sabato 29 dicembre 2012

ALBA GNAZI - « DUBSTEP VIOLIN » - CINQUE POESIE INEDITE





Notizia Autobiografica:

Alba Gnazi, nata nel ’74 in provincia di Roma; fin da ragazzina per me le parole sono una chiave e un ponte, un codice privilegiato e misterioso, un canto: leggo da quando ne ho memoria.  Cresciuta con la narrativa italiana e americana, con le prose omeriche e i classici per ragazzi, da adolescente incappo nella Poesia di Montale: esperienza totale e definitiva, che si fa esplosiva quando mi imbatto, un po’ più in là,  in T.S. Eliot.  Ho pubblicato un breve libro di narrativa nel 2010, ho partecipato, e qualche volta anche vinto, a concorsi di Poesia e di racconti di genere vario. Ho scritto delle recensioni per alcune riviste letterarie e musicali  e collaborato all’organizzazione di eventi culturali. 


Sulla Poesia di Alba Gnazi - Nota a «Tre poesie come un unicum» 

In alcuni luoghi del tuo scrivere in versi c’è una sorta di intensa e selvatica furia, che tuttavia si mantiene all’interno di un’apparente razionale controllata e civica forma. Una somiglianza curiosa, per me, coi versi di un cantautore come De Gregori, di un poeta come Pasternak ( ... Ma per quanto la Notte mi incateni / con un anello angoscioso, / Più forte al mondo è la spinta alla fuga / E alle rotture invita la passione... ). Sento inoltre una prossimità grande con la poetica di Éluard, in particolare là dove dice ... Noi si deve drenare l’ira / E far sì che il ferro insorga... Perché una rabbia c’è, ed è grande, ma trattenuta con la paziente forza di chi confida ancora nella potenza della parola. Questo verso fluido e fluente è capace di sfiorare o afferrare o smascherare i tanti volti del nulla, senza mai farsi portatore di quella pur razionalistica disperazione che una tale visione pretenderebbe. E dove i molteplici spettri del nulla si tramutano negli infiniti aspetti, negli innumerevoli nomi e/o luoghi della disperazione, proprio là emerge il coraggioso imperativo categorico di questa Poesia, che sembrerebbe dire con tutta se stessa un “No!” decisissimo, inaudito e, tuttavia, nel complesso e variegato tessuto dei versi sempre compenetrato e presente. Se guardo bene la struttura, più che la forma, degli elementi costituenti il tuo “trittico”, vedo all’interno come una sorta di grande costante, come un grande significante situazionale che si apre a più significati, a più letture: dalla più semplice alla più impervia. 
Anche il cammino di questi versi è particolare, direi eracliteo e circolare (per le cose medesime / è un affanno / penare al compimento / e aver inizio), il loro cominciamento ha l’aspetto tipico di una fin de partieE sì che lo sapevamo / Ma non di meno, non di meno / La pena s’assottigliò: e fummo scaraventati / Nella pozza / Dell’autocommiserazione, di una quieta rassegnazione. / Si tacque, gridando. / Il dorso sterile dello sgomento / Sullo zigomo s’abbatté, / uncinato: / e fu tutto. E in chiusura, nell’ultima strofe dell’ultimo testo, ecco a noi la tabula rasa presente in ogni inizio: Su questa mulattiera /sbavata di peli e tempo / Non leggo libri / Non conosco pregi / Non distinguo lumi / Non aspetto altro / Che gli alberi sussultino di verde / Prima che le bisce escano dai nidi. 
Un cammino poetico che conosce la natura delle cose, delle emozioni, dei sentimenti, il loro nascere, crescere, morire, trasformarsi e rinascere. Perché in ogni cosa, così come in questa Poesia, la scintilla della vita è sempre pronta a scoccare. Perché, per dirla ancora con uno dei frammenti eraclitei, c’è (ed è sempre in agguato), al timone di tutto / la folgore. 
Antonino Caponnetto








DUBSTEP VIOLIN


Volute di
Dita come
 brume di
Violini sui tuoi fianchi
I miei fianchi in
Si bemolle
Tra i tuoi spazi

Accordami, lacera questo sopore
D’ore
Incorrotte e senz’alba
Scompiglia gli astragali vergini
su questo
Pianoro d’ossidiane e sedie vuote

Alleati coi miei capelli, asciuga le lacrime
Che non verso
Allaccia di nenie e nodi le mie radici
Da nervi e morsi consumate

Urla la salvezza
E che il tuo urlo sia
sangue e bestemmia

Urla
E che il tuo urlo sia
 voragine e declino
Il graffio nell’iride verde di questa
biliosa Imposizione
del  farsi vivere
mai nati
                                   Urla
E serra tra i denti
 i miei bemolle
i miei diesis in lotta

Raggruma negli occhi
Le geometrie discendenti
Delle mie gambe

Urla
Nel tuo urlo ghiaccio
Tutta la mia Ferocia
Tutta la mia Vita
Danzerò.




CENA


Solo la vena del collo
Pulsa l’alfabeto taciuto

Gli occhi incastrati negli occhi
Bevono
Le moltitudini intermittenti dei pensieri
L’un l’altro gridati tra
Il brusio del pane e della saliva,
lo stovigliare dei clienti
la tosse dei tavoli ingombri

Negli occhi gli occhi serrati, mentre
Calici si svuotano, calici s’empiono
Risa lievi confuse tra i lumi
Sciabordio di scarpe e bocche

E lì

Il Silenzio

Agli occhi gli occhi votati.





SYMPHONY N. 0


Non riconoscono iconoclastie
Né discendono altipiani per lande gemmee

Non sublimano pudori
Né tergiversano tra gli umori

S’aggrappano
All’acciaio rosso del battito che
Li unisce

Diteggiando le distanze che
Su di loro incombono
Imperfetti, nudi nella sinfonia
Che tutto contamina
Che tutto edifica
Alitando sulle strade

Sinfonia senza colonne di tempo
Partiture leggibili dall’alto di
Scogliere e intenzioni
Tra i sipari che il sole rigurgita alle loro spalle
E l’impostura dolciastra di meteorologie mute

Stride la pelle, stride
Costretta sopra le ossa
Se dal tocco non è squassata

Non celebrano giudizi
Né rastremano benedizioni

Della parola che s’annera conoscono
i solchi larghi e brumi
Dei moniti d’ombra conoscono
I fondali affilati e le imitazioni

La sintassi dei corpi è la sola declinazione
La sinfonia che non illude, che non preclude
Che tutto precede

Sintassi di note, sinfonia di grammatiche
Afasiche del Fuori

Sinfonia che non spiove quando
Il crepuscolo scardina lucori

Che quando annotta
negli occhi più fitta e ferale
Esulterà.




LA CASA


Risacca che si frange tra
Le ciglia arruffate dal vento
In ascolto delle tue gambe offerte
Alle nudità del tramonto
Al ciangottio di ciottoli alghe conchiglie
Che ti sfiorano e spariscono,
innamorate del tuo calore.

In alto, zattera arenata tra cespugli di nubi e
Antico legno immobile
La casa celebra  il tempo che l’è reso
Dai nostri passi, dagli
Aloni di risa e verbi franti
Quando a notte
il rossore delle ombre asciuga gli specchi
i corpi intarsiano pelle e sospiri

e i forse che non promettono
e i magari che tutto scardinano
arretrano
nel cuneo morbido del nostro riflesso
contro il muro

tra una foto color seppia , la tua maglia
il mio vestito, i nostri libri e
l’odore di un qualcosa
                  che non tace.



LADY LADY LADY LAZARUS 


Chissà Sylvia cos’avresti visto in
Questo poltergeist di
Ore imbottigliate
Chissà cos’avresti visto nel
Monadismo androide di queste
Auto in fila nella galleria
Cos’avresti scritto se
certa Musica avesse
fustigato o giustificato le tue rotule
come fa con le mie, costringendo
le cosce e il culo ad adeguarsi.
Lady Lazarus, avresti
Morso il labbro inferiore e
Acceso una sigaretta,
telefonato a un amante,
scolato due whiskey,
trovato piacere con due
dita in gola – o altrove –;
Avresti
steso cipria sullo specchio, mentre
i vagoni della locomotiva di tuo figlio avrebbero
fischiato un brindisi di ferraglia e plastica.
Lady lady lady Lazarus dei miei
Capelli con troppo amorale buonumore,
lady lady lady Lazarus della mia
gola con troppa aria da respirare
senza che aria
le candele spenga;
Lady Lazarus che
Non hai orizzontalità né resurrezioni,
con il sudore della luna
sotto i tuoi calcagni; lady Lazarus che
non piangi e troppo sgnauli,
come un cantino allentato
che svibra e scodinzola
Bestemmia, Lady Lazarus,
nel tuo Chanel deprezzato, impreca
i santiddii del tempo presente
e ridi,
ché la tua giugulare non ha
tagli né ritorni, dentro
le vene di questo Rock
umido, sporgente, eccitato
come le bocche
prima del bacio.


25. Dic. 2012
















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sabato 22 dicembre 2012

CARMELO PISTILLO - « COME ACROBATI NELL’ELEGIA » - OTTO POESIE







Notizia bio-bibliografica 

     CARMELO PISTILLO è poeta e uomo di teatro. 

     Nel 1982 per la casa editrice Società di Poesia di Milano ha presentato il primo Festival di Poesia a Milano, svoltosi in Piazza Duomo con la prestigiosa partecipazione di Raphael Alberti, Edoardo Sanguineti, Luciano Erba, Franco Loi, il cantautore Roberto Vecchioni, ed altri numerosi poeti.
    Per molti anni ha collaborato con HYSTRIO, trimestrale di spettacolo diretto da Ugo Ronfani, indiscusso maestro di giornalismo, dove ha svolto l’attività di critico teatrale e letterario.
   Dal 1984 al 2001, insieme al  fratello Luigi, è stato Direttore Artistico  e produttore di spettacoli teatrali e festival, senza alcun finanziamento ministeriale.  Dal 1994 fino al 2000, sempre con Luigi, ha creato LOMBARDIA FESTIVAL, manifestazione multidisciplinare di Teatro, Musica e Poesia a cui hanno partecipato attori come Ugo Pagliai, Paola Gassman, Luigi Pistillo, Mita Medici, Rocco Papaleo, Marco della Noce, cantautori come Roberto Vecchioni, Biagio Antonacci, Vinicio Capossela, Enrico Ruggeri, Marco Masini, Tullio De Piscopo, Daniele Silvestri, Riccardo Fogli, band storiche come i Nomadi, gli Area, scrittori e intellettuali come Fernanda Pivano, Massimo Fini, Giancarlo Majorino, Maurizio Cucchi, ecc. ecc.

     Negli anni ottanta ha lavorato con Antonio Porta, suo mentore e una delle principali voci della poesia del secondo Novecento, scrivendo spettacoli di poesia  (Penultimi sogni di secolo e Oratorio notturno) portati in tournée nei maggiori teatri italiani. È stato, in assoluto, il primo vero teatro di poesia, poi imitato da molti.

     Altri suoi testi teatrali, come Sosia in nero, Passione Van Gogh e Danzando Galileo, sono stati messi in scena con la sua regia.

     Ha pubblicato :

*    LA LOCANDA DELLA CHIGLIA (Corpo 10 Edizioni, Milano, 1986, Premio Camaiore Opera Prima)
*    L’IMPALCATURA (Corpo 10 Edizioni, Milano, 1992, Premio Speciale Guido Gozzano)
*    QUADERNO SENZA RIGHE (LietoColle, Milano, 2008)
*    MABUSE (EDITORIA&SPETTACOLO, Roma, 2009, Premio teatrale Alessandro Fersen)
*    I PONTI, I CERCHI (La Vita Felice, Milano, 2011)
*    TI DICO CHE NON HO SOGNATO (Bietti, Milano, 2012) 









Da QUADERNO SENZA RIGHE (LietoColle, Milano, 2008)
con Lettera a Carmelo di Milo De Angelis





da  Città dimenticate



I
Sono spoglia bianca
senza più navi,
un tunnel nelle galassie,
l’arsenale vuoto
e miserabile di agosto.

Non importa se oltre
le vetrate del desiderio,
nella cornice del nome
vedo ridere superfici
di luna, non importa
se una stele ridisegna
la scena, se una mano,
ancora,ne misura il respiro.

Non è questa la febbre
che ricordo, il mattino
in cui Vincent irruppe
sul treno in corsa
col crocefisso e le scarpe
rotte.

Solo sillabando il mio corpo
così arrotolato nei suoi giorni
s’alza una musica, un’ultima
interminabile misura.


II
Lei è qui, dentro di me,
mi offre i sensi, torce
il suo orizzonte.

È in ginocchio e grida
vivi, ma io piango,
e non so quanto
il mio seme cerchi
luminescenze nella sua bocca
o quanto le sue trecce
siano già corda spezzata.
Tutto è stato così lento,
la mia testa fra le sue gambe,
le mie labbra sulle sue.

Siamo saliti e scesi
su ogni errore.

Come acrobati nell’elegia,
come acrobati nell’elegia.


IV
Nella meraviglia degli occhi
segreti di un libro
sognavo specchi senza luogo
e lotte di destini
immobili nei loro cappotti.

Avvolto dal fumo sul palco
ne scrutavo il senso cavo
imitando l’età muta
e stinta dei vecchi.

Della perdita e dell’addio
la grazia adolescente
insegue adesso l’invisibile oro,
la dimora bruciante e onirica
della voce.




da Bolgheri



I
Da qui, da questo nessun
luogo o primo deserto,
militiamo in spazi di fuga,
ma non c’è impresa
nella sabbia sollevata
dal vento, scavalca
la cresta e ricade di là,
dolce, con la stessa
impronta inabitabile,
e fuori del cammino.









Da I PONTI, I CERCHI (La Vita Felice, Milano, 2011)
Nota di Milo De Angelis e Introduzione critica di Gabriela Fantato





1

Il dolore era già
prima di noi,
sconosciuto alla voce,
alla parola.
Sulla cima era
povero il grido,
un alfabeto ingolato,
senza forma,
guardato dai falchi
assiepati per bere.


6

Nessuno potrà dimenticare
la morte correre
tra i fiori,
o negare di aver visto
le madri affamate
della bellezza di un solo volo.
Non è diverso al mattino
separare gli occhi dai colori
e misurare le distanze
tra i ponti e i cerchi.
Nessuno potrà dire:
“Non è vero, non oscilla
ancora il trapezio,
non si vede tutto il segreto”.

O tirarsi indietro.


Maria

Maria
Io, fratello di Maria,
sono qui, dove sarà domani,
perché questo è il luogo
deciso, la via che scende
e sale.
Leggo il nome, la data,
guardo i fiori,
inadatto con la mia prosa
irresoluta, disossato
da tutti i calendari,
da ogni distacco
che ancora dura.
È viva nel tempo
la cosmogonia dei cerchi,
della parola cantata
dai cipressi,
egemonia musicale
e senza spreco
delle perdite.
La sua immagine è intatta,
guarda davanti a sé
addensarsi il nuovo
sposo del nulla,
dio di morte
sedotto dalle mie spalle
irriducibili.

Anche tu, amore mio,
sorella che muti
e trascolori,
almeno così ti scorgo
nel sorriso che ci accorda
più dei giorni,
curi bene gli scuri,
tu, pittrice
che non fosti mai,
sei vicino e in mezzo
a tutti i cancelli,
e lì  fulminea,
liberata dai capelli,
fai ordine, regali luce.


15

Perché dovremmo sapere
l’alone, via e dimora
dei morti, non basta
la tensione dell’aria
quando ricoveriamo tra le braccia
le cose tremende e vive?
Nel cammino della frase
la risonanza del suono
sta nel culmine delle parole
piccole, e la bocca già abita
e sorride nella scena del tempo.
Deve essere certo
il buio che confonde
e tiene unito il mondo,
che nello schermo intero
sveglia il futuro
e lega, come in un film
che rimane muto,
tutte le note.








HANNO SCRITTO...

  



A proposito di QUADERNO SENZA RIGHE 

« Caro Carmelo,
ho letto Quaderno senza righe e ti dico subito che l’ho trovato molto bello.
È un libro pieno di dolore e di resurrezioni, di malinconia e di rilanci, di accostamenti originali, sorprendenti, necessari. Già all’inizio mi ha colpito quel tuo “esilio / senza tempo, gelido dei cerchi”. E nella stessa poesia, quella scena d’amore e di angoscia: “siamo soli e sempre abbracciati / come due infermi, guance illuse / e prigioniere dello stesso viso”. E poco dopo: “il ragazzo che separa senza sosta /i secondi emersi dal mare”. E ancora: “il guscio oscuro / di un altro compleanno”. Versi mirabili, in cui appare l’altro lato di ciò che conosciamo, il lato in ombra, che tuttavia opera profondamente. “L’asfalto incantato”, “giacimenti d’oro/ profumano di morte”, “la polvere rinata”.
Tutto il libro è pieno di queste immagini solcate dal contrasto, di questo buio che emerge dalla festa, di questo incanto che s’intreccia con il trauma. Da una parte c’è uno sguardo segreto, da adolescente malinconico, che mostra una lesione nel pieno fluire della vita. Dall’altra però c’è uno scatto improvviso, un guizzo, c’è la stessa adolescenza che s’impenna e decide di non abitare il lutto. Penso a un verso che tu ripeti e che esprime bene questo doppio passo: “come acrobati nell’elegia” ».

Lettera a Carmelo, di Milo De Angelis, in QUADERNO SENZA RIGHE






A proposito de I PONTI, I CERCHI 

« (…) I PONTI, I CERCHI è un viaggio dell’anima fra le croci e le ombre di alcuni artisti scomparsi come, per esempio, il poeta Cesare Pavese che si suicida dopo aver amato, non riamato, l’attrice americana Constance Dowling o Puskin, il più grande poeta russo dell’Ottocento, posseduto dalla gelosia per la bellissima moglie, che muore sfidando in duello il rivale d’amore, oppure i pittori Pontormo e Van Gogh, quest’ultimo suicidatosi in preda agli eccessi della sua malattia, ai quali Pistillo dedica dei ritratti poetici efficaci e visionari. È un atto di gratitudine verso la memoria di chi se ne è andato, perché aiuta a vivere più in profondità e a scorgere la ragione prima e ultima delle cose. Vi sono naturalmente altri brevi ritratti dedicati allo scrittore Balzac, al poeta Rilke e al filosofo Spinoza, oltreché alla sorella di Pistillo, Maria, scomparsa prematuramente molti anni fa, che qui rivive nello splendore di alcuni versi indimenticabili e alla quale è dedicata questa raccolta.

Si tratta di una poesia capace di interrogare e dar voce al segreto della morte e della vita, sempre con una tensione profonda che mira a immettere il mistero del divino tra gli uomini e a scoprire il sacro nel quotidiano. Una poesia che parla della perdita e dell’assenza, senza essere mai funerea e triste, ma vitale e viva (…) ».







AVVERTENZA: 
A proposito del sopracitato libro di racconti TI DICO CHE NON HO SOGNATO, e a proposito del suo Autore (che qui e ora è anche “nostro”), ci pare il caso di segnalare la bella INTERVISTA A TGCOM24 DELL’8 MARZO 2012, la cui registrazione in video è presente sul sito:
















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