martedì 26 febbraio 2013

СЕРГЕЙ ЕСЕНИН – ПЯТЬ СТИХОВ / SERGEJ ESENIN – CINQUE POESIE




Sergej Aleksandrovič Esenin, in russo Сергей Александрович Есенин (Konstantinovo, 3 ottobre 1895 – Leningrado, 28 dicembre 1925), poeta russo. Nato nella regione di Rjazan’, in Russia, da una famiglia contadina, Sergej Esenin fu mandato a vivere presso i nonni. Cominciò a scrivere poesie all’età di nove anni. Prodigio letterario, nel 1912 si trasferì a Mosca dove si guadagnò da vivere lavorando come correttore di bozze in una società editoriale.
L’anno seguente si iscrisse all’Università statale di Mosca come studente esterno e studiò lì per un anno e mezzo. Le sue prime poesie furono ispirate dal folklore russo.
Nel 1915, si trasferì a San Pietroburgo, dove conobbe i compagni poeti Aleksandr Blok, Sergej Gorodeckij, Nikolaj Kljuev e Andrej Belyj.
Fu a San Pietroburgo che divenne famoso nei circoli di letteratura. Aleksandr Blok fu soprattutto utile a promuovere le fasi iniziali della carriera di Esenin come poeta. 
Nel 1915, Sergej Esenin pubblicò il suo primo libro di poesie, intitolato Radunica, seguito a ruota da Rito per il morto (1916). Attraverso le sue collezioni di poesia pungente sull’amore e la vita semplice, divenne uno dei poeti più popolari del momento.
Nel 1913 ebbe la sua prima relazione seria con una collega di lavoro della casa editrice chiamata Anna Izrjadnova, dalla quale ebbe un figlio, Jurij, che sarebbe stato arrestato durante le grandi purghe staliniste, e sarebbe morto in un gulag nel 1937. Nel 1916-1917, Sergej Esenin fu arruolato per il servizio militare, ma poco dopo la rivoluzione d’ottobre del 1917, la Russia uscì dalla prima guerra mondiale. Credendo che la rivoluzione avrebbe comportato una vita migliore, la sostenne, ma subito si disilluse e talvolta criticò persino il governo bolscevico in poesie come L’ottobre severo mi ha ingannato.
Nell’agosto 1917 Esenin sposò la sua prima moglie, l’attrice Zinaida Rajch (più tardi moglie di Vsevolod Meyerhold). Da lei ebbe una figlia, Tatjana, ed un figlio, Konstantin. Konstantin sarebbe poi diventato un famoso statistico di calcio.
Nel settembre del 1918 fondò una propria casa editrice chiamata Trudovaja Artel’ Chudožnikov Slova (Трудовая Артель Художников Слова, “Compagnia lavorativa moscovita degli artisti della parola”).
Nell’autunno del 1921, mentre visitava lo studio del pittore Aleksej Jakovlev, conobbe la celebre ballerina americana Isadora Duncan, che aveva 17 anni più di lui. Si sposarono il 2 maggio 1922, nonostante il fatto che la Duncan conoscesse solo una dozzina di parole in russo, mentre Esenin non parlava nessuna lingua straniera. Negli scritti del poeta si rintraccia l’espressione di una vera passione nei confronti della nota danzatrice, nonostante questo non è da escludere che potesse trattarsi di un evento finalizzato ad accrescere la notorietà di entrambi.
Esenin accompagnò la sua moglie-celebrità in un viaggio in Europa e negli Stati Uniti, ma l’esperienza si rivelò eccessiva per lui, e la nostalgia e la solitudine contribuirono ad aumentare la sua dipendenza dall’alcol che sfuggì al controllo. Spesso ubriaco, le sue crisi di rabbia gli fecero distruggere camere d’hotel o causare scompiglio in ristoranti.
Questo comportamento non era in sé affatto negativo per la Duncan che, ora cittadina sovietica, ballava ammantata di drappi rossi ed esibiva il bellissimo ed esotico marito contadino sovietico, per di più anche poeta, alla stampa mondiale, attirando così su di sé l’attenzione di tutti in un momento in cui la sua fama aveva iniziato ormai a declinare.
Tuttavia Esenin, isolato dalla barriera della lingua, si trovava tagliato fuori dal proprio ambiente, riducendosi, lui poeta celeberrimo in patria, a fare l’accompagnatore di una celebrità straniera, il “marito di Isadora Duncan”. Lo stress che questa situazione inflisse alla personalità già disturbata del poeta lo condusse a una vera e propria malattia. 
Il matrimonio con la Duncan ovviamente durò poco tempo, e nel maggio del 1923 Esenin era di ritorno a Mosca.
Lì ebbe subito una stretta relazione con l’attrice Augusta Miklaševskaja, e si crede che l’abbia sposata in una cerimonia civile dopo aver ottenuto il divorzio da Isadora Duncan.
Un’altra donna importante nella vita del poeta fu Galina Benislavskaja, donna che non amò mai ma che a lui fu incondizionatamente devota. Per diverso tempo Esenin si stabilì nella sua abitazione insieme alle sue sorelle, le quali vi restarono anche nei periodi in cui Esenin rompeva con la Benislavskaja. A seguito del matrimonio con la Tolstaja i due smisero di avere contatti. Si suicidò sulla tomba del poeta un anno dopo la sua morte, con un colpo di pistola al cuore.
Il comportamento di Esenin divenne progressivamente sempre più avventato e quello stesso anno ebbe un figlio, Aleksandr, dalla poetessa Nadežda Vol’pin. Sergej Esenin non conobbe mai questo suo figlio; Aleksandr Esenin-Vol’pin sarebbe poi diventato un importante poeta e attivista nel movimento dissidente dell’Unione Sovietica degli anni sessanta con Andrej Sacharov e altri. Dopo essersi trasferito negli Stati Uniti, Esenin-Volpin divenne un importante matematico.
Negli ultimi due anni della sua vita Sergej Esenin conobbe il periodo più buio della sua esistenza, la dipendenza dall’alcol si fece sempre più grave e a causa dei problemi di alcolismo fu spesso vittima di allucinazioni visive terrorizzanti, inoltre i suoi comportamenti diventarono sempre più imprevedibili e sregolati. Tuttavia questo periodo di disperazione interiore fu uno dei più fecondi a livello creativo e risalgono a questi anni alcune delle sue opere più intense e drammatiche.
Nella primavera del 1925, un Sergej Aleksandrovič molto volubile, sposò la sua terza moglie, Sofia Andreevna Tolstaja, una nipote di Lev Tolstoj, matrimonio illegale in quanto il poeta non aveva chiesto il divorzio dalla Duncan. I due non si conoscevano che da pochi mesi ma la ragazza era convinta che una volta sposati lei sarebbe riuscita a farlo cambiare. Il matrimonio però non cambiò le cose e l’alcolismo cronico di cui il poeta soffriva lo portò ad un ultimo ricovero in ospedale psichiatrico. Alcuni sostengono, che questo avvenne per tenere Esenin al riparo della GPU, a cui non piacquero le critiche del poeta al regime sovietico.
La morte di Esenin presenta diverse ambiguità. I fatti certi dicono che Esenin lasciò la clinica il 21 dicembre con l’obiettivo di lasciare Mosca e di trasferirsi definitivamente a Leningrado (oggi San Pietroburgo). Il 23 lasciò la città e il giorno seguente al suo arrivo prese una stanza (la numero 5) all’albergo Angleterre. Nella notte tra il 27 e il 28 dicembre Esenin morì impiccato nella sua stanza d’albergo, all’età di 30 anni.
Le testimonianze dirette parlano di una poesia scritta col sangue e lasciata la mattina del 27 ad un amico passato a trovarlo. L’amico (Vol’f Erlich) avrebbe poi dimenticato la poesia (Congedo) salvo ricordarsene alla notizia della morte del poeta.
Esenin fu ritrovato il 28 mattina impiccato con la cinghia di una valigia ai tubi del riscaldamento centrale della sua camera d’albergo. Il corpo presentava alcuni sgraffi sul braccio sinistro, un profondo taglio sul braccio destro al di sopra del gomito e un livido sotto l’occhio sinistro.
All’ipotesi del suicidio si affianca l’opinione che la morte autoinflitta sarebbe una montatura, e che Esenin sarebbe stato in realtà ucciso da agenti della GPU.
Dopo aver per caso incontrato Esenin nel 1925, Vladimir Majakovskij annotò:
« ... Con la più grande difficoltà ho riconosciuto Esenin. Con difficoltà, pure, ho rigettato le sue richieste persistenti di bere insieme un aperitivo, richieste accompagnate dallo sventolio di un pingue mazzo di banconote. Tutto il giorno ho avuto quest’immagine deprimente di fronte ai miei occhi, e la sera, ovviamente, ho discusso con i miei colleghi su cosa si può fare per Esenin. Purtroppo, in una situazione del genere, si limitano tutti a parlare ».
Secondo le memorie di Il’ja Ehrenburg, Persone, anni, vita (1961), « Esenin era sempre circondato da satelliti. La cosa più triste di tutte fu vedere, di fianco a Esenin, un gruppo casuale di uomini che non avevano nulla a che fare con la letteratura, ma a cui semplicemente piaceva (e piace ancora) bere la vodka di qualcun altro, crogiolarsi nella fama di qualcun altro, e nascondersi dietro l’autorità di qualcun altro. Non fu attraverso questo sciame nero, tuttavia, che morì, lui li trasse a sé. Sapeva quel che valevano; ma nel suo stato trovò più facile stare con persone che disprezzava ».
Sebbene fosse uno dei poeti più famosi della Russia e gli fosse stato dato dallo Stato un funerale elaborato, la maggior parte dei suoi scritti furono messi all’indice dal Cremlino durante la dittatura di Josif Stalin e il governo di Nikita Chruščëv. A ciò contribuì in modo significativo la critica di Nikolaj Bucharin. Solo nel 1966 la maggior parte delle sue opere fu ripubblicata.
Al giorno di oggi, le poesie di Sergej Esenin vengono ancora imparate a memoria dai bambini a scuola, e molte sono state musicate, registrate come canzoni popolari. La morte prematura, i freddi giudizi da parte di alcuni dell’élite letteraria, l’adorazione da parte delle persone comuni, il comportamento che destava scalpore, tutto ciò contribuì all’immagine popolare duratura e mitica del poeta russo.
La notte del 27 dicembre Esenin scrisse col proprio sangue una poesia d’addio: До свиданья, друг мой, до свиданья. La poesia, non chiara, sarebbe stata da Esenin consegnata ad un amico, con la promessa di leggerla solo il giorno dopo; nel frattempo, Esenin si sarebbe impiccato. 


Esenin e la musica 


Il compositore russo Georgij Vasilevich Sviridov (1915-1998) ha scritto varie opere sui versi di Esenin:
Poema per soli, coro e orchestra “In memoria di Sergej Esenin” (1956)
Romanze per voce e pianoforte “Mio padre contadino”(1956)
Piccola cantata per coro e orchestra “Rus dereviannaja”(Russia di legno, 1964).
Nel 1975 il cantautore italiano Angelo Branduardi ha composto, sulle parole della poesia Confessioni di un teppista di Esenin, uno dei suoi brani più celebri, Confessioni d’un malandrino (titolo con cui la poesia stessa è presentata su questo post). Da un verso della medesima poesia prende il titolo la canzone La fitta sassaiola dell’ingiuria, brano nato dalla collaborazione tra lo stesso Branduardi e Caparezza. Nel 1981, nell’album “Branduardi” è presente l’evocativa e minimalista “La cagna” tratta da La canzone della cagna (che sul nostro post leggiamo come Canzone canina), poesia presente in Confessioni di un teppista.

Alcune delle opere di Sergej Esenin 

§  Il rosso dell’alba, 1910.
§  Le acque alte hanno lambito, 1910.
§  La betulla, 1913.
§  Autunno, 1914.
§  La cagna, 1915.
§  Guarderò nel campo, 1917.
§  Ho lasciato la casa natia, 1918.
§  Teppista, 1919.
§  Confessioni di un teppista, 1920 (traduzione italiana adattata e cantata da Angelo Branduardi).
§  Sono l’ultimo poeta del paese, 1920.
§  Preghiera per i primi quaranta giorni della morte, 1920.
§  Non ho pietà, non grido, non piango, 1921.
§  Pugachev, 1921.
§  Solo una gioia ho lasciato, 1923.
§  Una lettera alla madre, 1924.
§  Taverna Mosca, 1924.
§  Confessioni di un teppista, 1924.
§  Luce di luna desolata e pallida, 1925.
§  L’Uomo Nero, 1925.
§  Al cane di Kačalov (Jim, cane dell’attore Kačalov), 1925.


Bibliografia

§  Ettore Lo Gatto, “La letteratura russo-sovietica”, Sansoni/Accademia, Firenze 1968.
§  Elwira Watala e Wictor Woroszylski, Vita di Sergei Esenin, Vallecchi, Firenze 1980.
§  Giuseppe Paolo Samonà, voce: “Esenin, Sergej Aleksandrovic”, in: Grande dizionario enciclopedico Utet, vol. VII, Utet, Torino 1987, p. 625.
§  Renato Poggioli, Il fiore del verso russo, Mondadori, Milano 1970 (antologia).
§  Giuseppe Mario Tufarulo - “La luna è morta e lo specchio infranto”- Miti letterari del Novecento, vol.1, G.Laterza, Bari,2009.- Critica letteraria. ISBN-978-88-8231-491-0-.




Fonte principale per la bio-bibliografia: http://it.wikipedia.org/wiki/Sergej_Aleksandrovi%C4%8D_Esenin 








Avvertenza: 
Tutte le traduzioni pubblicate sul presente post sono di Renato Poggioli — per la precisione, esse sono tratte dal libro: Il fiore del verso russo di Renato Poggioli, Einaudi, Torino, 1949.





ПЕСНЬ О ХЛЕБЕ 


Вот она, суровая жестокость,
Где весь смысл — страдания людей!
Режет серп тяжелые колосья
Как под горло режут лебедей.

Наше поле издавна знакомо
С августовской дрожью поутру.
Перевязана в снопы солома,
Каждый сноп лежит, как желтый труп.

На телегах, как на катафалках,
Их везут в могильный склеп — овин.
Словно дьякон, на кобылу гаркнув,
Чтит возница погребальный чин.

А потом их бережно, без злости,
Головами стелют по земле
И цепами маленькие кости
Выбирают из худых телес.

Никому и в голову не встанет,
Что солома — это тоже плоть!...
Людоедке-мельнице — зубами
В рот суют те кости обмолоть

И, из мелева заквашивая тесто,
Выпекают груды вкусных яств...
Вот тогда-то входит яд белесый
В жбан желудка яйца злобы класть.

Все побои ржи в припек окрасив,
Грубость жнущих сжав в духмяный сок,
Он вкушающим соломенное мясо
Отравляет жернова кишок.

И свистят, по всей стране, как осень,
Шарлатан, убийца и злодей...
Оттого что режет серп колосья,
Как под горло режут лебедей. 




CANTICO DEL PANE 


Ecco qui la crudeltà maligna
il cui fine è il pianto degli umani:
come il collo si recide ai cigni,
così il grano mietono nei piani.

Il mio campo noto m’è da lungo
e il sussulto delle aurore estive...
Come gialli corpi di defunti
in covoni giacciono le spighe.

Accompagna e guida un barrocciaio
il trasporto come un arciprete.
Alle cripte giungono dei granai
rispettando il grado delle esequie.

le testine stendono sull’erba
con premura, senz’accanimento;
giunge poi una macchina che trebbia
le ossa via dai corpi macilenti.

A nessuno viene mai a mente
che di carne è fatto pure il grano,
che il mulino è un orco e che i suoi denti
stritolan lo scheletro del pane.

Ma una pasta vien dalla farina
che dà frutti pieni di sapore;
giù nel sangue il tossico s’insinua,
per deporvi le uova del rancore.

In un succo lievita e ragguaglia
la brutalità dei contadini,
e a chi mangia la sua carne gialla
avvelena i visceri-mulini.

L’assassino, il ladro, il ciarlatano
fischian già nei boschi e nelle vigne...
Ecco perché l’uomo miete il grano
come si recide il collo ai cigni. 





* * *

Я покинул родимый дом,
Голубую оставил Русь.
В три звезды березняк над прудом
Теплит матери старой грусть.

Золотою лягушкой луна
Распласталась на тихой воде.
Словно яблонный цвет, седина
У отца пролилась в бороде.

Я не скоро, не скоро вернусь!
Долго петь и звенеть пурге.
Стережет голубую Русь
Старый клен на одной ноге.

И я знаю, есть радость в нем
Тем, кто листьев целует дождь,
Оттого, что тот старый клен
Головой на меня похож. 


1918





L’ACERO ANTICO 

Ho lasciato la casa di fanciullo, 
ho lasciato la Russia celeste. 
Come tre stelle riscaldan le betulle 
il cuore di mia madre mesta. 

La luna, rana d’oro del cielo, 
s’è distesa sulla cheta cisterna. 
La canizie come il fiore del melo 
ha brinato la barba paterna. 

Io non tornerò troppo presto, 
la procella non ha un canto breve. 
Veglierà sulla Russia celeste 
l’acero ritto su un piede. 

So che tu sei grandissimo amico 
di chi bacia la pioggia dei tigli, 
anche perché, acero antico, 
a me nel capo somigli. 


1918 





ПЕСНЬ О СОБАКЕ


Утром в ржаном закуте,
Где златятся рогожи в ряд,
Семерых ощенила сука,
Рыжих семерых щенят.

До вечера она их ласкала,
Причесывая языком,
И струился снежок подталый
Под теплым ее животом.

А вечером, когда куры
Обсиживают шесток,
Вышел хозяин хмурый,
Семерых всех поклал в мешок.

По сугробам она бежала,
Поспевая за ним бежать...
И так долго, долго дрожала
Воды незамерзшей гладь.

А когда чуть плелась обратно,
Слизывая пот с боков,
Показался ей месяц над хатой
Одним из ее щенков.

В синюю высь звонко
Глядела она, скуля,
А месяц скользил тонкий
И скрылся за холм в полях.

И глухо, как от подачки,
Когда бросят ей камень в смех,
Покатились глаза собачьи
Золотыми звездами в снег.  





CANZONE CANINA 



In una stalla di campagna,
sopra le stuoie, all’aurora,
ha partorito una cagna
sette piccoli cuccioli d’oro.

Fino a tardi li ha carezzati tutti,
pettinati con la sua lingua,
e grondava di ghiaccioli strutti
a sera la sua pancia pingue.

Ma quando sui pali di sera
vanno a dormire i galletti,
è venuto il padrone nero
e li ha messi dentro un sacchetto.

La madre fuggì sulla neve,
fuggì per corrergli dietro:
a lungo tremò l’acqua lieve
sotto il rotto specchio di vetro.

Si leccava il sudore sul pelo
ritornando piena di cruccio:
sulle case la luna là in cielo
le pareva quasi un suo cucciolo.

Su nella cerula tenebra
essa la guarda ed abbaia:
ma svanisce la luna tenera
dietro la siepe dell’aia.

E come nell’odio non si lagna
se le gettano pietre per giuoco,
così ruota i suoi occhi di cagna
come due stelle di fuoco.




ИСПОВЕДЬ ХУЛИГАНА



Не каждый умеет петь,
Не каждому дано яблоком
Падать к чужим ногам.

Сие есть самая великая исповедь,
Которой исповедуется хулиган.

Я нарочно иду нечесаным,
С головой, как керосиновая лампа, на плечах.
Ваших душ безлиственную осень
Мне нравится в потемках освещать.
Мне нравится, когда каменья брани
Летят в меня, как град рыгающей грозы.
Я только крепче жму тогда руками
Моих волос качнувшийся пузырь.

Так хорошо тогда мне вспоминать
Заросший пруд и хриплый звон ольхи,
Что где-то у меня живут отец и мать,
Которым наплевать на все мои стихи,
Которым дорог я, как поле и как плоть,
Как дождик, что весной взрыхляет зеленя.
Они бы вилами пришли вас заколоть
За каждый крик ваш, брошенный в меня.

Бедные, бедные крестьяне!
Вы, наверно, стали некрасивыми,
Так же боитесь Бога и болотных недр.
О, если б вы понимали,
Что сын ваш в России
Самый лучший поэт!
Вы ль за жизнь его сердцем не индевели,
Когда босые ноги он в лужах осенних макал?
А теперь он ходит в цилиндре
И лакированных башмаках.

Но живет в нем задор прежней вправки
Деревенского озорника.
Каждой корове с вывески мясной лавки
Он кланяется издалека.
И, встречаясь с извозчиками на площади,
Вспоминая запах навоза с родных полей,
Он готов нести хвост каждой лошади,
Как венчального платья шлейф.

Я люблю родину.
Я очень люблю родину!
Хоть есть в ней грусти ивовая ржавь.
Приятны мне свиней испачканные морды
И в тишине ночной звенящий голос жаб.
Я нежно болен вспоминаньем детства,
Апрельских вечеров мне снится хмарь и сырь.
Как будто бы на корточки погреться
Присел наш клен перед костром зари.
О, сколько я на нем яиц из гнезд вороньих,
Карабкаясь по сучьям, воровал! 
Все тот же ль он теперь, с верхушкою зеленой?
По-прежнему ль крепка его кора?

А ты, любимый,
Верный пегий пес?!
От старости ты стал визглив и слеп
И бродишь по двору, влача обвисший хвост,
Забыв чутьем, где двери и где хлев.
О, как мне дороги все те проказы,
Когда, у матери стянув краюху хлеба,
Кусали мы с тобой ее по разу,
Ни капельки друг другом не погребав.

Я все такой же.
Сердцем я все такой же.
Как васильки во ржи, цветут в лице глаза.
Стеля стихов злаченые рогожи,
Мне хочется вам нежное сказать.

Спокойной ночи!
Всем вам спокойной ночи!
Отзвенела по траве сумерок зари коса...
Мне сегодня хочется очень
Из окошка луну обоссать.

Синий свет, свет такой синий!
В эту синь даже умереть не жаль.
Ну так что ж, что кажусь я циником,
Прицепившим к заднице фонарь!
Старый, добрый, заезженный Пегас,
Мне ль нужна твоя мягкая рысь?
Я пришел, как суровый мастер,
Воспеть и прославить крыс.
Башка моя, словно август,
Льется бурливых волос вином.

Я хочу быть желтым парусом
В ту страну, куда мы плывем.

 

Ноябрь 1920 




CONFESSIONE D’UN MALANDRINO

 


Non a ciascuno è dato di cantare, 
non a ciascuno è dato di cadere 
come una mela ai piedi di qualcuno. 

Eccovi la suprema confessione, 
quella che vi può fare un malandrino. 

Mi piace spettinato camminare
col capo sulle spalle come un lume,
e così mi diverto a rischiarare
il vostro triste autunno senza piume.

Mi piace che mi grandini sul viso
la fitta sassaiuola dell’ingiuria: 
mi agguanto solo per sentirmi vivo
al guscio della mia capigliatura.

Ed in mente mi torna quello stagno
che le canne e il muschio hanno sommerso
e mio padre e mia madre che non sanno 
d’avere un figlio che compone versi.

Ma mi vogliono bene come ai campi,
alla pelle e alla pioggia di stagione:
raro sarà che chi m’offende scampi
da loro e dalle punte del forcone.

Poveri genitori contadini!
Certo siete invecchiati, ancor temete
il signore del cielo e gli acquitrini...
Genitori che mai non capirete
che oggi il vostro figliolo è diventato
il primo fra i poeti del paese...

Quando correva scalzo sul bagnato 
vi si copriva l’anima di brina: 
ora invece in iscarpe verniciate
e col cilindro in testa egli cammina.

Ma sopravvive in lui la frenesia
di un vecchio mariolo di campagna
e ad ogni insegna di macelleria
alla vacca s’inchina, sua compagna.

E quando in piazza incontra un vetturino
gli torna in mente il suo concio natale
e vorrebbe la coda del ronzino
reggere come strascico nuziale.

Voglio bene alla patria, 
l’amo senza confine, 
benché afflitta di tronchi rugginosi.
M’è caro il grugno sporco dei suini
e i rospi nell’ombra sospirosi.

Son malato d’infanzia e di ricordi
e di freschi crepuscoli d’aprile.
Sembra quasi che l’acero si curvi
per riscaldarsi al rogo e poi dormire.

Dai nidi di quell’albero le uova
per rubare salivo fino in cima.
Ma sarà la sua chioma sempre nuova
e dura la sua scorza come prima?

E tu mio caro amico 
vecchio cane fedele?
Fioco e cieco t’ha reso la vecchiaia,
e giri a coda bassa nel cortile
ignaro delle porte dei granai.

Mi son cari i miei furti di monello
quando rubavo in casa un po’ di pane,
e si mangiava come due fratelli,
una briciola l’uomo ed una il cane.

Io non sono cambiato,
il cuore ed i pensieri son gli stessi,
e come fiori in grano, in viso gli occhi.
Sui tappeti magnifici dei versi
voglio dirvi qualcosa che vi tocchi.

Buona notte! 
La falce risonante della luna
si cheta mentre l’aria si fa bruna.
Dalla finestra mia voglio stasera 
pisciare contro il disco della luna.

L’azzurro della notte è così terso:
qui forse anche morire non fa male.
Che importa se il mio spirito è perverso
e dal mio dorso penzola un fanale?

O pegaso decrepito e bonario,
il tuo galoppo è ora senza scopo.
Giunsi come un maestro solitario
e non canto e non celebro che i topi.

Dalla mia testa come uva matura
gocciola il folle vino delle chiome...
Voglio essere una gialla velatura
gonfia verso un paese senza nome. 

 

Novembre 1920





* * *



До свиданья, друг мой, до свиданья.
Милый мой, ты у меня в груди.
Предназначенное расставанье
Обещает встречу впереди.

До свиданья, друг мой, без руки, без слова,
Не грусти и не печаль бровей, —
В этой жизни умирать не ново,
Но и жить, конечно, не новей.


‹1925› 




CONGEDO


O caro amico, ci vedremo ancora, 
ché sempre nel mio cuore tu rimani.
Ormai di separarsi è giunta l’ora,
ma promette un incontro per domani.

O caro amico addio, senza parole, 
senza versare lacrime o sorridere.
Morire non è nuovo sotto il sole,
ma più nuovo non è nemmeno vivere.


‹1925› 














CONTATTI / CONTACTS

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2 commenti:

  1. Secondo quanto afferma M. Rossi in un suo particolareggiato articolo del 2004, tutto lascia supporre che la poesia nel post intitolata “Congedo”, vera o non vera che sia, possa essere stata usata per avvalorare la tesi del suicidio di Esenin. Si tenga presente che all’Hotel Angleterre, come in tutti i grandi alberghi russi, in quel periodo, dimoravano molti agenti della polizia segreta e avevano grande possibilità di movimento. Inoltre, sembra che in quei giorni di fine dicembre all’Angleterre, fosse stato notato un tipo losco, Jakov Bljumkin, probabile agente della GPU, divenuta nel 1923 OGPU: Obedinennoye Gosudarstvennoye Politicheskoye Upravlenie.
    Segretario e guardia del corpo di Lev Trockij, esecutore materiale di omicidi a sfondo politico, Bljumkin, nel 1924 a Baku aveva avuto con Esenin un diverbio tale che il presunto agente gli aveva puntato la pistola contro. Oltretutto si trattava della medesima persona che, alla fine di ottobre del 1920, aveva ottenuto la liberazione di Esenin dalla Cĕka, la quale aveva arrestato e imprigionato il poeta cinque giorni prima.
    (Si veda, per eventuali approfondimenti, anche il sito: http://www.massimo-rossi.com/esenin2.htm)

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  2. Bellissime, profonde, cariche di tanta ispirazione fino a snocciolare immagini e concetti del tutto originali come quel grano, fatto anch'esso di carne. I richiamo al paesaggio natale quasi personificato,è un elemento costante di questa poetica ed ha un sapore molto zanzottiano. Molto altro potrei dire di queste poesie ma mi limito a questa mia breve e personale riflessione.
    nunzia binetti

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