giovedì 17 gennaio 2013

GIANCARLO SERAFINO - CINQUE POESIE DAL LIBRO «CITTÀ FENICIE»








Giancarlo Serafino (Campi Salentina, 16 luglio 1950) ha pubblicato nel 2003 “Passaggio d’estate”, Zane editrice, con la presentazione di Giuseppe Vese. Sempre nel 2003 è stato Premio Athena per la poesia “Nenia che galleggia sull’Adriatico”. Ancora per la Zane Editrice nel 2007 ha pubblicato “Per canto e per amore” con la presentazione di Giuliana Coppola. Nel 2011 per i caratteri della CFR edizioni, ha pubblicato “poesie sociali e civili” a cura di Gianmario Lucini, con note di Enzo Rega e di Antonio Spagnuolo. Recentemente, ancora per CFR Edizioni, nella Collana Epos, ha pubblicato la raccolta “Città fenicie” (2012), arricchita dalle suggestive immagini tratte dalle opere del pittore Tonino Caputo, per gentile concessione di quest’ultimo, e con la preziosa prefazione di Arnaldo Ederle. È presente nelle antologie “Impoetico mafioso”, “SalentoSilente”, “La giusta collera”, “Oltre le nazioni”, “Ai propilei del cuore”, “A che punto è la notte”. È stato inserito nel primo volume della CFR “Enciclopedia degli autori di poesia dal 2000”. È poeta apprezzato nel web, dove sue poesie appaiono in diversi blog, gruppi poetici e riviste (egli stesso è amministratore  del gruppo “Cenacolo”). Docente e Psicologo vive e lavora a Lecce.
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Poeta versatilissimo, i suoi versi possono essere lirica pura o sconfinare nel prosastico, ma come ha notato Antonio Spagnuolo, comunque sono sempre “ricchi di immagini suggestive e tema redatto in poesia, sospesa alle illusioni del subconscio. Qui la tecnica della parola è di sorprendente luminosità, in un lungo colloquio, per il quale la profonda carica umana esalta il pensiero nella ricerca di una realtà quotidiana e sociale e civile, che nel contempo arricchisce e stordisce.” Il Nostro ha la grande abilità a dipingere con la penna, che Anna Greco ebbe a dirgli. “ hai quella rara capacità di rendere intrigante, da un punto di vista emozionale, il ‘narrato’ puro e semplice”.
“Poeta salentino, controcorrente, versatile ed affabile opera sul piano di un “logos interrogante” che scandaglia l’analisi del valore esistenziale per cogliere il piacere del bello e del divino... (la sua poesia) nasce dall’esigenza di comunicare e dalla necessità di emanciparsi da uno stato di solitudine” (Grazia Maria Toscano). Concetto già espresso da Gianmario Lucini: “(nel Nostro) cerchi (il lettore) il tentativo della poesia di rendersi coscienza, voce collettiva, tramite tra l’umano e l’otre-umano, nella ricerca di una identità perduta...” Ma Giancarlo Serafino è anche il poeta “del silenzio, delle nuvole, della luna, dell’amore” (Giuliana Coppola) e “presta la voce a chi voce, per statuto imposto dalle mode di sempre ovvero per condizione dis-umana, non ha...” (Annamaria Curci). Un giudizio completo lo ha forse dato da lettrice Miriam Bulgarelli quando in una nota a margine afferma che “Giancarlo Serafino è poeta intenso e completo, eclettico, lirico, sensibile, talora tenero, talora passionale, o scherzoso e ironico, lettore attento e coraggioso delle problematiche sociali e culturali, in forte empatia col suo territorio, dipinge con maestria figure a tutto tondo e paesaggi cangianti, con tratto deciso ed efficace, mettendo in gioco i cinque sensi del lettore”, ed Antonino Caponnetto, che all’autore ha dedicato due passaggi nel sito “Poesiaperta”, aggiunge: “Giancarlo Serafino si rivela ulteriormente un poeta le cui radici sono variegate e ricche di linfa vitale. La cui anima non richiede alcuna maschera. Egli – al contrario di Eliot – ma come altri grandi nell’Ars poetica, si mette a nudo nei versi con uno stile ed una classe che sono suoi propri. E gli spazi bianchi all’interno dei suoi testi costituiscono il luogo delle emozioni o delle pause riflessive. Perché la sua poesia procede su più versanti”. (Da “Enciclopedia degli autori di poesia dal 2000 ” ed. CFR 2012). 

Di Giancarlo Serafino ci siamo già più volte occupati (si veda:  GIANCARLO SERAFINO - SEI POESIE GIANCARLO SERAFINO (A-2) - QUATTRO POESIE , GIANCARLO SERAFINO (A-3) - SETTE TESTI TRATTI DAL LIBRO: "POESIE SOCIALI E CIVILI" GIANCARLO SERAFINO - A NADIA - DIECI POESIE DAL LIBRO « PER CANTO E PER AMORE » e Giancarlo Serafino - Sette poesie, dalla silloge inedita «Sto con gli asfodeli in fiore» ). 


“Città Fenicie”, la prefazione di Arnaldo Ederle

“Un mondo che crolla / gonfio d’infamie”. Ecco, questa è un’immagine che Serafino stacca dalla sua testa e incornicia in una lingua povera, come stracciate sono le vicende che l’hanno ispirata. Serafino la incornicia in un libro “gonfio” di queste litanie grondanti infelicità e stupore dell’uomo di fronte alle turpitudini della terra, anzi dei suoi cari abitanti, e le enumera così, come sono nelle immagini che le sue parole sincere e vere promuovono a poesia del dolore e della misericordia. Serafino è un poeta, non c’è dubbio, un poeta consapevole dell’importanza dei versi che dell’opprimente realtà fanno una croce di pena e di disperazione, almeno in questa raccolta che si proietta nella pagina come un grafico di rara precisione, dentro un affresco pietoso, preciso ed eloquente come la narrazione del rapsodo che viaggia in mezzo alla pianura o che s’arrampica sulle vette alte per poter osservare la vita com’è e come non dovrebbe essere. Non ci sono dubbi sulla pietà del poeta, come è senza un graffio di impurità la sua lingua, la sua prosodia senza retorica e senza abbandoni fasulli e ridicoli. La sua è una poesia pura e semplice nella complessità delle argomentazioni, come nel loro disegno linguistico, attenta sempre (ed è l’unica “attenzione” di Serafino nell’ampio cammino del suo inventario umano) a non rovinare il disegno con tracciati debordanti, ridondanti.
La sua è una prosodia semplice ed efficace, proposta a chiunque abbia dell’umanità una visione, una compassione sincera e degna dell’aiuto della poesia per promuoverla nel mondo con tutti i crismi della bontà. 
Arnaldo Ederle , ottobre 2012 
Fonte per l’immagine di copertina  e per la  prefazione al libro “Città Fenicie”http://www.edizionicfr.it/Libri_2012/064%20CFenicie/cfenicie.htm










Leggera ebbrezza 


C’è un attimo di lotta nell’agonia 
riflessi di luci polari che attirano, 
echi di parole spese che ritornano. 
Si muore sempre un poco giovani 
come suini quando il tempo t’insegue 
con il contachilometri e la mannaia, 
e cedi all’ascia giorni a venire. 
Bisogna andare in Svizzera per dire 
basta! Basta con il lasciarsi inseguire 
murandosi nei cessi. Una vita gloriosa? 
In fondo alle scale c’è sempre una 
chiusa che ti ferma a ricontare 
inciampi e gradini. 
Così senza tergiversare non saprei 
più che cosa squadrare, se conta 
di più l’amplesso d’impenetrabili 
matematiche cosmiche, o il costo 
d’inselvatichire ai confini dei sogni 
o ancora la scommessa dell’imbuto 
rabbioso, e poi… poi il solco 
se mai ci sarà una leggera ebbrezza 
di strada aperta tra stelle e mare. 




Specchio dei tempi 


Ho dato ciglia alle parole 
ho dato labbra ai versi 
ho dato sangue alla penna 
e fatto risalire fili di saliva sui fogli. 
Ho dato vita a pagine inerti 
ho scalato precipizi di pensieri 

per vivere di te, come barchetta 
mi son fatto ruotare 
in un secchio di inquietudini. 
Non credo al destino 
eppure ho il timore delle volpi 
che odorano mute di mastini. 
Ma le urla degli innocenti 
che galleggiano alla sommità 
mi hanno stanato… 
Le false libertà insanguinate 
dicono agli occhi della coscienza 
che il pozzo è colmo 

se io grido è perché non voglio essere 
specchio di questo tempo incerto, 
del vivere correndo su piste di avidità. 




Le tabacchine 


                        (Carmelo Bene a Campi fanciullo e adolescente) 


Le tabacchine! Non ancora monumento 
di te stesso 
afferravi gonna e petto per salire 
sulle scale della santità. 
Genuflesso! 
Genuflesso! Se verrà (la santità) 
sarà per l’imbecillità di tenerti nelle sacrestie 
o vicino al marmo del Maremonti 
con in mano gigli di sangue 
senza pietà per le ginocchia. 
Genuflesso! Genuflesso! 
Non sei monumento di te stesso, 
se lo sarai! 
Semmai seppelliranno in via Stazione 
la tua vocazione 
e virilità. 

Vita tua. 
Tre dita affondate nelle carni 
gli occhi a catturare squarci bastardi 
nelle dissolvenze dell’arte 
come vizio che pasce ozio 
iridescenza che esplode 
nel tripudio dell’essere o non essere 
persi 
presenza o assenza 
delle viscere 
fino agli abissi della discrepanza 
senza ritorno. 
Genuflesso! Genuflesso! 

Le tabacchine han le gonne trapunte 
di sottane per innocenti manipolazioni 
(piaceri vagabondi col fiatone) 
e il cestone dei fumetti sotto il tavolo 
e sul lettone a strusciarsi… 
congiungendo le mani allo sguardo del Santo Pirrotti. 
E la Melia quasi innocente 
e l’Ada la Nina e Maria la Ndata 
in mente in un baleno 
a riscattare l’asfissia parentale. 
(freudianamente la fase anale) 

Le tabacchine sono fate di stracci 
mani ruvide seni generosi mamme di latte 
col sesso cosperso di tabacco. 
Avresti fumato e fumato tutta la vita 
per un odore, quella Mimma che tentò d’insegnarti l’amore 
sistemandoti sulle sue ginocchia. 
In tutto questo c’è quel destino che non puoi sfuggire! 
Non puoi sfuggire a certi odori e certe storie, 
s’impregnano sulla camicia della pelle, 
odori di palcoscenico, 
fecondati dal tuo talento. 

Genuflesso lo sarai sempre ai riti ed ai vizi 
(poi), 
ma a parte questo 
l’arte sarà genuflessa a te! 




Sette piani 


Guardare la città dal settimo piano 
è come sentirsi ancora dentro l’alveare 
ora che sono in una stanza d’ospedale 
e mi manca la gente per conforto. 
E anche dal sesto piano, traslocato 
per cortesia, la città non mi è del tutto 
scomparsa, la tocco ancora mia 
anche se con muraglia più alta. 
Ho cominciato ad essere inquieto 
invece al piano quinto, luogo che non 
m’apparteneva, ma mi sembrò tanto 
sincera l’accoratezza dei medici, che vi scesi: 
- Signor Corti, questa è la corsia più attrezzata! 
avrà cure specialistiche e sanerà tanto in fretta 
dal suo piccolo fastidioso malanno, che di sicuro 
prima della fine dell’anno sarà a casa!- 
E poi, e poi non so come son precipitato 
al quarto, al terzo, al secondo sempre con 
l’idea che dovevo risalire, in fondo 
avevo poco da spartire con i moribondi 
del primo piano… 

In fondo avevo poco da spartire con 
i moribondi… 
In fondo avevo poco da spartire… 
In fondo… 
  

                                                   da: “ Omaggio a Dino Buzzati  




Il mantello 


- Togliti il mantello 
che io veda la tua bellezza 
l’uomo che ti feci 
avvizzendomi il capezzolo, 
le membra che levigai 
con la cura delle carezze. 
Togliti il mantello o benedetto! 

Quando tu partisti soldato 
ho piantato un albero di gelso 
vieni a vedere quanto è cresciuto 
ma il mantello… 
togliti il mantello figlio mio 
ora è tempo dell’abbraccio: 
per ogni ramo 
che vedi intrecciato verso il cielo 
ho pregato e asciugato il pianto 
consumandone le foglie. 

Togliti il mantello 
che io veda la luce del tuo corpo 
perché io tocchi il tuo petto 
ed il tuo viso tanto pallido. 
Troppo ho sospirato 
in questa casa al buio, 
togliti il mantello ora che ci sei, 
che sei tornato figlio mio, 
figlio immacolato- 

-Madre devo di nuovo andare, 
guarda dietro l’orto c’è chi mi aspetta 
ed è qualcuno a cui non piace aspettare, 
madre santa devo andare, 
andare, proprio andare!- 

Nel cielo volavano corvi 
e fu un attimo: dall’aprirsi del mantello 
un colore nemico delle madri 
si allargava sul costato: il vermiglio 
sputo di un nemico sconosciuto, 
un altro figlio che nel fatal attimo 
invocava anch’egli la madre. 


                                                   da: “ Omaggio a Dino Buzzati  



















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16 commenti:

  1. Scegliere, fra tutte le poesie che costituiscono “Città fenicie”, proprio queste cinque è questione a me stesso oscura. Il freno posto dall’esiguo numero consigliatomi da Giancarlo Serafino, pur senza volerlo, ha finito per orientare la mia scelta soprattutto verso l’ultima parte del libro. Certamente in questo incomprensibile orientamento c’è qualcosa che precede il mio personale gusto estetico e attiene a una qualche misteriosa spinta emotiva. Questo però, a mio parere, non rende meno significativa e importante la scelta operata. E la ragione è che le poesie dell’intera raccolta, lette e rilette, meditate e rimeditate, sembrano procedere verso una profondità di contenuti che, verso la fine del libro, non si serve più dell’ironia e dell’autoironia, ma si fa assai simbolica e ricca di metafore, e discende gl’inferi della sofferenza e del vivo sentimento, in una architettura estetica nella quale le poche similitudini e le molte metafore, già in sé capaci di aprire immensi varchi entro cui senza sosta vanno a porsi tantissimi, diversissimi significati. Tali similitudini e metafore, dico, nell’assurgere a simboli, divengono un luogo che è proprio dell’intelletto. Ciò non vuol dire affatto che Giancarlo Serafino debba per questo sentirsi (non credo gli piacerebbe) un poeta intellettuale, ma non si può negare che il simbolo, in quanto materia pura, e qui mi ripeto, sia tipica dell’intelletto. Allo stesso tempo, sia chiaro che la prima parte del libro non è affatto meno penetrante e profonda rispetto all’altra, e in uno stato d’animo diverso avrei forse privilegiato quella, perché è equidistante sia dall’Autore che dal lettore, perché contiene quella conseguita semplicità che, come fa Arnaldo Ederle, anch’io da sempre ammiro in Giancarlo Serafino, e che anzi ritengo tipica dei grandi poeti di ogni tempo. Voglio infine confessare che occuparmi della poesia di Giancarlo è per me sempre fonte di nuove e illuminanti scoperte. E di questo sarò sempre grato tanto a lui stesso quanto alla sua Poesia.

    A. C.

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    1. Grato a te che mi dedichi attenzione e tempo, Devo dire che la tua rapida recensione ha colto un certo disegno di ordine che avevo dato alla disposizione delle poesie nella raccolta. Grazie!

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  2. Tre dita affondate nelle carni
    gli occhi a catturare squarci bastardi
    nelle dissolvenze dell’arte
    come vizio che pasce ozio

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  3. Non conoscendo la prima parte della raccolta, mi soffermo su quanto proposto qui a noi lettori. Che dire? Sono quasi impedita a dire, e per il nodo che ho in gola dovuto alla forte emozione avvertita leggendo. Non posso che concordare con Arnaldo Ederle, quando evidenzia la grande pietà con cui Giancarlo ci consegna un affresco della vita, che è altro da quanto essa dovrebbe o potrebbe essere, riducendosi ad una realtà che è solo un grosso coagulo di dolore. Avrei voluto che questi versi fossero i miei, non solo per ciò che esprimono e trasmettono, ma anche per la bellezza stilistica, della quale si avvalgono. Bisogna essere davvero dei veri poeti per giungere a tanto, e Giancarlo è poeta come pochi. nunzia binetti

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    1. MIa cara Nunzia mi fa sempre piacere leggere i tuoi commenti, per me sono una sprone perché malgrado tutto a volte soffro d'incertezze. Grazie

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    2. Le incertezze nel poeta sono congenite, caro Giancarlo, e sono il suo tormento. Scrivere poesie più belle di queste non credo sia possibile. Ne sono entusiasta e lo ribadisco. Ciao ! nunzia

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  4. " e / se io grido è perchè non voglio essere / specchio di questo tempo incerto, / del vivere correndo su piste di avidità " Allora dai " labbro ai versi ...e sangue alla penna" : dai con parole semplici ed intense espressione e vita a sentimenti forti e universali, come l' amore, la morte , l' orrore della guerra. Particolarmente toccante la poesia "Il mantello" che raggiunge , nella semplicità delle parole, alti picchi di commozione e di lirismo. Giancarlo merita pienamente tutta la stima ed il successo che ampiamente riscuote. Insieme al nostro affetto.

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    1. Mia Aurora tu sai che il tuo affetto è corrisposto insieme a tanta e tanta stima....un bacione

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  5. "Le tabacchine" e' indubbiamente un mirabile tributo al giovane che qualche anno dopo "sarebbe apparso alla Madonna". L'ho molto apprezzata scoprendo in essa, in modo colorito, il contesto socio-culturale che ha dato vita -suo malgrado forse, e maggiormente per via delle contraddizioni che delle motivazioni - a uno dei maggiori artisti di teatro della nostra epoca.
    Ho trovato "Leggera ebbrezza" densa di elevati momenti poetici in un ambito di impegno civile, sentito da chi ha vissuto da vicino il dramma dell'estirpazione come unica speranza per non trascorrere invano il proprio tempo, e di riflessione filosofica; ottima ed emozionante la chiusa:
    ...poi il solco
    se mai ci sarà una leggera ebbrezza
    di strada aperta tra stelle e mare
    Serafino e' un poeta di spessore, da seguire.

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    1. Grazie Maddalena, è proprio vero che ho cercato di far emergere la figura di Carmelo da contesto socio.culturale- devo dire particolare nel Salento-di Campi Salentina, città dove peraltro sono nato e cresciuto, per cui certi passaggi esistenziali li ho sentiti identici prendere forma sulla mia pelle...

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  6. augusto benemeglio17 gennaio 2013 16:04

    Per Giancarlo Serafino non esiste un luogo e un tempo, ma tutti i luoghi e tutto il tempo di un’attesa improvvisa , sfuggita alla coscienza per concessa fragilità. La sua poesia è quella che sottende l’arco della mente del perpetuo presagio , è quella che apre la finestra alla luna che illumina i suoi gesti e indirizza il suo sguardo sempre vigile sugli uomini e le cose e il loro faticoso andare ; Serafino è uno che non ammette frontiere di fatica alla strada della verità della poesia ; un percorso irto, arduo e difficile, spesso fatto di lacerazioni e ferite , devastazioni della mente e del corpo , i cocci di bottiglia montaliani , ma anche di salda via , di coerenza , virile accettazione del proprio destino ; in questa trappola che è la vita, in questa rete talora s’aprono varchi , che diventano echi , canti, squarci si speranze, segrete armonie , (forse) future fertilità.
    Augusto Benemeglio

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    1. Augusto ogni qualvolta che ti leggo è come stare al mare e respirare aria pura, tanto le tue parole sono toniche e fresche. Grazie davvero di cuore. Un caro saluto.

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  7. Giancarlo, i tuoi versi sono per me spiragli di luce limpida in un mondo ormai buio e viscoso, invogliano a credere, sperare, lottare, grazie.

    Ilaria Palomba

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    1. Ilaria, mia cara, che bella sorpresa! Grazie... e baci!

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  8. poesie ricche di contenuti quelle di Giancarlo, dove leggerle e rileggerle non è mai abbastanza! Mariagrazia Toscano

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