domenica 3 marzo 2013

Владимир Маяковский — ФЛЕЙТА-ПОЗВОНОЧНИК / Vladimir Majakovskij — FLAUTO DI VERTEBRE




Lilja Brik  e Vladimir Majakovskij


Vladimir Vladimirovič Majakovskij (Владимир Владимирович Маяковский; Bagdadi, 7 luglio 1893 – Mosca, 14 aprile 1930), poeta e drammaturgo sovietico, cantore della rivoluzione d’Ottobre e maggior interprete del nuovo corso intrapreso dalla cultura russa post-rivoluzionaria.
Nato a Bagdadi (poi Majakovskij) in Georgia nel 1893, figlio di un guardaboschi, orfano a soli sette anni, ebbe un’infanzia difficile e ribelle. A tredici anni si trasferì a Mosca con la madre e le sorelle. Studiò al ginnasio fino al 1908, quando si dedicò all’attività rivoluzionaria. Aderì al Partito Operaio Socialdemocratico Russo e venne per tre volte arrestato e poi rilasciato dalla polizia zarista. L’artista racconta del terzo arresto nel saggio autobiografico Ja sam (io da solo). In carcere cominciò anche a scrivere poesie, ma il quaderno andò perduto.
Nel 1911 si iscrisse all’Accademia di Pittura, Scultura e Architettura di Mosca dove incontrò David Burljuk, che, entusiasmatosi per i suoi versi, gli propose 50 copechi al giorno per scrivere. Majakovskij aderì al cubofuturismo russo, firmando nel 1914 insieme ad altri artisti (Burljuk, Kamenskij, Kručёnych, Chlebnikov) il manifesto «Schiaffo al gusto del pubblico».
Nel maggio del 1913 fu pubblicata la sua prima raccolta di poesie Ja! (Io!) in trecento copie litografate. Tra il 2 e il 4 dicembre l’omonima opera teatrale fu rappresentata in un piccolo teatro di Pietroburgo.
Nel 1914 nel dramma Vladimir Majakovskij lanciò la famosa quanto equivoca equazione “futurismo=rivoluzione”. Nel 1915 pubblicò Oblako v stanach (La nuvola in calzoni), mentre l’anno successivo Flejta-pozvonočnik (Flauto di vertebre). Il dramma Majakovskij rappresentò la testimonianza prerivoluzionaria di un autore che col poemetto futurista Uomo (scritto tra fine 1916 e inizio 1917 e pubblicato nel 1918) e soprattutto col dramma Mistero buffo (1918) vide l’identificazione della Rivoluzione nella nuova struttura dei propri versi e della propria creazione teatrale.
Egli infatti ben presto mise la sua arte, così ricca di pathos, al servizio della rivoluzione bolscevica, sostenendo la necessità d’una propaganda che attraverso la poesia divenisse espressione immediata della rivoluzione in atto, in quanto capovolgimento dei valori sentimentali ed ideologici del passato.
Fin dagli esordi della nuova avanguardia futurista, si batté contro il cosiddetto “vecchiume”, ovvero l’arte e la letteratura del passato, proponendo al contrario testi letterari concepiti con un forte senso finalistico (la poesia non aveva senso per lui senza una finalità precisa ed un pubblico definito), e con rivoluzionarie scelte stilistiche esposte nel suo scritto Come far versi del 1926.
Insieme ad altri fondò il giornale Iskusstvo Kommuny, organizzò discussioni e letture di versi nelle fabbriche e nelle officine, al punto che alcuni quartieri operai formarono addirittura gruppi “comunisti-futuristi”. I suoi tentativi, però, trovarono opposizioni e censure da parte prima del regime zarista e poi della dittatura staliniana. In un primo periodo egli lavorò alla ROSTA, agenzia pubblica delle comunicazioni, e quindi fondò il LEF (Levyi Front Iskusstva, “Fronte di Sinistra delle Arti”) nel 1922. In un testo Majakovskij definì i termini di questa organizzazione, affermando: “Il LEF deve unificare il fronte per minare il vecchiume, per andare alla conquista di una nuova cultura [...] Il LEF agiterà con la nostra arte le masse, attingendo da loro la loro forza organizzativa. Il LEF combatterà per un’arte che sia costruzione della vita”.
Nel maggio del 1925 parte alla volta dell’America, che raggiungerà nel luglio dello stesso anno per trattenersi circa tre mesi. Annotando versi e impressioni su un taccuino di volta in volta, tornato in URSS pubblicò 22 poesie del cosiddetto Ciclo americano su alcune riviste e giornali nel periodo compreso tra il dicembre del 1925 e il gennaio 1926, mentre la prosa venne pubblicata sempre nel 1926 con il nome di La mia scoperta dell’America. Da questi scritti l’atteggiamento di Majakovskij nei confronti degli Stati Uniti appare contraddittorio, passa infatti a momenti di entusiasmo e attrazione ad altri di rabbia, caratterizzata dal rifiuto della schiavitù della tecnica e dei problemi ad essa legati.
Un poema ed un dramma segnarono l’inserimento di Majakovskij nella rivoluzione, e della rivoluzione nella sua poesia: il poema 150.000.000 ed il dramma Mistero buffo, con cui descrisse quanto di grande e di comico ci fosse nella rivoluzione ed in cui “i versi sono le parole d’ordine, i comizi, le grida della folla... l’azione è il movimento della folla, l’urto delle classi, la lotta delle idee...”.
In questa luce vanno considerate tutte le opere di Majakovskij, dai poemi di propaganda proletaria come Bene! e Lenin, alle commedie come La cimice e Il bagno, espressioni critiche del mondo piccolo-borghese. Di grande importanza è anche tutto il complesso lirico in cui si riflessero i problemi della realtà quotidiana, realtà che Majakovskij visse lavorando alla Rosta, l’agenzia telegrafica russa.
L’ultima opera di Majakovskij, uno dei punti più alti della sua poesia, è il prologo di un poema incompiuto, A piena voce, del 1930, che potrebbe quasi dirsi il suo testamento spirituale.
Sovente Majakovskij è stato considerato per antonomasia il poeta della Rivoluzione: tra le tantissime voci poetiche che la Russia seppe regalare alla cultura mondiale nei primi decenni del Novecento, quella di Majakovskij è stata spesso vista come la più allineata, la più rispondente ai dettami del regime sovietico.
Eppure Majakovskij decise di interrompere violentemente la sua esistenza, con un colpo di pistola al cuore, il 14 aprile del 1930. Per amore, si disse, a causa della passione non ricambiata per la giovane attrice Lilja Brik. La sua morte è ancora un capitolo ambiguo della storia sovietica. È difficile credere che il tono dimesso di queste parole, le ultime che Majakovskij vergò nel 1930 prima del suicidio, a soli trentasette anni, appartenga alla stessa persona che aveva spavaldamente dichiarato: “Vogliamo che la parola esploda nel discorso come una mina e urli come il dolore di una ferita e sghignazzi come un urrà di vittoria”. Con la sua morte si chiude l’utopia civile di “una generazione che ha dissipato i suoi poeti”.
Nella sua lettera di commiato scrive: «A tutti. Se muoio, non incolpate nessuno. E, per favore, niente pettegolezzi. Il defunto non li poteva sopportare. Mamma, sorelle, compagni, perdonatemi. Non è una soluzione (non la consiglio a nessuno), ma io non ho altra scelta. Lilja, amami. Compagno governo, la mia famiglia è Lilja Brik, la mamma, le mie sorelle e Veronika Vitol’dovna Polonskaja. Se farai in modo che abbiano un’esistenza decorosa, ti ringrazio. [...] Come si dice, / l’incidente è chiuso. / La barca dell’amore / si è spezzata contro il quotidiano. / La vita e io / siamo pari. / Inutile elencare / offese, dolori, / torti reciproci. Voi che restate siate felici». 

     Opere:  Ja samJa! - poesie; Ja! - opera teatrale; La nuvola in calzoni (1915); Flauto di vertebre (1916); Uomo (1918); Mistero buffo (1918) - dramma; Come far versi (1926); 150.000.000 - poema; Bene! - poema; Lenin - poema; La cimice (1929) - commedia; Il bagno (1930) - commedia; A piena voce (1930) - prologo di un poema incompiuto. 

     Bibliografia di traduzioni italiane: Vladimir Vladimirovič Majakovskij, Il bagno, traduzione di Ignazio Ambrogio, Giovanni Crino, Mario Socrate, Pietro Zveteremich, Editori Riuniti, 1972; Vladimir Vladimirovič Majakovskij, Mosca arde, traduzione di Ignazio Ambrogio, Giovanni Crino, Mario Socrate, Pietro Zveteremich, Editori Riuniti, 1972; Vladimir Vladimirovič Majakovskij, Prosa 1913-1923, traduzione di Ignazio Ambrogio, Giovanni Crino, Mario Socrate, Pietro Zveteremich, Editori Riuniti, 1972; Vladimir Vladimirovič Majakovskij, Lettere d’amore a Lilja Brik, traduzione di Laura Boffa, Arnoldo Mondadori Editore, 1972; Vladimir Vladimirovič Majakovskij, Poesie, traduzione di Ignazio Ambrogio, Bruno Carnevali, Giovanni Crino, Mario De Micheli, Giovanni Ketoff, Mario Socrate, Pietro Zveteremich, Garzanti, 1972; Vladimir Majakovskij - El Lissitskij, Per la voce, traduzione di Massimo Baraldi, Ignazio Maria Gallino Editore, 2002; America, a cura di F. Lepre e S. Trocini, Voland; A piena voce, Mondadori; Cinema e cinema, a cura di A. Bruciamonti, Nuovi Equilibri; Come far versi?, Acquaviva; Compagno governoGli scritti politici, a cura di G. Mazzitelli, Ponte alle Grazie; Il cavallino di fuoco. Testo russo a fronte, trad. A. Porta, G. Schiaffino, Nugae; Vladimir Majakovskij. Il flauto di vertebre. Prime poesie 1912-1916, a cura di B. Carnevali, Passigli (1999); La leggenda di Cinelandia, a cura di G. Toti, Fahrenheit 451; La mia scoperta dell’America, a cura di C. D’Audino, Passigli; L’amore è il cuore di tutte le cose. Lettere 1915-1930, a cura di B. Jangfeldt, trad. S. Prina, Neri Pozza; La nuvola in calzoni, a cura di F. Martinetto, Clinamen; La nuvola in pantaloni, trad. G. D’Ambrosio Angelillo, M. Achmatova, Acquaviva; Lenin, trad. A. M. Ripellino, Einaudi, 1977; Mistero buffo, Acquaviva; Poesie. Testo russo a fronte, a cura di G. Carpi, BUR; Ti bacio una, due, tre volte. Lettere 1915-1919, a cura di C. Travi, Archinto; Trame urbane, a cura di P. Galvagni, Ass. Edizioni L’Obliquo; Vladimir Majakovskij. Testo russo a fronte, a cura di G. Ruiu, Editori Riuniti. 





Avvertenza: 
La traduzione da noi qui proposta è quella, ormai “classica”,  di Renato Poggioli — per la precisione, essa è tratta dal libro: 
Il fiore del verso russo di Renato Poggioli, Einaudi, Torino, 1949.




Tamiz Naito, Boris Pasternak, Sergej Ejsenstein, Olga Tretyakov, Lilja Brik  Vladimir Majakovskij, Voznesensky.







ФЛЕЙТА-ПОЗВОНОЧНИК






поэма



За всех вас,

которые нравились или нравятся,
хранимых иконами у души в пещере,
как чашу вина в застольной здравице,
подъемлю стихами наполненный череп.

Все чаще думаю -
не поставить ли лучше
точку пули в своем конце.
Сегодня я
на всякий случай
даю прощальный концерт.

Память!
Собери у мозга в зале
любимых неисчерпаемые очереди.
Смех из глаз в глаза лей.
Былыми свадьбами ночь ряди.
Из тела в тело веселье лейте.
Пусть не забудется ночь никем.
Я сегодня буду играть на флейте.
На собственном позвоночнике.



1.


Версты улиц взмахами шагов мну.
Куда уйду я, этот ад тая!
Какому небесному Гофману
выдумалась ты, проклятая?!

Буре веселья улицы узки.
Праздник нарядных черпал и черпал.
Думаю.
Мысли, крови сгустки,
больные и запекшиеся, лезут из черепа.

Мне,
чудотворцу всего, что празднично,
самому на праздник выйти не с кем.
Возьму сейчас и грохнусь навзничь
и голову вымозжу каменным Невским!
Вот я богохулил.
Орал, что бога нет,
а бог такую из пекловых глубин,
что перед ней гора заволнуется и дрогнет,
вывел и велел:
люби!

Бог доволен.
Под небом в круче
измученный человек одичал и вымер.
Бог потирает ладони ручек.
Думает бог:
погоди, Владимир!
Это ему, ему же,
чтоб не догадался, кто ты,
выдумалось дать тебе настоящего мужа
и на рояль положить человечьи ноты.
Если вдруг подкрасться к двери спаленной,
перекрестить над вами стёганье одеялово,
знаю -
запахнет шерстью паленной,
и серой издымится мясо дьявола.
А я вместо этого до утра раннего
в ужасе, что тебя любить увели,
метался
и крики в строчки выгранивал,
уже наполовину сумасшедший ювелир.
В карты бы играть!
В вино
выполоскать горло сердцу изоханному.

Не надо тебя!
Не хочу!
Все равно
я знаю,
я скоро сдохну.

Если правда, что есть ты,
боже,
боже мой,
если звезд ковер тобою выткан,
если этой боли,
ежедневно множимой,
тобой ниспослана, господи, пытка,
судейскую цепь надень.
Жди моего визита.
Я аккуратный,
не замедлю ни на день.
Слушай,
всевышний инквизитор!

Рот зажму.
Крик ни один им
не выпущу из искусанных губ я.
Привяжи меня к кометам, как к хвостам
лошадиным,
и вымчи,
рвя о звездные зубья.
Или вот что:
когда душа моя выселится,
выйдет на суд твой,
выхмурясь тупенько,
ты,
Млечный Путь перекинув виселицей,
возьми и вздерни меня, преступника.
Делай что хочешь.
Хочешь, четвертуй.
Я сам тебе, праведный, руки вымою.
Только -
слышишь! -
убери проклятую ту,
которую сделал моей любимою!

Версты улиц взмахами шагов мну.
Куда я денусь, этот ад тая!
Какому небесному Гофману
выдумалась ты, проклятая?!



2.


И небо,
в дымах забывшее, что голубо,
и тучи, ободранные беженцы точно,
вызарю в мою последнюю любовь,
яркую, как румянец у чахоточного.

Радостью покрою рев
скопа
забывших о доме и уюте.
Люди,
слушайте!
Вылезьте из окопов.
После довоюете.

Даже если,
от крови качающийся, как Бахус,
пьяный бой идет -
слова любви и тогда не ветхи.
Милые немцы!
Я знаю,
на губах у вас
гётевская Гретхен.
Француз,
улыбаясь, на штыке мрет,
с улыбкой разбивается подстреленный авиатор,
если вспомнят
в поцелуе рот
твой, Травиата.

Но мне не до розовой мякоти,
которую столетия выжуют.
Сегодня к новым ногам лягте!
Тебя пою,
накрашенную,
рыжую.

Может быть, от дней этих,
жутких, как штыков острия,
когда столетия выбелят бороду,
останемся только
ты
и я,
бросающийся за тобой от города к городу.

Будешь за море отдана,
спрячешься у ночи в норе -
я в тебя вцелую сквозь туманы Лондона
огненные губы фонарей.

В зное пустыни вытянешь караваны,
где львы начеку,-
тебе
под пылью, ветром рваной,
положу Сахарой горящую щеку.

Улыбку в губы вложишь,
смотришь -
тореадор хорош как!
И вдруг я
ревность метну в ложи
мрущим глазом быка.

Вынесешь на мост шаг рассеянный -
думать,
хорошо внизу бы.
Это я
под мостом разлился Сеной,
зову,
скалю гнилые зубы.
С другим зажгешь в огне рысаков
Стрелку или Сокольники.

Это я, взобравшись туда высоко,
луной томлю, ждущий и голенький.
Сильный,
понадоблюсь им я -
велят:
себя на войне убей!
Последним будет
твое имя,
запекшееся на выдранной ядром губе.

Короной кончу?
Святой Еленой?
Буре жизни оседлав валы,
я - равный кандидат
и на царя вселенной,
и на
кандалы.

Быть царем назначено мне -
твое личико
на солнечном золоте моих монет
велю народу:
вычекань!
А там,
где тундрой мир вылинял,
где с северным ветром ведет река торги,-
на цепь нацарапаю имя Лилино
и цепь исцелую во мраке каторги.

Слушайте ж, забывшие, что небо голубо,
выщетинившиеся,
звери точно!
Это, может быть,
последняя в мире любовь
вызарилась румянцем чахоточного.



3.


Забуду год, день, число.
Запрусь одинокий с листом бумаги я.
Творись, просветленных страданием слов
нечеловечья магия!

Сегодня, только вошел к вам,
почувствовал -
в доме неладно.
Ты что-то таила в шелковом платье,
и ширился в воздухе запах ладана.
Рада?
Холодное
"очень".
Смятеньем разбита разума ограда.
Я отчаянье громозжу, горящ и лихорадочен.

Послушай,
все равно
не спрячешь трупа.
Страшное слово на голову лавь!
Все равно
твой каждый мускул
как в рупор
трубит:
умерла, умерла, умерла!
Нет,
ответь.
Не лги!
(Как я такой уйду назад?)

Ямами двух могил
вырылись в лице твоем глаза.

Могилы глубятся.
Нету дна там.
Кажется,
рухну с помоста дней.
Я душу над пропастью натянул канатом,
жонглируя словами, закачался над ней.

Знаю,
любовь его износила уже.
Скуку угадываю по стольким признакам.
Вымолоди себя в моей душе.
Празднику тела сердце вызнакомь.

Знаю,
каждый за женщину платит.
Ничего,
если пока
тебя вместо шика парижских платьев
одену в дым табака.
Любовь мою,
как апостол во время оно,
по тысяче тысяч разнесу дорог.
Тебе в веках уготована корона,
а в короне слова мои -
радугой судорог.

Как слоны стопудовыми играми
завершали победу Пиррову,
Я поступью гения мозг твой выгромил.
Напрасно.
Тебя не вырву.

Радуйся,
радуйся,
ты доконала!
Теперь
такая тоска,
что только б добежать до канала
и голову сунуть воде в оскал.

Губы дала.
Как ты груба ими.
Прикоснулся и остыл.
Будто целую покаянными губами
в холодных скалах высеченный монастырь.

Захлопали
двери.
Вошел он,
весельем улиц орошен.
Я
как надвое раскололся в вопле,
Крикнул ему:
"Хорошо!
Уйду!
Хорошо!
Твоя останется.
Тряпок нашей ей,
робкие крылья в шелках зажирели б.
Смотри, не уплыла б.
Камнем на шее
навесь жене жемчуга ожерелий!"

Ох, эта
ночь!
Отчаянье стягивал туже и туже сам.
От плача моего и хохота
морда комнаты выкосилась ужасом.

И видением вставал унесенный от тебя лик,
глазами вызарила ты на ковре его,
будто вымечтал какой-то новый Бялик
ослепительную царицу Сиона евреева.

В муке
перед той, которую отдал,
коленопреклоненный выник.
Король Альберт,
все города
отдавший,
рядом со мной задаренный именинник.

Вызолачивайтесь в солнце, цветы и травы!
Весеньтесь жизни всех стихий!
Я хочу одной отравы -
пить и пить стихи.

Сердце обокравшая,
всего его лишив,
вымучившая душу в бреду мою,
прими мой дар, дорогая,
больше я, может быть, ничего не придумаю.

В праздник красьте сегодняшнее число.
Творись,
распятью равная магия.
Видите -
гвоздями слов
прибит к бумаге я. 






FLAUTO DI VERTEBRE






Prologo


a voi tutte,
che piacete o siete piaciute,
icone serbate dall'anima dentro i suoi antri,
in un brindisi alla vostra salute,
alzo il cranio traboccante di canti.

Mi chiedo ancora ed ancora
se non sia meglio mettere il punto
d'un proiettile all’essere mio.
Oggi io darò
per l’appunto
un concerto d'addio.

Raduna, o memoria,
del cervello dentro il vestibolo,
le femmine amate in lunghi filari.
D’occhio in occhio versa il tuo giubilo. 
Travesti la notte in antichi sponsali.
Travasa di corpo in corpo il tuo gaudio.
Che questa notte sia memorabile.
Oggi io suonerò il flauto
sulla mia colonna spinale. 



1.


Miglia di strade io gualcisco in cammino.
Dove celare l’inferno che ho in me?
Quale Hoffmann divino
creò, o donna perfida, te?

Son anguste le vie per la gioiosa bufera.
Gente vestita di gala attinge ed attinge la festa.
Io penso.
Grumi di sangue, i pensieri
malati e rappresi mi strisciano fuori di testa.

Io,
taumaturgo di tutto quello che è festa,
con chi andare alla festa non ho.
Mi scaglierò a terra e la testa
contro il lastrico sfraellerò!
Ho bestemmiato!
Ho urlato che Dio non esiste,
e Dio ha evocato una donna dalle voragini amare,
tale che la montagna dinanzi a lei trasalisca,
me l’ha condotta e m’ha detto
d’amare!

Dio è soddisfatto.
Sotto cieli lontani
un uomo come una fiera esala l’ultimo sospiro.
Dio si stropiccia le mani.
Dio pensa:
vedrai, Vladimiro!
È da Dio che fu stabilito
che io non indovini il mistero dietro il tuo nome, 
che ha pensato di darti un vero marito
e di spiegare sul pianoforte una musica d’uomo.
Alla soglia della tua alcova venire con passo felpato, 
fare la croce sul tuo piumino purpureo:
lo so,
si sentirebbe puzzo di lana bruciata
e dalla carne del diavolo s’alzerebbe fumo sulfureo.

E me fino all'alba
Ha sconvolto l'orrore 
che tu fossi condotta 
verso l’amore e il martirio.
Ho sfaccettato le mie lacrime in versi,
gioielliere i delirio!
Giuocare a carte, sciacquare nel vino 
la rauca gola del cuore!

Non ho bisogno di te.
Non voglio.
Tanto lo so, 
fra breve
creperò.

Se davvero tu esisti,
o Dio,
o mio Dio,
se fosti tu a tessere
il tappeto stellato,
se questo tormento,
ogni giorno moltiplicato,
è per me un tuo esperimento,
indossa la toga curiale.
La mia visita attendi.
Sarò puntuale,
non tarderò ventiquattr’ore.
Ascoltami,
altissimo Inquisitore!
Chiuderò la bocca.
Sillaba non udirete
dai labbri serrati dentro la morsa dei denti.
Attaccami alle code di cavallo delle comete,
lacerami,
contro le stelle taglienti.
Meglio ancora:
quando l'anima mia 
si presenterà al tuo tribunale,
corruga le ciglia ed impiccami,
a guisa di criminale, 

al capestro della Via Lattea.
Fa’ di me quel che ti pare. 
Se vuoi, squartami.
La tua mano sarà da me benedetta.
Soltanto,
ascoltami!
Portati via la maledetta 
che mi hai condannato ad amare!

Miglia di strade io gualcisco in cammino.
Dove celare l’inferno che ho in me?
Quale Hoffmann divino
creò, o donna perfida, te?



2.


Sfuma il cielo,
immemore del suo azzurro colore. 
Le nuvole son come profughi grigi.
Le dipingerò con le tinte del mio ultimo amore,
vivido come l'incarnato di un tisico.

La mia gioia soffocherà 
il ferino ululato
di chi non sa più che cosa sia la felicità,
di chi la propria casa ha scordato.
Uscite di sottoterra, 
uomini delle trincee:
c’è tempo a finire la guerra!

Anche se dura il terrore 
della battaglia ubriaca di sangue come Bacco di vino,
non sarà vana una parola d'amore.
Cari Tedeschi,
accorrete!
Io so che avete sul labbro
la Margherita 
di Goethe.

Muore 
con un sorriso 
sulla baionetta il Francese. 
Con un sorriso cade giù il trafitto aviatore,
se si ricorda della tua bocca baciata,
e del tuo viso, 
o Traviata.

Che m’importa quale rosea linfa,
gli uomini rumineranno nel tempo? 
Oggi ai piedi d’una nuova ninfa 
s’inginocchi ciascuno nel mio tempio!
Io te canterò,
rossochiomata 
e dipinta.

Forse di questa età,
di questi giorni più acuti 
che baionette e pugnali,
quando i secoli saranno canuti,
resteremo soltanto tu ed io,
che t'inseguirò di città in città.

Ti nasconderai in grembo all’ombra, 
ti rapiranno oltre fiumi e canali: 
io ti bacerò attraverso le brume di Londra,
con le labbra di fuoco dei fanali.

Se te ne andrai in carovana con lento 
Passo ove stanno i leoni in agguato,
sotto a te
agli schiaffi del vento,
si farà sabbia la mia guancia infuocata.

Se un sorriso di simpatia 
fiorisca sulla tua bocca 
per il torero in ginocchio 
nel tuo palco 
getterò come l'occhio 
del toro la mia gelosia.

Un giorno, 
se varcando con gli occhi assorti 
la Senna tu penserai 
che si starebbe bene laggiù,
sotto il ponte io sarò la corrente,
ti chiamerò nel mio vortice,
digrignando i putridi denti.

Incendierai con un altro al trotto dei vostri cavalli 
i viali nei parchi di Pietrogrado e di Mosca:
Io tremerò come una luna pallida e gialla
sospeso ignudo nella vertigine fosca.

Avranno 
bisogno di me. 
Mi diranno:
muori in battaglia!
Il tuo nome
sarà l'ultima goccia di sangue 
a rapprendersi sul labbro lacerato dalla mitraglia.

Finirò sul trono
o a Sant'Elena?
Quando avrò regolato i flutti di questa procella — la vita —
egualmente sarò candidato
all’impero dell'universo
ed ai lavori forzati.

Se è m’è destinato d'essere re,
è il tuo piccolo viso
che farò battere al popolo come moneta 
nella vena dell'oro vivo!
Oppure laggiù,
dove la vita del mondo si sprofonda in tundra ed in neve,
dove traffica il fiume col vento del settentrione,
gratterò con l’unghia sul ferro, o Lilly, il tuo nome breve,
e bacerò le catene nelle tenebre della prigione.
Voi che avete dimenticato del cielo l'azzurro colore,
i vostri capelli son rigidi 
come il pelo delle bestie feroci.
Al mondo 
questo è forse l’ultimo amore,
vivida aurora come l’incarnato d’un tisico



3.


Dimenticherò l'anno, la data, il giorno della settimana.
A chiave mi chiuderò, con un foglio di carta soltanto.
Adémpiti, o magia sovrumana
delle sillabe illuminate dal pianto!

Appena entrato nella tua abitazione,
oggi mi sono sentito
a disagio.
Avevi nascosto qualcosa nella tua blusa di raso
e s'aggirava nell'aria un lento profumo d'incenso.
Ti ho chiesto se eri contenta.
Mi hai risposto due sillabe fredde: 
tanto. 
L'inquietudine ha rotto le dighe della ragione,
ed accumulo il cruccio in un delirio di febbre.

Ascolta, 
non è possibile 
che tu riesca a celare il cadavere.
Gettami in viso la parola terribile.
Perché non vuoi udire? 
Non senti
che ogni tuo nervo contorto 
urla come una tromba di vetro:
l’amore è morto — 
l’amore è morto…
Ascolta.
Rispondimi senza mentire. 
(Come farò a andare indietro?)…

Come due fosse
in viso ti si scavano gli occhi.

Le due tombe sprofondano.
Non se ne vede più il fondo.
Cadrò dall’impalcatura dell’ore!
l'anima ho teso come una fune sul precipizio,
e v’ho danzato acrobata-equilibrista, 
giocoliere delle parole.

Lo so,
che s’è di già consumato l'amore.
Ormai a più d’un segno vi riconosco la noia. 
Ritornami giovane in cuore!
All’anima insegna di nuovo del corpo la gioia.

Lo so,
si paga sempre per una donna.
Che importa? La vestirò
come dentro una gonna
invece d’una toeletta 
comprata a Parigi,
col fumo della mia sigaretta.

Recherò l’amor mio
per mille strade distanti, 
come recavano gli antichi apostoli Dio.
Da secoli t’ho preparato un diadema,
costellato di sillabe vivide 
in arcobaleni di brividi.
Come i giganteschi elefanti 
che valsero la vittoria di Pirro,
a te io sconvolsi con la zampa del genio il cervello.
Inutilmente: di te 
non avrò nemmeno un brandello. 

Gioisci,
gioisci,
che finalmente mi hai dato 
il colpo mortale!
Io desidero
fuggire al canale
per mettere il capo nella mandibola liquida!

Mi hai offerto le labbra. 
Rozze erano ed umide. 
Le ho appena sfiorate e m'hanno agghiacciato,
come se in pentimento avessi baciato
un monastero tagliato nella pietra ruvida. 

Hanno sbattuto la porta.
Egli è entrato, 
rorido dell’allegria delle vie.
Io mi sono spezzato
con un gemito in due.
Gli ho detto:
Va bene,
andrò via.
Va bene,
sia tua.
Coprila di cenci, se vuoi
che pieghino sotto la seta le fragili ali di vetro.
Bada che può fuggirsene a nuoto.
Attaccale al collo
una collana di perle come una pietra! 

Che notte
stanotte!
Il mio cruccio ho spremuto con forza sempre maggiore.
A sentire le mie risate e i singhiozzi
il muso della mia camera ha fatto una smorfia d'orrore. 

Luce riflessa dai tuoi occhi sopra il tappeto,
si levò la tua effigie quasi imagine magica,
come se un altro Biàlik evocasse in segreto
una favolosa regina per la nuova Sion ebraica.

Nel supplizio della passione 
ora piego i ginocchi e la testa
dinanzi a colei che fu mia.
A mio paragone
Re Alberto,
che ha arreso tutte le sue piazzeforti,
è come se ricevesse regali per la sua festa.

Indoratevi ancora nell’erba e nel cielo sereno!
O vita rifà primavera delle tue mille fibre diverse!
Non voglio ormai che un veleno:
bere, sempre bere i miei versi.

Tutto mi rubasti col cuore,
e non mi lasciasti che il fardello della disdetta.
L'anima mi lacerasti come in un rovo.
Accetta il mio dono, o diletta:
forse non inventerò altro di nuovo.

Nei quaderni dei tempi 
scrivete la data d’oggi a lettere d’oro!
Adémpiti, 
magia simile alla passione di Cristo.
Guardate:
sulla carta son crocifisso 
coi chiodi delle parole. 















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4 commenti:

  1. << Per uno strano scherzo del destino chi come Majakovskij aveva maggiormente saputo credere nella felicità futura dovette fare i conti con la crudeltà della storia, ma la forza della sua poesia è entrata di prepotenza nelle nostre vite e, adesso, depurato dalle scorie della falsa esaltazione ideologica, il suo canto può essere apprezzato in tutte le sue sfumature. È arrivato finalmente il momento di rileggere tutto l’opus majakovskiano con l’animo libero da qualsiasi tipo di condizionamenti per verificare e poter testimoniare senza ombra di dubbio che, qualunque possa essere l’approccio critico che si sceglie la sua “leggenda” continua ad affascinarci.
    (la produzione maiakovskijana concernente gli) scritti politico-letterari (…) documenta un aspetto(…), che a parte gli interventi più strettamente riferibili agli esordi del futurismo, è spesso rimasta in ombra, oscurata dal sospetto di un allineamento pedissequo al regime, che in realtà non ci fu mai, mentre «in verità, ipotizzare un Majkovskij lontano dalla vita politico-sociale della Russia degli anni Venti contraddice l’essenza più profonda del suo essere poeta, non meno di quanto potrebbe essere l’immaginarlo, un decennio prima, fuori dall’arena futurista».
    Leggendo questi interventi possiamo ripercorrere la fitta trama di un dibattito culturale dai toni spesso roventi, che investe l’intera società russa. Majakovskij non teme di sbeffeggiare gli esponenti letterari del simbolismo come Brjusov e Bal’mont, ma al tempo stesso ha parole di nostalgia per Blok, campione indiscusso della scuola simbolista e rimpiange l’amico di tante battaglie futuriste, Velimir Chlebnikov, esaltandolo come il cantore vero di una nuova poesia.
    La galleria di ritratti che Majakovskij ci presenta è ricchissima: si incontrano scrittori del passato come Lomonosov, Karamzin, Lermontov, Fet, Tjutčev, Nekrasov, Ostrovskij o contemporanei con cui, a seconda dei casi polemizzare o fraternizzare, a partire dai futuristi aderenti ad altri gruppi, quali Šeršenevič e Igor’ Severjanin per continuare con Pil’njak, Kataev, Fadeev, Leonov, Vera Inber, Anna Achmatova. Né mancano pittori come Repin, Vasnecov, Vereščagin, Larionov, la Goncarova, Diego Rivera, George Grozs o esponenti della politica e della cultura quali Radek e Anatolij Vasil’evič Lunačarskij. >>

    (tratto – e adattato – dall’introduzione al libro: “Vladimir Majakovskij. Compagno governo. Gli scritti politici”. A cura di Gabriele Mazzitelli. Traduzione di Gabriele Mazzitelli e Raffaella Belletti. Milano, Ponte alle Grazie, 1998)

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  2. Io non credo si tratti "di uno strano scherzo del destino" bensì di una regola fatale. La poesia di Majakovskij è in qualche modo la conferma di un ossimoro: la necessità e la stupidità della poesia civile. In qualche modo, il gigante Majakovskij, attinge la sua grandezza dal suo errore: non avendo capito niente aveva capito tutto. Avendo puntato su una rivoluzione che, al pari delle altre, sarebbe presto sfociata nel suo Terrore, aveva fatto lui stesso una rivoluzione poetica e ideale che andava ben oltre: nel mondo dell'irrealtà ma anche nell'universo del valore.
    Non sono certo il primo ad esser convinto che l'ingegno sia, in qualche modo, il principale nemico del genio. Uno che capisce di politica non fa il poeta, fa il politico (questo almeno in un mondo ideale). Il poeta si forgia una polis a immagine del suo sogno e se è un genio, come M., può perfino convincerci, può perfino farci sentire parte della fondazione di un sogno nel quale "anche ad ogni cuoca insegneremo a dirigere lo stato" (cito a memoria). Credo che sarebbe sbagliato e riduttivo pensare che il suicidio del poeta sia stato DETERMINATO dalla constatazione, certo tragica, che il sogno non era, appunto, che un sogno. Un uomo muore sempre per molte cause.
    Forse si potrebbe pensare (almeno in via di metafora) che il suicidio di Majakovskij sia stato appunto la constatazione del tradimento della poesia civile, della discrepanza tra ingegno e genio, dell'inutilità (o pericolosità) del genio nell'influenzare cose pratiche e quotidiane, quelle cose che fuori dalle ideologie sono la sostanza concreta e pervasiva della politica.

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    1. Grazie, Paolo, per questo tuo intervento. Nulla di quello che dici ha il senso del "déjà vu", e direi che questa tua lettura sinceramente profonda dovrebbe essere fonte di riflessione per tanta gente. E questo, soprattutto oggi, in un mondo di avventurieri, improvvisatori e demagoghi sia nell'arte, sia nel pensiero (omologato) e di conseguenza nella mancanza (o nell'incapacità assunta come alibi) di approfondimento di sé e della propria vita.
      Nino

      P.S.: Come sai, di solito non rispondo ai commenti su questo blog. E se in questo caso lo faccio, ci sono molte e importanti ragioni.

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  3. Una poesia dalle immagini spesso esasperate, ma forti, vibranti della personalità passionale di questo poeta. L' amore per la donna, la sua donna, assume qui un carattee universale, negativo: è sofferenza, delusione. "Si paga sempre per una donna". E' veleno, ma è anche fonte di ispirazione potente da cui bere : "Non voglio ormai che un veleno: / bere, sempre bere i miei versi" , "Sulla carta son crocifisso / coi chiodi delle parole" . Si suicidò per quell' amore? Mi sembra difficile, anche se in questa poesia vi è qualche accenno alla possibilità "di mettere il punto d' un proiettile all' essere mio", data la troppa distanza dalla data di stesura di questi versi ( 1916) e la data della morte (1930) . Una lettura ed un poeta affascinante.

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