sabato 5 ottobre 2013

Antonin Artaud - Tre poesie / Trois poèmes




Antonin Artaud, scrittore, regista e attore francese (Marsiglia 1896 – Ivry-sur-Seine 1948); aderente al surrealismo, se ne allontanò per frequentare la scuola di Ch. Dullin, esordendo come attore all’Atelier. Nel 1926 impostò un’attività teatrale autonoma con la fondazione del teatro Alfred Jarry (dove esordì come regista mettendo in scena una sua pochade) e con la elaborazione di alcuni manifesti teorici sul coinvolgimento dello spettatore. Per Artaud compito del teatro sarebbe scuotere e sconvolgere lo spettatore: il suo teatro della crudeltà intendeva appunto proporre uno spettacolo totale in cui fossero impiegati tutti i mezzi d’azione (luci, suoni, gesti, vicende, ecc.) atti a suscitare la partecipazione incondizionata dello spettatore. Nel 1935 assunse la direzione del Folies-Wagram e vi rappresentò il suo dramma Les Cenci. Una malattia mentale lo costrinse a vivere lontano dalla vita teatrale, ma scrisse ancora qualche saggio (tra cui il volume Van Gogh, le suicidé de la société, 1947). Tra le sue opere: Tric trac du ciel (1923); L’ombilic des lymbes (1925); L’art et la mort (1929); Les nouvelles révélations de l’être (1937). Ricca di notizie la sua Correspondance avec Jacques Rivière (1927) e notevoli le Lettres d’Antonin Artaud à J.-L. Barrault (postumo 1952); fondamentale per il teatro Le théâtre et son double, 1938. 











Una nota di Emilio Tadini

     Una vita sconvolta e sconvolgente, quella di Antonin Artaud. Nato a Marsiglia nel 1896, morto a Ivry, vicino a Parigi, nel 1948, scrittore, disegnatore, attore, regista e teorico di un nuovo teatro, creatore di un linguaggio poetico letteralmente inaudito. Artaud è come se mettesse in scena nel proprio corpo e nella propria mente la tragedia della cultura occidentale tra le due guerre. E quella tragedia - fatta, tra l’altro, di micidiali idee che hanno prodotto milioni di cadaveri - Artaud è come se la rivivesse nel proprio corpo. Le sue opere - gli scritti, l’azione teatrale, i disegni - non sono che la sismografia di un tormento che vuole disperatamente farsi testimonianza. La splendida mostra dei suoi disegni al Museo Cantini di Marsiglia [17 giugno-17 settembre 1995] ne è una prova.
     Noi si tende a parlare della crisi - della crisi di una cultura, di un mondo - riferendoci costantemente alle idee. È un modo per anestetizzarci. Anche l’orrore, se lo teniamo confinato nelle idee, non sembra tanto orribile. Il «discorso intellettuale» rischia troppo spesso di trasformare anche lo strazio più atroce in una specie di fantasma. Perché il discorso intellettuale, il discorso sulle idee, tende troppo spesso a conciliare ciò che, se la parola «etica» ha un senso, deve restare inconciliato. Il patetico - quel patetico di cui i mezzi di comunicazione di massa tanto spesso ci inondano - è l’ultimo stadio, il più basso, di una conciliazione a ogni costo. Dopo questa conciliazione meccanica, dopo questa cerimonia tranquillizzante, i carnefici possono restare carnefici e le vittime devono continuare ad andare al macello. In pace e in guerra. Massacrate - o lobotomizzate. Scorporate. Consolate, alla televisione, da qualche Sublime Presentatore & Grande Elemosiniere, intento a dispensare gettoni d’oro e qualche briciola di presenza: di fama.
     Artaud, con il suo corpo doloroso prima ancora che con la sua opera, Artaud, con quella che insomma potremmo chiamare la sua «opera corporale», viene a portare una testimonianza di inconciliabilità. E come se dicesse: «Ogni ferita deve restare aperta. Torturato dalla violenza, dal male, dalla malattia, dalla morte, che il corpo si metta a parlare della verità. Che la possibile, smisurata, energia della vita si mostri proprio sotto la violenza esercitata sul corpo, sotto questa suprema offesa».
Nel suo «teatro della crudeltà», Artaud immagina una scena su cui si muovano e si mostrino corpi gesticolanti. Non un testo da recitare. Una lingua integralmente corporale. Gesti, pose. E suoni. L’anno della sua morte, Artaud, insieme a Roger Blin, incide per la radio un testo fatto di esclamazioni, di grida, di rumori. Glossolalia: un subbuglio vocale non «senza senso» quanto piuttosto interamente dato ai sensi. Il titolo è Per farla finita con il giudizio di dio. Come dire, in fondo, che, nella verità materiale del corpo, ogni giorno è il Giorno del Giudizio - per chi sa, per chi sente. Questo testo non viene trasmesso alla radio. Ma una sera, verso la fine degli anni Cinquanta, Jean-Jacques Lebel, a Parigi, ne fa ascoltare la registrazione su nastro a Alien Ginsberg, a Gregory Corso, a William Burroughs, i nuovi grandi della poesia e della letteratura americana - che ne sono turbati, eccitati. Ginsberg ne fa fare copie, che spedisce in America, al grande scrittore nero Leroy Jone - tra gli altri, a Julian Beck, che, sostanzialmente, sarà indotto da quell’ascolto a rifondare il suo Living Theatre.
     Antonin Artaud è malato. A momenti di grande lavoro - Gide è tra i suoi ammiratori, Gallimard pubblicherà le sue Œuvres complètes - alterna momenti di follia. È come se la malattia fosse per lui uno stato di rivolta - e di scoperta. È per forza di malattia che il suo pensiero si fa integralmente materiale. E scatenato. Nella inconciliabilità tra il suo corpo e lo stato di equilibrio della salute, è come se gli si rivelasse la stessa inconciliabilità tra il bruciare della vita davanti alla morte, davanti alla lingua morta delle convenzioni. La malattia, fulmineamente, lo mette in comunicazione con la verità. Nei disegni, si dà la stessa violenza.
     In un bel saggio pubblicato nel catalogo della mostra, Jean-Louis Schefer scrive: «Questi disegni sono campi di battaglia dove ha luogo ciò che a lui appare come la lotta tra l’essere e i suoi corpi». L’inconciliabilità estrema. Sono gesti, questi disegni, atti di vita. «Macchine che respirano», li chiama Artaud. «Totem». Scrive: «I miei disegni non sono disegni ma documenti». Scrive: «Nei miei disegni c’è una Specie di morale musica... Ho inciso tutte le collere della mia lotta per ottenere un certo numero di totem dell’essere, e ciò che ne resta sono questa miseria, i miei disegni…». Il «respiro» è il suo Spirito.
     Disegni folli, disegni «da folle»? Viene in mente quella «immensa sregolatezza di tutti i sensi» di cui parlava Rimbaud. Chiuso nella sua casa di cura di Rodez, Artaud farà una serie di disegni che viene da definire «magici». Esorcismi, forme tirate su disperatamente contro il Niente - forme per organizzare il vuoto in dimensioni. Disegnerà anche ritratti, e autoritratti, stupendi, conturbanti. Ci appaiono, queste facce, come se fossero un’altra figura della nostra faccia vista nello specchio dell’ansia. Come se riconoscessimo nell’altro il nostro stesso soggetto - altrove. Facce drammatiche, tragiche. Deformate. Ma terribilmente vive. A Rodez, in pochi anni, Artaud è sottoposto a più di cento elettrochoc. Perde tutti i denti. Si deforma, sì, la sua bella faccia di attore…
Un anno prima di morire, un amico gli fa vedere un articolo in cui si parla di Van Gogh «pazzo». Artaud si infuria. Scrive un testo bellissimo, uno dei suoi ultimi. Si intitola: «Van Gogh, il suicidato dalla società».

[ Emilio Tadini, “Nota del traduttore”, in “Antonin Artaud, ARTAUD LE MÔMO, CI-GÎT E ALTRE POESIE”, traduzione di Emilio e Antonia Tadini, a cura di Giorgia Bongiorno, Einaudi, Torino, 2003. ]










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7 commenti:

  1. Antonin, nato come Antoine Marie Joseph Artaud, proveniva da una famiglia borghese. Suo padre, Antoine Roi, era capitano di lungo corso e sua madre, Euphrasie Nalpas, era originaria di Smirne (Turchia). I suoi ricordi d’infanzia rievocano un clima di affetto e calore, turbato però dal manifestarsi di una grave malattia. All’età di quattro anni, infatti, Antonin fu colpito da una grave forma di meningite, alla quale furono attribuiti tutti i problemi neurologici di cui Artaud soffrì in seguito, in particolare crisi di nevralgia, balbuzie ed episodi di depressione grave.
    Artaud subì quindi una lunga serie di ricoveri in sanatorio, con una pausa di due mesi (tra il giugno ed il luglio del 1916), durante i quali si arruolò nell’esercito, dal quale venne presto scartato per episodi (autoindotti) di sonnambulismo. Durante i periodi trascorsi in sanatorio lesse Rimbaud, Baudelaire e Poe. Nel maggio 1919 il direttore del sanatorio gli prescrisse il laudano, facendolo precipitare nella dipendenza a vita dagli oppiacei.
    Nel marzo 1920 Artaud si trasferì a Parigi, si avvicinò ai surrealisti ed iniziò ad interessarsi di teatro. Quello stesso anno incontrò Lugné-Poe, direttore del Théâtre de l’Œuvre, noto per mettere in scena autori come Maurice Maeterlinck, Alfred Jarry, Oscar Wilde, Henrik Ibsen, a favore di una “tradizione di teatro perduta” contro i gusti di un teatro francese sclerotizzato sul repertorio del Secondo Impero, fatto di commedie borghesi e tragedie antiche. Assunto da Lugné-Poe, Artaud rivelò grandi doti di attore e di artista eclettico, creando scene e costumi per La vita è sogno di Calderón de la Barca. In seguito, su suggerimento di Max Jacob, lavorò con Charles Dullin, che aveva da poco fondato il Théâtre de l’Atelier, riprendendo la riforma di Jacques Copeau interrotta dalla Prima guerra mondiale con l’intento di resuscitare lo spirito degli antichi “Compagnons du Devoir” del Medioevo. In questa circostanza incontrò Génica Athanasiou, attrice e sua futura amante, che interpretava il ruolo di “Antigone” nell’omonima messa in scena della tragedia classica, la cui scenografia era stata disegnata per l’occasione da Picasso. Nel 1923 lasciò Dullin e passò nella compagnia di Georges e Ludmilla Pitoëff [...]

    [ Testo tratto e adattato da Wikipedia ]

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  2. i miei complimenti Antonino per le scelte in primis delle poesie e per le traduzioni. Entrare non solo nella metrica e nella forma mentis di un'altra lingua, ma essere \ esserci in quel sentire del poeta che si sta traducendo, è cosa lodevole. Continuare a trasmettere l'emozione alla pelle nonostante il tradimento linguistico è merito solo di un poeta al pari. Complimenti di cuore.

    Angela Greco

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  3. Che resa la tua traduzione, Antonino! Condivido il plauso di Angela Greco. Non conosco il Francese ma ho letto queste poesie di Artaud nella sua lingua e mi hanno trasmesso emozioni che si sono accresciute nel momento in cui ho preso atto di quanto da te tradotto. La poesia di Artaud tuona, scuote e turba, per il significato drammatico che attribuisce alla vita e mi ricorda davvero molto i versi fortissimi di quei poeti maledetti ai quali certamente si ispira. Grazie Antonino, per questo lavoro del quale hai voluto farmi omaggio. Nunzia Binetti

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  4. Mi vengono in aiuto,leggendo quest'autore,alcune citazioni .La prima di Hermann Hesse che indica nella follia,l'inizio di ogni sapienza e la seconda,di Marcel Prost che afferma: "Cessando di essere pazzo,divento stupido. Non c'è che dire,la follia è l'alternativa allo stereotipo scomodo dell'esistenza,è l'arma del disadattato,ovvero di colui che entrando in conflitto con la realtà che non gli appartiene,evolve in un comportamento avverso che si realizzano attraverso un'identificazione geniale dell'esistenza,dell'arte.Antonin Artaud non è da meno a tutto questo.Basti rileggere la sua "ingabbiatura" sull'amore che non sospira ma che,senza tregua,diventa "orribile calpestio"della folla che non c'entra nulla con il proprio sentire.Così,la nave arcaica che si perde e rimangono solo i cieli e la carne.Bellissimo...Ancora una volta,la suggestione oltre la ragione,vince.

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  5. Due belle poesie che esprimono il difficile rapporto del poeta con l' amore terreno e l' amore mistico. " Esserci in quel sentire del poeta che si sta traducendo, è cosa lodevole " Mi unisco al bel pensiero di Angela per esprimerti il mio grazie ed il mio apprezzamento..

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  6. una poesia che lascia senza respiro, che si vuol tenere in mente per lungo tempo perché in qualche modo ti rappresenta. Mostra i diversi paesaggi dell'anime questa scrittura e non si ferma alle immagini "aristocratiche" di un certo linguaggio ma si inoltra nel cosiddetto "comune" rendendolo alta poesia. Decisamente "dentro" la traduzione che, innanzitutto, rispetta il senso del poeta.
    Entusiasta Antonino, davvero!

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  7. Artaud appartiene ai poeti della mia formazione ribelle e irrequieta; scoperto come colui che non era opportuno leggere, ho sempre trovato la sua poesia tesa e ostinata, in ogni caso potente.Che nelle sue poesie la morte si confondesse con l'amore e la vita con la sregolatezza, non ha mai avuto importanza perchè la sostanza dei suoi versi è "poesia" e quando è tale non c'è metro per misurarla. Trovare Artaud è stato andare a ripescare nella mente un suo quasi coetaneo, mio conterraneo, dalla vita non meno turbata e turbolenta: Dario Campana di Marradi. Troppo spesso ci dimentichiamo di grandi per plaudire a verseggiatori da reading.
    Narda

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