lunedì 20 maggio 2013

GEORG HEIM - FÜNF GEDICHTE / CINQUE POESIE










Georg Heym (Hirschberg, Slesia, 1887 - Schwanenwerder, Berlino, 1912), scrittore tedesco, e soprattutto uno dei più importanti poeti del primo espressionismo tedesco.
Figlio di un avvocato, nacque nella Slesia, allora appartenente all’Impero Germanico, da una famiglia conservatrice e religiosa. Dovette però allontanarsene per poter seguire la propria vena lirica vitalistica; tutto ciò, in linea con la migliore tradizione dell’espressionismo tedesco che vedeva la nuova generazione rifiutare categoricamente la società codina, bigotta e eccessivamente conservatrice dei primi del Novecento in Germania, forma sociale di cui i propri genitori erano la tipica espressione. Ebbe una sorella, Gertrud che morì giovane. Egli stesso morì a 25 anni, nel tentativo di salvare la vita all’amico Ernst Balcke, che stava annegando durante una pattinata sul fiume Havel.
Nonostante la sua breve vita, Heym può essere annoverato tra i migliori lirici di lingua tedesca e senza dubbio, per la sua poesia potente e visionaria, considerato uno dei massimi esponenti dell’espressionismo.
Intrapresi, per volere del padre, gli studi di diritto, Heym non li portò mai a termine perché totalmente incompatibili con le proprie più profonde aspirazioni, senso di incompatibilità aggravato dell’atteggiamento autoritario del padre. Nel suo diario leggiamo a questo proposito: “La mia natura è come imbrigliata in una camicia di forza. Il mio cervello sembra scoppiare. [...] E dunque devo riempirmi come una vecchia scrofa di queste porcherie giuridiche, è davvero da vomitare. Preferirei sputare su questo pappone piuttosto che infilarmelo in bocca. Sento invece la spinta a creare qualcosa; mi sento sano al punto di voler combinare qualcosa. Si, è proprio una schifezza!”
Abbandonata la casa paterna nell’inverno del 1909, Heym visse a Berlino, dove frequentò assiduamente il Neuer Club, un cabaret fondato da Kurt Hiller proprio in quell’anno, e questa fu la svolta decisiva per Heym, che potè entrare nel mondo letterario e dedicarsi alla poesia. Al Neuer Club egli conobbe infatti molti letterati suoi contemporanei, divenne amico di Jacob Van Hoddis e iniziò a scrivere poesie. Una di esse, Berlin II, pubblicata nella rivista Der Demokrat, fu notata dall’editore Rowohlt, che nel 1911 pubblicò la prima raccolta di poesie di Heym dal titolo Der ewige Tag (Il giorno eterno).
Nella sua carriera poetica, interrotta precocemente dalla morte, Heym ci ha lasciato circa 500 componimenti lirici, di cui una parte fu pubblicata postuma nel 1912 con il titolo di Umbra vitae. Nelle sue poesie riscontriamo una grande originalità che sotto i tratti dominanti dell’espressionismo, ci restituisce anche elementi più vicini al simbolismo e al neoromanticismo, come ad esempio nella lirica Träumerei in hellblau (Fantasia in azzurro).
Dell’espressionismo, Heym, oltre a condividere aspetti come l’utopia umanitaria e la visione apocalittica della realtà, incarnerà mirabilmente i due elementi caratterizzanti: la polemica generazionale e la solitudine dell’uomo nella megalopoli industriale, che lo opprime e lo snatura, facendolo affogare nel suo mare di cemento. Quest’ultimo tema soprattutto anticiperà quegli elementi che troveremo in film ispirati all’espressionismo tedesco, come Metropolis di Fritz Lang e in racconti e romanzi del primo dopoguerra come Berlin Alexanderplatz di Döblin, nel quale, come nelle opere di Heym, ritroviamo la Berlino tentacolare (e più in generale, qualsiasi metropoli) dell’industrializzazione e dell’urbanizzazione di massa.

Opere

In italiano

Heym, Georg, Umbra vitae, prefazione e traduzione di Paolo Chiarini, Torino, Einaudi, 1970. ISBN 88-06-02868-5
Heym, Georg, E da segrete scale, versione di Marco Zapparoli, Milano, Marcos y Marcos, 1981
Heym, Georg, Il ladro. Novelle, introduzione di Paolo Chiarini, versione di Andrea Schanzer, Roma, Edizioni dell’Ateneo, 1982
Heym, Georg, Canto delle torri, versione di Marco Zapparoli, Milano, Marcos y Marcos, 1983
Heym, Georg, Racconti e sogni, a cura di Fernanda Rosso Chioso, Napoli, Pironti, 1983
Heym, Georg, Ci invitarono i cortili, a cura di Claudia Ciardi, Via del Vento edizioni, dicembre 2011

In tedesco

Poesia

Der ewige Tag, Rowohlt, Lipsia 1911
Der Kondor, 1912 edito da Kurt Hiller, contiene di Georg Heym: Berlin, Die Vorstadt, Träumerei in Helllblau, Der Blinde, Der Baum, Nach der Schlacht, Louis Capet, Die Professoren, Das Fieberspital, Ophelia
Der Gott der Stadt (1911)
Der Krieg (1911)
Die Stadt (1911)
Umbra vitae (postumo), Rowohlt, Lipsia 1912 e con 47 incisioni in legno di Ernst Ludwig Kirchner, Wolff, Monaco, 1924
Marathon Sonetti, postumo, Berlino-Wilmersdorf, 1914

Prosa

Der Dieb. Ein Novellenbuch, postumo, 1913, contiene: Der fünfte Oktober, Der Irre, Die Sektion, Jonathan, Das Schiff, Ein Nachmittag, Der Dieb.

Teatro

Der Feldzug nach Sizilien (1907/1908, 1910)
Die Hochzeit des Bartolomeo Ruggieri (1908, 1910)
Atlanta oder Die Angst (1910/1911)
Arnold von Brescia (1905-1908, incompiuto)
Prinz Louis Ferdinand (1907, 1909, incompiuto)
Iugurtha (1908, incompiuto)
Antonius von Athen (1908, incompiuto)
Spartacus (1908, incompiuto)
Lucius Sergius Catilina (1908, incompiuto)
Der Sturm auf die Bastille (1908, incompiuto)
Die Revolution (1908, incompiuto)
Der Tod des Helden (1908/1910, incompiuto)
Der Wahnsinn des Herostrat (1910, incompiuto)
Ludwig XVI (1910, incompiuto)
Grifone (1909-1911, incompiuto)
Cenci (1911, incompiuto)

In tedesco e in italiano

Altri scritti

Versuch einer neuen Religion (1909)

Chiarini, Paolo, Parole nel vuoto: la lirica di Georg Heym tra Jugendstil ed Espressionismo, in: Studi germanici, 11/3, ott. 1973, pp. 273–298
Dammann, Gunter, Georg Heyms Gedicht “Der Krieg”: Handschriften und Dokumente, Untersuchungen zur Entstehungsgeschichte und zur Rezeption, Heidelberg, Winter, 1978
Rolleke, Heinz, Stadt bei Stadler, Heym und Trakl, Berlino, Erich Schmidt, 1988.










Berlin I 


Der hohe Straßenrand, auf dem wir lagen, 

War weiß von Staub. Wir sahen in der Enge 
Unzählig: Menschenströme und Gedränge, 
Und sahn die Weltstadt fern im Abend ragen. 

Die vollen Kremser fuhren durch die Menge, 

Papierne Fähnchen waren drangeschlagen. 
Die Omnibusse, voll Verdeck und Wagen. 
Automobile, Rauch und Huppenklänge. 

Dem Riesensteinmeer zu. Doch westlich sahn 

Wir an der langen Straße Baum an Baum, 
Der blätterlosen Kronen Filigran. 

Der Sonnenball hing groß am Himmelssaum. 

Und rote Strahlen schoß des Abends Bahn. 
Auf allen Köpfen lag des Lichtes Traum. 






Berlino I 



Seduti sopra l’erto e polveroso 

Argine della strada, contempliamo 
La calca innumerevole e confusa 
E, nella sera, la città lontana. 

Le vetture dei tram imbandierate 

S’aprono colme un varco tra la folla. 
Fendon gli omnibus carichi le strade. 
Suonar di clackson, fumo ed automobili. 

Verso l’immenso mare di cemento, 

Ma ad ovest si disegna fusto a fusto 
La filigrana delle chiome spoglie. 

Il sole pende enorme all’orizzonte 

Fiamme saetta l’arco della sera. 
E il sogno della luce, alto, su tutto. 




  

  
Die Ruhigen 


                                                                    Ernst Balcke gewidmet 



Ein altes Boot, das in dem stillen Hafen 

Am Nachmittag an seiner Kette wiegt. 
Die Liebenden, die nach den Küssen schlafen. 
Ein Stein, der tief im grünen Brunnen liegt. 

Der Pythia Ruhen, das dem Schlummer gleicht 

Der hohen Götter nach dem langen Mahl. 
Die weisse Kerze, die den Toten bleicht. 
Der Wolken Löwenhäupter um ein Tal. 

Das Stein gewordene Lächeln eines Blöden. 

Verstaubte Krüge, drin noch wohnt der Duft. 
Zerbrochne Geigen in dem Kram der Böden. 
Vor dem Gewittersturm die träge Luft. 

Ein Segel, das vom Horizonte glänzt. 

Der Duft der Heiden, der die Bienen führt. 
Des Herbstes Gold, das Laub und Stamm bekränzt. 
Der Dichter, der des Toren Bosheit spürt. 


   

  
  
La quiete 


                                                                                   A Ernst Balcke  



La vecchia barca, che nel quieto porto 

Il pomeriggio oscilla alla sua fune. 
Gli amanti che ora, dopo i baci, dormono. 
Una pietra che giace in fondo al pozzo. 

Il letargo di Pizia, che assomiglia 

Al sonno degli dèi dopo il banchetto. 
Il bianco cero, che dipinge il morto. 
Nubi come criniere su una valle. 

Il sorriso impietrito di un demente. 

Orci pieni di polvere, che esalano 
Odor di vino. Nei solai, strumenti 
Rotti. L’afa che annunzia il temporale. 

Una vela che splende all’orizzonte. 

Il profumo dei campi, che richiama 
Le api. L’autunno sulle foglie e i tronchi. 
Il poeta, e lo stolto che non l’ama. 






Berlin VIII 



Schornsteine stehn in großem Zwischenraum 

Im Wintertag, und tragen seine Last, 
Des schwarzen Himmels dunkelnden Palast. 
Wie goldne Stufe brennt sein niedrer Saum. 

Fern zwischen kahlen Bäumen, manchem Haus, 

Zäunen und Schuppen, wo die Weltstadt ebbt, 
Und auf vereisten Schienen mühsam schleppt 
Ein langer Güterzug sich schwer hinaus. 

Ein Armenkirchhof ragt, schwarz, Stein an Stein, 

Die Toten schaun den roten Untergang 
Aus ihrem Loch. Er schmeckt wie starker Wein. 

Sie sitzen strickend an der Wand entlang, 

Mützen aus Ruß dem nackten Schläfenbein, 
Zur Marseillaise, dem alten Sturmgesang. 








Berlino VIII 


Le ciminiere stan sull’alto sfondo 
Della luce invernale, ne portano il gran peso: 
Fosca reggia d’un cielo che s’abbuia. 
Ma l’orlo suo, giù, brucia – soglia d’oro. 

Lontano tra spogliati alberi, case 
E steccati e depositi, là, dove la metropoli s’appiana, 
Su rotaie di ghiaccio avanza a stento 
Un treno merci e lento poi scompare. 

E di poveri spunta un cimitero, pietra su pietra, nero, 
Scrutano i morti da quel loro buco 
La fiammeggiante sera. Di vino forte ha il gusto. 

Le spalle al muro, siedono tessendo, 
Berretti di fuliggine sopra le tempie ossute, 
La Marsigliese cantano, l’antico inno di lotta. 






Der Gott der Stadt 


Auf einem Häuserblocke sitzt er breit. 

Die Winde lagern schwarz um seine Stirn. 
Er schaut voll Wut, wo fern in Einsamkeit 
Die letzten Häuser in das Land verirrn. 

Vom Abend glänzt der rote Bauch dem Baal, 

Die großen Städte knien um ihn her. 
Der Kirchenglocken ungeheure Zahl 
Wogt auf zu ihm aus schwarzer Türme Meer. 

Wie Korybanten-Tanz dröhnt die Musik 

Der Millionen durch die Straßen laut. 
Der Schlote Rauch, die Wolken der Fabrik 
Ziehn auf zu ihm, wie Duft von Weihrauch blaut. 

Das Wetter schwält in seinen Augenbrauen. 

Der dunkle Abend wird in Nacht betäubt. 
Die Stürme flattern, die wie Geier schauen 
Von seinem Haupthaar, das im Zorne sträubt. 

Er streckt ins Dunkel seine Fleischerfaust. 

Er schüttelt sie. Ein Meer von Feuer jagt 
Durch eine Straße. Und der Glutqualm braust 
Und frißt sie auf, bis spät der Morgen tagt.






Il dio della città 



Sopra un blocco di case sta seduto, 

Gli cingono la fronte i venti neri, 
E guarda irato ove laggiù, sperduti, 
Si confondono gli ultimi quartieri. 

Accende il rosso ventre, a Baal, la sera, 
E le grandi città stanno in ginocchio 
A lui d’intorno. Innumeri rintocchi 
Salgon dalla marea di torri nera. 


Danza di coribanti per le strade 

Rimbomba il ritmo della folla. Denso 
Di ciminiere e fabbriche a lui sale 
Il fumo, come nuvola d’incenso. 


Sulle sue sopracciglia il tempo abbuia. 
Nella notte sprofonda ormai la sera. 
Intorno alla sua chioma, irta di furia, 
Come avvoltoio rotea la bufera. 


Nel buio tende il pugno suo massiccio. 
Lo scuote. Un mar di fuoco avvampa intorno 
Per una via. Crepita il fumo arsiccio 
E la divora, finché spunta il giorno. 


                                                                 Der ewige Tag, 1911






Träumerei in Hellblau 


Alle [Landschaften] haben 

Sich mit Blau gefüllt. 
Alle Büsche und Bäume des Stromes, 
Der weit in den Norden schwillt. 

Blaue Länder der Wolken, 

Weiße Segel dicht, 
Die Gestade des Himmels in Fernen 
Zergehen in Wind und Licht. 

Wenn die Abende sinken 

Und wir schlafen ein, 
Gehen die Träume, die schönen, 
Mit leichten Füßen herein.

Zymbeln lassen sie klingen

In den Händen licht.
Manche flüstern, und halten
Kerzen vor ihr Gesicht. 






Fantasia in azzurro 


Tutti i paesaggi ora sono 
Ricolmi dell’azzurro, 
Tutti gli arbusti e gli alberi sul fiume, 
Che su a nord si fa gonfio. 

Azzurri paesi di nuvole, 
Fittissime vele argentate, 
I lembi lontani del cielo 
In luce si disfano e vento. 

E quando le sere discendono 
E noi ci addormentiamo, 
I sogni, i dolci sogni 
Entrano a pie’ leggero; 

Nelle lucenti mani 
Fanno suonare i sistri. 
Sussurran certi, e tengono 
Candele innanzi ai visi


                                                 Umbra vitae, 1912 










Avvertenza:

Tutti e cinque i testi qui proposti in lingua originale sono tratti da: POESIA EUROPEA DEL NOVECENTO, 1900_1945, SKIRA Editore, Milano, 1996. Dal medesimo libro sono tratte le traduzioni - curate da Paolo Chiarini - che in italiano recano i seguenti titoli: “Berlino I”, “La quiete” e “Il dio della città”. Per ciò che riguarda la poesie dai titoli “Berlino VIII” e “Fantasia in azzurro” ho voluto assumermi personalmente la responsabilità di darne qui due traduzioni mie.

Antonino Caponnetto














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2 commenti:

  1. << Georg Heym costruisce nei suoi versi un’allegoria del vivere, fiume e nave allo stesso tempo, le cui sponde poggiano sui lembi disadorni del proprio immaginario, (in cui) il fanciullesco si contamina con una sorta di attesa estatica, quale suscita la sconvolgente visione di un dio, la stessa che arse Semele, la madre di Dioniso, quando contemplò il volto del suo amante divino, Zeus. È in questa tensione divorante che il verso heymiano cerca di sorprendere l’essere (Dasein), nell’attimo del suo dissolvimento.
    Come scrive Claudia Ciardi, curatrice del volumetto e autrice del commento alla poetica di Heym: «Devoto ai colori crepuscolari, la sua figura appartiene a questa soglia cromatica, dove tutto è soggetto a un silenzioso trapasso.»
    Il dio della città, per Heym, fragile Giacinto rapito dalle acque dell’Havel, sta in questo indefinito limbo che si gioca tra sogno e ricordo, ed è questo intenso grido che taglia l’aria, facendo risuonare una libera volontà sensibile, mentre l’ombra gettata da una fonte nel silenzio di un cortile ammicca alla struggente fantasticheria della sera >>.

    (Tratto dall’articolo “Ci invitarono i cortili – Georg Heym” del 7/3/12 apparso online, a cura della redazione di SoloLibri.net < http://www.sololibri.net/Ci-invitarono-i-cortili-Georg-Heym.html >)

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  2. Interessante lettura di un Autore che non conoscevo, grazie!
    e complimenti anche per il blog. Un caro saluto

    Angela Greco

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