venerdì 22 novembre 2013

Danilo Dolci - Da CREATURA DI CREATURE. POESIE 1949-1978 — post γάμμα




Danilo Dolci, imputato al processo di Palermo 
[ v. archivio fotografico “Dolci Danilo, varie digiuni processo”, 
in: “L’Unità – L’archivio storico. La memoria in rete”: 




Terzo “incontro” con Danilo Dolci 


A Danilo Dolci, alla sua opera poetica, alla sua vicenda di costruttore di pace, educatore, sociologo, scrittore, uomo fra gli uomini, è ulteriormente dedicato questo post γάμμα, il terzo, dopo i post  άλφα e βήτα

— Il post  άλφα è utile sia per leggervi alcune delle poesie di Dolci sia per le notizie bio-bibliografiche e i vari riferimenti riguardanti la sua scelta di vita e la sua opera. Per accedere al post άλφα clicca qui. 
— Il post βήτα riporta integralmente l’arringa pronunciata in difesa di Dolci e dei suoi “complici” da Piero Calamandrei il 30 marzo 1956 al cosiddetto processo di Palermo. Per accedere al post βήτα clicca qui. 

Buona lettura. 
A. C. 




Nota per il lettore:
i versi di seguito pubblicati sono tratti dal libro:
Danilo Dolci, CREATURA DI CREATURE - Poesie 1949-1978
prefazione di Mario Luzi, Feltrinelli, Milano, 1979.






È possibile che quel fantasma, quel punto di fuga, quell’ipotesi che vengono chiamati poesia, siano anche fisicità e globalità di un’azione capace di effondersi, smuovere, divincolarsi en­tro la compattezza costituita da natura-società-storia? È possibile che esista, allora, una poesia che è impegno nel più immediato, radicale, e pur quasi inconscio, “noncurante” dei modi, una poesia che abbia una connaturalità, una concrescenza con l’azione, pur conservando intatto il senso di una propria necessaria autonomia? Esiste una poesia che, pur incidendo sulla realtà più che come puro graffietto, o solletico, o sospiroso “voglio esserci anch’io”, si conservi tanto umile da non premiare né se stessa né la realtà in quanto presunte separate, e quindi non abbia paura del proprio nome? Questa quadratura del cerchio si è qualche volta verificata, anche se accertarne e misurarne la presenza resta sempre una scommessa. Nel caso di Danilo Dolci si è di fronte ad uno dei rari flussi (o geysers) di riuscita in questa direzione, pur scontate tutte le possibili intermittenze, i quasi obbligatori sbagli di sondaggio: Dolci opera dentro lo sfero, o meglio dentro la disseminazione di contiguità/continuità da nebulosa, in cui referenti significati significanti convivono urtandosi e innestandosi, in cui durezza maligna/benigna di cose e risorgività, eccedenza benigna/maligna di parole si trovano sulla stessa strada senza bruciarsela reciprocamente. Tutto questo sembra autorizzato da un violentissimo sentimento della “creaturalità” dell’esistente; per Dolci tutto ciò che esiste è “una” creatura, se non una creazione, creatura con tutte le sue po­tenzialità o deficienze, ma non mai priva della forza di generare creature, di rigenerarsi e riconoscersi in esse, nel loro infinito risarcirsi a vicenda. Questa creatura si dà quindi in tutte le sue loquele che sono anche bioritmi, nelle modificazioni di situazioni reali che sono omologhe e concarnali al loro aprirsi nel “detto”, in poesia, appunto. Poesia, prassi e “natura” ritornano ad essere una sola cosa: anche se forse tale reincontro (o mai avvenuta divisione) oggi non può non rischiare il sospetto di riguardare più ombre che corpi. Ma Dolci spiazza continuamente proprio questo sospetto. 

                                                                                                                                              Andrea Zanzotto, nella quarta di copertina 




     […] Danilo Dolci appartiene alla famiglia di coloro che ritengono il mondo aperto a integrazioni continue, ritengono anzi che esista più come progetto inesauribile di creazione che come “creato”. L’uomo con il suo lavoro ne è parte in ogni occasione, certo, mai però come quando impara “a immaginare e a realizzare nuovi sogni”, a “maturare l’utopia dell’omega”.
     Danilo intende con queste frasi, credo, il necessario complemento e perfezionamento creativo che all’uomo è affidato.
     La poesia, si è già detto, è là dentro nel vivo fuoco di quel crogiuolo, testimone e insieme promotrice di avvenimento, vale a dire di nuove evidenze e di sempre più numerose interrelazioni che dilatano l’ego, rompono la sua crosta di protezione, lo proiettano verso il tutto e l’unisono.
     A pagina 144 del volume citato Danilo usa a proposito della poesia la parola “creazione”: credo la usi non solo per quel che la poesia aggiunge alla vita e alla conoscenza ma anche per come riconduce e immette nel processo della creazione energie bloccate dall’inerzia e dalla soggezione, cristallizzate nella lettera e nella forma.
     Non farà meraviglia allora che Dolci ponga la poesia al centro della reciprocità, immaginando e attuando perfino una prassi multipla, una collaborazione, uno scambio, un concorso di contributi, da un motivo iniziale per scarti e variazioni verso un testo che per quanto sia talora splendidamente tagliato non ha mai l’aria di essere chiuso e definitivo.
     Da tutt’altri convincimenti il sogno surrealista della poesia fatta da tutti sembra in qualche misura prendere corpo in questo che per Danilo è anche un concreto disegno pedagogico. Quanto a me vedo anche il mio, magmatico, inversione tangibile e positiva.
     Si farebbe un torto a questa opera applicandole giudizi di qualità desunti da criteri poetici che ha inteso capovolgere. Proposta, variazione, correzione, integrazione, risposta convergono nel procedere del tema il quale cresce a misura che la poesia “si fa” mediante più interventi, attraverso più voci. Né la sua dinamica mette capo a una forma: se mai c’è la forma propria di questa dinamica, di questo “farsi”: una struttura idonea a catturare e a rimandare il mutamento, il trapasso, l’espandersi, il trasformarsi.
     Il poeta del Dio delle zecche inverte il procedimento di chi scrive, il quale è dal molteplice verso la scelta e la definizione esclusiva: e tiene se mai a moltiplicare lasciando aperta la via della variazione e del suo proliferare.
     Si potrebbero naturalmente fare citazioni indicative, si potrebbe anche segnalare il diapason specialmente alto di alcune parti ma è meglio non intaccare l’opinione, giusta, che questa opera sia indivisibile.
     Anche sul merito non si può tanto sottilizzare se è vero che essa in perfetta armonia con la visione unificante dell’uomo che l’ha concepita, conforma ad hoc le sue strutture, i suoi procedimenti, la sua lingua. Vorrei osservare se mai che tra le molte rivoluzioni copernicane che si sono autopredicate e bellamente date per fatte in questi anni, quella che in Danilo è maturata di necessità dal fondo della sua profferta e della sua concezione di nuovo umanesimo è la più coerente e la più motivata che io conosca. 

Mario Luzi, dalla Prefazione




Aldous Huxley [v. fotogallery di Biografie,“Huxley Aldous”, in “L’Unità – L’archivio 
storico. La memoria in rete”: http://archiviofoto.unita.it/]
Senza carità, la conoscenza tende a mancare di umanità; senza conoscenza, la carità è destinata sin troppo spesso all’impotenza. In una società come la nostra – i cui enormi numeri sono subordinati ad una tecnologia in continua espansione e pressoché onnipresente – ad un nuovo Gandhi o ad un moderno San Francesco non basta esser provvisto di compassione e serafica benevolenza. Gli occorrono una laurea in una delle discipline scientifiche e la conoscenza di una dozzina di studiosi di materie lontane dal proprio campo di specializzazione. È soltanto frequentando il mondo del cervello non meno del mondo del cuore che il santo del ventesimo secolo può sperare in una qualche efficacia.
Danilo Dolci è uno di questi moderni francescani con tanto di laurea. Nel suo caso la laurea è in architettura e ingegneria; ma questo nucleo centrale specialistico è immerso in un’atmosfera di cultura scientifica generale. Dolci sa di cosa parlano gli specialisti di altri campi, rispetta i loro metodi ed è desideroso, bramoso addirittura, di giovarsi dei loro consigli. Ma ciò che sa e ciò che può apprendere dagli altri e sempre per lui strumento di carità: in un quadro di riferimento le cui coordinate sono un incrollabile amore del prossimo e una fiducia e un rispetto non meno incrollabili nei confronti dell’oggetto di questo amore. L’amore lo stimola ad adoperare le proprie conoscenze a beneficio dei deboli e degli sfortunati; la fiducia e il rispetto lo portano a incoraggiare costantemente deboli e sfortunati ad aver fiducia in se stessi, lo spingono ad aiutarli ad aiutarsi da sé. [….] 

Aldous Huxley, dall’Introduzione al libro di Danilo Dolci “Inchiesta a Palermo”, Sellerio Editore, Palermo, 2013





1. 

(due voci nell’autunno)

Anche agli spini nella polvere 

sotto l’intenerirsi della scorza 
ansia preme di aprirsi 
a respirare umida luce 
quando ritorna il sole a intiepidire — 
su questa rossa terra pur l’ortica 
si imbianca di petali. 

Tronchi di gelso tendono moncherini 

rimozzi, 
           piaghe incancreniscono, 
la carie affonda e svuota: i nomi 
i cuori incisi nelle cortecce scagliose 
si sfanno in un turbine di polvere. 
Pure alla terra l’involucro tatuato 
dalla vita nostra, si disfa. 




Oltre le irte acacie 
frullano alti gridi controvento 
di invisibili allodole. 

Tra i filari le zolle cicatrizzano 

inverdendo di ciuffi mattutini. 




Quando anche il gelso indolcisce 
e vasta la messe squassa, nel secc
fruscio già striscia il levigato sibilo 
di una selce bagnata sul ferro. 

Anche le stelle 

biancazzurre di notte da lontano 
si animano di fuoco 
                          ma la mia pena 
è oltre ogni nebbia di galassie. 
Il nome che mi chiama non è il mio 
nessun nome è mio. 
Questo corpo che presto sazio e logoro temendo 
si aggruma stordito, 
non è il mio. 
Non sono nato ancora. 
Sto nascendo da sempre 
                               mentre muoio. 


                                                 [ da: La luce chiama l’ostia ]


                              ◊


So come soffri
dal ripiegarsi amaro del tuo labbro
quasi sdegnoso a volte, pur se tenti
di apparirmi serena:
quando sorridi per rassicurarmi 
il labbro non riesce a obbedirti
e io vi leggo.

Non so se nel rinchiuderti è il tuo male
o fatichi a salvarti dal non tuo —
e non so se suadere a aprirti, scioglierti
o rispettare il tuo segreto chiuso
lasciando maturarvi quanto duole. 



                             

  

A chi, parlare 
è gelido fiorire di cristalli 

o il lento scoppiare delle gemme 

presaghe già di frutto — 

e c’è chi confonde la bocca col culo. 


Le chiacchiere sono vermi. 


Se lasci scivolare in chissà quale domani 

quanto sei impegnato a insaldare — 
frani 
       e costringi i tuoi 
a lavorare su una frana. 



                              ◊ 



Nei paesi tanto ricchi di tecnica 

che puoi bere latte e ruttare petrolio 
tra scienziati così bravi a disintegrare, 

nei paesi tanto ricchi di democrazia 

che seppelliscono in lager chi sa distinguere 
violenza da amore, 

se chiedo a ognuno di voi

amici capelloni semplici 
o a voi, capelloni di lusso,
gli sprechi più assurdi nel vostro paese,
siete certi di sapere rispondere 
esattamente? 

se chiedo a ognuno di voi 

che sogna di cambiare la terra, 
come il mostro parassita si forma 
lì, proprio lì, ove esistete, 
siete certi di sapervi rispondere 
esattamente? 


                                                 [ da: Sopra questo frammento di galassia ]




                              


se ti miro, ti sento, forse  rimani tu

               o, se mi senti, altra divieni 

ma in me penetri: 

                           forse senza peso 
senza misura fecondi 
                                 o contrasti 

e altro divengo, 

                       diverso — 
                                       più tu 
o un io più scavato 
                             o lo sviluppo 
di me e di te 




gabbiano almeno un giorno — 

costa una vita un volo di gabbiano 
nato da un uovo di galassie di anni: 

non potendo, 

                     ti assimilo mirandoti 


                                                 [ da: Il dio delle zecche ] 







vince chi resiste alla nausea 

vince chi perde meno, 
chi non ha da perdere 

vince chi resiste alla tentazione di evadere, 
chi resiste tra le infinite tentazioni 
di suicidarsi 

vince chi cerca non smarrire 
il senso della direzione 

vince chi non si illude 


                                                 [ da: Maturare a bruciarsi ]
 






   
       
                  Insiste in spazi insanguinati 
                  fiorire di canti e crisantemi 
                  strido oscuro di pipistrelli: 
                  non il silenzio nutriente sveglia 
                  le creature — al rumore si svegliano 
                  al rumore che uccide. 


                                                 [ da: Creatura ]










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4 commenti:

  1. « Ho scritto le pagine di "La luce chiama l'ostia" ('49-'50) per cercare di chiarirmi; "Il limone lunare" ('68-'69), anche per contribuire a muovere scavo, discussione, ricerca, tra la gente della valle in cui opero; "Non sentite l'odore del fumo?" ('70) per chi non si era accorto come la carne è una, pur quando divisa o contrapposta; "Sopra questo frammento di galassia" ('71-'73) e "Il Dio delle zecche" ('74-'75) per il cittadino dello nuova città-terrestre; "Maturare a bruciarsi" ('76-'77) per tentare di chiarirmi e chiarire come ognuno può essere creatura: singola e parte di una più complessa creatura.
    Ho essenzializzato, ripulito e integrato (è un unico poema: le precedenti varianti di ogni parte si trovano in "Il limone lunare", Laterza; "Poema umano", Einaudi; "Il Dio delle zecche", Mondadori; "Creatura", Ed.T.), sapendo che il pane troppo raffinato perde il suo sapore.
    Non poche pagine sono state prima ciclostilate per aprire, anche attraverso incontri personali e di gruppo, interrogativi e confronti. Ho lasciato (ne "Il Dio delle zecche" e in "Maturare a bruciarsi", in corsivo) alcuni interventi di persone che hanno nutrito la comune ricerca. Ringrazio profondamente ognuno, letterato o analfabeta, che ha contribuito a stimolare e correggere. »

    [Danilo Dolci, “Nota” a mo’ di premessa a “Creatura di creature”]

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  2. Complimenti per questo richiamo così colto e intenso

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  3. Danilo Dolci che ho amato e apprezzato ( non so perchè uso il passato ) sembrava una voce che chiamava dal deserto; conoscevo Scotellaro, che è poeta più esplicito, Dolci invece svaga, abbraccia il creato e le creature, e nel contempo condanna. Grazie per questa bell'analisi e per i suoi versi che ormai non si vanno più a ricercare, polverosi sullo scaffale alto della mia biblioteca.
    Narda

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  4. Prendo nota, è una lettura sicuramente da tenersi vicino. Complimenti e grazie per questa presentazione.

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