venerdì 5 luglio 2013

Fabrizio De André - NELLA MIA ORA DI LIBERTÀ



« Una volta hanno detto che Fabrizio è il Bob Dylan italiano.
Si sbagliano: è Dylan che è il De André americano! »
Fernanda Pivano


Fabrizio De André (a destra), con Massimo Bubola


Fabrizio De André nasce il 18 febbraio 1940 a Genova (Pegli), in Via De Nicolay 12, da Luisa Amerio e Giuseppe De André, professore in alcuni istituti privati da lui stesso diretti.
Nella primavera del ’41 il professor De André, antifascista, visto l’aggravarsi della situazione a causa della guerra, si reca nell’Astigiano alla ricerca di un cascinale in cui far rifugiare i propri familiari e acquista nei pressi di Revignano d’Asti, in strada Calunga, la Cascina dell’Orto dove Fabrizio trascorre parte della propria infanzia con la madre e il fratello Mauro, maggiore di quattro anni.

Qui il piccolo “Bicio” (come viene soprannominato) impara a conoscere tutti gli aspetti della vita contadina, integrandosi con le persone del luogo e facendosi benvolere dalle stesse. È proprio in tale contesto che cominciano a manifestare i primi segni di interesse per la musica: un giorno la madre lo trova in piedi su una sedia, con la radio accesa, intento a dirigere un brano sinfonico a mò di direttore d’orchestra. In effetti, la leggenda narra che si trattasse del “Valzer campestre” di Gino Marinuzzi (celebre direttore d’orchestra e compositore), dal quale, oltre venticinque anni dopo, Fabrizio trarrà canzone “Valzer per un amore”.

Nel ’45 la famiglia De André torna a Genova, stabilendosi nel nuovo appartamento di Via Trieste 8. Nell’ottobre del 1946 il piccolo Fabrizio viene iscritto alla scuola elementare presso l’Istituto delle suore Marcelline (da lui ribattezzate “porcelline”) dove inizia a manifestare il suo temperamento ribelle e anticonformista. Gli espliciti segnali di insofferenza alla disciplina da parte del figlio inducono in seguito i coniugi De André a ritirarlo dalla struttura privata per iscriverlo in una scuola statale, l’Armando Diaz. Nel 1948, constatata la particolare predisposizione del figlio, i genitori di Fabrizio, estimatori di musica classica, decidono di fargli studiare il violino affidandolo alle mani del maestro Gatti, il quale individua subito il talento del giovane allievo.

Nel ’51 De André inizia la frequentazione della scuola media Giovanni Pascoli ma una sua bocciatura, in seconda, fa infuriare il padre in maniera tale che questi lo affida, per l’educazione, ai severissimi gesuiti dell’Arecco. Fabrizio finirà poi le medie al Palazzi. Nel 1954, sul piano musicale, affronta anche lo studio della chitarra con il maestro colombiano Alex Giraldo.

È dell’anno dopo la prima esibizione in pubblico a uno spettacolo di beneficenza organizzato al Teatro Carlo Felice dall’Auxilium di Genova. Il suo primo gruppo suona genere country e western, girando per club privati e feste ma Fabrizio si avvicina poco dopo alla musica jazz e, nel ’56, scopre la canzone francese nonché quella trobadorica medievale.

Di ritorno dalla Francia il padre gli porta in regalo due 78 giri di Georges Brassens del quale il musicista in erba inizia a tradurne alcuni testi. Seguono gli studi ginnasiali, liceali ed infine universitari (facoltà di giurisprudenza), interrotti a sei esami dalla fine. Il suo primo disco esce nel ’58 (l’ormai dimenticato singolo “Nuvole barocche”), seguito da altri episodici 45 giri, ma la svolta artistica si verifica diversi anni dopo, quando anche Mina incide “La Canzone di Marinella”, che si trasforma in un grande successo.

Tra i suoi amici di allora ci sono Gino Paoli, Luigi Tenco, Paolo Villaggio. Nel ’62 si sposa con Enrica Rignon e nasce il figlio Cristiano.

Sono i modelli americani e francesi del tempo a stregare il giovane cantautore che s’accompagna con la chitarra acustica, che si batte contro l’ipocrisia bigotta e le convenzioni borghesi imperanti, in brani diventati poi storici come “La Guerra di Piero”, “Bocca di Rosa”, “Via del Campo”. Seguono altri album, accolti con entusiasmo da un pugno di cultori ma passati sotto silenzio dalla critica. Così come la stessa sorte segna album stupendi come “La buona novella” (del 1970, una rilettura dei vangeli apocrifi), e “Non al denaro né all’amore nè al cielo”, l’adattamento dell’Antologia di Spoon River, firmato insieme con Fernanda Pivano, senza dimenticare “Storia di un impiegato” profondo lavoro di marca pacifista.

Solo dal 1975 De André, schivo e taciturno, accetta di esibirsi in tour. Nel 1977 nasce Luvi, la seconda figlia dalla compagna Dori Ghezzi. Proprio la bionda cantante e De André vengono rapiti dall’anonima sarda, nella loro villa di Tempio Pausania nel 1979. Il sequestro dura quattro mesi e porta alla realizzazione dell’”Indiano” nel 1981 dove la cultura sarda dei pastori viene accostata a quella dei nativi d’America. La consacrazione internazionale arriva con “Creuza de ma”, nel 1984 dove il dialetto ligure e l’atmosfera sonora mediterranea raccontano odori, personaggi e storie di porto. Il disco rappresenta una pietra miliare per l’allora nascente world music italiana ed è premiato dalla critica come miglior album dell’anno e del decennio.

Nel 1988 sposa la compagna Dori Ghezzi, e nel 1989 intraprende una collaborazione con Ivano Fossati (da cui nascono brani come “Questi posti davanti al mare”). Nel 1990 pubblica “Le nuvole”, grande successo di vendite e di critica, che è accompagnato da un tour trionfale. Segue l’album live del ’91 e il tour teatrale del 1992, poi un silenzio di quattro anni, interrotto solo nel 1996, quando torna sul mercato discografico con “Anime Salve”, altro disco molto amato dalla critica e dal pubblico.

L’11 gennaio 1999 Fabrizio De André muore a Milano, stroncato da un male incurabile. I suoi funerali si svolgono il 13 gennaio a Genova alla presenza di oltre diecimila persone.
Fonte per la biografia: Riccardo Venturi, in canzoni contro la guerra (http://www.antiwarsongs.org/index.php?lang=it)




















“Nella mia ora di libertà”
Testo e musica di Fabrizio De André e Giuseppe Bentivoglio
Collaborazione musicale di Nicola Piovani
Album: Storia di un impiegato [1973]



















NELLA MIA ORA DI LIBERTÀ




NELLA MIA ORA DI LIBERTÀ 


Di respirare la stessa aria
di un secondino non mi va
perciò ho deciso di rinunciare
alla mia ora di libertà

se c’è qualcosa da spartire
tra un prigioniero e il suo piantone
che non sia l’aria di quel cortile
voglio soltanto che sia prigione
che non sia l’aria di quel cortile
voglio soltanto che sia prigione.

È cominciata un’ora prima
e un’ora dopo era già finita
ho visto gente venire sola
e poi insieme verso l’uscita

non mi aspettavo un vostro errore
uomini e donne di tribunale
se fossi stato al vostro posto...
ma al vostro posto non ci so stare
se fossi stato al vostro posto...
ma al vostro posto non ci sono stare.

Fuori dell’aula sulla strada
ma in mezzo al fuori anche fuori di là
ho chiesto al meglio della mia faccia
una polemica di dignità

tante le grinte, le ghigne, i musi,
vagli a spiegare che è primavera
e poi lo sanno ma preferiscono
vederla togliere a chi va in galera
e poi lo scanno ma preferiscono
vederla togliere a chi va in galera.

Tante le grinte, le ghigne, i musi,
poche le facce, tra loro lei,
si sta chiedendo tutto in un giorno
si suggerisce, ci giurerei
quel che dirà di me alla gente
quel che dirà ve lo dico io
da un po’ di tempo era un po’ cambiato
ma non nel dirmi amore mio
da un po’ di tempo era un po’ cambiato
ma non nel dirmi amore mio.

Certo bisogna farne di strada
da una ginnastica d’obbedienza
fino ad un gesto molto più umano
che ti dia il senso della violenza
però bisogna farne altrettanta
per diventare così coglioni
da non riuscire più a capire
che non ci sono poteri buoni
da non riuscire più a capire
che non ci sono poteri buoni.

E adesso imparo un sacco di cose
in mezzo agli altri vestiti uguali
tranne qual è il crimine giusto
per non passare da criminali.

Ci hanno insegnato la meraviglia
verso la gente che ruba il pane
ora sappiamo che è un delitto
il non rubare quando si ha fame
ora sappiamo che è un delitto
il non rubare quando si ha fame.

Di respirare la stessa aria
dei secondini non ci va
e abbiam deciso di imprigionarli
durante l’ora di libertà
venite adesso alla prigione
state a sentire sulla porta
la nostra ultima canzone
che vi ripete un’altra volta
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti.

Per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti.














In Via Del campo, a Genova
























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4 commenti:

  1. Perché un post su un cantante, sia pure grandissimo, come De André su un blog ormai dedicato "soltanto" alla poesia?. Perché la poesia abita luoghi abituali come i libri, e ormai come la rete o come FB, e abita, anche se gli accademici fingono di no, fra le note musicali come inevitabile e irrefrenabile canto. Ognuno di noi ne riconosce la preziosa presenza, là dove la poesia è vera, incontrastata e perfino costante, per quanto i suoi luoghi non siano affatto quelli abituali. Questo vale a dire: aspettatevi pure che compaiano qui ancora altri post relativi a cantautori, a chansonniers e strani tipi del genere... E non solo.

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  2. Avevo scritto un commento sufficientemente dignitoso, ma qualcosa mi ha impedito di pubblicare ed è andato perso. Ricordo d'aver scritto che Fabrizio De André è poeta ancor prima di essere cantante e ritengo questo luogo di poesia il posto giusto per il suo inserimento.
    Il testo che hai messo qui, caro Antonino è tra i più belli, ma ritengo la più bella canzone (poesia) di Fabrizio, "La domenica delle salme" di cui riporto il testo:

    Tentò la fuga in tram
    verso le sei del mattino
    dalla bottiglia di orzata
    dove galleggia Milano
    non fu difficile seguirlo

    il poeta della Baggina
    la sua anima accesa
    mandava luce di lampadina
    gli incendiarono il letto
    sulla strada di Trento

    riuscì a salvarsi dalla sua barba
    un pettirosso da combattimento

    I Polacchi non morirono subito
    e inginocchiati agli ultimi semafori
    rifacevano il trucco alle troie di regime
    lanciate verso il mare

    i trafficanti di saponette
    mettevano pancia verso est
    chi si convertiva nel novanta
    ne era dispensato nel novantuno

    la scimmia del quarto Reich
    ballava la polka sopra il muro
    e mentre si arrampicava
    le abbiamo visto tutto il culo

    la piramide di Cheope
    volle essere ricostruita in quel giorno di festa
    masso per masso
    schiavo per schiavo
    comunista per comunista

    La domenica delle salme
    non si udirono fucilate
    il gas esilarante
    presidiava le strade
    la domenica delle salme
    si portò via tutti i pensieri
    e le regine del ''tua culpa''
    affollarono i parrucchieri

    Nell'assolata galera patria
    il secondo secondino
    disse a ''Baffi di Sego'' che era il primo
    si può fare domani sul far del mattino
    e furono inviati messi
    fanti cavalli cani ed un somaro
    ad annunciare l'amputazione della gamba
    di Renato Curcio
    il carbonaro

    il ministro dei temporali
    in un tripudio di tromboni
    auspicava democrazia
    con la tovaglia sulle mani e le mani sui coglioni
    voglio vivere in una città
    dove all'ora dell'aperitivo
    non ci siano spargimenti di sangue
    o di detersivo
    a tarda sera io e il mio illustre cugino De Andrade
    eravamo gli ultimi cittadini liberi
    di questa famosa città civile
    perché avevamo un cannone nel cortile

    La domenica delle salme
    nessuno si fece male
    tutti a seguire il feretro
    del defunto ideale
    la domenica delle salme
    si sentiva cantare
    quant'è bella giovinezza
    non vogliamo più invecchiare

    Gli ultimi viandanti
    si ritirarono nelle catacombe
    accesero la televisione e ci guardarono cantare
    per una mezz'oretta
    poi ci mandarono a cagare
    voi che avete cantato sui trampoli e in ginocchio
    coi pianoforti a tracolla travestiti da Pinocchio
    voi che avete cantato per i longobardi e per i centralisti
    per l'Amazzonia e per la pecunia
    nei palastilisti
    e dai padri Maristi
    voi avete voci potenti
    lingue allenate a battere il tamburo
    voi avevate voci potenti
    adatte per il vaffanculo

    La domenica delle salme
    gli addetti alla nostalgia
    accompagnarono tra i flauti
    il cadavere di Utopia
    la domenica delle salme
    fu una domenica come tante
    il giorno dopo c'erano i segni
    di una pace terrificante
    mentre il cuore d'Italia
    da Palermo ad Aosta
    si gonfiava in un coro
    di vibrante protesta

    Scusami per lo spazio che ho preso ma la sento come necessità. Grazie Antonino, grazie davvero!

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    1. Carissimo, Seb, abitualmente non rispondo ai commenti... Lascio - per così dire - che ondeggino nell'aria per un poco o per tanto che sia. Tuttavia non potevo non dirti quanto questo tuo commento, semplicemente vero, insieme alla citazione di un intero e grandissimo testo di De André, sottolinei tanto precisamente la mia incertezza nello scegliere il pezzo da postare qui. Ero infatti incerto (molto) fra il tuo "La domenica delle salme" e quell'altro che infine ho scelto. E scegliendo in questo modo ho certamente privilegiato un discorso e un significato più soggettivo e meno generale, ma era quello che aveva maggiore urgenza per me in quel momento...
      Quanto allo spazio che hai preso, ho scelto apposta una configurazione ampia e semplice per questo blog - e tale che la lunghezza di un singolo post sia tutta quella che serve. Un giusto abbraccio

      Antonino

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  3. Io credo tu abbia fatto benissimo a citare De Andrè. La canzone "Nella mia ora di libertà", infatti, non ha solo un messaggio politico che il tempo, forse, potrebbe aver svuotato di significato, ma possiede un senso più alto, perché è una chiara metafora sociale ed esistenziale. Al di là delle diatribe un po' fruste sulla differenza tra canzone d'autore e poesia (ricordo che Sanguineti e, più di recente, Magrelli, si sono opposti alla definizione di "poesia" dei versi dei cantautori), credo che la poesia si definisca per il messaggio alto che sa veicolare, al di là della forma nella quale tale messaggio si esprime. Poi, certo, poesia e canzone sono diverse (la musica conta molto), ma certe distinzioni sono capziose. Ottima citazione dunque!

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