martedì 21 maggio 2013

ADAM ZAGAJEWSKI - POESIE DAL LIBRO «DALLA VITA DEGLI OGGETTI» - PRIMA PARTE






Adam Zagajewski è nato nel 1945 a Leopoli, in Ucraina, ma è considerato di origine polacca, ha vissuto in Slesia e poi a Cracovia, dove si è laureato alla Jagiellonian University. 
Zagajewski è ben noto tra i poeti della Generazione del  ’68 o Polish New Wave (Nowa fala).
Tra le sue opere: Pragnienie (1999); Ziemia ognista (1994); Jechac do Lwowa (1985); Sklepy miesne (1975); Komunikat (1972).
I suoi poemi e saggi sono tardotti in molte lingue.
Tra i premi vinti: il Berliner Kunstlerprogramm, il Kurt Tucholsky Prize, il Prix de la Liberté, la Guggenheim Fellowship e altre onorificenze. Dal 1988, è stato Visiting Associate Professor of English in the Creative Writing Program alla University of Houston e ha vissuto tra Parigi e Houston.  Attualmente vive tra Cracovia e gli Stati Uniti, dove insegna all’Università di Chicago.
Ha vinto il Neustadt International Prize for Literature nel 2004, il Czesław Miłosz Prize nel 2008, il Premio Europeo di Poesia (Treviso 2010) ed è stato candidato al Premio Nobel per la Letteratura.
Dall’Introduzione del volume Tradimento, edito da Adelphi nel 2007:
<< Ha detto Miłosz che a scrivere versi non è l’abilità della mano, ma «il cielo, a noi caro ancorché scuro, / qual videro i genitori e i genitori dei genitori / e i genitori di quei genitori / nel tempo che fu».
Per Adam Zagajewski – «voce sommessa sullo sfondo delle immense devastazioni di un secolo osceno, più intima di quella di Auden, non meno cosmopolita di quelle di Miłosz, Celan o Brodskij» (Walcott) – quel cielo è Leopoli (oggi l’ucraina L’viv), la città della Galizia «dove dormono i leoni», che alla fine del secondo conflitto mondiale intere famiglie dovettero abbandonare per essere deportate nella Slesia sottratta alla Germania e assegnata alla Polonia.
Cristallizzata dalla memoria e purificata dalla nostalgia, Leopoli si trasforma così in luogo concreto e insieme invisibile, familiare e sconosciuto, sacrario che «non è opportuno visitare», come se «la bella definizione di docta ignorantia  avesse abbandonato le pagine dei libri per divenire una ferita aperta sulla verde mappa dell’Europa».
Ma senza il grigio approdo di Gliwice (nell’Alta Slesia), mortificata dai modelli imperanti del socialismo reale, città terrena e regno dell’immanenza, la trascendente e celeste Leopoli, per sempre perduta, non potrebbe continuare a vivere. Né il viaggiatore-poeta saprebbe ritrovare «la vita di prima della catastrofe, la folla di prima della catastrofe, le nuvole, le vetrine, i cespugli di sambuco di prima della catastrofe». E, sempre straniero e sempre in cerca di una patria, scorgere il proprio volto >>.
In Italia sono stati pubblicati: Polonia: uno Stato all’ombra dell’Unione Sovietica (Marietti 1982), Tradimento (Adelphi 2007) e il volume di poesie Dalla vita degli oggetti (Adelphi 2012), i cui testi coprono un arco cronologico che va dal 1983 al 2005.
Altri suoi testi sono presenti in: A questo servono le lacrime di Paola Malavasi, con una nota di Ennio Cavalli e due poesie di Derek Walcott e Adam Zagajewski (Interlinea 2006) e Luci ed ombre di una città: immagini di Genova di Adhaf Soueif con testi di Adam Zagajewski e John M. Hall (De Ferrari 2003)
( Fonti per la bio-bibliografia: Varie )








LA FEBBRE 



La Polonia, febbre riarsa 
sulle labbra dell’emigrato. La Polonia, 
mappa stirata dai ferri pesanti 
di treni a lunga percorrenza. 
Non scordare il sapore della prima fragola, 
della pioggia, il profumo degli umidi tigli 
a sera, registra il suono metallico 
della bestemmia, annota l’odio, 
il pelo raso di ciò che è straniero, 
ricorda ciò che unisce, ciò che divide. 
Paese di gente così innocente da non 
poter essere salvata. Un agnello lodato dal leone 
per buona condotta, un poeta 
sempre sofferente. Paese senza aculei, 
confessione senza peccati mortali. Sii solo, 
ascolta il canto non battezzato 
del merlo. Giunge fluttuando il profumo acerbo 
della primavera, presagio crudele. 





KIERKEGAARD SU HEGEL 



Kierkegaard diceva di Hegel: ricorda qualcuno 
che erige un enorme castello, ma vive 
in una semplice capanna, lì nei pressi. 
Così l’intelligenza abita in una modesta 
stanza del cranio, e quegli stati meravigliosi 
che ci furono promessi sono ricoperti 
di ragnatele, per ora dobbiamo accontentarci 
di un’angusta cella, del canto del carcerato, 
del buonumore del doganiere, del pugno del poliziotto. 
Abitiamo nella nostalgia. Nei sogni si aprono 
serrature e chiavistelli. Chi non ha trovato rifugio 
in ciò che è vasto, cerca il piccolo. Dio è il seme 
di papavero più piccolo al mondo. 
Scoppia di grandezza. 





NEGLI ALBERI 



Negli alberi, nelle loro chiome, sotto sontuose 
vesti di foglie e sottane di luce, 
sotto i sensi, sotto le ali, sotto gli scettri, 
negli alberi si cela, respira, palpita 
una vita quieta, sonnolenta, un abbozzo d’eterno. 
Prosperi reami crescono nell’ambone 
delle querce. Gli scoiattoli corrono, immobili 
come piccoli tramonti rossi nascosti 
sotto le palpebre. Ostaggi invisibili 
formicolano sotto i gusci delle ghiande, 
gli schiavi portano cesti con frutta e argento, 
i cammelli oscillano come studiosi 
arabi sopra i loro manoscritti, i pozzi 
bevono acqua e aceto, l’acerba Europa 
stilla come resina dal legno, Vermeer dipinge 
vesti e una luce che non va scemando. 
Sotto la cupola del circo danzano i tordi. 
Slowacki già abita a Parigi e gioca 
perseverante in borsa. Un ricco 
si infila nella cruna d’un ago 
e geme, ah, che tortura, Socrate 
spiega ai cercatori d’oro che cos’è 
la menzogna, che cosa il bene e la virtù. 
I rematori remano lenti. E lente navigano 
le barche a vela. I fuggitivi dell’Insurrezione 
di Varsavia bevono un tè dolce, 
sui rami asciuga la biancheria, 
qualcuno nel sonno chiede « dov’è 
la mia patria ». Un veliero verde è fissato 
a un’ancora arrugginita. Un coro di anime immortali 
prova una cantata di Bach, in silenzio. 
Accanto, su un angusto divano, dorme, stanco, 
capitan Nemo. Un picchio trasmette un telegramma 
urgente con la notizia della conquista 
di Cartagine e del Boston Tea Party. 
La donnola non si tramuta affatto 
in lady Macbeth, nelle chiome degli alberi 
non esistono rimorsi. Icaro serenamente affoga. 
Dio riavvolge il nastro. Le spedizioni punitive 
rientrano in caserma. Vivremo a lungo 
negli intrecci di un arabesco, nel balbettio 
dell’allocco, nel desiderio, nell’eco 
senza casa, sotto sontuose vesti di foglie, 
nelle chiome degli alberi, nell’altrui respiro. 





LAVA 



E se Eraclito e Parmenide 
avessero ragione contemporaneamente 
e due mondi esistessero affiancati 
uno tranquillo, l’altro folle; una freccia 
scocca immemore, e l’altra indulgente 
la osserva; lo stesso flutto si frange e non si frange, 
gli animali nascono e muoiono nello stesso istante, 
le foglie di betulla giocano con il vento e al contempo 
si struggono in una crudele fiamma rugginosa. 
La lava uccide e serba, il cuore batte e viene colpito, 
c’era la guerra, la guerra non c’era, 
gli ebrei sono morti, vivono gli ebrei, le città bruciarono, 
le città rimangono, l’amore avvizzisce, il bacio è eterno, 
le ali dello sparviero devono essere brune, 
tu sei sempre con me, anche se non ci siamo più, 
le navi affondano, la sabbia canta e le nuvole 
vagano come veli nuziali sfilacciati. 

Tutto è perduto. Tanto incanto. I colli 
reggono cauti lunghi stendardi boscosi, 
il muschio sale sul campanile di pietra della chiesa 
e con labbra minute timidamente loda il Settentrione. 
Al crepuscolo i gelsomini brillano come lampade 
folli stordite dalla propria luce. 
Nel museo davanti a una tela scura 
si stringono pupille feline. Tutto è finito. 
I cavalieri galoppano su cavalli neri, il tiranno scrive 
una sgrammaticata condanna a morte. 
La giovinezza si dissolve nell’arco 
di un giorno, i volti delle fanciulle si fanno 
medaglioni, la disperazione volge in estasi 
e i duri frutti delle stelle crescono nel cielo 
come grappoli d’uva e la bellezza dura, tremula, immota 
e Dio c’è e muore, la notte torna a noi 
sul fare della sera, e l’alba è brizzolata di rugiada. 





NELLE CITTA STRANIERE 


                                             A Zbigniew Herbert
  
Nelle città straniere c’è una gioia sconosciuta, 
la fredda felicità di un nuovo sguardo. 
Gli intonaci gialli delle case, sui quali il sole 
si arrampica come un agile ragno, esistono 
ma non per me. Non per me furono costruiti 
il municipio, il porto, il tribunale, la prigione. 
Il mare scorre per la città con una marea 
salata e allaga le verande e le cantine. 
Al mercato i prismi delle mele, piramidi 
che svettano per l’eternità di un pomeriggio. 
E pure la sofferenza non è poi così 
mia: il matto locale farfuglia 
in una lingua straniera, e la disperazione 
di una ragazza sola in un caffè è come 
il frammento di una tela in un cupo museo. 
Le grandi bandiere degli alberi si agitano 
al vento così come nei luoghi 
a noi noti, e lo stesso piombo fu cucito 
negli orli di lenzuola, di sogni, 
dell’immaginazione folle e senza casa. 





MISTICA PER PRINCIPIANTI 



Il giorno era mite, la luce amica. 
Quel tedesco sulla terrazza del caffè 
teneva sulle ginocchia un libriccino. 
Riuscii a leggere il titolo: 
Mistica per principianti
All’improvviso compresi che le rondini 
in ricognizione 
con striduli richiami 
sulle vie di Montepulciano, 
e i dialoghi sommessi degli intimiditi 
viaggiatori dell’Europa Orientale detta Centrale, 
e i bianchi aironi fermi – ieri, ier l’altro? – 
nelle risaie come tante monache, 
e il crepuscolo, lento e sistematico, 
che cancellava i profili delle case medioevali, 
e gli olivi sulle basse colline 
esposti ai venti e agli incendi, 
e la testa della Principessa ignota
che vidi e ammirai al Louvre, 
e le vetrate delle chiese simili ad ali di farfalla 
cosparse del polline dei fiori,  
e il piccolo usignolo che si esercitava nella dizione 
proprio accanto all’autostrada, 
e i viaggi, tutti i viaggi, 
erano soltanto mistica per principianti, 
un corso introduttivo, prolegomeni 
di un esame rimandato 
a più tardi. 





MATTINA A VICENZA 


                     In memoria di Iosif Brodskij e Krzysztof Kieslowski 


Il sole era così fragile, così giovane, 
che un po’ temevamo per lui; un gesto distratto 
poteva scalfirlo, persino un grido – se qualcuno avesse 
gridato – poteva minacciarlo; solo alle rondini in volo 
dalle ali temprate, come fuse in uno stampo di ghisa, 
era concesso stridere forte, poiché la loro infanzia 
era stata breve, colma d’affanno, in nidi d’argilla, 
insieme ai fratelli, minuscoli, folli pianeti, 
neri come more silvestri. 

Nel piccolo caffè un cameriere assonnato – sotto i suoi occhi 
confluivano le ultime ombre della notte – cercava spiccioli 
in una tasca fonda, e il caffè profumava solenne 
d’inchiostro di stampa, di dolcezza, d’Arabia. Nel cielo turchino 
la promessa di un lungo meriggio, di un giorno infinito. 
Ti guardavo come se fosse la prima volta. 
Persino le colonne del Palladio 
parevano sorte in quell’istante, emerse dalle onde dell’alba 
come Venere, la tua sorella maggiore. 

Iniziare di nuovo, contare le perdite, contare i caduti, 
iniziare un nuovo giorno, anche se non ci siete più, tu, 
che due volte abbiamo seppellito e pianto 
– hai vissuto due volte più degli altri, in due continenti, 
in due lingue, nella realtà e nella fantasia –, e tu, dal viso affilato, 
e dallo sguardo che ingrandiva oggetti e cuori (sempre troppo minuscoli). 
Non ci siete e per questo noi ora condurremo una duplice vita, 
nella luce come nell’ombra, nell’abbagliante sole del giorno 
e nel freddo dei corridoi di pietra, nel lutto e nella gioia. 





VEDERE 



Mia città muta, città ambrata e d’oro, 
sepolta in forre dove i lupi correvano 
in silenzio lungo un freddo meridiano; 
se ti dovessi raccontare, città 
assopita sotto un cumulo di foglie morte, 
se dovessi descrivere la pelle dell’oceano 
su cui le navi tracciano lunghe scie di versi luminosi 
e gli yacht come pavoni ostentano le loro alte vele, 
e il Mediterraneo, assorto in un rapimento salino, 
e le città dalle torri aguzze che brillano 
nel sole intenso del mattino, 
e la forza selvaggia degli aerei che forano le nubi, 
l’eterno disprezzo dei burocrati per noi, gente comune, 
le viuzze dell’Umbria, cisterna 
in cui è fermo il vecchio tempo che sa di vino dolce, 
e una certa collina dove cresce
l’albero più quieto; 
Parigi grigia, attraversata dal fiume del perdono, 
Cracovia di domenica, quando persino le foglie dei castagni 
paiono stirate da un ferro invisibile, 
i vigneti in cui fanno incursioni l’avido autunno 
e le autostrade piene di sgomento; 
se dovessi descrivere la solennità della notte
in cui ciò avvenne, 
e il fragore del treno che avanzava verso il nulla, 
e il barbaglio della lama d’acciaio su una pista di ghiaccio improvvisata; 
scrivo viaggiando – perché volevo vedere, 
e non solo sapere – vedere chiaramente 
incendi e scorci di quell’unico mondo, 
e tu, città immobile, pietrificata, 
i miei fratelli nella piatta sabbia; 
su voi la terra continua a ruotare 
e avanzano le legioni romane, 
la volpe artica tende l’orecchio al vento 
nel deserto bianco dove i suoni svaniscono. 





VALZER 



Sono così sgargianti i giorni, così chiari, 
che la polvere bianca della disattenzione 
copre persino le rare esili palme. 
Le serpi scivolano silenziose nelle vigne, 
ma alla sera il mare si fa cupo e i gabbiani 
sospesi nell’aria si muovono appena, 
punteggiatura di un più alto scritto. 
Sulle tue labbra una goccia di vino. 
Le montagne calcaree all’orizzonte si dissolvono 
lente mentre una stella appare. 
La notte, in piazza, un’orchestra di marinai 
in uniformi bianche immacolate 
suona un valzer di Šostakovič; piangono 
i bimbi, come se intuissero 
di cosa parla quella musica allegra. 
Siamo stati rinchiusi nella scatola del mondo. 
L’amore ci renderà liberi, il tempo ci ucciderà. 





PROVA A CANTARE IL MONDO MUTILATO 



Prova a cantare il mondo mutilato. 
Ricorda le lunghe giornate di giugno 
e le fragole, le gocce di vino rosé. 
Le ortiche che metodiche ricoprivano 
le case abbandonate da chi ne fu cacciato. 
Devi cantare il mondo mutilato. 
Hai guardato navi e barche eleganti; 
attesi da un lungo viaggio, 
o soltanto da un nulla salmastro. 
Hai visto i profughi andare verso il nulla, 
hai sentito i carnefici cantare allegramente. 
Dovresti celebrare il mondo mutilato. 
Ricorda quegli attimi, quando eravate insieme 
in una stanza bianca e la tenda si mosse. 
Torna col pensiero al concerto, quando la musica esplose. 
D’autunno raccoglievi ghiande nel parco 
e le foglie volteggiavano sulle cicatrici della terra. 
Canta il mondo mutilato 
e la piccola penna grigia persa dal tordo, 
e la luce delicata che erra, svanisce 
e ritorna.








Nota:
Come detto nel titolo, i dieci testi qui proposti sono tratti dal libro di Adam Zagajewski Dalla vita degli oggetti – poesie 1983-2005, a cura di Krystyna Jaworska, Adelphi, Milano 2012.
A. C. 












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lunedì 20 maggio 2013

GEORG HEIM - FÜNF GEDICHTE / CINQUE POESIE










Georg Heym (Hirschberg, Slesia, 1887 - Schwanenwerder, Berlino, 1912), scrittore tedesco, e soprattutto uno dei più importanti poeti del primo espressionismo tedesco.
Figlio di un avvocato, nacque nella Slesia, allora appartenente all’Impero Germanico, da una famiglia conservatrice e religiosa. Dovette però allontanarsene per poter seguire la propria vena lirica vitalistica; tutto ciò, in linea con la migliore tradizione dell’espressionismo tedesco che vedeva la nuova generazione rifiutare categoricamente la società codina, bigotta e eccessivamente conservatrice dei primi del Novecento in Germania, forma sociale di cui i propri genitori erano la tipica espressione. Ebbe una sorella, Gertrud che morì giovane. Egli stesso morì a 25 anni, nel tentativo di salvare la vita all’amico Ernst Balcke, che stava annegando durante una pattinata sul fiume Havel.
Nonostante la sua breve vita, Heym può essere annoverato tra i migliori lirici di lingua tedesca e senza dubbio, per la sua poesia potente e visionaria, considerato uno dei massimi esponenti dell’espressionismo.
Intrapresi, per volere del padre, gli studi di diritto, Heym non li portò mai a termine perché totalmente incompatibili con le proprie più profonde aspirazioni, senso di incompatibilità aggravato dell’atteggiamento autoritario del padre. Nel suo diario leggiamo a questo proposito: “La mia natura è come imbrigliata in una camicia di forza. Il mio cervello sembra scoppiare. [...] E dunque devo riempirmi come una vecchia scrofa di queste porcherie giuridiche, è davvero da vomitare. Preferirei sputare su questo pappone piuttosto che infilarmelo in bocca. Sento invece la spinta a creare qualcosa; mi sento sano al punto di voler combinare qualcosa. Si, è proprio una schifezza!”
Abbandonata la casa paterna nell’inverno del 1909, Heym visse a Berlino, dove frequentò assiduamente il Neuer Club, un cabaret fondato da Kurt Hiller proprio in quell’anno, e questa fu la svolta decisiva per Heym, che potè entrare nel mondo letterario e dedicarsi alla poesia. Al Neuer Club egli conobbe infatti molti letterati suoi contemporanei, divenne amico di Jacob Van Hoddis e iniziò a scrivere poesie. Una di esse, Berlin II, pubblicata nella rivista Der Demokrat, fu notata dall’editore Rowohlt, che nel 1911 pubblicò la prima raccolta di poesie di Heym dal titolo Der ewige Tag (Il giorno eterno).
Nella sua carriera poetica, interrotta precocemente dalla morte, Heym ci ha lasciato circa 500 componimenti lirici, di cui una parte fu pubblicata postuma nel 1912 con il titolo di Umbra vitae. Nelle sue poesie riscontriamo una grande originalità che sotto i tratti dominanti dell’espressionismo, ci restituisce anche elementi più vicini al simbolismo e al neoromanticismo, come ad esempio nella lirica Träumerei in hellblau (Fantasia in azzurro).
Dell’espressionismo, Heym, oltre a condividere aspetti come l’utopia umanitaria e la visione apocalittica della realtà, incarnerà mirabilmente i due elementi caratterizzanti: la polemica generazionale e la solitudine dell’uomo nella megalopoli industriale, che lo opprime e lo snatura, facendolo affogare nel suo mare di cemento. Quest’ultimo tema soprattutto anticiperà quegli elementi che troveremo in film ispirati all’espressionismo tedesco, come Metropolis di Fritz Lang e in racconti e romanzi del primo dopoguerra come Berlin Alexanderplatz di Döblin, nel quale, come nelle opere di Heym, ritroviamo la Berlino tentacolare (e più in generale, qualsiasi metropoli) dell’industrializzazione e dell’urbanizzazione di massa.

Opere

In italiano

Heym, Georg, Umbra vitae, prefazione e traduzione di Paolo Chiarini, Torino, Einaudi, 1970. ISBN 88-06-02868-5
Heym, Georg, E da segrete scale, versione di Marco Zapparoli, Milano, Marcos y Marcos, 1981
Heym, Georg, Il ladro. Novelle, introduzione di Paolo Chiarini, versione di Andrea Schanzer, Roma, Edizioni dell’Ateneo, 1982
Heym, Georg, Canto delle torri, versione di Marco Zapparoli, Milano, Marcos y Marcos, 1983
Heym, Georg, Racconti e sogni, a cura di Fernanda Rosso Chioso, Napoli, Pironti, 1983
Heym, Georg, Ci invitarono i cortili, a cura di Claudia Ciardi, Via del Vento edizioni, dicembre 2011

In tedesco

Poesia

Der ewige Tag, Rowohlt, Lipsia 1911
Der Kondor, 1912 edito da Kurt Hiller, contiene di Georg Heym: Berlin, Die Vorstadt, Träumerei in Helllblau, Der Blinde, Der Baum, Nach der Schlacht, Louis Capet, Die Professoren, Das Fieberspital, Ophelia
Der Gott der Stadt (1911)
Der Krieg (1911)
Die Stadt (1911)
Umbra vitae (postumo), Rowohlt, Lipsia 1912 e con 47 incisioni in legno di Ernst Ludwig Kirchner, Wolff, Monaco, 1924
Marathon Sonetti, postumo, Berlino-Wilmersdorf, 1914

Prosa

Der Dieb. Ein Novellenbuch, postumo, 1913, contiene: Der fünfte Oktober, Der Irre, Die Sektion, Jonathan, Das Schiff, Ein Nachmittag, Der Dieb.

Teatro

Der Feldzug nach Sizilien (1907/1908, 1910)
Die Hochzeit des Bartolomeo Ruggieri (1908, 1910)
Atlanta oder Die Angst (1910/1911)
Arnold von Brescia (1905-1908, incompiuto)
Prinz Louis Ferdinand (1907, 1909, incompiuto)
Iugurtha (1908, incompiuto)
Antonius von Athen (1908, incompiuto)
Spartacus (1908, incompiuto)
Lucius Sergius Catilina (1908, incompiuto)
Der Sturm auf die Bastille (1908, incompiuto)
Die Revolution (1908, incompiuto)
Der Tod des Helden (1908/1910, incompiuto)
Der Wahnsinn des Herostrat (1910, incompiuto)
Ludwig XVI (1910, incompiuto)
Grifone (1909-1911, incompiuto)
Cenci (1911, incompiuto)

In tedesco e in italiano

Altri scritti

Versuch einer neuen Religion (1909)

Chiarini, Paolo, Parole nel vuoto: la lirica di Georg Heym tra Jugendstil ed Espressionismo, in: Studi germanici, 11/3, ott. 1973, pp. 273–298
Dammann, Gunter, Georg Heyms Gedicht “Der Krieg”: Handschriften und Dokumente, Untersuchungen zur Entstehungsgeschichte und zur Rezeption, Heidelberg, Winter, 1978
Rolleke, Heinz, Stadt bei Stadler, Heym und Trakl, Berlino, Erich Schmidt, 1988.










Berlin I 


Der hohe Straßenrand, auf dem wir lagen, 

War weiß von Staub. Wir sahen in der Enge 
Unzählig: Menschenströme und Gedränge, 
Und sahn die Weltstadt fern im Abend ragen. 

Die vollen Kremser fuhren durch die Menge, 

Papierne Fähnchen waren drangeschlagen. 
Die Omnibusse, voll Verdeck und Wagen. 
Automobile, Rauch und Huppenklänge. 

Dem Riesensteinmeer zu. Doch westlich sahn 

Wir an der langen Straße Baum an Baum, 
Der blätterlosen Kronen Filigran. 

Der Sonnenball hing groß am Himmelssaum. 

Und rote Strahlen schoß des Abends Bahn. 
Auf allen Köpfen lag des Lichtes Traum. 






Berlino I 



Seduti sopra l’erto e polveroso 

Argine della strada, contempliamo 
La calca innumerevole e confusa 
E, nella sera, la città lontana. 

Le vetture dei tram imbandierate 

S’aprono colme un varco tra la folla. 
Fendon gli omnibus carichi le strade. 
Suonar di clackson, fumo ed automobili. 

Verso l’immenso mare di cemento, 

Ma ad ovest si disegna fusto a fusto 
La filigrana delle chiome spoglie. 

Il sole pende enorme all’orizzonte 

Fiamme saetta l’arco della sera. 
E il sogno della luce, alto, su tutto. 




  

  
Die Ruhigen 


                                                                    Ernst Balcke gewidmet 



Ein altes Boot, das in dem stillen Hafen 

Am Nachmittag an seiner Kette wiegt. 
Die Liebenden, die nach den Küssen schlafen. 
Ein Stein, der tief im grünen Brunnen liegt. 

Der Pythia Ruhen, das dem Schlummer gleicht 

Der hohen Götter nach dem langen Mahl. 
Die weisse Kerze, die den Toten bleicht. 
Der Wolken Löwenhäupter um ein Tal. 

Das Stein gewordene Lächeln eines Blöden. 

Verstaubte Krüge, drin noch wohnt der Duft. 
Zerbrochne Geigen in dem Kram der Böden. 
Vor dem Gewittersturm die träge Luft. 

Ein Segel, das vom Horizonte glänzt. 

Der Duft der Heiden, der die Bienen führt. 
Des Herbstes Gold, das Laub und Stamm bekränzt. 
Der Dichter, der des Toren Bosheit spürt. 


   

  
  
La quiete 


                                                                                   A Ernst Balcke  



La vecchia barca, che nel quieto porto 

Il pomeriggio oscilla alla sua fune. 
Gli amanti che ora, dopo i baci, dormono. 
Una pietra che giace in fondo al pozzo. 

Il letargo di Pizia, che assomiglia 

Al sonno degli dèi dopo il banchetto. 
Il bianco cero, che dipinge il morto. 
Nubi come criniere su una valle. 

Il sorriso impietrito di un demente. 

Orci pieni di polvere, che esalano 
Odor di vino. Nei solai, strumenti 
Rotti. L’afa che annunzia il temporale. 

Una vela che splende all’orizzonte. 

Il profumo dei campi, che richiama 
Le api. L’autunno sulle foglie e i tronchi. 
Il poeta, e lo stolto che non l’ama. 






Berlin VIII 



Schornsteine stehn in großem Zwischenraum 

Im Wintertag, und tragen seine Last, 
Des schwarzen Himmels dunkelnden Palast. 
Wie goldne Stufe brennt sein niedrer Saum. 

Fern zwischen kahlen Bäumen, manchem Haus, 

Zäunen und Schuppen, wo die Weltstadt ebbt, 
Und auf vereisten Schienen mühsam schleppt 
Ein langer Güterzug sich schwer hinaus. 

Ein Armenkirchhof ragt, schwarz, Stein an Stein, 

Die Toten schaun den roten Untergang 
Aus ihrem Loch. Er schmeckt wie starker Wein. 

Sie sitzen strickend an der Wand entlang, 

Mützen aus Ruß dem nackten Schläfenbein, 
Zur Marseillaise, dem alten Sturmgesang. 








Berlino VIII 


Le ciminiere stan sull’alto sfondo 
Della luce invernale, ne portano il gran peso: 
Fosca reggia d’un cielo che s’abbuia. 
Ma l’orlo suo, giù, brucia – soglia d’oro. 

Lontano tra spogliati alberi, case 
E steccati e depositi, là, dove la metropoli s’appiana, 
Su rotaie di ghiaccio avanza a stento 
Un treno merci e lento poi scompare. 

E di poveri spunta un cimitero, pietra su pietra, nero, 
Scrutano i morti da quel loro buco 
La fiammeggiante sera. Di vino forte ha il gusto. 

Le spalle al muro, siedono tessendo, 
Berretti di fuliggine sopra le tempie ossute, 
La Marsigliese cantano, l’antico inno di lotta. 






Der Gott der Stadt 


Auf einem Häuserblocke sitzt er breit. 

Die Winde lagern schwarz um seine Stirn. 
Er schaut voll Wut, wo fern in Einsamkeit 
Die letzten Häuser in das Land verirrn. 

Vom Abend glänzt der rote Bauch dem Baal, 

Die großen Städte knien um ihn her. 
Der Kirchenglocken ungeheure Zahl 
Wogt auf zu ihm aus schwarzer Türme Meer. 

Wie Korybanten-Tanz dröhnt die Musik 

Der Millionen durch die Straßen laut. 
Der Schlote Rauch, die Wolken der Fabrik 
Ziehn auf zu ihm, wie Duft von Weihrauch blaut. 

Das Wetter schwält in seinen Augenbrauen. 

Der dunkle Abend wird in Nacht betäubt. 
Die Stürme flattern, die wie Geier schauen 
Von seinem Haupthaar, das im Zorne sträubt. 

Er streckt ins Dunkel seine Fleischerfaust. 

Er schüttelt sie. Ein Meer von Feuer jagt 
Durch eine Straße. Und der Glutqualm braust 
Und frißt sie auf, bis spät der Morgen tagt.






Il dio della città 



Sopra un blocco di case sta seduto, 

Gli cingono la fronte i venti neri, 
E guarda irato ove laggiù, sperduti, 
Si confondono gli ultimi quartieri. 

Accende il rosso ventre, a Baal, la sera, 
E le grandi città stanno in ginocchio 
A lui d’intorno. Innumeri rintocchi 
Salgon dalla marea di torri nera. 


Danza di coribanti per le strade 

Rimbomba il ritmo della folla. Denso 
Di ciminiere e fabbriche a lui sale 
Il fumo, come nuvola d’incenso. 


Sulle sue sopracciglia il tempo abbuia. 
Nella notte sprofonda ormai la sera. 
Intorno alla sua chioma, irta di furia, 
Come avvoltoio rotea la bufera. 


Nel buio tende il pugno suo massiccio. 
Lo scuote. Un mar di fuoco avvampa intorno 
Per una via. Crepita il fumo arsiccio 
E la divora, finché spunta il giorno. 


                                                                 Der ewige Tag, 1911






Träumerei in Hellblau 


Alle [Landschaften] haben 

Sich mit Blau gefüllt. 
Alle Büsche und Bäume des Stromes, 
Der weit in den Norden schwillt. 

Blaue Länder der Wolken, 

Weiße Segel dicht, 
Die Gestade des Himmels in Fernen 
Zergehen in Wind und Licht. 

Wenn die Abende sinken 

Und wir schlafen ein, 
Gehen die Träume, die schönen, 
Mit leichten Füßen herein.

Zymbeln lassen sie klingen

In den Händen licht.
Manche flüstern, und halten
Kerzen vor ihr Gesicht. 






Fantasia in azzurro 


Tutti i paesaggi ora sono 
Ricolmi dell’azzurro, 
Tutti gli arbusti e gli alberi sul fiume, 
Che su a nord si fa gonfio. 

Azzurri paesi di nuvole, 
Fittissime vele argentate, 
I lembi lontani del cielo 
In luce si disfano e vento. 

E quando le sere discendono 
E noi ci addormentiamo, 
I sogni, i dolci sogni 
Entrano a pie’ leggero; 

Nelle lucenti mani 
Fanno suonare i sistri. 
Sussurran certi, e tengono 
Candele innanzi ai visi


                                                 Umbra vitae, 1912 










Avvertenza:

Tutti e cinque i testi qui proposti in lingua originale sono tratti da: POESIA EUROPEA DEL NOVECENTO, 1900_1945, SKIRA Editore, Milano, 1996. Dal medesimo libro sono tratte le traduzioni - curate da Paolo Chiarini - che in italiano recano i seguenti titoli: “Berlino I”, “La quiete” e “Il dio della città”. Per ciò che riguarda la poesie dai titoli “Berlino VIII” e “Fantasia in azzurro” ho voluto assumermi personalmente la responsabilità di darne qui due traduzioni mie.

Antonino Caponnetto














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