martedì 29 gennaio 2013

АННА АХМАТОВА - ТРИНАДЦАТЬ СТИХОВ / ANNA ACHMATOVA - TREDICI POESIE







     Anna Andreevna Gorenko nasce il 23 giugno 1889 a Bol’šòj Fontàn, un elegante suburbio di Odessa, terza di cinque figli.     La famiglia (il padre è ingegnere meccanico di marina) si trasferisce prima nei sobborghi di Pietroburgo, a Pavlovsk, e poi a Càrskoe Selò.
     A cinque anni parla perfettamente il francese, a dieci Anna supera una grave malattia, a undici scrive la sua prima poesia.
   Nel 1903 comincia la storia sentimentale con il poeta Nikolàj Gumilëv, maggiore tre anni di lei ed ex allievo di un insegnante ginnasiale di Anna - Innokentij Ànnenskij. Gumilëv è innamorato a tal punto da tentare il suicidio per superarne le resistenze.
     Nel 1905 i genitori si separano; Anna si trasferisce a Kiev. Qui, nel 1907, termina il liceo e si iscrive alla facoltà di Legge. Nel frattempo compone e quando manifesta il suo desiderio di pubblicare il padre le suggerisce di scegliersi uno pseudonimo letterario; la scelta ricade sul nome della bisnonna materna, Achmàtova.
     Nel 1910 Gumilëv sposa Anna, e l’anno seguente fonda con Gorodeckij lo «Cech Poetov», la Corporazione dei Poeti, da cui prenderà vita il movimento Acmeista.
     La prima poesia di Anna è datata 1900, la prima pubblicata (sulla rivista parigina «Sirus», edita da Gumilëv) 1907. La prima raccolta di versi, «Sera», esce nel 1912.
     Nello stesso anno viaggia a Parigi - dove conosce Amedeo Modigliani, che la ritrasse in numerosi disegni eseguiti a memoria di cui uno è conservato a S. Pietroburgo - e in Italia: a Venezia, Genova, Padova, Bologna, Pisa e Firenze; Anna è in attesa del suo unico figlio, Lev, mentre Gumilëv è assente, impegnato in remoti viaggi di esplorazione in Etiopia.
     La produzione poetica continua fervida negli anni seguenti: nel 1914 pubblica il secondo libro, «Rosario»; con esso ottiene una vastissima popolarità. Nel 1917 esce «Stormo Bianco», la sua terza raccolta di poesie. L’anno seguente divorzia da Gumilëv, partito volontario per il fronte; finisce un rapporto importante che segnerà per sempre la vita e la produzione della poetessa.
     Dopo il divorzio, Anna lavora alla biblioteca dell’Istituto di Agronomia, e nel 1918 sposa il poeta e assirologo Vladimir Šilejko, uomo patologicamente geloso e possessivo; questa unione termina nel 1921, anno di pubblicazione di «Piantaggine» e, a breve distanza, «Proprio sul mare» e «Anno Domini» (1922).
     Gumilëv, che nel frattempo si era risposato, viene accusato di aver preso parte ad un complotto sovversivo monarchico e viene fucilato il 25 agosto 1921.
     L’Achmàtova era vista come ex-moglie di poeta controtivoluzionario; inoltre negli anni fra il 1917 ed il 1921 non si era espressa in alcun modo riguardo all’adesione alla Rivoluzione, pur scegliendo di non emigrare. Mentre la Rivoluzione avrebbe dovuto portare aria di rinnovamento nell’arte, un rinnovamento socialista, la produzione poetica achmatoviana rimane sostanzialmente la stessa. Anna si ritrova sola, in una Russia che non la condanna ufficialmente, ma comunque palesemente ostile in cui, fino al 1940 - anno di uscita della raccolta «Da sei libri» - non vengono più stampate o ristampate le sue opere.
     Nel 1925 nasce una nuova infelice relazione con Nikolàj Punin, critico e studioso d’arte; la poetessa si trasferisce (a causa della crisi degli alloggi) alla casa della Fontanka a Leningrado, dove convive con lo studioso, la sua ex moglie e la figlia e Lev. La situazione familiare è innegabilmente difficile.
     Si ha infatti un’interruzione dell’attività poetica, che si protrae fino alla fine degli anni trenta. Ed è in questi anni, alla vigilia dell’apertura dei campi staliniani e delle deportazioni che Anna riprende a poetare, dopo la separazione da Punin, avvenuta nel 1938. L’Achmàtova raccoglie i versi per un’antologia di poesie scritte fra il 1924 e il 1941, «Il giunco» [poesie], che nella realtà non uscirà mai: il 13 marzo 1938 suo figlio viene arrestato e condannato a morte - condanna poi convertita in deportazione - causa (presunta) il cognome del padre. Anna si reca, come molte madri russe, al carcere delle Croci tutti i giorni, per avere notizie di Lev. Da qui nasce il poemetto «Requiem» [stralci], che le migliori amiche provvidero a memorizzare, certe dell’intolleranza del governo a quel genere di lirica.
     Alla vigilia della seconda guerra mondiale scrive «Nell’anno quaranta». Nel 1941 incontra la poetessa Marina Cvetaeva. Il poemetto «Lungo tutta la Terra» risale a questo periodo. Nel 1941 la Germania invade la Russia. Stalin ricorre a tutti quei nomi che, da tempo in disgrazia, potevano tornare utili: la poetessa parla alla radio per riunire il popolo russo contro la minaccia hitleriana. Nel frattempo il nemico avanza; Anna viene evacuata, insieme con altri intellettuali, da Leningrado a Taskènt. Qui scrive «Luna allo zenit». Il tema centrale della produzione poetica diviene la guerra, come «Il vento della guerra» [stralci]. Compone anche «Elegie del Nord» (1942-43).
     Nel 1944 l’Achmàtova torna a Leningrado, nella casa della Fontanka. La composizione «Poema senza eroe» si delinea nel 1942, ma la sua lavorazione continuerà fino al 1962. Nello stesso anno il figlio Lev viene liberato perché costretto ad arruolarsi nell’Armata Rossa; raggiunse la madre alla fine della guerra.
     In questo periodo Anna riprende a pubblicare su diverse riviste. Lev verrà arrestato di nuovo nel 1949, e la risonanza di una breve relazione di Anna con il primo segretario dell’ambasciata inglese Isaiah Berlin (1945), resa pubblica dal giornalista Randolph Churchill (il figlio di Winston), insieme con l’arresto e l’esilio in Siberia di Punin e all’espulsione della poetessa dall’Unione degli scrittori Sovietici (risalgono a questo periodo le critiche Ždanoviane di pessimismo nevrotico, misticismo e culto per il passato), provocano in lei un periodo nero di isolamento, come è evidente in «Frantumi».
     Nel 1950, terrorizzata dal pensiero che il figlio potesse essere ucciso, scrive - su consiglio di amici - quindici liriche dedicate a Stalin. Lev fu infatti risparmiato - molto probabilmente grazie a questo intervento - e venne liberato tre anni dopo la morte del dittatore, quando l’incubo finì.
     Nel 1964 la poetessa riceve il permesso di lasciare la Russia per venir insignita, in Sicilia, del premio «Etna - Taormina». L’anno seguente presso l’università di Oxford riceve la laurea honoris causa. Le associazioni culturali russe la riabilitano come una dei massimi poeti sovietici del secolo; nel 1965 esce una nuova rccolta di poesie, «La corsa del tempo» che contiene fra l’altro le liriche degli ultimi anni e la prima parte del trittico «Poema senza eroe».
     L’ultima produzione di Anna comprende un centinaio di liriche, sparse in frammenti, e i cicli «La rosa di macchia fiorisce» e «Un serto ai morti».
     Anna Achmàtova muore di una crisi cardiaca a Domodedovo (Mosca), già sofferente di cuore, il 5 maggio 1966.



Fonte per le notizie bio-bibliografiche: http://www.athenamillennium.it/letteratura/Anna_Achmatova.html



I testi qui presentati sono tratti dal libro: Anna Achmatova, LA CORSA DEL TEMPO - LIRICHE E POEMIcura, traduzione e introduzione di Michele Colucci, Einaudi, Torino, 1992





Da «Sera»



da «Rosario»



da «Lo stormo bianco»




da «Lo stormo bianco» 
Questa poesia è dedicata a N. V. N., cioè a Nikolaj Vladimirovič Nedobrovo (1884-1919) 




da «Piantaggine» 




da «Anno Domini»; III. La voce della memoria. 




da «Anno Domini»; II. MCMXXI. 




da «Anno Domini»; III. La voce della memoria. 












 



 






















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venerdì 25 gennaio 2013

БОРИС ПАСТЕРНАК - ШЕСТЬ СТИХОВ / BORIS PASTERNAK - SEI POESIE









Boris Leonidovič Pasternak. Poeta e scrittore russo (Mosca 1890 - Peredelkino, Mosca, 1960). Vicino ai futuristi, esordì con le poesie Bliznec v tučach (“Il gemello nelle nuvole”, 1914), imponendosi presto come il più interessante lirico russo della sua generazione. In un linguaggio dominato dal sentimento, modulò ora temi intimi vivificati da accostamenti imprevisti, ora temi patetici riportati a dimensioni quotidiane. Il suo primo racconto pubblicato fu Detstvo Ljuvers (1922; traduzione italiana, L’infanzia di Ženja Ljuvers, 1960). Pasternak lavorò poi segretamente al celebre romanzo Doktor Živago (pubblicato in traduzione italiana, Il dottor Živago, nel 1957, e nell’originale russo negli Stati Uniti nel 1961), affresco della storia russa vista attraverso le tormentate vicende di un intellettuale.


VITA E OPERE

Figlio di un noto pittore e di una pianista di talento, dopo studi di musica, diritto e filosofia (seguì i corsi di H. Cohen a Marburgo) si avvicinò al gruppo futurista “Centrifuga”, esordendo come poeta sotto il segno dello sperimentalismo linguistico nella già citata raccolta Bliznec v tučach. Dopo la raccolta Poverch barerov (“Oltre le barriere”, 1917) s’impose con i versi di Sestra moja žizn′ (“Mia sorella la vita”, 1922). La sua vocazione di poeta denso ed ermetico, originalissimo nella descrizione della natura, fu confermata da Temy i variacii (“Temi e variazioni”, 1923), mentre meno felici sono i poemi di carattere narrativo ed epico (Devjatsot pjatyj god “L’anno 1905”, 1927; Spektorskij, 1931), nei quali Pasternak tentò la via di un impegno ideologico estraneo alla sua più autentica ispirazione. Nel frattempo aveva pubblicato il primo racconto, il già citato Detstvo Ljuvers, poi compreso nella raccolta Rasskazy (“Racconti”, 1925). In Ochrannaja gramota (1931; traduzione italiana, Il salvacondotto), insolita autobiografia ricca di riflessioni teoriche e filosofiche, rievocò gli incontri con gli scrittori e gli artisti che più influirono sulla sua formazione (Rilke, Skrjabin, Majakovskij). A disagio nel clima di sempre più rigido controllo ideologico, dopo il volume di liriche Vtoroe roždenie(“Seconda nascita”, 1932) Pasternak si dedicò per alcuni anni alla traduzione (da Shakespeare, Goethe, von Kleist, poeti georgiani), tornando a pubblicare propri versi durante la guerra (Na rannich poezdach, “Sui treni del mattino”, 1943; Zemnoj prostor, “La vastità terrestre”, 1945). Negli anni successivi lavorò segretamente al romanzo Doktor Živago. Scritto in una prosa lirica di grande suggestione, il romanzo valse a Pasternak un’immediata notorietà in Occidente, ma le polemiche e gli attacchi cui fu sottoposto in URSS costrinsero lo scrittore a rifiutare il premio Nobel assegnatogli nel 1958. Nello stesso anno comparvero in Occidente Avtobiografičeskij očerk (“Saggio autobiografico”) e le poesie di Kogda razguljaetsja (“Quando rasserena”), entrambi tradotti in italiano in Autobiografia e nuovi versi (1958). Oltre a numerose edizioni dei suoi versi (Poesie, 1957; Tutti i poemi, 1969), in Italia sono comparse varie raccolte di suoi racconti (Disamore e altri racconti, 1976), saggi (La reazione di Wassermann, 1970; Quintessenza, 1990) e lettere (Lettere agli amici georgiani, 1976; Lettere, 1983); è del 2009 La nostra vita, antologia a cura di L. Avirovic degli scritti di Boris, del fratello minore Aleksandr e del figlio dello scrittore, Evgenij (questi ultimi inediti), in cui è magistralmente tratteggiata la storia di una  famiglia aristocratica sullo sfondo della Russia prebolscevica. 




AVVERTENZA 
I testi qui presentati sono tratti dal libro: PASTERNAK, POESIEcura, traduzione e introduzione di Bruno Carnevali, Newton Compton editori, Roma, 1978.







БАЛЬЗАК 


Париж в златых тельцах, в дельцах,
B дождях, как мщенье, долгожданных.
По улицам летит пыльца.
Разгневанно цветут каштаны.

Жара покрыла лошадей
И щелканье бичей глазурью
И, как горох на решете,
Дрожит в оконной амбразуре.

Беспечно мчатся тильбюри.
Своя довлеет злоба дневи.
До завтрашней ли им зари?
Разгневанно цветут деревья.

А их заложник и должник,
Куда он скрылся?  Ах, алхимик!
Он, как над книгами, поник
Над переулками глухими.

Почти как тополь, лопоух,
Он смотрит вниз, как в заповедник,
И ткет парижу, как паук,
Заупокойную обедню.

Его бессонные зенки
Устроены, как веретена.
Он вьет, как нитку из пеньки,
Историю сего притона.

Чтоб выкупиться из ярма
Ужасного заимодавца,
Он должен сгинуть задарма
И дать всей нитке размотаться.

Зачем же было брать в кредит
Париж с его толпой и биржей,
И поле, и в тени ракит
Непринужденность сельских пиршеств?

Он грезит волей, как лакей,
Как пенсией — старик бухгалтер,
А весу в этом кулаке,
Что в каменщиковой кувалде.

Когда, когда ж, утерши пот
И сушь кофейную отвеяв,
Он оградится от забот
Шестой главою от Матфея? 


1927. 





Balzac 


Parigi fra vitelli d’oro, fra gente d’affari, 
fra piogge come una vendetta lungamente attese. 
Vola per le strade il polline. 
Con furia fioriscono i castagni. 

La calura ha smaltato i cavalli
e lo schiocco delle fruste  
e come piselli in un vaglio 
trema nel vano delle finestre.  

Spensierati corrono i tilbury. 
Ad ogni giorno basta la sua pena. 
Che importa loro dell’alba di domani? 
Con furia fioriscono gli alberi. 

Ma il loro ostaggio, il loro debitore, 
dove s’è celato? Ah, l’alchimista!  
Come sopra i libri, s’è chinato  
sopra le stradine solitarie. 

Quasi come un pioppo, orecchiuto,
guarda in basso come in una riserva  
e a Parigi intesse come un ragno 
una messa funebre. 

Le sue pupille insonni
sono costruite come fusi. 
Va intrecciando come un filo di canapa
la storia di questa bisca. 

Per svincolarsi dal giogo 
d’un creditore terribile, 
deve sparire senza compenso  
e lasciar dipanare tutto il filo. 

Ma a che scopo è stata presa a credito
Parigi con la sua folla e la borsa,
e la campagna, e nell’ombra dei salici,  
la spigliatezza dei banchetti rurali? 

Egli sogna la libertà come un servo, 
come la pensione un vecchio contabile  
e c’è tanto peso in quel pugno  
quanto nel martello d’un muratore.  

Ma quando, quando, deterso il sudore 
e dissipata l’aridità del caffè, 
si difenderà dalle ansie  
col sesto capitolo di Matteo? 


1927.





НЕ ВОЛНУЙСЯ, НЕ ПЛАЧЬ, НЕ ТРУДИ... 


Не волнуйся, не плачь, не труди
Сил иссякших, и сердца не мучай.
Ты жива, ты во мне, ты в груди,
Как опора, как друг и как случай.

Bерой в будущее не боюсь
Показаться тебе краснобаем.
Мы не жизнь, не душевный союз, –
Обоюдный одман обрубаем.

Из тифозной тоски тюфяков
Вон на воздух широт образцовый!
Он мне брат и рука. Он таков,
Что тебе, как письмо, адресован.

Надорви ж его вширь, как письмо,
С горизонтом вступи в переписку,
Победи изнуренья измор,
Заведи разговор по-альпийски.

И над блюдом баварских озер
С мозгом гор, точно кости мослатых,
Убедишься, что я не фразер
С заготовленной к месту подсласткой.

Добрый путь. Добрый путь. Наша связь,
Наша честь не под кровлею дома.
Как росток на снегу распрямясь,
Ты посмотришь на все по-другому.  





Non agitarti, non piangere, non affaticare...


Non agitarti, non piangere, non affaticare
le forze esauste, non tormentare il cuore.
Sei viva, sei in me, nel mio petto,
come sostegno, come amica e come evento.

Fidando nel futuro non temo
di apparirti come un parolaio.
Non siamo vita, comunione d’anime:
tronchiamo il reciproco inganno.

Dalla tifica angoscia dei materassi
via all’esemplare aria della vastità!
Essa è per me una sorella e la mano.
È come una lettera a te diretta.

Strappa la sua ampiezza come una lettera,
con l’orizzonte inizia un carteggio,
vinci l’esaurimento che ti estenua,
intavola discorsi in lingua alpina.

E sul piatto dei laghi bavaresi
col cervello delle ossute montagne
capirai che non sono un chiacchierone
che ha sempre pronte dolci parole.

Buon viaggio, buon viaggio. La nostra unione,
l’onore non è sotto il tetto d’una casa.
Come un germoglio che si leva alla luce,
guarderai ogni cosa in altro modo. 





ЛЮБИТЬ ИНЫХ,ТЯЖЁЛЫЙ КРЕСТ...


Любить иных,тяжёлый крест,
А ты прекрасна без извилин,
И прелести твоей секрет
Разгадке жизни равносилен.

Весною слышен шорох снов
И шелест новостей и истин.
Ты из семьи таких основ.
Твой смысл, как воздух, бескорыстен.

Легко проснуться и прозреть,
Словесный сор из сердца вытрясть
И жить, не засоряясь впредь,
Всё это - не большая хитрость. 


1931. 
  




Amare gli altri è una pesante croce...


Amare gli altri è una pesante croce,
ma tu sei bella senza obliquità,
e il segreto della tua vaghezza
è pari all’enigma della vita.

A primavera si sente il fruscio dei sogni,
il sussurro di novità e certezze.
Sei del seme di quei sogni tu.
E il tuo senso è spassionato come l’aria.

È facile destarsi e veder chiaro,
nettare il cuore dal pattume di parole
e vivere senza prematuri ingorghi.
Tutto ciò è una piccola scaltrezza. 


1931.





В НАШУ ПРОЗУ С ЕЕ БЕЗОБРАЗЬЕМ… 


В нашу прозу с ее безобразьем 
С октября забредает зима. 
Небеса опускаются наземь,
Точно занавеса бахрома.

Еще спутан и свеж первопуток,
Еще чуток и жуток, как весть,
В неземной новизне этих суток,
Революция, вся ты, как есть.

Жанна д’Арк из сибирских колодниц,
Каторжанка в вождях, ты из тех,
Что бросались в житейский колодец,
Не успев соразмерить разбег.

Ты из сумерек, социалистка,
Секла свет, как из груды огнив.
Ты рыдала, лицом василиска
Озарив нас и оледенив.

Отвлеченная грохотом стрельбищ,
Оживающих там, вдалеке,
Ты огни в отчужденьи колеблешь,
Точно улицу вертишь в руке.

И в блуждании хлопьев кутежных
Тот же гордый, уклончивый жест:
Как собой недовольный художник,
Отстраняешься ты от торжеств.

Как поэт, отпылав и отдумав,
Ты рассеянья ищешь в ходьбе.
Ты бежишь не одних толстосумов:
Все ничтожное мерзко тебе. 


ДЕВЯТЬСОТ ПЯТЫЙ ГОД






Nella nostra prosa con il suo guazzabuglio...


Nella nostra prosa con il suo guazzabuglio 
l’inverno s’affaccia dall’ottobre.
I cieli calano a terra
come la frangia d’un sipario.

Ancora confuso e fresco è il primo sentiero di neve,
ancora ombroso e tetro come una notizia.
Nell’irreale novità di questi giorni,
sei tutta, Rivoluzione.

Giovanna d’Arco delle galere siberiane,
guida degli ergastoli, sei di quelli
che si gettavano nel pozzo della vita,
senza aver tempo di misurare la rincorsa.

Dal crepuscolo tu, socialista,
sferzavi la luce come da un mucchio di acciarini.
Singhiozzavi dopo averci illuminato
e agghiacciato col volto di basilisco.

Distratta dal rimbombo degli spari,
che si ravvivano di lontano,
agiti fuochi nel tuo isolamento,
come ruotando una via nella mano.

E c’è nell’ebbro errare dei fiocchi
lo stesso gesto superbo, elusivo:
come un artista insoddisfatto
ti tieni in disparte dai trionfi.

Come un poeta estenuato dal pensare,
tu cerchi di distrarti nel cammino.
Tu non fuggi solo gli arricchiti:
tutto ciò ch’è mediocre ti ripugna. 


Dal poemetto: L’ANNO  NOVECENTOCINQUE





ОБЪЯСНЕНИЕ


Жизнь вернулась так же беспричинно,
Как когда-то странно прервалась.
Я на той же улице старинной,
Как тогда, в тот летний день и час.

Те же люди и заботы те же,
И пожар заката не остыл,
Как его тогда к стене Манежа
Вечер смерти наспех пригвоздил.

Женщины в дешевом затрапезе
Так же ночью топчут башмаки.
Их потом на кровельном железе
Так же распинают чердаки.

Вот одна походкою усталой
Медленно выходит на порог
И, поднявшись из полуподвала,
Переходит двор наискосок.

Я опять готовлю отговорки,
И опять всё безразлично мне.
И соседка, обогнув задворки,
Оставляет нас наедине.

*

Не плачь, не морщь опухших губ,
Не собирай их в складки.
Разбередишь присохший струп
Весенней лихорадки.

Сними ладонь с моей груди,
Мы провода под током.
Друг к другу вновь, того гляди,
Нас бросит ненароком.

Пройдут года, ты вступишь в брак,
Забудешь неустройства.
Быть женщиной — великий шаг,
Сводить с ума — геройство.

А я пред чудом женских рук,
Спины, и плеч, и шеи
И так с привязанностью слуг
Весь век благоговею.

Но, как ни сковывает ночь
Меня кольцом тоскливым,
Сильней на свете тяга прочь
И манит страсть к разрывам.


Из цикла «Стихи из Романа»  
   





Dichiarazione


La vita tornò così senza ragione,
come s’era allora stranamente interrotta.
E in quella stessa strada antica,
come allora, in quel giorno ed ora estivi.

La stessa gente e le ansie, le stesse, 
e non era scemato l’incendio del tramonto,
come allora contro il muro del Maneggio
l’aveva in fretta inchiodato la sera di morte.

Donne in povere vesti consumate
a notte trascinano le scarpe come allora.
E poi sul tetto di lamiera
le crocifiggono allo stesso modo le soffitte.

Eccone una che con stanca andatura
lentamente si fa sulla soglia
e, risalita dall’interrato,
taglia di traverso il cortile.

Io di nuovo preparo pretesti,
e di nuovo m’è tutto indifferente.
E la vicina, girata la casa,
ci lascia a quattrocchi.

*

Non piangere, non increspare le labbra gonfie,
non farle tutte rughe.
Riaprirai le croste secche 
della febbre di primavera.

Togli il palmo dal mio petto,
noi siamo cavi sotto tensione.
l’uno verso l’altra nuovamente, guarda,
saremo spinti inavvertitamente.

passeranno gli anni, ti sposerai,
dimenticherai i disordini.
Essere una donna è un grande passo,
fare impazzire, eroismo.

Pure, di fronte al prodigio di mani femminili,
della schiena, delle spalle e del collo,
con la devozione di un servo
tutta la mia vita benedico.

Ma per quanto la notte mi incateni 
con un anello angoscioso,
più forte è al mondo la spinta alla fuga 
e alle rotture invita la passione. 


Dal romanzo «Il dottor Živago»





БЫТЬ ЗНАМЕНИТЫМ НЕКРАСИВО 


Быть знаменитым некрасиво.
Не это подымает ввысь.
Не надо заводить архива,
Над рукописями трястись.

Цель творчества — самоотдача,
А не шумиха, не успех.
Позорно ничего не знача,
Быть притчей на устах у всех.

Но надо жить без самозванства,
Так жить, что бы в конце концов
Привлечь к себе любовь пространства,
Услышать будущего зов.

И надо оставлять пробелы
В судьбе, а не среди бумаг,
Места и главы жизни целой
Отчеркивая на полях.

И окунаться в неизвестность,
И прятать в ней свои шаги,
Как прячется в тумане местность,
Когда в ней не видать ни зги.

Другие по живому следу
Пройдут твой путь за пядью пядь,
Но пораженья от победы
Ты сам не должен отличать.

И должен ни единой долькой
Не отступаться от лица,
Но быть живым, живым и только,
Живым и только до конца. 


КОГДА РАЗГУЛЯЕТСЯ





Essere famoso non è bello 


Essere famoso non è bello, 
non è questo che ci leva in alto. 
Non bisogna tenere l’archivio, 
trepidare per i manoscritti. 

Fine del creare è dar tutto di sé, 
e non lo scalpore, non il successo. 
È vergognoso, non contando nulla, 
diventare per tutti una leggenda. 

Ma bisogna vivere senza impostura, 
viver così che alla fine 
ci si attiri l’amore degli spazi,
che si oda l’appello del futuro. 

E bisogna lasciare lacune 
nella sorte, e non fra le carte, 
passi e capitoli dell’intera vita 
segnando ai margini. 

E immergersi nell’oscurità 
e i propri passi nascondervi, 
come nella nebbia si cela una contrada 
e non vi si scorge più nulla. 

Altri, sull’orma viva percorreranno, 
palmo a palmo il tuo cammino, 
non spetta a te distinguere
sconfitta da vittoria. 

E neanche d’un nulla tu devi
venire meno all’uomo, 
ma esser vivo, vivo e null’altro, 
vivo e null’altro fino alla fine. 


Dalla raccolta «Quando rasserena»















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