sabato 26 ottobre 2013

Rita GaIbucci - Cinque poesie dalla raccolta NEL MOTO APPARENTE





Rita Galbucci è nata il 30 aprile 1961 a Bologna, dove lavora e scrive. Sue poesie sono apparse in un’antologia di Aletti Editore e in diversi numeri della rivista “Illustrati”, e anche online, su alcuni blog. 
Ha partecipato al festival “Bologna in lettere” ideato da Enzo Campi e alla rassegna “Portici Poetici” creata da Alessandro Dall’Olio.  È  cofondatrice del gruppo letterario “Gruppo 77” che promuove eventi e reading poetici, e del gruppo di lettura poetica ad alta voce “LeggiAmo”. 
“Nel moto apparente”, pubblicato per i tipi di Cicorivolta Editore, è il suo libro d’esordio. 

A Rita Galbucci abbiamo a suo tempo dedicato un post su questo blog (si veda: http://caponnetto-poesiaperta.blogspot.it/2012/04/rita-galbucci-quattro-poesie.html).






*** 

Per mestiere io do soccorso

strappo per i capelli l’annegato
scodello parole attizzo calore
sono ad uso 
mille volte vengo chiamata 
finché mi si rivolta 
il buono in cattiveria.

Allora parto per

una spiaggia dalla lingua lunga
che mastica i miei passi
nel vento azzurro fino al silenzio
finché sono nuova



*** 


Peggioro nella bonaccia

il silenzio lega la lingua
serra le labbra 
sottratte ai baci.
Parole nella voliera 
senza articoli 
non trovano cielo.
La memoria 
è una saggezza sterile.
Compio atti di fiducia
un piede avanti all’altro.
Sarà da qualche parte
rifugiato il nucleo vitale
che mi forgiò volonterosa
di comprese aspettative.

Quali mete insegui?

Ignara traviso 
ebbra di musica
che da me composi.

Appoggio delicata 
la puntina sul vinile 
e mi avvolgo di fruscio.

Parte il mio brano 
e tu ne sei il testo 
e l’amato pretesto



*** 


Saranno fuoco le mie parole

per te che sei di paglia
e attendi incendi da propagare
nel riverbero di agosto.
Ma del correre veloce 
di quelle fiamme basse
resteranno solo stoppie
che odorano di bruciato.

Saranno pioggia allora 
le mie parole che batteranno 
sul suolo duro e non vorrò vedere
ma solo andarmene e dimenticare. 



*** 


Quando nacque il mio terzo figlio

si caricò la croce della differenza
per lui cucii una zavorra
che gli attaccavo ai pantaloni
ma non restava diceva 
di avere parole sconosciute
prigioniere in petto
che si facevano strada
ferendogli la gola.
Fuori tempo e fuori luogo
spasimante di bellezze
visionario cercava 
spiegazioni all’invisibile
che gli tormentava il sogno



*** 


Ho otto anni

e faccio la domestica
salgo su un panchetto
per arrivare al secchiaio
pulisco e lavo panni
sono una piccola donna
non so come fare
perché sono a misura
solo per giocare.

Ho cinquant’anni
e sono adulta
mi muovo e sorreggo
dispenso ai figli
conosco l’uomo e sto
da femmina nel ruolo
ma oggi salgo
ancora sul panchetto
arrivo a stento in lacrime
a sorreggere mia madre








Rita Galbucci, Nel moto apparente
prefazione di Francesca Del Moro, 
Cicorivolta Edizioni, 2013. 
In copertina: “Attesa”, di Sonia MariaLuce Possentini.
« Rita Galbucci affresca un grande spazio desolato al centro del quale si trova una donna. Chiamata in causa di volta in volta con i pronomi “io” e “tu”, essa è al tempo stesso l’autrice e la lettrice [...] [In uno] scenario desolato, la donna è chiamata a compiere il proprio ruolo vivificante [...] 
Oltre alla missione essenziale di dare la vita, nella donna è innata anche la vocazione alla cura. È un essere “cavo”, predisposto non solo ad accogliere il sesso che la feconderà e i figli che darà alla luce, ma anche le preoccupazioni, i dolori, i bisogni degli altri. La sua esistenza è scandita dal lavoro, la fatica e i desideri da soddisfare. Compie sforzi di bestia sudata, con il petto sempre pronto da mungere, dice Rita, per trarne tenerezza e nutrimento. Di volta in volta troneggia in vesti di regina o avanza come una guerriera. Si insiste su un lessico volto a tratteggiare la battaglia quotidiana inscindibilmente legata alla condizione femminile: ricorrono verbi come duellare, sferragliare, si parla di costanza, tenacia, di una corazza come quella di re Artù, di una trave che trapassa il tronco come nell’ultimo scontro fatale. La donna è “forgiata volenterosa”, agisce con fiducia mettendo un piede davanti all’altro, contabilizza le proprie azioni giuste, svolgendo appieno la sua funzione: quella di essere “ad uso”, laddove l’uso, non senza responsabilità da parte sua, si muta spesso in abuso. Il suo mestiere è dare soccorso, elargire parole di conforto, trasmettere calore. Viene chiamata mille volte, si appoggia a una porta dietro la quale c’è sempre qualcuno che reclama amore, nella notte si offre come un dono di accoglienza. Non può sfuggire al suo ruolo di madre neppure se fisicamente non ha mai partorito. È una figura potente, necessaria, si staglia nell’arido panorama come una statua di pietra. 
Viene da pensarla come a una sorta di Dea Madre, che Rita celebra nelle sue liriche brevi e densissime. La si incontra in posa ieratica, seduta a gambe aperte, centrale e dritta come l’ago della bilancia, vicino a una tavola ingombra a fine pasto. Sarà lei a mettere in ordine i resti di cibo, a ripulire la tovaglia dal sangue, compete a lei occuparsi di questo mondo di bisogni primari ma lo farà sempre rispondendo a un impulso che proviene da qualcun altro. Come una divinità costantemente assediata dalle richieste dei fedeli. I versi di Rita sono pervasi da un afflato rituale, squarciano la quotidianità mettendone a nudo l’essenza con la potenza di una rivelazione sacra. Sono immagini vigorose che con pochi gesti sapienti si incidono nello spazio e nel tempo imprecisati a guisa di bassorilievi. 
Ma nella forma, così come nel contenuto, è possibile riconoscere due diverse tensioni: quella centrifuga che porta la donna ad agire, sempre tesa verso gli altri, e quella centripeta, che la induce a ripiegarsi su se stessa per fare i conti con la propria fragilità. Le poesie mirano a trasmettere un’impressione di solidità eppure tremano all’interno, come edifici aggrediti che tuttavia resistono alla demolizione [...] Le altre donne sembrano un’evoluzione di questa femmina primigenia, eppure resta l’impressione che sia quest’ultima a risultare vincente. 
Con questa raccolta, Rita offre uno splendido esempio di poesia intima e civile al tempo stesso, frugando nel proprio animo senza pietà e senza vergogna per mettere a fuoco una condizione che accomuna tutte le donne, all’interno della quale ognuna di noi troverà la propria posizione, la propria differenza. E quel che rimane alla fine è il sapore di una rivelazione amara, ma anche la dolcezza di una comunanza ».

Francesca Del Moro, dalla prefazione al libro di  Rita Galbucci: “Nel moto apparente”, Cicorivolta Edizioni, 2013 ]












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3 commenti:

  1. L'editore del libro qui presentato ci ha autorizzato a pubblicare cinque e solo cinque delle poesie contenute in questa che è l'opera d'esordio di Rita Galbucci. Davvero un libro bello, intenso, triste, ma anche lieto e soprattutto profondamente immerso nella realissima, difficile realtà quotidiana e vitale dell'autrice. Per un simile libro, denso di tantissimi differenti contenuti, limitare a cinque i testi da mostrare al lettore, scegliere degli exempla che potessero dare una idea sufficiente per dire questa poesia e questa poetica così particolarmente femminile da essere, a suo modo, universale, tutto questo non è stato affatto semplice... Questa poesia, che si misura con un linguaggio quotidiano, privo di maledettismi intellettualistici, e tuttavia fortemente segnato da un suo stile, da una personalità che mira al cuore e all'essenza del dicibile, eppure mai si nega al misterioso fascino l'inesprimibile, questa poesia lascia nel lettore il suo decisivo, prezioso, intimo segno. Chi vi si addentra non può che uscirne vivificato e, in un certo senso, assai più ricco e consapevole di quanto non fosse prima di imbattersi e avventurarvisi all'interno. Credo che tutto ciò renda ormai inevitabilmente "necessaria" questa poesia.
    Siamo grati a Rita Galbucci per aver voluto onorare ulteriormente questo blog con i suoi preziosi versi e le auguriamo di continuare il più a lungo possibile il suo avventuroso, difficile, ma certamente fruttuoso percorso poetico.

    Antonino Caponnetto

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  2. proposta poetica molto interessante che leggo in entrambi gli articoli circa questa poetessa; una scrittura capace di essere accanto al lettore
    nella sempreapparente semplicità del linguaggio e del quotidiano. Complimenti Nino per la tua nota e alla stessa poetessa un augurio per cose
    sempre più grandi.

    Angela Greco

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  3. Bei versi versi, di umanissima intensità, che colpiscono con la forza incisiva delle parole intrise di verita. E' il destino della donna , che un "nucleo vitale" da qualche parte ha forgiato : dare soccorso, donarsi fino allo stremo delle proprie forze . "Oggi arrivo a stento in lacrime a sorreggere mia madre" Ma sempre pronta a rinnovarsi, "nel vento azzurro fino al silenzio/ finchè sono nuova". Mi sono riconosciuta commossa in questa donna, in questo destino. Il tuo commento, caro Antonnino, dice assai meglio tutto ciò che questa poesia merita , "una poesia che lascia nel lettore il suo decisivo, prezioso, intimo segno ". Così è sytato. Grazie.

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