venerdì 15 febbraio 2013

МАРИНА ЦВЕТАЕВА - СЕМЬ СТИХОВ / MARINA CVETAEVA - SETTE POESIE



Marina Cvetaeva con la figlia Ariadna Efron (Alja)


Marina Ivanovna Cvetaeva, grande e sfortunata poetessa russa, nacque a Mosca l’8 ottobre 1892, da Ivan Vladimirovic Cvetaev (1847-1913, filologo e storico dell’arte, creatore e direttore del Museo Rumjancev, oggi Museo Puškin) e della sua seconda moglie, Marija Mejn, pianista di talento, polacca per parte di madre. Marina trascorse l’infanzia, insieme alla sorella minore Anastasija (detta Asja) e ai fratellastri Valerija e Andrej, figli del primo matrimonio del padre, in un ambiente ricco di sollecitazioni culturali. A soli sei anni cominciò a scrivere poesie.
Marina ebbe dapprima una istitutrice, poi fu iscritta al ginnasio, quindi, quando la tubercolosi della madre costrinse la famiglia a frequenti e lunghi viaggi all’estero, frequentò degli istituti privati in Svizzera e Germania (1903-1905) per tornare, infine, dopo il 1906, in un ginnasio moscovita. Ancora adolescente la Cvetaeva rivelò un carattere imperiosamente autonomo e ribelle; agli studi preferiva intense e appassionate letture private: Puškin, Goethe, Heine, Hölderlin, Hauff, Dumas-padre, Rostand, la Baskirceva, ecc. Nel 1909 si trasferì da sola a Parigi per frequentare lezioni di letteratura francese alla Sorbona. Il suo primo libro, “Album serale”, pubblicato nel 1910, conteneva le poesie scritte tra i quindici e i diciassette anni. Il libretto uscì a sue spese e in tiratura limitata, ciò nonostante fu notato e recensito da alcuni tra i più importanti poeti del tempo, come Gumilëv, Brjusov e Vološin.
Volosin, inoltre, introdusse la Cvetaeva negli ambienti letterari, in particolare in quelli gravitanti attorno alla casa editrice “Musaget”. Nel 1911 la poetessa si recò per la prima volta nella famosa casa di Volosin a Koktebel’. Letteralmente, ogni scrittore russo di fama negli anni 1910-1913 soggiornò almeno una volta a casa Volosin, una sorta di ospitale casa-convitto. Ma un ruolo determinante nella sua vita lo ebbe Sergej Efron, un apprendista letterato che la Cvetaeva incontrò a Koktebel’ durante la sua prima visita. In una breve nota autobiografica del 1939-40, così scriveva: “Nella primavera del 1911 in Crimea ospite del poeta Max Volosin incontro il mio futuro marito, Sergej Efron. Abbiamo 17 e 18 anni. Decido che non mi separarerò da lui mai più in vita mia e che divento sua moglie.” Cosa che puntualmente successe, pur contro il parere del padre di lei.
Di lì a poco comparve la sua seconda raccolta di liriche, “Lanterna magica”, e nel 1913 “Da due libri”. Intanto, il 5 settembre 1912, era nata la prima figlia, Ariadna (Alja). Le poesie scritte dal 1913 al 1915 avrebbero dovuto vedere la luce in un volume, “Juvenilia”, che restò inedito durante la vita della Cvetaeva. L’anno dopo, in seguito a un viaggio a Pietroburgo (il marito si era intanto arruolato come volontario su un treno sanitario), si rafforzò l’amicizia con Osip Mandel’štam che però ben presto si innamorò perdutamente di lei, seguendola da S.Pietroburgo a Aleksandrov, per poi improvvisamente allontanarsi. La primavera del 1916 è divenuta infatti celebre in letteratura grazie ai versi di Mandel’štam e della Cvetaeva....
Durante la rivoluzione di Febbraio del 1917 la Cvetaeva si trovava a Mosca e fu dunque testimone della sanguinosa rivoluzione bolscevica di ottobre. La seconda figlia, Irina, nacque in aprile. A causa della guerra civile si trovò separata dal marito, che si unì, da ufficiale, ai bianchi. Bloccata a Mosca, non lo vide dal 1917 al 1922. A venticinque anni, dunque, era rimasta sola con due figlie in una Mosca in preda ad una carestia così terribile quale mai si era vista. Tremendamente poco pratica, non le riuscì di conservare il posto di lavoro che il partito le aveva “benevolmente” procurato. Durante l’inverno 1919-20 si trovò costretta a lasciare la figlia più piccola, Irina, in un orfanotrofio, e la bambina vi morì nel febbraio per denutrizione. Quando la guerra civile ebbe fine, la Cvetaeva riuscì nuovamente a entrare in contatto con Sergej Efron e acconsentì a raggiungerlo all’Ovest.
Nel maggio del 1922 emigrò e si recò a Praga passando per Berlino. La vita letteraria a Berlino era allora molto vivace (circa settanta case editrici russe), consentendo in questo modo ampie possibilità di lavoro. Nonostante la propria fuga dall’Unione Sovietica, la sua più famosa raccolta di versi, “Versti I” (1922) fu pubblicato in patria; nei primi anni la politica dei bolscevichi in campo letterario era ancora abbastanza liberale da consentire ad autori come la Cvetaeva di essere pubblicati sia al di qua che oltre frontiera.
A Praga La Cvetaeva visse felicemente con Efron dal 1922 al 1925. Nel febbraio 1923 nacque il terzo figlio, Mur, ma in autunno partì per Parigi, dove trascorse con la famiglia i successivi quattordici anni. Anno dopo anno, tuttavia, fattori diversi contribuirono ad un grande isolamento della poetessa e ne comportarono l’emarginazione.
Ma la Cvetaeva non conosceva ancora il peggio di quello che doveva venire: Efron aveva infatti cominciato a collaborare con la GPU. Fatti ormai noti a tutti, mostrano che egli prese parte al pedinamento e all’organizzazione dell’uccisione del figlio di Trockij, Andrej Sedov, e di Ignatij Rejs, un agente della CEKA. Efron si andò così a nascondere nella Spagna repubblicana in piena guerra civile, da dove partì per la Russia. La Cvetaeva spiegò alle autorità e agli amici di non avere mai saputo nulla delle attività del marito, e si rifiutò di credere che il marito potesse essere un omicida.
Sempre più immersa nella miseria, si decise, anche sotto la pressione dei figli desiderosi di rivedere la patria, a tornare in Russia. Ma nonostante alcuni vecchi amici e colleghi scrittori venissero a salutarla, ad esempio Kručënych, capì in fretta che per lei in Russia non c’era posto né vi erano possibilità di pubblicazione. Le furono procurati dei lavori di traduzione, ma dove abitare e cosa mangiare restavano un problema. Gli altri la sfuggivano. Agli occhi dei russi dell’epoca lei era una ex emigrata, una traditrice del partito, una che aveva vissuto all’Ovest: tutto questo in un clima in cui milioni di persone erano state sterminate senza che avessero commesso alcunché, tanto meno presunti “delitti” come quelli che gravavano sul conto della Cvetaeva. L’emarginazione, dunque, si poteva tutto sommato considerare il minore dei mali.
Nell’agosto del 1939, però, sua figlia venne arrestata e deportata nei gulag. Ancora prima era stata presa la sorella. Quindi venne arrestato e fucilato Efron, un “nemico” del popolo ma, soprattutto, uno che sapeva troppo. La scrittrice cercò aiuto tra i letterati. Quando si rivolse a Fadeev, l’onnipotente capo dell’Unione degli scrittori, egli disse alla “compagna Cvetaeva” che a Mosca non c’era posto per lei, e la spedì a Golicyno. Quando l’estate successiva cominciò l’invasione tedesca, la Cvetaeva venne evacuata ad Elabuga, nella repubblica autonoma di Tataria, dove visse momenti di disperazione e di desolazione inimmaginabili: si sentiva completamente abbandonata. I vicini erano i soli che l’aiutassero a mettere insieme le razioni alimentari.
Dopo qualche giorno si recò nella città vicina di Cistopol’, dove vivevano altri letterati; una volta lì, chiese ad alcuni scrittori famosi come Fedin e Aseev di aiutarla a trovare lavoro e a trasferirsi da Elabuga. Non avendo ricevuto da loro alcun aiuto, tornò a Elabuga disperata. Mur si lamentava della vita che conducevano, pretendeva un abito nuovo ma il denaro che avevano bastava appena per due pagnotte. La domenica 31 agosto del 1941, rimasta da sola a casa, la Cvetaeva salì su una sedia, rigirò una corda attorno ad una trave e si impiccò. Lasciò un biglietto, poi scomparso negli archivi della milizia. Nessuno andò ai suoi funerali, svoltisi tre giorni dopo nel cimitero cittadino, e non si conosce il punto preciso dove fu sepolta.



Opere

§  Poesie, a cura di Pietro Antonio Zveteremich, Milano: Rizzoli, 1967; poi Milano: Feltrinelli, 1979 ISBN 8807820560 ISBN 9788807820564.
§  Il settimo sogno: lettere 1926, (con Pasternak e Rilke), a cura di Konstantin Azadovskij, Elena e Evgenij Pasternak, trad. Serena Vitale e Joyce Fischer, Roma: Editori Riuniti, 1980 ISBN 8835938120.
§  Indizi terrestri, a cura di Serena Vitale, trad. Luciana Montagnani, Milano: Guanda, 1980.
§  Il poema della fine, trad. Nadia Cicognini, Milano: Polena, 1981.
§  Lettera all’Amazzone, a cura di Serena Vitale, Milano: Guanda, 1981 (pamphlet per Natalie Barney a favore dell’omogenitorialità, che rende, secondo Cvetaeva, preferibili e moralmente superiori i rapporti lesbici rispetto a quelli eterosessuali [fonte non rintracciata]).
§  Natal’ja Gončarova: ritratto di un’artista, trad. Luciana Montagnani, Milano: Edizioni delle donne, 1982; poi come Natal’ja Gončarova: vita e creazione, Torino: Einaudi, 1995 ISBN 8806132997.
§  Il racconto di Sonečka, a cura di Giovanna Spendel, Milano: Il saggiatore, 1982; poi Milano: La tartaruga, 1992 ISBN 8877381094 ISBN 8877383682.
§  Incontri, a cura di Mariolina Doria de Zuliani, Milano: La tartaruga, 1982 ISBN 8877380454 (incontri con Majakovskij, Pasternak, Belyi e Vološin).
§  L’accalappiatopi: satira lirica, a cura di Caterina Graziadei, Roma: e/o, 1983 ISBN 8876410074.
§  Le notti fiorentine, a cura di Serena Vitale, Milano: Mondadori, 1983 (contiene anche la Lettera all’amazzone).
§  Il poeta e il tempo, a cura di Serena Vitale, Milano: Adelphi, 1984 ISBN 8845905926
§  Insonnia, trad. Giovanna Ansaldo, Milano: Marcos y Marcos, 1985.
§  Il mio Puškin, trad. Giovanna Ansaldo, Milano: Marcos y Marcos, 1985.
§  Prefazione a Puškin, I versi non sono uomini: lettere 1815-1837, Milano: Archinto, 1988 ISBN 8877680334.
§  Dopo la Russia e altri versi, a cura di Serena Vitale, Milano: Mondadori, 1988 ISBN 8804305509 ISBN 8804431245.
§  Il paese dell’anima: lettere 1909-1925, a cura di Serena Vitale, Milano: Adelphi, 1988 ISBN 8845903117.
§  Deserti luoghi: lettere 1925-1941, a cura di Serena Vitale, Milano: Adelphi, 1989 ISBN 8845907228.
§  Il diavolo. Scelta di racconti, trad. Luciana Montagnani, Roma: Editori Riuniti, 1990 ISBN 8835933919.
§  Fedra, a cura di Luisa De Nardis, Roma: Bulzoni, 1990 ISBN 8871191617 (Premio di traduzione Angelo Maria Ripellino, 1990).
§  L’armadio segreto, trad. Giovanna Ansaldo, Milano: Marcos y Marcos, 1991 ISBN 8871680421.
§  Arianna, a cura di Luisa De Nardis, Roma: Bulzoni, 1991 ISBN 8871193504
§  Dusa i imja: anima e il nome, trad. Evelina Pascucci, con una xilografia di Marina Bindella, Milano: Buon tempo, 1992.
§  Prefazione a Puškin, La figlia del capitano, Milano: Mondadori («Oscar classici» n. 284), 1994 ISBN 8804534435 ISBN 9788804534433.
§  Nervi, amato paese: un soggiorno in Riviera, a cura di Augusta Dokukina Bobel e Caterina Maria Fiannacca, Genova: Sagep, 1998 ISBN 8870586855.
§  L’amica, a cura di Haisa Pessina Longo, Rimini: Panozzo, 1998 ISBN 8886397356 (ciclo delle poesie d’amore per Sofija Parnok).
§  Lettere ad Ariadna Berg, 1934-1939, a cura di Luciana Montagnani, Milano: Archinto, 1998 ISBN 8877682132.
§  Elogio del tempo, con illustrazioni di Gianni Pignat, Porcia: Liberinto, 1999.
§  Il ragazzo, a cura di Annalisa Comes, Firenze: Le lettere, 2000 ISBN 8871665147.
§  Alja, piccola ombra: lettere alla figlia, a cura di Giovanna Spendel, Milano: Mondadori («Oscar Poesia del Novecento» n. 35), 2000 ISBN 8804478519.
§  Il lato oscuro dell’amore: liriche, a cura di Haisa Pessina Longo, Rimini: Panozzo, 2000 ISBN 8886397569.
§  Phoenix, a cura di Serena Vitale, Milano: Archinto, 2001 ISBN 887768304X (e come spettacolo per la regia di Luca Ronconi, Milano: Piccolo teatro, 2001).
§  Parole che non avevo mai udite: trentuno lettere d’amore a Konstantin Rodzevič, a cura di Haisa Pessina Longo, Rimini: Panozzo, 2002 ISBN 888639795X.
§  Il poeta e altre poesie, a cura di Paolo Galvagni, Pistoia: Via del Vento, 2006 ISBN 8887741921.
§  L’anima in fiamme: poesie, Milano: Acquaviva, 2008 ISBN 9788878771116.
§  Le notti fiorentine, a cura di Serena Vitale, Roma: Voland, 2011 (Sirin Classica) ISBN 9788862430999.


Bibliografia

§  Marina Argenziano, Marina Cvetaeva e sua figlia: verso l’aurora boreale, prefazione di Giovanna Spendel, Roma: Irradiazioni, 2009 ISBN 9788873100355.
§  Laura Boella, Le imperdonabili: Etty Hillesum, Cristina Campo, Ingeborg Bachmann, Marina Cvetaeva, Mantova: Tre lune, 2000 ISBN 8887355274.
§  Maddalena Bolis, In nome di un nome, Milano: Il ragazzo innocuo, 2006.
§  Sandro Caputo, Sotto la sferza del censore stalinista, Poggibonsi: Lalli, 1992.
§  Lidija Korneevna Čukovskaja, Prima della morte, trad. Luciana Montagnani, Milano: Archinto, 1992 ISBN 8877680784.
§  Dominique Desanti, La storia di Marina. Romanzo verità su Marina Cvetaeva (1892-1941), Milano: Mursia, 1996 ISBN 884252025X.
§  Ariadna Sergeevna Efron, Marina Cvetaeva, mia madre, a cura di Julia Dobrovolskaja, trad. Renata Baffi, Milano: La tartaruga, 2003 ISBN 8877384018.
§  Simon Karlinsky, Marina Cvetaeva (1986), trad. D. Sant’Elia, Napoli: Guida, 1989 ISBN 8870429474.
§  Nadežda Jakovlevna Mandel’štam, Hope against hope: a memoir, trad. London: Collins & Harvill, 1971 ISBN 0002625016; New York: The Modern Library, 1999 ISBN 0375753168.
§  Nadežda Jakovlevna Mandel’štam, Hope abandoned, Scribner Paper Fiction, 1981 ISBN 0689706081.
§  Nadežda Jakovlevna Mandel’štam, Le mie memorie, trad. Serena Vitale, Milano: Garzanti, 1972.
§  Boris Pasternak, Autobiografia, trad. Sergio D’Angelo, Milano: Feltrinelli, 1967 ISBN 8807050781.
§  Viktoria Schweitzer, Marina Cvetaeva: i giorni e le opere (1993), trad. Claudia Zonghetti, introduzione di Serena Vitale, Milano: Mondadori, 2006 ISBN 8804538171.
§  Tzvetan Todorov, introduzione a Vivre dans le feu, Paris: Laffont 2004 ISBN 2221099532; Livre de Poche, 2008 ISBN 2253082759.
§  Henri Troyat, Marina Cvetaeva: l’eterna ribelle, trad. Annalisa Comes, Firenze: Le lettere, 2002 ISBN 887166650X.
§  Marie Luise Wandruszka (a cura di), Scrivere il mondo, Torino: Rosenberg & Sellier, 1996 ISBN 8870116808.



Fonti:
per le opere e la bibliografia: http://it.wikipedia.org/wiki/Marina_Ivanovna_Cvetaeva 








Avvertenza: 
Tutte le poesie qui presentate e le loro traduzioni sono tratte dal libro: 
Marina Cvetaeva, DOPO LA RUSSIA e altre poesie
a cura di Serena Vitale, Mondadori, Milano, 1988.


A destra: una copia dell’ultima raccolta di versi della Cvetaeva, Posle Rossii: 1922-1925 (Dopo la Russia: 1922-1925), 
che esce a Parigi nel 1928. A sinistra: la copertina dell’edizione mondadoriana qui utilizzata ai fini della traduzione in italiano.




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из книгиПОСЛЕ РОССИИ 
dal libroDOPO LA RUSSIA 

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ЗЕМНЫЕ ПРИМЕТЫ // INDIZI TERRESTRI




3

(Балкон)


Ах, с откровенного отвеса –

Вниз – чтобы в прах и в смоль!
Земной любови недовесок
Слезой солить – доколь?

Балкон. Сквозь соляные ливни

Смоль поцелуев злых.
И ненависти неизбывной
Вздох: выдышаться в стих!

Стиснутое в руке комочком –

Чту: сердце или рвань
Батистовая? Сим примочкам
Есть имя: – Иордань.

Да, ибо этот бой с любовью

Дик и жестокосерд.
Дабы с гранитного надбровья
Взмыв – выдышаться в смерть!

30 июня 1922 






3


(Il balcone) 


Giù – per lo strapiombo – in

polvere! Pece. In – pace.
Condire sempre con lacrime di sale
avanzi di amore umano?

Balcone. Tra scrosci salati

catrame amaro di baci.
Sospiro sfrenato dell’odio:
in un verso – riprendere fiato!

E questo, gualcito nella mano,

cos’è: cuore o straccio
di tela? C’è un nome: Giordano
per questi fradici impacchi.

Sì, perché la lotta con l’amore

è selvaggia, spietata. Salto –
dalla fronte di granito: fiato
tirato – nella morte!

30 giugno 1922






4


Руки – и в круг

Перепродаж и переуступок!
Только бы губ,
Только бы рук мне не перепутать!

Этих вот всех

Суетностей, от которых сна нет.
Руки воздев,
Друг, заклинаю свою же память!

Чтобы в стихах

(Свалочной яме моих Высочеств!)
Ты не зачах,
Ты не усох наподобье прочих.

Чтобы в груди

(В тысячегрудой моей могиле
Братской!) – дожди
Тысячелетий тебя не мыли...

Тело меж тел,

– Ты, что мне прoпадом был двухзвёздным!...
Чтоб не истлел
С надписью: не опознан.

9 июля 1922 





4

Le mani e – girotondo 

di svendite, scambi, cessioni!
Ancora una volta confondo 
i corpi, le labbra, le mani, 

Nel folto di vane vanità 

che rubano il sonno. 
Le braccia al cielo, caro, 
scongiuro la mia memoria! 

Perché nei versi 

(nel pozzo nero di tutti 
i miei Signori) 
tu non tramonti. 

Perché nel petto 

(la mia profonda tomba 
comune) non ti cancelli 
la pioggia dei secoli. 

Perché tu – corpo 

tra corpi – mio disastro 
remoto – non marcisca 
sotto la scritta: ignoto! 

9 luglio 1922 







Дабы ты меня не видел – 

В жизнь – пронзительной, незримой
Изгородью окружусь.

Жимолостью опояшусь,

Изморозью опушусь.

Дабы ты меня не слушал

В ночь – в премудрости старушьей:
Скрытничестве – укреплюсь.

Шорохами опояшусь,

Шелестами опушусь.

Дабы ты во мне не слишком

Цвел – по зарослям: по книжкам
Заживо запропащу:

Вымыслами опояшу,

Мнимостями опушу.

25 июня 1922 







Perché tu non mi veda –

in vita – di spinosa invi- 
sibile siepe mi circondo.

Di rovi mi cingo,

in brina – scendo.

Perché tu non mi senta –

in notte – nella senile scienza 
del riserbo mi cimento.

In mormorio – mi stringo,

di sussurri mi bendo.

Perché tu troppo non fiorisca

in me – tra libri: tra boscaglie –
vivo – ti affondo. 

Di fantasie ti cingo 

fantasma – ti sricordo. 

25 giugno 1922 





ЭВРИДИКА – ОРФЕЮ 



Для тех, отженивших последние клочья 

Покрова (ни уст, ни ланит!...). 
О, не превышение ли полномочий 
Орфей, нисходящий в Аид?

Для тех, отрешивших последние звенья 

Земного... На ложе из лож 
Сложившим великую ложь лицезренья, 
Внутрь зрящим – свидание нож. 

Уплочено же – всеми розами крови 
За этот просторный покрой 
Бессмертья...
                             До самых летейских верховий 
Любивший – мне нужен покой 

Беспамятности... Ибо в призрачном доме 
Сем – призрак ты, сущий, а явь – 
Я, мертвая... Что же скажу тебе, кроме: 
«Ты это забудь и оставь!» 

Ведь не растревожишь же! Не повлекуся! 
Ни рук ведь! Ни уст, чтоб припасть 
Устами! – С бессмертья змеиным укусом 
Кончается женская страсть. 

Уплочено же – вспомяни мои крики! – 
За этот последний простор. 
Не надо Орфею сходить к Эвридике 
И братьям тревожить сестер. 

23 марта 1923 




EURIDICE A ORFEO 



Per chi ha sciolto gli ultimi brandelli
del velo (né guance, né labbra!…)
non è forse abuso di potere
Orfeo che scende nell’Ade?

Per chi ha slegato gli ultimi anelli
del terrestre… e sul talamo ha lasciato
l’alta menzogna del vedere in volto
e in dentro guarda – il nuovo incontro è spada. 

È già pagato – con tutte le rose 
del sangue – questo dovizioso taglio
d’immortalità…
                               Fino all’alto Lete
amante tu – io chiedo a te la pace

della smemoria… Giacché in questa casa
illusoria tu, vivo, sei fantasma, e vera
io, morta… Che posso dirti – oltre:
«Dimentica e abbandonami!»

Non riuscirai a turbarmi! Non mi farò portare!
Non ho neanche mani! Né labbra
da posare! Dal morso di vipera dell’immortalità
la passione di donna prende fine.

È già pagata – ricorda le mie urla! –
questa distesa estrema.
Orfeo non deve scendere a Euridice.
I fratelli – turbare le sorelle. 

23 marzo 1923 




ПОЭТ // IL POETA







Поэт – издалека заводит речь.

Поэта – далеко заводит речь.

Планетами, приметами, окольных

Притч рытвинами... Между да и нет
Он даже размахнувшись с колокольни
Крюк выморочит... Ибо путь комет –

Поэтов путь. Развеянные звенья

Причинности – вот связь его! Кверх лбом
Отчаетесь! Поэтовы затменья
Не предугаданы календарем.

Он тот, кто смешивает карты,

Обманывает вес и счет,
Он тот, кто спрашивает с парты,
Кто Канта наголову бьет,

Кто в каменном гробу Бастилий

Как дерево в своей красе.
Тот, чьи следы – всегда простыли,
Тот поезд, на который все
Опаздывают...
                               – ибо путь комет

Поэтов путь: жжя, а не согревая.

Рвя, а не взращивая – взрыв и взлом –
Твоя стезя, гривастая кривая,
Не предугадана календарем!

8 апреля 1923 







Da lontano – il poeta prende la parola. 

Le prole lo portano – lontano.

Per pianeti, sogni, segni… Per le traverse vie 

dell’allusione. Tra il sì e il no il poeta, 
anche spiccando il volo da un balcone
trova un appiglio. Giacché il suo 

è passo di cometa. E negli sparsi anelli 

della casualità è il suo nesso. Disperate –
voi che guardate il cielo! L’eclisse del poeta
non c’è sui calendari. Il poeta è quello 

che imbroglia in tavola le carte, 

che inganna i conti e ruba il peso. 
Quello che interroga dal banco, 
che sbaraglia Kant,

che sta nella bara di Bastiglie  

come un albero nella sua bellezza… 
È quello che non lascia tracce, 
il treno a cui non uno arriva 
in tempo… 
                      Giacché il suo 

è passo di cometa: brucia e non scalda, 

cuoce e non matura – furto! scasso! – 
tortuoso sentiero chiomato 
ignoto a tutti i calendari… 

8 aprile 1923 







Есть в мире лишние, добавочые,

Не вписанные в окоeм.
(Нечислящимся в ваших справочниках,
Им свалочная яма – дом).

Есть в мире полые, затолканные,

Немотствующие – навоз,
Гвоздь – вашему подолу шелковому!
Грязь брезгует из-под колес!

Есть в мире мнимые, невидимые:

(Знак: лепрозариумов крап!)
Есть в мире Иовы, что Иову
Завидовали бы – когда б:

Поэты мы – и в рифму с париями,

Но выступив из берегов,
Мы бога у богинь оспариваем
И девственницу у богов!

22 апреля 1923 





2


Ci sono al mondo esseri superflui, 

creature in più, aggiunte senza peso.
(Assenti dagli elenchi e dai prontuari,
inquilini dei pozzi più neri.)

Ci sono al mondo esseri cavi, esseri presi 

a spinte, muti: letame
e chiodo per gli strascichi di seta.
Ripugnano anche al fango delle ruote.

Ci sono al mondo diafani, invisibili:

(screziati dal marchio della lebbra!)
Ci sono Giobbe, che potrebbero invidiare 
Giobbe… ma ai poeti, a noi poeti, 

noi paria e pari a Dio – 

è dato, straripando dalle rive, 
rotti gli argini, rubare 
anche le vergini agli dei. 

22 aprile 1923 







Что же мне делать, слепцу и пасынку,

В мире, где каждый и отч и зряч,
Где по анафемам, как по насыпям  
Страсти! где насморком
Назван  плач!

Что же мне делать, ребром и промыслом

Певчей!  как провод! загар! Сибирь!
По наважденьям своим  как по мосту!
С их невесомостью
В мире гирь.

Что же мне делать, певцу и первенцу,

В мире, где наичернейший  сер!
Где вдохновенье хранят, как в термосе!
С этой безмерностью
В мире мер?! 

23 апреля 1923 







Cieca e figliastra  che farò nel mondo

dei figli e dei vedenti? Dove la passione
arranca su scarpate di anatemi?
Dove chiamano pianto
il raffreddore? 

Canora di corpo e di mestiere

cosa farò  afa in Siberia, neve nel Sahara! 
di tutte le lievi mie ossessioni
nel ponderoso regno
delle stadere? 

Cosa farò  primogenito e cantore – 

nel mondo dove il più nero è grigio, 
dove tengono il cuore sottovetro? 
Cosa farò, smisurata, nell’impero 
delle misure? 

23 апреля 1923 












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4 commenti:

  1. A proposito di Marina Cvetaeva e della sua poesia, sul Corriere della Sera del 21 febbraio 2012, Chiara Mariani scrive:
    «(…) Prima della rivoluzione, Marina, caparbia e ribelle sin dall'infanzia, elude i diktat materni e a 18 anni pubblica (1910) ‘Album Serale’, la prima raccolta di componimenti, dopo aver trascorso lunghi periodi a Parigi e aver frequentato la Sorbona. È l'esordio di una poetessa prolifica, nata bella, ricca, intelligente e audace che avrà al suo attivo centinaia di poesie, diciassette poemi, otto drammi in versi, opere di narrativa e saggistica oltre ad un vastissimo scambio epistolare con Rainer Maria Rilke e Boris Pasternak, suo grande amore impossibile, rimasto platonico, nonostante lo slancio passionale: i due non si scambiarono nemmeno un vero bacio. La natura di questa donna, condannata alla poesia quanto all'infelicità, irruente e ribelle fu una delle cause del suo isolamento anche durante l'esilio a Parigi. Proprio Pasternak, comunque, le regala nella sua ‘Autobiografia’ il riconoscimento più alto: “La verità è che bisognava leggerla attentamente. Quando lo feci rimasi senza respiro per l'abisso di purezza e forza che si spalancava… In breve non è un sacrilegio dire che ad eccezione di Annenskij, Blok e con qualche riserva Andrej Belyi, la Cvetaeva prima maniera era precisamente ciò che avrebbero voluto essere e non furono tutti gli altri simbolisti messi insieme” (…) Nessun critico, neppure il più spregiudicato e a lei più ostile, riesce mai a ricondurre la sua arte a un'etichetta, per quanto in un tempo così intellettualmente vivace le definizioni si sprecassero: simbolisti, acmeisti, cubo futuristi, poeti contadini… Lei è una poetessa concreta. Il ricorso alle allusioni e ai sottintesi è ridotto. Affronta ogni tema esistenziale, rivisita la storia. Si appropria del reale quotidiano e lo trasforma in poesia sfruttando la dialettica tra le radici dei vocaboli, creando un contrappunto semantico incalzante che diventa la sua miniera inesauribile.
    “Sul piano formale è considerevolmente più interessante di tutti i sui contemporanei, compresi i futuristi, e le sue rime sono più inventive di quelle di Pasternak” (Iosif Brodskij, ‘Il canto del pendolo’). Nello scrivere, crea una sorta di partitura con tratti che ne suggeriscono la lettura. Anticipa ai suoi lettori: “Il mio libro deve essere eseguito come una sonata. I segni sono le note. Sta al lettore realizzare o deformare” (…)».

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  2. Un sentito grazie a te che ci avvicini a così grandi poeti, come questa , una gemma nel panorama letterario russo e mondiale. Ho letto con grande interesse la sua vita, davvero un romanzo, e con curiosità e ammirazione le poesie propostaci, rivelatrici di un' eccezionale figura di donna e d' artista. "Il mio libro deve essere eseguito come una sonata. I segni sono le note." Perchè in quei segni c' è la musica dell' anima.

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  3. Finalmente trovo il tempo di rileggermi queste poesie. Ma quanto è moderna ed attuale la Cvetaeva!!! Si direbbe che possiede il diapason della storia, la sua e la nostra in un lungo filo di costanti smarrimenti dell'uomo e degli orrori: e che dire quando scrive : Ci sono al mondo esseri superflui,
    creature in più, aggiunte senza peso.
    (Assenti dagli elenchi e dai prontuari,
    inquilini dei pozzi più neri.)

    Ci sono al mondo esseri cavi, esseri presi
    a spinte, muti: letame
    e chiodo per gli strascichi di seta.
    Ripugnano anche al fango delle ruote.

    Ci sono al mondo diafani, invisibili:
    (screziati dal marchio della lebbra!)
    Ci sono Giobbe, che potrebbero invidiare
    Giobbe… ma ai poeti, a noi poeti,

    noi paria e pari a Dio –
    è dato, straripando dalle rive,
    rotti gli argini, rubare
    anche le vergini agli dei.
    Per la sua bellezza ed attualità ho voluto trascriverla tutta e sottolinearla!

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  4. È quello che non lascia tracce,
    il treno a cui non uno arriva in tempo…
    giacchè il suo è passo di cometa

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