martedì 1 ottobre 2013

DAVIDE CORTESE - SETTE POESIE DA « MADREPERLA »


Nino Foto Copyright


Notizia bio-bibliografica 

Davide Cortese è nato nell’isola di Lipari nel 1974, e vive a Roma. Si è laureato in Lettere moderne all’Università degli Studi di Messina con una tesi sulle “Figure meravigliose nelle credenze popolari eoliane”. Nel 1998 ha pubblicato la sua prima silloge poetica, titolata “ES” (Edas, Messina), alla quale sono seguite le sillogi:  “Babylon Guest House” (Libroitaliano, Ragusa, 2004), “Storie del bimbo ciliegia” (un’autoproduzione del 2008),  “ANUDA” [1] (Aletti Editore, Roma, 2011), “OSSARIO” (Arduino Sacco Editore, Roma, 2012) e “MADREPERLA” (LietoColle, 2013). 
I suoi versi sono inclusi nelle antologie “200 giovani poeti europei in nove lingue” (Edizioni CIAS, CLUB UNESCO), “Poliantea” (Edizioni Mazzotta), “A cuore aperto” (Accadueo) e in varie riviste cartacee e on line, e nel 2004 sono stati protagonisti del “Poetry Arcade” di Post Alley, a Seattle. Davide Cortese è anche autore di una raccolta di racconti: “Ikebana degli attimi” (L’Autore Libri, Firenze, 2005) e di un cortometraggio: “Mahara”( 2004), che è stato premiato dal Maestro Ettore Scola alla prima edizione di EOLIE IN VIDEO. 

1.     Dal 4 gennaio 2014 il libro “ANUDA” è anche in formato e-Book (con una introduzione di Antonino Caponnetto) per iniziativa de LaRecherche.it [http://www.larecherche.it/ebook_iframe_e-book.asp?Id=151#.UsfWfp6h8Z4.google_plusone_share].


Lipari


Nota per il lettore: Le poesie che appaiono nel presente post sono tratte dal libro di Davide Cortese “Madreperla”, LietoColle, 2013. 




[…] Per leggere “Madreperla” di Davide Cortese occorre utilizzare tutti i sensi perché ognuno è investito in ogni verso: il gusto, l’olfatto, l’udito, il tatto, la vista e questa compresenza costante rende merito alla poesia e comporta un impegno totalizzante del lettore che vive i versi con intensità e umano interesse. Eh sì c’è l’uomo, c’è l’umanità, una necessaria commistione di suoni, colori, odori che nutrono l’esistenza nella gioia e nel dolore, nella sofferenza di un amore, di una semplice descrizione di una realtà quotidiana.
È chiaro che la banalità non appartiene a questa silloge che pulsa di energia vitale, rinverdisce anche chi sembra sfiorire provato da un sentimento dannato.
«È con facilità che vorrei si entrasse in ciò che scrivo. Che ci si trovasse a proprio agio. Che si trovasse tutto semplice. E però che tutto fosse nuovo, inaudito: illuminato con naturalezza, un nuovo mattino». Francis Ponge scriveva così ed è come se lo stesso pensiero aleggiasse in Cortese: la speranza di far sentire a proprio agio il lettore, un ospite gradito, essere capace di raccontare e comunicare la vita con naturalezza, semplicità ma al contempo infondere la grandezza che solo la poesia e i poeti sanno fare illuminando di luce propria e mai riflessa in modo semplicemente sublime.
Dalla prefazione di Alessandra Peluso



Su Davide Cortese (a proposito delle poesie qui pubblicate)

Sottile un suono lega e collega questi versi di Davide Cortese: ben al di là della musicalità di cui è dotata una certa e buona poesia, subito si entra qui in contatto con note musicali che scorrono consapevoli dalla pelle al petto, dall’epicarpo al nòcciolo, attraversando – succoso di sentimento – il mesocarpo-polpa dal sapore solo apparentemente leggero, che nutre il lettore. E ricco di armonia è il parallelismo tra questi versi e il prodotto della pianta, il frutto, quello stesso che il poeta propone e ribadisce in più momenti della sua scrittura e con intensa efficacia. Nella scelta di versi qui presentati scorrono limpidi sentimenti e immagini, a delineare un prosieguo che non s’interrompe con l’inserimento dei titoli, ma continua in un fluire di scrittura e di attenzione da un componimento all’altro, nella capacità poeticamente davvero rilevante di non crear cesure nel discorso poetico, che peraltro non appare mai frazionato nelle singole poesie. 
Intraprendendo la lettura, sia pure di un estratto dall’intero libro, a volte al lettore attento vien da chiedersi la motivazione del titolo che è stato assegnato all’opera. La radice – ecco che ancora si palesa la calzante similitudine netta con la natura – di Madreperla, “madre”, ha in sé già definita la terra in cui e da cui germoglia lo stesso poeta. Terra magistralmente restituita nei temi, nella luce particolarissima e in quella solarità, laddove anche non esplicitamente espressa, che pervade la pagina, che investe il lettore e, magari, suggerisce anche un percorso di lettura della stessa poesia, in un coinvolgimento panico a cui ci si sottrae con difficoltà. 
La presenza di un’altra entità oltre il poeta, di un femminile oltre quella Madre e la stessa Natura, soggetto\oggetto, rende maggior profondità al sentimento\argomento trattato; elemento, questo, in grado di agire sul lettore introiettandolo nel discorso poetico con un fare di grazia al quale si concede di lasciarsi prendere anche per mano.
Il componimento finale, come annotazione ultima per pura sequenzialità di lettura, non scelto a caso, s’imprime – ricollegandoci a quanto sopra espresso – quasi come un segno di distinzione sulla lettura d’insieme dell’intera silloge: nonostante tutto “noi non vedremo altro che il sole”, generando in tal modo grande positività e sincera approvazione per questi versi così differenti rispetto al circondario anche metaforico, duro e a-passionale in cui siamo immersi. 
In apparente contraddizione con quanto abbiamo già annotato, c’è anche, all’interno della grande armonia compositiva che pervade i versi di Davide Cortese, una consapevole sofferenza esistenziale, c’è il dolore di una profonda ferita, che permane e continua a pulsare. È ancora e sempre la difficoltà di essere, ed è la consapevolezza del senza patria, dell’individuo che – perfino nel suo rispecchiarsi nell’altro da sé – non può che sapersi straniero, irreparabilmente estraneo agli altri, eterno Odisseo cui la memoria di una propria Itaca non è sufficiente a lenirne la solitudine, cui il nostos quotidianamente negato incrementa nel suo animo il senso di isolamento. 
Ma non è forse, questo, il doloroso riflesso di un percorso e di un destino che – soprattutto oggi – è tipico dell’artista e del poeta? di chi, ancora e malgrado tutto, serba dentro di sé tutta la propria fragilissima eppure coraggiosa umanità?
Angela Greco e Antonino Caponnetto






IN TE 


Sono in te,
come il chiodo di garofano
nel frutto di marzapane.
So un buio che posso dire
soltanto alla tua luce. 





MISTICA DEL VENTO 


Mistica del vento
nel segreto detto all’albero
a fior di labbra,
con antica dolcezza.
Incantagione
sul fiore del ciliegio.
Cosa sa il frutto che io non so?
Ne mangio con avidità
e sono ebbro del suo mistero. 
 Mordo la polpa di un arcano.
Il mio solo tempio
è questo bosco sacro:
la divinità ha rami come le mie vene,
e  foglie verdi che disegnano il mio profilo,
e corolle in tutto simili
alla natura della madre mia.
Ho fede nel colore del frutto,
fiducia nella bontà del suo profumo,
credo nella sua bellezza innocente,
 nella sua audace tenerezza, 
credo nella durezza del nòcciolo,
credo nel suo sapore di vita
e professo la difesa della sua purezza,
che è la mia stessa ineffabile purezza.
Non sono forse frutto, io?
L’amore solo io prego:
mordimi piano, dico,
ho labbra di ciliegia. 








So che col tempo mi si scrollerà di dosso
la luce che i tuoi occhi adesso
posano dolcemente su me.
Per lungo tempo non ti toccherò,
né  la mia pelle avrà memoria di te.
Forse dimenticherò la tua voce.
La tua vita mi sarà straniera.
Sei qui ancora un po’.
E non sappiamo dircelo
se questo è un addio.
Quest’attimo cede al futuro.
Non possiamo fermarci qui.
Guardami di più negli occhi.
Siamo qui un poco ancora. 





IO SONO LO STRANIERO 


Io sono lo straniero.
C’è il mio sigillo su queste parole.
A voi, a te: straniero.
Il mio sigillo su parole perdute.
Sono senza città, io.
Delle strade quanto del vento.
Neppure le ossa sono il mio confine.
Abito la vita.
E vado.
Comunque voi mi amiate,
comunque voi mi odiate,
io vi sono straniero.
E straniero sono a me stesso.
Non c’è malvagità in questo,
né solitudine, in questo, credete.
Solo misteriosa vita. 





DIMMI 


Dimmi il profumo della salvia,
dimmi il muschio.
Che ora mi culli solo
la parola a lungo taciuta.
Ho cuore d’elfo, adesso
e  nome d’immaginario fiore.
Sii terra su cui io possa nevicare.
Dimmi il muschio,
e mentre mite lo dici
sia il tuo petto
il nido del mio volto. 





INDUGIO 


Una collana di bacche rosse
sulla mia pelle d’amante.
Il vento sulle labbra
e la malizia del sorriso.
La strada di foglie fresche
sotto i piedi nudi.
L’albero di antichi frutti.
La notte vellutata
sui miei sogni di sole.
E l’amore,
all’ombra dimenticata
dell’albero generoso.
L’indugio davanti a te.
Il silenzio intorno
e il fragore nel petto.
La luce che esulta negli occhi,
l’adolescenza del sorriso,
l’audacia della bellezza.
Il desiderio.
E sulle foglie verdi
tu. 





IL SOLE 


Quando infine saremo insieme
le nostre ombre sulla strada
 ci chiederanno di voltar loro le spalle.
E noi non vedremo altro che il sole.







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Della poesia di Davide Cortese ci siamo già occupati su questo blog. A questo proposito si veda: http://caponnetto-poesiaperta.blogspot.it/2013/03/davide-cortese-con-un-fiammifero-contro.html 

Il lettore interessato a questo poeta può inoltre trovare altre sue poesie sul blog Il sasso nello stagno, al seguente link: http://ilsassonellostagno.wordpress.com/2013/10/22/poesie-da-ossario-di-davide-cortese/  

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3 commenti:

  1. Grazie, Davide, per aver voluto onorarci con questo tuo ulteriore e graditissimo passaggio poetico. Come hai potuto vedere, la nota di lettura dei tuoi testi è stata scritta a quattro mani (due per ogni tastiera), da Angela Greco e da me, considerando che già collaboriamo reciprocamente anche sui nostri rispettivi blog. Il risultato, nel caso di queste tue poesie è certamente piuttosto "originale", ma ci auguriamo non deluda le tue aspettative. Considera sempre aperte le porte di questo blog a te e ai tuoi intensissimi versi. Un cordialissimo augurio.

    Antonino

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  2. Una poesia che ho apprezzato subito, che mi è piaciuta dal primo all'ultimo verso proposto. Una bella esperienza, poi, aver potuto collaborare
    in modo "pratico" con Antonino, sempre sensibile e gentile anche con chi ha, magai, meno esperienza nel dire in ambito poetico, come me.
    A Davide, che adesso attendo su Il sasso nello stagno, auguro sempre cose più grandi, come persona e come poeta e ad entrambi rivolgo
    il mio grazie per motivi differenti, ossia per aver creduto in me e per aver apprezzato la mia scrittura.

    Angela Greco

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  3. La poesia di Davide è chiara, nitida, non inquinata da solecismi, da egotismi e altri ismi. Si porge alla lettura quasi con umiltà , quasi volesse apparire semplice, invece vi scopri una grande profondità e la potenza di accogliere il lettore nella sua generosità. Davide dice di sè, dice di noi, con i suoi versi ci accoglie e ci fa sentire partecipi e meno soli.
    Grazie Nino per questo dono.
    Narda

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