venerdì 23 agosto 2013

ADAM ZAGAJEWSKI - POESIE DAL LIBRO «DALLA VITA DEGLI OGGETTI» - SECONDA PARTE









Adam Zagajewski è nato nel 1945 a Leopoli, in Ucraina, ma è considerato di origine polacca, ha vissuto in Slesia e poi a Cracovia, dove si è laureato alla Jagiellonian University. 
Zagajewski è ben noto tra i poeti della Generazione del  ’68 o Polish New Wave (Nowa fala).
Tra le sue opere: Pragnienie (1999); Ziemia ognista (1994); Jechac do Lwowa (1985); Sklepy miesne (1975); Komunikat (1972).
I suoi poemi e saggi sono tardotti in molte lingue.
Tra i premi vinti: il Berliner Kunstlerprogramm, il Kurt Tucholsky Prize, il Prix de la Liberté, la Guggenheim Fellowship e altre onorificenze. Dal 1988, è stato Visiting Associate Professor of English in the Creative Writing Program alla University of Houston e ha vissuto tra Parigi e Houston.  Attualmente vive tra Cracovia e gli Stati Uniti, dove insegna all’Università di Chicago.
Ha vinto il Neustadt International Prize for Literature nel 2004, il Czesław Miłosz Prize nel 2008, il Premio Europeo di Poesia (Treviso 2010) ed è stato candidato al Premio Nobel per la Letteratura.
Dall’Introduzione del volume Tradimento, edito da Adelphi nel 2007:
<< Ha detto Miłosz che a scrivere versi non è l’abilità della mano, ma «il cielo, a noi caro ancorché scuro, / qual videro i genitori e i genitori dei genitori / e i genitori di quei genitori / nel tempo che fu».
Per Adam Zagajewski – «voce sommessa sullo sfondo delle immense devastazioni di un secolo osceno, più intima di quella di Auden, non meno cosmopolita di quelle di Miłosz, Celan o Brodskij» (Walcott) – quel cielo è Leopoli (oggi l’ucraina L’viv), la città della Galizia «dove dormono i leoni», che alla fine del secondo conflitto mondiale intere famiglie dovettero abbandonare per essere deportate nella Slesia sottratta alla Germania e assegnata alla Polonia.
Cristallizzata dalla memoria e purificata dalla nostalgia, Leopoli si trasforma così in luogo concreto e insieme invisibile, familiare e sconosciuto, sacrario che «non è opportuno visitare», come se «la bella definizione di docta ignorantia  avesse abbandonato le pagine dei libri per divenire una ferita aperta sulla verde mappa dell’Europa».
Ma senza il grigio approdo di Gliwice (nell’Alta Slesia), mortificata dai modelli imperanti del socialismo reale, città terrena e regno dell’immanenza, la trascendente e celeste Leopoli, per sempre perduta, non potrebbe continuare a vivere. Né il viaggiatore-poeta saprebbe ritrovare «la vita di prima della catastrofe, la folla di prima della catastrofe, le nuvole, le vetrine, i cespugli di sambuco di prima della catastrofe». E, sempre straniero e sempre in cerca di una patria, scorgere il proprio volto >>.
In Italia sono stati pubblicati: Polonia: uno Stato all’ombra dell’Unione Sovietica (Marietti 1982), Tradimento (Adelphi 2007) e il volume di poesie Dalla vita degli oggetti (Adelphi 2012), i cui testi coprono un arco cronologico che va dal 1983 al 2005.
Altri suoi testi sono presenti in: A questo servono le lacrime di Paola Malavasi, con una nota di Ennio Cavalli e due poesie di Derek Walcott e Adam Zagajewski (Interlinea 2006) e Luci ed ombre di una città: immagini di Genova di Adhaf Soueif con testi di Adam Zagajewski e John M. Hall (De Ferrari 2003)
( Fonti per la bio-bibliografia: Varie )








LA SCONFITTA 



Davvero sappiamo vivere solo dopo la sconfitta,

le amicizie si fanno più profonde,
l’amore solleva attento il capo.
Perfino le cose diventano pure.
I rondoni danzano nell’aria,
a loro agio nell’abisso.
Tremano le foglie dei pioppi,
solo il vento è immoto.
Le sagome cupe dei nemici si stagliano
sullo sfondo chiaro della speranza. Cresce
il coraggio. Loro, diciamo parlando di loro, noi, di noi,
tu, di me. Il tè amaro ha il sapore
di profezie bibliche. Purché
non ci sorprenda la vittoria





ODE ALLA MORBIDEZZA 



Le albe sono cieche come gattini.

Fiduciose crescono le unghie, ancora ignare
di ciò che toccheranno. Morbidi
sono i sogni, la tenerezza incombe
come nebbia su noi, come la campana di Sigismondo
prima che cessasse di battere





NELL’ENCICLOPEDIA DI NUOVO 
NON C’È POSTO PER OSIP MANDEL’ŠTAM 



Nell’enciclopedia di nuovo non c’è posto

per Osip Mandel’štam di nuovo è senza un tetto
è sempre così difficile trovare un alloggio
registrarsi a Mosca è quasi impossibile
lo chiama il Caucaso echeggia la bassa foresta
dell’Asia quei giorni non sono ancora giunti
altri raccolgono ciottoli sulle spiagge del Mar Nero
continua sempre l’iniqua istruttoria sebbene l’uniforme
mostri un taglio nuovo e un sarto sempre diverso
senza volto s’inabissi in inchini profondi
Chiudi il libro un fragore di sparo e la polvere
bianca della carta solletica il naso è sera
cade una neve latina nessuno verrà più oggi
è tempo di dormire quando busserà alla tua porta sottile
aprigli





IL FIUME 



Dalle poesie poesie, dai canti 

canti, dai quadri quadri, 
continua sempre l’amichevole 
fecondazione. Sull’altra riva 
del fiume, nel raggio dell’esistenza, 
marciano i soldati. L’armata nera, 
l’armata rossa, l’armata verde, 
arcobaleno di ferro. Nel mezzo l’acqua 
tranquilla, l’onda indifferente





EGLI AGISCE 



Egli agisce, nel fulgore e nelle tenebre,
nel fragore delle cascate e nel silenzio del sonno,
ma non come annunciano i vostri
pastori, che restano ben protetti.
Cerca la linea più distante,
una strada così lontana che quasi
non si vede. Si perde
nel dolore. Solo i ciechi, solo
i gufi talora ne percepiscono la tenue impronta
sotto le palpebre. 





VERSI SULLA POLONIA 



Leggo versi sulla Polonia scritti 
da poeti stranieri. Tedeschi e russi 
non hanno solo mitra, ma anche 
inchiostro, penne, un po’ di cuore e molta 
fantasia. Nei loro versi la Polonia 
ricorda un unicorno spavaldo 
che si ciba della lana degli arazzi, 
bella, debole e incauta. Non so in che cosa 
consista il meccanismo dell’illusione, 
ma incanta persino me, lettore smaliziato, 
quest’indifeso paese delle fiabe, 
di cui si cibano aquile nere, imperatori 
famelici, il Terzo Reich e la Terza Roma. 





I MIEI MAESTRI 



I miei maestri non sono infallibili. 
Non sono Goethe che solo quando 
in lontananza piangono i vulcani 
non riesce a prender sonno, né Orazio 
che scrive nella lingua degli dèi 
e dei chierichetti. I miei maestri 
mi chiedono consiglio. Avvolti 
da morbidi cappotti gettati in fretta 
sopra i sogni, all’alba, mentre un vento 
freddo interroga gli uccelli, i miei 
maestri parlano sussurrando. 
Sento che la loro voce trema. 





CIÒ CHE 



Ciò che pesa troppo
e trascina in basso
che fa male come il dolore
e brucia come uno schiaffo,
può essere pietra
o àncora. 





R. DICE 



Sorci letterari – dice R. – ecco chi siamo. 
Ci incontriamo in coda davanti alle casse dei cinema economici. 
Al tramonto, quando negli stagni verdi affondano pesanti soli 
di broccato, usciamo dalla biblioteca arricchiti dall’opera di Kafka 
– illuminati sorci in giubbotti militari, in cappotti 
del potenziale esercito di un despota colto; polizia segreta 
di un poeta che forse giungerà al potere in una provincia lontana. 
Sorci con borse di studio, domande confidenziali, osservazioni sarcastiche, 
topi dal pelo irto, dai baffi ispidi, pungenti. 
Ci conoscono le grandi città, l’asfalto rovente, le dame di carità, 
non ci hanno mai visto i deserti, l’oceano e la fitta giungla. 
Benedettini di un’epoca atea, missionari di una facile disperazione, 
siamo forse una forma transitoria in un lungo processo evolutivo, 
il cui fine, l’indirizzo e il senso ancora a nessuno furono svelati. 
E siamo ripagati con una monetina d’oro, priva di valore: la voluttà 
di un attimo, quando la fiamma della metafora fonde due oggetti finora liberi, 
quando l’astore scende in picchiata l’esattore si fa il segno della croce. 





SCRIVEVA AL BUIO 


                                       A Ryszard Krynicki 


Quand’era a Stoccolma
Nelly Sachs lavorava
di notte a luce spenta
per non svegliare la madre malata 

Scriveva al buio.
La disperazione le dettava parole
pesanti come la scia di una cometa. 

Scriveva al buio,
in un silenzio rotto soltanto
dai sospiri del pendolo. 

Persino le lettere erano assonnate, 
la loro testa ricadeva sul foglio. 

E il buio scriveva
reggendo in mano quella donna
attempata come una penna stilografica. 

La notte poi si impietosiva, 
sulla città cresceva la grigia prigione dell’alba, 
l’aurora dalle dita rosate. 

Quando si addormentava, 
si svegliavano i merli 
e non vi erano pause 
nella tristezza e nel canto.








Nota:
Come detto nel titolo, i dieci testi qui proposti sono tratti dal libro di Adam Zagajewski Dalla vita degli oggetti – poesie 1983-2005, a cura di Krystyna Jaworska, Adelphi, Milano 2012.
A. C. 












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4 commenti:

  1. Ha detto Adam Zagajewski: « Non sono uno storico, ma mi piacerebbe che la letteratura assumesse, consapevolmente e in tutta serietà, il ruolo di una cronaca storica. Non voglio che segua l'esempio degli storici contemporanei, perlopiù pesci freddi, che hanno passato la loro vita in archivi polverosi, che scrivono una lingua burocratica brutta e inumana, una lingua di legno, prosciugata di tutta la poesia, piatta come un pidocchio e grigia come il giornale quotidiano. Vorrei che [la letteratura (la poesia)] tornasse a esempi più antichi, chissà, addirittura greci, all'ideale del poeta storico, una persona che ha visto e sperimentato direttamente quel che descrive, oppure ha attinto alla vivente tradizione orale della sua famiglia o della sua tribù, che non teme né il conflitto né i sentimenti, ma ha tuttavia a cuore la ricostruzione scrupolosa della vicenda che narra(*). »

    Citato in: John Lukacs, “Democrazia e populismo”, traduzione di Giovanni Ferrara degli Uberti, Longanesi, 2006, p. 179.

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    (*) La nota di cui sopra è reperibile, nella sua essenza, su wikiquote. Nella nostra stesura sono tuttavia contenuti alcuni adattamenti a nostro avviso necessari.

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  2. "...siamo forse una forma transitoria in un lungo processo evolutivo" "I miei maestri parlano sussurrando. Sento che la loro voce trema." E il poeta di certo ha per "maestri" i propri sentimenti di cui parlano i suoi versi insieme alla propria storia. Mi piace il suo essere poeta "in un lungo processo evolutivo" .

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  3. I miei maestri non sono infallibili..i miei maestri parlano sussurrando...sento la loro voce tremare....non conoscevo questo straordinario autore che riflette l'anima della città di Kracow ricca di austera grandezza. Poi comprendo in pieno il senso di questa poesia, perchè "i miei maestri" erano così. Costantino Piazza.

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  4. Il primo verso ("Davvero sappiamo vivere solo dopo la sconfitta") con cui s'apre questa breve raccolta dalla raccolta dei versi di un autore di cui apprendo oggi, credo - e in esso credo - non sia stato messo a caso. Anzi, piuttosto mi sembra che vada ad aprire breccia nella poca consapevolezza che oggi si ha di essere in una sconfitta di cui rendersi conto e dalla quale, appunto, apprendere la necessità di vivere...Eppure oltre mi colpisce la chiarezza - che non ha bisogno di troppo dire - che si legge in "CIÒ CHE", che in maniera così lucida indica un mirabile punto di partenza...ché dal basso, da liddove veniamo trascinati da ciò che fa più male, possiamo solo iniziare ancora. Grazie per il tuo impegno in questo luogo e per la proposta, molto interessante.

    Angela Greco

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