martedì 19 marzo 2013

DAVIDE CORTESE - «CON UN FIAMMIFERO CONTRO LA NOTTE» - QUATTORDICI POESIE



Nino Foto Copyright

Notizia bio-bibliografica 

Davide Cortese è nato nell’isola di Lipari nel 1974, e vive a Roma. Si è laureato in Lettere moderne all’Università degli Studi di Messina con una tesi sulle “Figure meravigliose nelle credenze popolari eoliane”. Nel 1998 ha pubblicato la sua prima silloge poetica, titolata “ES” (Edas, Messina), alla quale sono seguite le sillogi:  “Babylon Guest House” (Libroitaliano, Ragusa, 2004), “Storie del bimbo ciliegia” (un’autoproduzione del 2008),  “ANUDA” [1] (Aletti Editore, Roma, 2011) e “OSSARIO” (Arduino Sacco Editore, Roma, 2012). 
I suoi versi sono inclusi nelle antologie “200 giovani poeti europei in nove lingue” (Edizioni CIAS, CLUB UNESCO), “Poliantea” (Edizioni Mazzotta), “A cuore aperto” (Accadueo) e in varie riviste cartacee e on line, e nel 2004 sono stati protagonisti del “Poetry Arcade” di Post Alley, a Seattle. Davide Cortese è anche autore di una raccolta di racconti: “Ikebana degli attimi” (L’Autore Libri, Firenze, 2005) e di un cortometraggio: “Mahara”( 2004), che è stato premiato dal Maestro Ettore Scola alla prima edizione di EOLIE IN VIDEO

1.     Dal 4 gennaio 2014 il libro “ANUDA” è anche in formato e-Book (con una introduzione di Antonino Caponnetto) per iniziativa de LaRecherche.it 


Lipari


Avvertenza: 
Le poesie che di seguito pubblichiamo sono tratte dal libro di Davide Cortese 
“ANUDA”, Aletti Editore, Roma, 2011.




Se davvero il poeta è nudo

Per dare un’idea di quanto la poesia di Davide Cortese mi colpisca dirò poche cose, e lo farò procedendo in maniera figurata. Quello che io vedo è che, nel suo far poesia, il nostro giovane poeta, come un sommozzatore, si immerge nel segreto di sé e, continuando la sua discesa nei misteri del proprio intimo, ne raggiunge le zone più profonde e oscure. Questo equivale a dire che, in modo assai reale, egli effettua una vera e propria “descente aux enfers”. Nuovo Orfeo che ha perso per sempre la sua Euridice, e che ricorda quanto ha visto e vissuto, egli non può che rendere tutto questo attraverso il suo canto, ma quanto egli riporta nel canto serba la propria oscurità originaria, la propria misteriosa intraducibile cifra. È dunque il permanere del mistero che fa “visionaria” la sua poesia, che lascia in ombra ciò che all’ombra appartiene, che rende oracolare la sua parola e in apparenza caotico il suo universo poetico. E come potrebbe non essere tale ciò che dal più profondo caos dell’inconscio proviene? Davide Cortese, come Borges, attacca i concetti basilari che danno sicurezza al vivere: il suo mondo poetico, al pari di un universo che nasce come caos, è destinato a divenire un cosmo di cui tuttavia non conosciamo la chiave di interpretazione (che però è forse già dentro di noi in quanto capacità di immaginare la miriade di correlazioni, pur misteriose, eppure portatrici di grande bellezza, di ordine, di umane significazioni). Tuttavia al contrario di Borges, il nostro poeta ritiene di essere una sorta di “rivelatore” del mondo. E quando come tale egli non sarà più, nessun mondo sarà rivelabile. Più semplicemente, nessun mondo sarà. 
Nel leggere queste poesie, la mia prima fortissima impressione è stata di trovarmi a un crocevia di culture non solo mediterranee e solari, ma anche - e più universalmente - nordiche e intimistiche, fra loro in qualche modo contrapposte ma mutuamente necessarie. Una fusione di linguaggi appartenenti a popoli e luoghi fra loro assai diversi, a generazioni, a epoche fra loro differenti. Insomma ho visto alla radice di queste poesie e del loro cifrario linguistico una vasta e ricchissima compresenza di miti e culture antiche e meno antiche, le cui radici sono assai profonde e insite ormai nel dna di ciascun essere pensante. A questo vorrei aggiungere che non è facile oggi incontrare dei giovani autori come Davide Cortese, la cui poesia riesce ad essere, così sorprendentemente, profondamente alta, nuova e coinvolgente, dotata di una intensa, dinamicissima forza lirica che ne definisce la singolare, riconoscibile caratteristica intrinseca. 
Ma ancora a proposito di linguaggi e di lingue, il termine eoliano, nonché siciliano, e catanese, “anuda” è parola invariante nel genere e, nel caso di Davide, sta per “nudo”. Sì, il nostro poeta è “anuda”, è nudo, ma tale nudità è necessaria alla sua poesia. Egli, al contrario del famoso re della fiaba di Andersen, sceglie e vuole consapevolmente la sua nudità, spingendola addirittura oltre la fisicità, accrescendola di ogni possibile nudità di spirito, di sentimento, come di tutto ciò che è così profondamente intimo da restare misterioso anche ai propri stessi occhi. Per queste e altre ragioni che attengono allo stile, al ritmo, alla originalissima cifra di questi versi e del libro che li contiene, credo di poter dire che questa è poesia del coraggio, una poesia che non esclude e non rinnega la difficoltà di essere. Che ci mostra però come, in questo caso specifico, sia verificata l’autentica coincidenza fra la poesia e la vita stessa del poeta.
Antonino Caponnetto







* * *    * * *    * * *    * * *    * * *    * * * 










Tolgo il kimono di seta al mio dolore.
La sua nudità porta un nome di fiore. 






Suono come un’arpa
la mia ragnatela
e lascio sorridere
le mie labbra nere.
Suono con lunghe dita
su fragili corde di colla,
piano, in un vicolo buio
perduto in una tasca del tempo.
Sulle corde si muove una luce
e sul mio volto una gioia nera.
Ho solo una tragica
fame di farfalle. 






Il mio furore è della tenebra ferita.
Splendo di buio infinito
che ha brani di luna tra i denti.
Nero è il mio splendore.
Incedo nell’aura della morte.
Spada è la mia nudità,
snudata a fendere il cielo.
Io celebro i funerali del sole.
Serbo nel cuore una parola incendiaria.
A lei e me do sepoltura nel silenzio.
Celebra tu, ma non t’imploro,
l’estremo saluto al mio tacere. 






Ho dato il mio cuore di fuoco
alle dita di demoni adolescenti.
Essi vi giocano
con sorrisi accesi
e ne fanno trottola
dentro al cerchio loro.
Così libero posso andare svagato
senza ornamento di fragola nel petto. 






Vomito boschi dalle erbe odorose,
unicorni dalle storie millenarie.
Con un solo filo dei miei pensieri
giovani marinai dimenticano il mondo
intrecciando con dita di scheletro
gasse degli amanti e nodi dai nomi
che i loro figli mai nati
non smettono ancora di inventare.
Ciò che si muove nel mio ventre
è l’intero mondo,
bagnato fradicio, fino al cuore di fuoco,
dalla pioggia splendente della vita.
Ma sarò solo una gabbia d’ossa
se ora tu non verrai ad amarmi.
Sarò il cimitero dei miei popoli iridati,
degli arcani baciatori,
dei miei incendiari poeti.
Sarò maestoso nubifragio di tristezze
se solo tu ora non verrai. 






Malinconie invecchiano con me.
E stanche mi aiutano
a disseppellire una luce. 






Dammi la strada.
Dimmi dov’è
che non è santa la mia nudità.
Io ci andrò,
col mio nudo di frutto,
con le labbra rosse
per il canto di fuoco.
Dimmi dov’è
che l’amore è un errore.
Io ci andrò,
col mio cuore ferito,
e sbaglierò.
Sbaglierò tutte le volte.
E tutte le mie tristezze
si imbratteranno di sorriso.
Dimmi dove,
e io ci andrò.
La mano intrecciata allo scandalo.
Gli occhi puri.
Il sorriso nel cuore,
come un fiore sull’acqua.
Dammi la strada. 






Ho una lumaca che segna il mondo con la sua bava di luce.
Ho una foglia che una sola volta lascerà l’albero per la terra.
Ho un sasso che è stato scelto per una strada di paese.
Ho una medusa che danza la sua bruciante trasparenza.
Ma non so, io non so qual è la mia.
Non so qual è, ma c’è una mia lumaca qui,
e segna strade di luce in questo mondo.
Ho una nuvola indaco non ancora madre di piogge.
Guardo il cielo, io,
e non so qual è la mia. 






Sotto la pelle ho scorribande di inquietudini,
migrazioni e fughe di desideri,
vagabondaggi di tristezze.
Sotto la pelle, senza pietà,
una solitudine di fuoco brucia
le mie brulicanti moltitudini.
Un’ algida fiamma
mi lambisce con verità crudeli.
Un fuoco senza amore
che brucia come l’amore.
La mia pelle è cenere di poesia,
il mio cuore un carbone acceso,
un rovente pane nero
per la fame di un demone arcano.
Sono la bacca di un dolore che sorride.
La fiaba nera di una donna di neve.
Custodito da un segreto, io,
respiro il sale di un viaggio proibito.
Accarezzo lo spettro dell’amante,
insieme taciamo tutto il mio canto. 






Arciere nero che scaglia frecce iridate,
arciere bello e dannato
che punta dritto allo sterno di dio,
che pianta la sua freccia nell’osso
e vi lega il suo vessillo di rabbia,
che cerca nel cielo un’ incrinatura
per vedervi sanguinare compassione,
che geme della fuga del suo dardo
carezzando l’arco con tenerezza,
che tende il braccio e stringe con le dita
l’attimo della verità, il luccichio della vita. 






Non c’è tribù che segni a dito la mia tenda
chiedendosi perché non vi ho ancora fatto ritorno,
né accademia, né chiesa,
che nel mio nome moduli un suono di discepolo.
Ululo da solo alle mie lune.
Non cercare nell’incedere del branco
il baluginio del mio vello scuro. 






Il carillon di silenzi
su cui lento si muove
il mio invisibile carnevale.
La mia vita invisibile
così satura di visibili venti.
La voce di pietra
della mia anima di vetro.
La danza di nube,
eterna e bambina,
della invisibile mia malinconia.
Vorrei che tutto e questo
tu lo vedessi davvero.
E che tu, e tu sentissi
ciò che la vita mi dice in segreto.
Allora sapremmo sorriderci.
E l’amore saprebbe toccarci. 






Ho infilato l’anello al dito del maelström
e ne ho sposato lo splendore nero,
nel cavo delle mani del samurai bambino
ho adagiato il pettine di corallo di sua madre
e lontano nel tempo con una donna di silenzio
ho tessuto i fili di una preziosa ragnatela.
Ora sull’erba su cui un dio vomita vento
io dormo il sonno di un inquieto poeta
e nel sogno di nubi a cui rubare la pioggia
io piovo sul fuoco della bocca che amo. 






Ho pelle di sera adesso,
il cuore cullato dal crepuscolo,
un sorriso stanco e mite,
come una speranza arresa.
Ma voglio esserci ancora
perché da qualche parte ancora
qualcosa sorride ancora.
E posso esser vivo e qui,
con un fiammifero contro la notte.














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