sabato 12 ottobre 2013

Vladimir Majakovskij / Владимир Маяковский - MAJAKOVSKIJ AI SECOLI / МАЯКОВСКИЙ ВЕКАМ



Tamiz Naito, Boris Pasternak, Sergej Ejsenstein, Olga Tretyakov, Lilja Brik  Vladimir Majakovskij, Voznesensky.

Di Vladimir Vladimirovič Majakovskij ci siamo occupati in un precedente post, corredato, fra l’altro, di una buona bio-bibliografia cui il lettore può accedere CLICCANDO QUI

Nel presente post proponiamo un testo di Majakowskij, relativo al suo periodo futurista e pre-rivoluzionario. Un testo che ci aiuta – per quanto qui ci si occupi di poesia – a comprendere meglio e più profondamente i molteplici sviluppi formali ed espressivi che riguardarono le varie attività artistiche del nostro grande, seppure ancor giovane, russo. 

La traduzione qui proposta è reperibile in: Vlaimir Majakovskij. Il Flauto di vertebre. Prime poesie 1912-1916a cura di Bruno Carnevali, Passigli (1999)
La poesia presentata fa parte del poemetto futurista UOMO (ЧЕЛОВЕК ), che – come già detto nella nota bio-bibliografica – Majakovskij compose tra la fine del 1916 e l’inizio del 1917 e che venne poi pubblicato nel 1918. 

Il testo originale a fronte è a cura dello scrivente. La scelta della traduzione italiana è invece a cura di ANGELA GRECO, la quale – con la sua scelta – mi ha quasi letteralmente costretto a occuparmi ancora una volta di Majakovskij, e di farlo attraverso una delle poesie giovanili del grande artista. 
Devo aggiungere che, della costrizione cui sono stato, per dirla ironicamente, sottoposto (sempre e soltanto in un’ottica di collaborazione concreta e reciproca anche riguardo ai nostri  rispettivi blog), non posso che dirmi lieto e davvero grato ad Angela Greco. 
Antonino Caponnetto





       МАЯКОВСКИЙ ВЕКАМ

Куда я,
зачем я?
Улицей сотой
мечусь
человечьим
разжуженным ульем.

Глаза пролетают оконные соты.
и тяжко,
и чуждо,
и мерзко в июле им.

Витрины и окна тушит 
город.

Устал и сник.

И только
туч выпотрашивает туши
кровавый закат-мясник.

Слоняюсь.
Мост феерический.
Влез.
И в страшном волненье взираю с него я.
Стоял, вспоминаю.
Был этот блеск.
И это
тогда
называлось Невою.

Здесь город был.
Бессмысленный город,
выпутанный в дымы трубного леса.
В этом самом городе
скоро
ночи начнутся,
остекленелые,
белесые.

Июлю капут.

Обезночел загретый.
Избредился в шепот чего-то сквозного.                          
То видится крест лазаретной кареты,
то слышится выстрел.
Умолкнет - 
и снова.

Я знаю,
такому, как я,
накалиться
недолго,
конечно,
но все-таки дико,
когда не фонарные тыщи.
а лица.
Где было подобие этого тика?

И вижу, над домом
по риску откоса
лучами идешь,
собираешь их в копны.
Тянусь,
но туманом ушла из-под носа.

И снова стою
онемелый и вкопанный.
Гуляк полуночных толпа раскололась,
почти что чувствую запах кожи,
почти что дыханье,
почти что голос,
я думаю - призрак,
он взял, да и ожил.

Рванулась,
вышла из воздуха уз она.
Ей мало
- одна! - 
раскинулась в шествие.
Ожившее сердце шарахнулось грузно.
Я снова земными мученьями узнан.
Да здравствует
- снова! - 
мое сумасшествие!

Фонари вот так же врезаны были
в середину улицы.
Дома похожи.
Вот так же,
из ниши,
готовы кобыльей
вылеп.

- Прохожий!
Это улица Жуковского?

Смотрит,
как смотрит дитя на скелет,
глаза вот такие,
старается мимо.

"Она - Маяковского тысячи лет:
он здесь застрелился у двери любимой".
Кто,
я застрелился?
Такое загнут!
Блестящую радость, сердце, вычекань!
Окну
лечу.
Небес привычка.

Высоко.
Глубже ввысь зашел
за этажем этаж.
Завесилась.
Смотрю за шелк - 
все то же,
спальня та ж.

Сквозь тысячи лет прошла - и юна.
Лежишь,
волоса луною высиня.
Минута…
и то,
что было - луна,
Его оказалась голая лысина.

Нашел!

Теперь пускай поспят.
Рука,
кинжала жало стиснь!
Крадусь,
приглядываюсь - 
и опять!
Люблю
и вспять
иду в любви и жалости.

Доброе утро!

Зажглось электричество.
Глаз два выката.
"Кто вы?" - 
"Я Николаев
- инженер.
Это моя квартира.
А вы кто?
Чего пристаете к моей жене?"

Чужая комната.
Утро дрогло.
Трясясь уголками губ,
чужая женщина,
раздетая догола.

Бегу.

Растерзанной тенью,
большой,
косматый,
несусь по стене,
луной облитый.
Жильцы выбегают, запахивая халаты.
Гремлю о плиты.
Швейцара ударами в угол загнал.
"Из сорок второго
куда ее дели?" - 
"Легенда есть:
к нему 
из окна.
Вот так и валялись
тело на теле".

Куда теперь?
Куда глаза
глядят.
Поля?
Пускай поля!
Траля-ля, дзин-дза,
траля-ля, дзин-дза,
тра-ля-ля-ля-ля-ля-ля-ля!

Петлей на шею луч накинь!
Сплетусь в палящем лете я!
Гремят на мне
наручники,
любви тысячелетия…

Погибнет все.
Сойдет на нет.
И тот,
кто жизнью движет.
последний луч
над тьмой планет
из солнц последних выжжет.
И только
боль моя
острей - 
стою,
огнем обвит,
на несгорающем костре
немыслимой любви.
       

1916-1917





       MAJAKOVSKIJ AI SECOLI


Dove vado,
perché?
Per la centesima strada
mi dimeno,
come un umano
ronzante alveare.

Gli occhi sorvolano
le celle delle finestre,
e pena,
e lontananza,
e infamia c’è per loro in luglio.

Vetrine e finestre spegne
la città.

Sono stanco e tetro.

E soltanto
il sanguinario tramonto-macellaio
sventra le carcasse delle nuvole.

Vado bighellonando.
Un ponte di fiaba.
L’attraverso.
E, con terribile fermento, resto a guardare.
Mi fermai, ricordo.
Era questo splendore.
E questo 
allora
si chiamava Neva.

Era qui la città.
Una città assurda,
dipanata in una selva di ciminiere.
In questa stessa città
presto
cominceranno le notti,
vitree,
bianchicce.

Per luglio è la fine. 

Non appena si scalda, fa luce.
Si trae dal delirio con un penetrante sussurro.
Ora si vede la croce di un’ambulanza,
ora si sente uno sparo.
Tacerà,
poi di nuovo.

Lo so
che uno come me
non può
arroventarsi a lungo,
certo,
e tuttavia è bestiale
quando non sono migliaia di lampioni,
ma volti d’uomo.
C’è mai stato un simile tic?

Vedo che sulla casa
a rischio del pendio
vai coi raggi,
in biche li raduni.
Mi allungo,
ma in nebbia sei fuggita,
di sotto il naso.

E me ne sto di nuovo
ammutolito, impalato.
S’è divisa la folla degli oziosi di mezzanotte,
sento quasi l’odore della pelle,
quasi il respiro,
quasi la voce,
e mi sembra un fantasma
d’un tratto risorto.

Si slanciò,
divincolandosi dall’aria.
Era poco per lei 
essere sola!
Si snodò in processione.
Il cuore risorto scartò pesantemente.
Di nuovo i tormenti terrestri mi conoscono.
Evviva 
- di nuovo! –
la mia pazzia!

Allo stesso modo i lampioni erano incastrati
nel mezzo della strada.
Uguali le case.
Allo stesso modo,
nella nicchia
scolpita
una testa di cavallo.

‹‹Passante,
è questa via Žukovskij?››.                                                                                   

Guarda,
come un bimbo guarda uno scheletro;
che occhi!
Si precipita avanti.

‹‹È stata di Majakovskij mille anni:
lui si sparò qui, sulla porta dell’amata››.
Chi si è sparato,
io?
Inveiranno tanto!
Conia, o cuore, una gioia splendida!
Volo 
alla finestra.
Un’abitudine dei cieli.

In alto.
Sempre più in aria,
un piano dopo l’altro.
Era velata.
Guardo dietro la seta:
tutto lo stesso,
la stessa camera da letto.

È passata attraverso migliaia di anni 
ed è giovane.
Giaci,
inazzurrando di luna i capelli.
Un minuto…
e ciò
che era stato luna,
rivelò la sua nuda calvizie.

Ho trovato!

Ora dormo pure.
Mano,
stringi la lama del pugnale.
Penetro di soppiatto,
osservo,
e – di nuovo! – 
amo
e indietro
torno all’amore e alla pietà.

Buon giorno!

S’accese la luce.
Due occhi spalancati.
‹‹Chi siete?››.
‹‹Sono Nikolaev,
ingegnere.
Questa è casa mia.
E lei chi è?
Perché importuna mi moglie?››.

La stanza d’un altro.
Sussultava il mattino.
Con un tremito agli angoli delle labbra,
la donna d’un altro,
seminuda.

Fuggo.

Ombra lacerata,
irsuto,
enorme,
corro lungo il muro,
inondato di luna.
Gli inquilini scappano fuori,
incrociando i lembi delle vesti.
Rimbombo su una lastra.
A spinte caccio il portiere in un angolo.
‹‹E dal quarantadue
dov’è andata a finire?››.
‹‹È una leggenda:
è corsa a lui
dalla finestra.
Così giacquero,
corpo su corpo››.

Dove andare adesso?
Dove guardano 
gli occhi.
Nei campi?
E sia, nei campi!
Trala-là, zin-zà
trala-là, zin-zà,
tra-la-la-la-la-la-là.

Gèttati un raggio al collo come un laccio!
M’intreccerò nella rovente estate!
Rimbombano su me
le manette,
gli amori di un millennio…

Perirà tutto.
Tutto svanirà.
E il raggio estremo,
che muove la vita,
sopra il buio dei pianeti,
brucerà dagli ultimi soli.
Ma solo il mio dolore
è più straziante:
sto ritto, 
avvolto dal fuoco,
sul falò che non arde
d’un amore impossibile.


1916-1917





     Secondo Habermas non può esserci Arte senza una qualche schizofrenia. Se questo vale sempre e ovunque, allora bisogna dire che la Russia della prima metà del Novecento (portentoso laboratorio storico, sociale e umano) ha saputo magistralmente asseverare a priori l’affermazione habermasiana, della cui verità ciascuno dei tre poeti presenti in questa antologia può costituire una singolare, precisa prova. 
     Per Majakovskij, ad esempio, la Rivoluzione costituisce l’ambito più adatto alle sue sperimentazioni così impetuosamente sovversive. E se le avanzanti fortune della neonata Unione Sovietica acquistano un pathos epico nei suoi poemi, la vita quotidiana del cittadino sovietico si rispecchia nelle sue commedie, nei versi propagandistici, nelle pantomime da circo, nelle poesie per bambini, nei soggetti cinematografici. Majakovskij però si rende conto presto di quanto le promesse della Rivoluzione siano ingannevoli, di quanto il potere dei burocrati si faccia sempre più dispotico, di come la mentalità piccolo-borghese riprenda vita sotto nuove forme. Egli continua nella sua strenua lotta contro tutto questo, e lo fa fino alla fine. Vive finché può il suo utopistico sogno. Ma la sua volontà recede: Majakovskij non vuol vedere il vuoto futuro che già si prepara. E il colpo di pistola con cui egli chiude la sua febbrile esistenza mette un punto fatale su un’epoca. [...] 

[Dalla Nota introduttiva di Antonino Caponnetto a: GRAFIE RUSSE. Cvetaeva, Mandel’štam, Majakovskij: nuove traduzioni, a cura di Paolo Statuti, exosphere plaquettes, Libro Aperto Edizioni, 2013 (http://exosphereplaquettes.com/antologie/)] 













CONTATTI / CONTACTS
———————————————————
FacebookCaponnetto-Poesiaperta|Facebook  
______________________________________
______________________________________






5 commenti:

  1. Scriveva così Boris Pasternak: ‹‹Amavo profondamente le prime poesie di Majakovskij. Sullo sfondo delle pagliacciate dell’epoca la sua serietà grave, severa, dolente, era così insolita! Era una poesia magistralmente scolpita, demoniaca e al tempo stesso terribilmente condannata, agonizzante, quasi implorante soccorso…››.
    Si trattava di quello stesso Pasternak che, vecchio ed esiliato in patria ma sempre amabile e generoso, raccomandava al giovane Evtušenko di evitare nei versi le profezie su se stesso, poiché queste – fin troppo spesso – finiscono col realizzarsi. E questo fu vero per Pasternak, esule nei suoi versi come nella realtà della sua dacia russa. E fu vero in maniera altrettanto vistosa, seppure entro un diverso dramma personale, per Majakovskij.
    Angelica o demoniaca che fosse l’arte poetica majakovskiana, è piena di immagini e versi e metafore di grande potenza premonitrice, e questo è chiaramente visibile nei versi qui proposti come in quelli, da noi precedentemente presentati, di “Flauto di vertebre”: ‹‹… Non ho bisogno di te. / Non voglio. / Tanto lo so, / fra breve / creperò…››. Ma sarebbe sbagliato gravare il dramma personale che condusse Majakovskij al suicidio soltanto del suo contrastatissimo amore per Lilja Brik. Il “fra breve / creperò” majakovskiano è motivato da una insostenibile condizione esistenziale che non rinnega la vita, ma la “negazione della vita” insita nel tradimento collettivo perpetrato ai danni della Grande Promessa Rivoluzionaria. Il gesto finale di Vladimir, il colpo di pistola, resta e permane come affermazione e avvaloramento di quella vita altra per la quale il poeta russo aveva combattuto così come ora moriva.

    Antonino Caponnetto

    RispondiElimina
  2. Sono lieta di aver "incontrato" questi versi e di averli proposti ad un blog di rilievo, come Caponnetto-Poesiaperta.
    Leggendo il commento mi accorgo di quanto sia interessante la "storia" personale del poeta al di là delle prime impressioni che si possono
    o si sono volute dare sull'esito finale di una personalità che dai versi emerge con un ego che a me personalmente non dispiace, anzi apprezzo.
    Per il resto ringrazio Nino, quando parla di alcuni argomenti che, forse, a me e a molti della mia generazione mancano.

    Angela Greco

    RispondiElimina
  3. E' una lucida follia il presagio dell'esistenza nella vita reale. Majakovskij ne è testimone in una poesia che celebra intuizioni e speranze fino alla risoluzione finale della morte che in questo contesto assume le redini di un pensiero assolutamente "vivo" che non lascia soluzioni diverse alla libertà dell'individuo.
    L'autore vede,insegue,espone senza sosta,vive senza sosta e non ha dubbi sulla necessità della vita in quanto tale e della morte stessa in quanto tale.
    Solo il suo dolore,dice Majakovskij,è più forte della consapevolezza della fine."Perirà tutto"-scrive.Dannandosi di un sentimento impossibile anche al fuoco ed è in questo modo che si congeda,prima di tutto,da un'idea,da uno stato di cose che rinnega e.combatte.Di vago stampo "Alfieriano",la fine è qui quasi l'esibizione estrema del proprio stendardo al valore più intimo dell'esistenza completa di ogni suo sentimento.

    RispondiElimina
  4. Quanti sono i poeti che non conosciamo! E tu, Antonino, ci aiuti ad incontrali e a confrontarci con essi spostando la nostra attenzione su modi e linguaggi diversi da quelli di tutta una tradizione poetico- letteraria nazionale, dalla quale difficilmente riusciamo purtroppo a discostarci, anche quando componiamo nostri versi. Mi sono soffermata a lungo sull'ultima parte( due ultime strofe) del poemetto di Majakovskij, che trovo davvero magistrale, per come egli sa ben raccontare il disincanto di un poeta che ha creduto fortemente nella vita, scoprendo poi quanto sia essa menzognera. Mi associo a questo disincanto con profonda commozione e con la convinzone di aver letto versi notevoli, perchè di grande efficacia espressiva. nunzia binetti















    RispondiElimina
  5. Un enorme GRAZIE per avermi dato questa occasione di rileggerlo..... Sai, che miei sentimenti sono abituata ad esprimere con le poesie, ma accanto ad un grane come lui, mi sento una foglia di betulla caduta per terra in ottobre e sparita sotto la neve che da noi molto spessa arriva presto...

    RispondiElimina