martedì 21 maggio 2013

ADAM ZAGAJEWSKI - POESIE DAL LIBRO «DALLA VITA DEGLI OGGETTI» - PRIMA PARTE






Adam Zagajewski è nato nel 1945 a Leopoli, in Ucraina, ma è considerato di origine polacca, ha vissuto in Slesia e poi a Cracovia, dove si è laureato alla Jagiellonian University. 
Zagajewski è ben noto tra i poeti della Generazione del  ’68 o Polish New Wave (Nowa fala).
Tra le sue opere: Pragnienie (1999); Ziemia ognista (1994); Jechac do Lwowa (1985); Sklepy miesne (1975); Komunikat (1972).
I suoi poemi e saggi sono tardotti in molte lingue.
Tra i premi vinti: il Berliner Kunstlerprogramm, il Kurt Tucholsky Prize, il Prix de la Liberté, la Guggenheim Fellowship e altre onorificenze. Dal 1988, è stato Visiting Associate Professor of English in the Creative Writing Program alla University of Houston e ha vissuto tra Parigi e Houston.  Attualmente vive tra Cracovia e gli Stati Uniti, dove insegna all’Università di Chicago.
Ha vinto il Neustadt International Prize for Literature nel 2004, il Czesław Miłosz Prize nel 2008, il Premio Europeo di Poesia (Treviso 2010) ed è stato candidato al Premio Nobel per la Letteratura.
Dall’Introduzione del volume Tradimento, edito da Adelphi nel 2007:
<< Ha detto Miłosz che a scrivere versi non è l’abilità della mano, ma «il cielo, a noi caro ancorché scuro, / qual videro i genitori e i genitori dei genitori / e i genitori di quei genitori / nel tempo che fu».
Per Adam Zagajewski – «voce sommessa sullo sfondo delle immense devastazioni di un secolo osceno, più intima di quella di Auden, non meno cosmopolita di quelle di Miłosz, Celan o Brodskij» (Walcott) – quel cielo è Leopoli (oggi l’ucraina L’viv), la città della Galizia «dove dormono i leoni», che alla fine del secondo conflitto mondiale intere famiglie dovettero abbandonare per essere deportate nella Slesia sottratta alla Germania e assegnata alla Polonia.
Cristallizzata dalla memoria e purificata dalla nostalgia, Leopoli si trasforma così in luogo concreto e insieme invisibile, familiare e sconosciuto, sacrario che «non è opportuno visitare», come se «la bella definizione di docta ignorantia  avesse abbandonato le pagine dei libri per divenire una ferita aperta sulla verde mappa dell’Europa».
Ma senza il grigio approdo di Gliwice (nell’Alta Slesia), mortificata dai modelli imperanti del socialismo reale, città terrena e regno dell’immanenza, la trascendente e celeste Leopoli, per sempre perduta, non potrebbe continuare a vivere. Né il viaggiatore-poeta saprebbe ritrovare «la vita di prima della catastrofe, la folla di prima della catastrofe, le nuvole, le vetrine, i cespugli di sambuco di prima della catastrofe». E, sempre straniero e sempre in cerca di una patria, scorgere il proprio volto >>.
In Italia sono stati pubblicati: Polonia: uno Stato all’ombra dell’Unione Sovietica (Marietti 1982), Tradimento (Adelphi 2007) e il volume di poesie Dalla vita degli oggetti (Adelphi 2012), i cui testi coprono un arco cronologico che va dal 1983 al 2005.
Altri suoi testi sono presenti in: A questo servono le lacrime di Paola Malavasi, con una nota di Ennio Cavalli e due poesie di Derek Walcott e Adam Zagajewski (Interlinea 2006) e Luci ed ombre di una città: immagini di Genova di Adhaf Soueif con testi di Adam Zagajewski e John M. Hall (De Ferrari 2003)
( Fonti per la bio-bibliografia: Varie )








LA FEBBRE 



La Polonia, febbre riarsa 
sulle labbra dell’emigrato. La Polonia, 
mappa stirata dai ferri pesanti 
di treni a lunga percorrenza. 
Non scordare il sapore della prima fragola, 
della pioggia, il profumo degli umidi tigli 
a sera, registra il suono metallico 
della bestemmia, annota l’odio, 
il pelo raso di ciò che è straniero, 
ricorda ciò che unisce, ciò che divide. 
Paese di gente così innocente da non 
poter essere salvata. Un agnello lodato dal leone 
per buona condotta, un poeta 
sempre sofferente. Paese senza aculei, 
confessione senza peccati mortali. Sii solo, 
ascolta il canto non battezzato 
del merlo. Giunge fluttuando il profumo acerbo 
della primavera, presagio crudele. 





KIERKEGAARD SU HEGEL 



Kierkegaard diceva di Hegel: ricorda qualcuno 
che erige un enorme castello, ma vive 
in una semplice capanna, lì nei pressi. 
Così l’intelligenza abita in una modesta 
stanza del cranio, e quegli stati meravigliosi 
che ci furono promessi sono ricoperti 
di ragnatele, per ora dobbiamo accontentarci 
di un’angusta cella, del canto del carcerato, 
del buonumore del doganiere, del pugno del poliziotto. 
Abitiamo nella nostalgia. Nei sogni si aprono 
serrature e chiavistelli. Chi non ha trovato rifugio 
in ciò che è vasto, cerca il piccolo. Dio è il seme 
di papavero più piccolo al mondo. 
Scoppia di grandezza. 





NEGLI ALBERI 



Negli alberi, nelle loro chiome, sotto sontuose 
vesti di foglie e sottane di luce, 
sotto i sensi, sotto le ali, sotto gli scettri, 
negli alberi si cela, respira, palpita 
una vita quieta, sonnolenta, un abbozzo d’eterno. 
Prosperi reami crescono nell’ambone 
delle querce. Gli scoiattoli corrono, immobili 
come piccoli tramonti rossi nascosti 
sotto le palpebre. Ostaggi invisibili 
formicolano sotto i gusci delle ghiande, 
gli schiavi portano cesti con frutta e argento, 
i cammelli oscillano come studiosi 
arabi sopra i loro manoscritti, i pozzi 
bevono acqua e aceto, l’acerba Europa 
stilla come resina dal legno, Vermeer dipinge 
vesti e una luce che non va scemando. 
Sotto la cupola del circo danzano i tordi. 
Slowacki già abita a Parigi e gioca 
perseverante in borsa. Un ricco 
si infila nella cruna d’un ago 
e geme, ah, che tortura, Socrate 
spiega ai cercatori d’oro che cos’è 
la menzogna, che cosa il bene e la virtù. 
I rematori remano lenti. E lente navigano 
le barche a vela. I fuggitivi dell’Insurrezione 
di Varsavia bevono un tè dolce, 
sui rami asciuga la biancheria, 
qualcuno nel sonno chiede « dov’è 
la mia patria ». Un veliero verde è fissato 
a un’ancora arrugginita. Un coro di anime immortali 
prova una cantata di Bach, in silenzio. 
Accanto, su un angusto divano, dorme, stanco, 
capitan Nemo. Un picchio trasmette un telegramma 
urgente con la notizia della conquista 
di Cartagine e del Boston Tea Party. 
La donnola non si tramuta affatto 
in lady Macbeth, nelle chiome degli alberi 
non esistono rimorsi. Icaro serenamente affoga. 
Dio riavvolge il nastro. Le spedizioni punitive 
rientrano in caserma. Vivremo a lungo 
negli intrecci di un arabesco, nel balbettio 
dell’allocco, nel desiderio, nell’eco 
senza casa, sotto sontuose vesti di foglie, 
nelle chiome degli alberi, nell’altrui respiro. 





LAVA 



E se Eraclito e Parmenide 
avessero ragione contemporaneamente 
e due mondi esistessero affiancati 
uno tranquillo, l’altro folle; una freccia 
scocca immemore, e l’altra indulgente 
la osserva; lo stesso flutto si frange e non si frange, 
gli animali nascono e muoiono nello stesso istante, 
le foglie di betulla giocano con il vento e al contempo 
si struggono in una crudele fiamma rugginosa. 
La lava uccide e serba, il cuore batte e viene colpito, 
c’era la guerra, la guerra non c’era, 
gli ebrei sono morti, vivono gli ebrei, le città bruciarono, 
le città rimangono, l’amore avvizzisce, il bacio è eterno, 
le ali dello sparviero devono essere brune, 
tu sei sempre con me, anche se non ci siamo più, 
le navi affondano, la sabbia canta e le nuvole 
vagano come veli nuziali sfilacciati. 

Tutto è perduto. Tanto incanto. I colli 
reggono cauti lunghi stendardi boscosi, 
il muschio sale sul campanile di pietra della chiesa 
e con labbra minute timidamente loda il Settentrione. 
Al crepuscolo i gelsomini brillano come lampade 
folli stordite dalla propria luce. 
Nel museo davanti a una tela scura 
si stringono pupille feline. Tutto è finito. 
I cavalieri galoppano su cavalli neri, il tiranno scrive 
una sgrammaticata condanna a morte. 
La giovinezza si dissolve nell’arco 
di un giorno, i volti delle fanciulle si fanno 
medaglioni, la disperazione volge in estasi 
e i duri frutti delle stelle crescono nel cielo 
come grappoli d’uva e la bellezza dura, tremula, immota 
e Dio c’è e muore, la notte torna a noi 
sul fare della sera, e l’alba è brizzolata di rugiada. 





NELLE CITTA STRANIERE 


                                             A Zbigniew Herbert
  
Nelle città straniere c’è una gioia sconosciuta, 
la fredda felicità di un nuovo sguardo. 
Gli intonaci gialli delle case, sui quali il sole 
si arrampica come un agile ragno, esistono 
ma non per me. Non per me furono costruiti 
il municipio, il porto, il tribunale, la prigione. 
Il mare scorre per la città con una marea 
salata e allaga le verande e le cantine. 
Al mercato i prismi delle mele, piramidi 
che svettano per l’eternità di un pomeriggio. 
E pure la sofferenza non è poi così 
mia: il matto locale farfuglia 
in una lingua straniera, e la disperazione 
di una ragazza sola in un caffè è come 
il frammento di una tela in un cupo museo. 
Le grandi bandiere degli alberi si agitano 
al vento così come nei luoghi 
a noi noti, e lo stesso piombo fu cucito 
negli orli di lenzuola, di sogni, 
dell’immaginazione folle e senza casa. 





MISTICA PER PRINCIPIANTI 



Il giorno era mite, la luce amica. 
Quel tedesco sulla terrazza del caffè 
teneva sulle ginocchia un libriccino. 
Riuscii a leggere il titolo: 
Mistica per principianti
All’improvviso compresi che le rondini 
in ricognizione 
con striduli richiami 
sulle vie di Montepulciano, 
e i dialoghi sommessi degli intimiditi 
viaggiatori dell’Europa Orientale detta Centrale, 
e i bianchi aironi fermi – ieri, ier l’altro? – 
nelle risaie come tante monache, 
e il crepuscolo, lento e sistematico, 
che cancellava i profili delle case medioevali, 
e gli olivi sulle basse colline 
esposti ai venti e agli incendi, 
e la testa della Principessa ignota
che vidi e ammirai al Louvre, 
e le vetrate delle chiese simili ad ali di farfalla 
cosparse del polline dei fiori,  
e il piccolo usignolo che si esercitava nella dizione 
proprio accanto all’autostrada, 
e i viaggi, tutti i viaggi, 
erano soltanto mistica per principianti, 
un corso introduttivo, prolegomeni 
di un esame rimandato 
a più tardi. 





MATTINA A VICENZA 


                     In memoria di Iosif Brodskij e Krzysztof Kieslowski 


Il sole era così fragile, così giovane, 
che un po’ temevamo per lui; un gesto distratto 
poteva scalfirlo, persino un grido – se qualcuno avesse 
gridato – poteva minacciarlo; solo alle rondini in volo 
dalle ali temprate, come fuse in uno stampo di ghisa, 
era concesso stridere forte, poiché la loro infanzia 
era stata breve, colma d’affanno, in nidi d’argilla, 
insieme ai fratelli, minuscoli, folli pianeti, 
neri come more silvestri. 

Nel piccolo caffè un cameriere assonnato – sotto i suoi occhi 
confluivano le ultime ombre della notte – cercava spiccioli 
in una tasca fonda, e il caffè profumava solenne 
d’inchiostro di stampa, di dolcezza, d’Arabia. Nel cielo turchino 
la promessa di un lungo meriggio, di un giorno infinito. 
Ti guardavo come se fosse la prima volta. 
Persino le colonne del Palladio 
parevano sorte in quell’istante, emerse dalle onde dell’alba 
come Venere, la tua sorella maggiore. 

Iniziare di nuovo, contare le perdite, contare i caduti, 
iniziare un nuovo giorno, anche se non ci siete più, tu, 
che due volte abbiamo seppellito e pianto 
– hai vissuto due volte più degli altri, in due continenti, 
in due lingue, nella realtà e nella fantasia –, e tu, dal viso affilato, 
e dallo sguardo che ingrandiva oggetti e cuori (sempre troppo minuscoli). 
Non ci siete e per questo noi ora condurremo una duplice vita, 
nella luce come nell’ombra, nell’abbagliante sole del giorno 
e nel freddo dei corridoi di pietra, nel lutto e nella gioia. 





VEDERE 



Mia città muta, città ambrata e d’oro, 
sepolta in forre dove i lupi correvano 
in silenzio lungo un freddo meridiano; 
se ti dovessi raccontare, città 
assopita sotto un cumulo di foglie morte, 
se dovessi descrivere la pelle dell’oceano 
su cui le navi tracciano lunghe scie di versi luminosi 
e gli yacht come pavoni ostentano le loro alte vele, 
e il Mediterraneo, assorto in un rapimento salino, 
e le città dalle torri aguzze che brillano 
nel sole intenso del mattino, 
e la forza selvaggia degli aerei che forano le nubi, 
l’eterno disprezzo dei burocrati per noi, gente comune, 
le viuzze dell’Umbria, cisterna 
in cui è fermo il vecchio tempo che sa di vino dolce, 
e una certa collina dove cresce
l’albero più quieto; 
Parigi grigia, attraversata dal fiume del perdono, 
Cracovia di domenica, quando persino le foglie dei castagni 
paiono stirate da un ferro invisibile, 
i vigneti in cui fanno incursioni l’avido autunno 
e le autostrade piene di sgomento; 
se dovessi descrivere la solennità della notte
in cui ciò avvenne, 
e il fragore del treno che avanzava verso il nulla, 
e il barbaglio della lama d’acciaio su una pista di ghiaccio improvvisata; 
scrivo viaggiando – perché volevo vedere, 
e non solo sapere – vedere chiaramente 
incendi e scorci di quell’unico mondo, 
e tu, città immobile, pietrificata, 
i miei fratelli nella piatta sabbia; 
su voi la terra continua a ruotare 
e avanzano le legioni romane, 
la volpe artica tende l’orecchio al vento 
nel deserto bianco dove i suoni svaniscono. 





VALZER 



Sono così sgargianti i giorni, così chiari, 
che la polvere bianca della disattenzione 
copre persino le rare esili palme. 
Le serpi scivolano silenziose nelle vigne, 
ma alla sera il mare si fa cupo e i gabbiani 
sospesi nell’aria si muovono appena, 
punteggiatura di un più alto scritto. 
Sulle tue labbra una goccia di vino. 
Le montagne calcaree all’orizzonte si dissolvono 
lente mentre una stella appare. 
La notte, in piazza, un’orchestra di marinai 
in uniformi bianche immacolate 
suona un valzer di Šostakovič; piangono 
i bimbi, come se intuissero 
di cosa parla quella musica allegra. 
Siamo stati rinchiusi nella scatola del mondo. 
L’amore ci renderà liberi, il tempo ci ucciderà. 





PROVA A CANTARE IL MONDO MUTILATO 



Prova a cantare il mondo mutilato. 
Ricorda le lunghe giornate di giugno 
e le fragole, le gocce di vino rosé. 
Le ortiche che metodiche ricoprivano 
le case abbandonate da chi ne fu cacciato. 
Devi cantare il mondo mutilato. 
Hai guardato navi e barche eleganti; 
attesi da un lungo viaggio, 
o soltanto da un nulla salmastro. 
Hai visto i profughi andare verso il nulla, 
hai sentito i carnefici cantare allegramente. 
Dovresti celebrare il mondo mutilato. 
Ricorda quegli attimi, quando eravate insieme 
in una stanza bianca e la tenda si mosse. 
Torna col pensiero al concerto, quando la musica esplose. 
D’autunno raccoglievi ghiande nel parco 
e le foglie volteggiavano sulle cicatrici della terra. 
Canta il mondo mutilato 
e la piccola penna grigia persa dal tordo, 
e la luce delicata che erra, svanisce 
e ritorna.








Nota:
Come detto nel titolo, i dieci testi qui proposti sono tratti dal libro di Adam Zagajewski Dalla vita degli oggetti – poesie 1983-2005, a cura di Krystyna Jaworska, Adelphi, Milano 2012.
A. C. 












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2 commenti:

  1. A mo’ di postfazione per il libro di Zagajewski da noi citato, Krystyna Jaworska ha scritto un breve saggio dal titolo “La poesia tra incanto e ironia”. Ne citiamo qui la parte iniziale:

    «‘La musica è stata creata per chi non ha una casa, dato che di tutte le arti è la meno legata a un luogo ... La pittura è l'arte degli stanziali che amano contemplare i luoghi natii ... Dal canto suo la poesia si addice agli emigranti, a quegli sventurati sull'orlo di un precipizio, sospesi con il loro misero fagotto tra le generazioni, tra i continenti.’1

    Così Adam Zagajewski introduceva in “Due città” il ruolo della poesia in una vita perennemente sospesa su un altrove. La poesia come spazio dell'esilio, seppure rispecchia molta esperienza letteraria otto e novecentesca (e vanta antecedenti illustri sin dagli albori della civiltà), ovviamente è solo una delle cifre della contemporaneità (non andrebbe bene per una poetessa come Wislawa Szymborska, il cui esilio, ammesso sia lecito utilizzare questo termine nel suo caso, era solo uno stare in disparte per osservare con occhio sornione, ma partecipe, il gran teatro del mondo). Si deve subito specificare però che per il nostro autore lo stato di «sospensione» dell'emigrante tra tempi e luoghi diversi va ben oltre il significato fisico o metaforico, e indica soprattutto uno "status menti" …».

    1. - A. Zagajewski, “Tradimento”, a cura di L. Bernardini, trad. it. di V. Parisi, Adelphi, Milano, 2007, p. 16.

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  2. Un viaggio nei paesaggi dell' anima, da parte del poeta e di chi legge. Alla ricerca del Logos in cui ci si riconosce. Può succedere a volte anche in una città straniera, quando , come è successo al poeta, ti sfiora un' umanità che ha qualosa di te.ti somiglia. E' stato un bel viaggio. Grazie.

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