trova, presso il museo del Louvre. Nel 1506 Leonardo si recò nuovamente a Milano.
     Negli ultimi anni della sua vita l’artista alternò il suo soggiorno in questa città con brevi viaggi a Firenze. Nel 1516 accettò l’invito del re di Francia e si recò ad Amboise, per trascorrervi gli ultimi anni della sua vita, e per morirvi nel 1519. 

     Riportiamo i titoli di tre delle più importanti opere pittoriche attribuite a Leonardo: 
  — Madonna Dreyfus (attribuita dai più a Lorenzo di Credi), 1469 circa, 15,7x12,8 cm, olio su tavola, Stati Uniti, Washington, National Gallery of Art; 
  — Annunciazione, 1472-1475, 98x217 cm, olio e tempera su tavola, Italia, Firenze, Galleria degli Uffizi; 
  — Madonna del Garofano, 1473 circa, 62x47,5 cm, olio su tavola, Germania, Monaco di Baviera, Alte Pinakothek. 



Giuseppe Gioachino Belli. - Poeta (Roma 1791 - ivi 1863). Fondatore (1813) dell’Accademia Tiberina, per tutta la vita scrisse poesie in italiano, che, considerate sino a oggi come un’esperienza decisamente negativa dell’arte belliana, sono state in questi ultimi anni parzialmente rivalutate da alcuni studiosi per i nessi poetici che le legano alla produzione in dialetto romanesco, di cui costituirebbero in certo modo una felice riserva di temi e di proposte stilistiche. Ma la produzione in romanesco, racchiusa in un felice ventennio (1830-49 circa) e costituita da ben 2279 sonetti, tutti pubblicati postumi, rappresenta il capolavoro belliano e insieme una delle conquiste più alte del linguaggio romantico. Nervoso, iracondo, sempre in cerca d’impieghi che successivamente abbandonava, preoccupato anche soverchiamente di questioni economiche, negli ultimi tempi addirittura misantropo, bigotto, censore teatrale pedante, spaventato dagli eventi del 1848-49, intransigente sostenitore di quel governo pontificio di cui pur aveva nei suoi sonetti così lucidamente scrutato le magagne: il Belli uomo sembra essere in singolare contrasto con il poeta. Questi si propose esplicitamente intenti documentarî: e in effetti l’opera di lui può anche servire come importante documento dell’indole e delle condizioni morali, politiche, sociali del popolo di Roma in quegli anni. Ma il suo significato vero non sta qui. Storicamente, insieme con quella di C. Porta, che non fu senza influsso sul Belli, la sua opera è la più importante tappa italiana del realismo romantico dopo la manzoniana e prima di quella più propriamente veristica del secondo Ottocento; uno sforzo poderoso e coerente di tenere i piedi sulla terra per opporsi ai modi arcadici puramente eleganti senza cadere nelle approssimazioni, nelle nebulosità, nelle gratuite fantasticherie di molti romantici italiani. Poeticamente, è una rappresentazione omogenea, pur articolata in mille figure e scene, di un amore scontroso per una città - monumenti e popolino, memorie e usanze d’ogni giorno - e di una visione triste della società e della vita in genere: l’una e l’altra sempre romanticamente concepite come nemiche effettive o potenziali, da subire con rassegnazione piena di amara pietà per sé stessi o da affrontare nell’inclemente satira con spregiudicatezza demolitrice.



Fonti: varie, con adattamenti. Per la sola biografia del Belli si veda: http://www.treccani.it/enciclopedia/giuseppe-gioachino-belli/ 



 Ai lettori appassionati di Leonardo, che intendano conoscerne per ulteriori aspetti l’opera pittorica, segnaliamo un post interessantissimo riguardante il San Giovanni Battista di Leonardo, post di recentissima pubblicazione su Il Sasso nello Stagno [fra i nostri Siti Amici]: (http://ilsassonellostagno.wordpress.com/2013/07/22/san-giovanni-battista-di-leonardo-per-i-lunedi-dellarte/)



















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