sabato 30 giugno 2012

ANNAMARIA GIANNINI - «DA SPINA IN VERBO» - SETTE POESIE INEDITE






Notizia autobiografica: 

A proposito di me, la domanda più difficile cui rispondere è: di dove sono? Vivo a Roma da quasi due anni, sono nata per caso a La Spezia, cresciuta fino a sei anni nella splendida La Maddalena, in Sardegna, poi a Cattolica e Rimini fino al mio quarantacinquesimo anno. Amo dire che le donne di casa mia sono tutte sarde, gli uomini tutti marinai. Mio padre mi ha insegnato l’amore per il mare e le parole, da mamma ho preso la forza delle rocce. Spero di aver trasmesso tutto questo a mia figlia. Scrivo perché non so vivere senza farlo. Forse sono un po’ folle e amo scrivere palindromi (anche poesie lunghissime). Il mio motto è anche il palindromo più bello che abbia mai scritto: E LÌ, VERO, CATONE DISSE MOTTO: SOPPORTARE L’ERA TROPPO SOTTOMESSI DENOTA CORE VILE. 
Ho pubblicato di recente un racconto su una ragazza partigiana “La collina di Adele” sull’antologia “Il cuore delle donne” edito da Rosa Anna Pironti e sono stata ospitata con le mie poesie palindrome da Stefano Bartezzaghi su “Lessico e Nuvole” - La Repubblica. Ho incontrato da poco una poetessa speciale che mi ha preso per mano (me e il mio scrivere). Un grande onore è stato vedere una ninna nanna pubblicata da CarteSensibili, “La ninna del vento” in occasione della giornata mondiale della poesia 2012, dove l’incipit richiesto era, appunto, il vento. Le mie parole accostate a quelle di poeti che amo leggere. 


Di Annamaria Giannini ci siamo già occupati (si veda:  ANNAMARIA GIANNINI - «INFINE, TU» - SETTE POESIE INEDITE ).






Da spina in verbo 

 
Il confondersi di un ramo sciolto in gemma 
narra d’ogni virgola il ricamo a rosso acceso 

Poeta è chi riesce a rispondere sul foglio 
ai morsi della vita -dente a dente- 
a fil di spada il segno si ripassa 
marchiato a fuoco sulla pelle 
l’eco di un fiore sbucciato dal dolore 

La mano asciuga una lacrima d’addio 
- il verso ha ali grandi e non rimane- 
l’occhio vede attraverso la sua coltre 
e l’oltre appare appannandosi di fiato 






P_assaggio 

 
Di verde mi sorprendi 
come s’intreccia al seno respirando
 il campo quando primavera lascia 
e rimangono da definire solo i contorni 

la luna una perla esagerata 
strappa salamelecchi ai gatti 
e muso all’erba il cane cerca i grilli 
si chiude il cerchio, dentro sono io 

ritirarsi, i muri salutano lo sguardo 
l’eco di due parole sconosciute 
a rimbalzare i cuscini sprimacciati 
nel gioco antico della poesia di notte 
che fugge all’alba e non la trovi più 






Di pioppi e di respiri 

 
dona il fianco alla radice 
resta per le prossime foglie 
senza croci al seno nutri il legno 
basta una pioggia buona a consolarlo 

così i passi si fermano eppure andando 
rimangono le orme a lato. non calpestarle
il ramo scioglie un colore e lo fa gemma

ancora la radice 
vicino al burrone scende e fa sua la roccia 
senza cadere, alla distanza esatta per respirare il mare 

noi siamo tutto. non solo un albero 
che nella terra si confondono i respiri 
sai che l’organismo più immenso è un bosco di pioppi?






Al greto (grata) 

 
Voglio ascoltare il riverbero del fiume 
quando un crepuscolo ti offre la cornice 
e tutte le talee sono fuggite 

si dilata lo spazio nella solitudine
ritrovando posto per gli oggetti 
accantonati nel donare gli angoli 

fili d’aquiloni le catene al ventre
se la grazia nell’incedere rimane
 la libertà lasciata torna indietro 
nel possedere nulla tutto è tuo 

le mani ansimano sulla creta al greto 
inventando memorie in coda al vento 
il sangue versato si sposta sui papaveri 
che la morte è una sola e la vita tante 

di un filo d’erba mi ruba l’incanto 
negli anni saggi delle cose piccole 
sussurrami di carne consapevole 
senza gridare il sangue 

ho sorsi di bellezza figli da sempre amati 
senza sapere






La spesa degli anni 

 
Ho sostato a ogni bosco di querce 
ho cercato nei quattro cantoni 

sono ancora qui tutti gli anni spesi 
nel sottoscala con chiavistelli aperti 
dove ogni tanto frugo per salutare i morti 
riannodando il profumo ad ogni fiore 

è un soliloquio che mi porta al tetto 
a controllare i ritorni alla grondaia 
se sento respirare un nido nuovo 
ritrovo un senso alle briciole del pane 

di creta il cielo giostra tutto intorno
i biglietti alla prima nuvola signori 
la memoria si consola ad ogni giro 
prendete posto sui cavalli vuoti 


ancora ho tanti dubbi sotto le unghie 
però ho imparato a scegliermi le sottovesti 
senza trasparenze alle ferite 






Mare e... 

 
è buffo, riesci a tornare senza disegnare assenze 
come se in te fossero racchiuse tutte le stagioni 
il bianco rubato alla neve e una rosa 
interrompe l’edera per deliziare il muro 

un mare che unisce i gesti alle parole 
sa di scoglio che si frantuma all’onda 
stanco di pietra prova a volare 

il mondo è grande e il tempo non è tanto 
sbrighiamoci, cambia la luna stanotte 
e noi siamo maree 






Fino a dove 

 
guardami, nei baci delle fragole 
quando s’allunga l’ombra al prato 
e i coltelli sembrano soldati 

l’abitudine della tovaglia bianca 
tre fette di pane nel cestino 
la mezza che rimane a fine cena 

siamo parole della stessa storia 
pudore nel sillabarci come fiabe
da raccontare a un bimbo quando è sera
















PAOLO SANTARONE - TRE VISIONI IN SANTA SOFIA






Quel che dice di sé:

« Un po’ di romanzi nel cassetto… poesie e racconti… (tanti).Una scrittura che con slanci e pause dura da più di mezzo secolo…In un lontano passato ho pubblicato testi di divulgazione storica per ragazzi, e molte traduzioni (perfino una versione in prosa dell’Eneide)… Poi sono vissuto della mia scrittura come “writer” in una grande azienda.  Qualcuno là mi chiamò “penna d’oro”, da cui un mio verso “penna d’oro per oro venduta”. 

Nell’ultimo scorcio dello scorso secolo ho fondato, con altri, la rivista on line “Pseudolo” vissuta circa 6 anni. Alcuni abbastanza cospicui ruderi di “Pseudolo” sono ancora visitabili nel sito: www.giuseppecornacchia.com/pseudolo

Credo ci sia ben poco d’altro da dire: vivo a Daverio, vicino Varese, mi piace viaggiare e più che bipolare, mi definirei ciclotimico. » 

 

Paolo Santarone, che non conosco come scrittore, comincio però a conoscere come poeta. Un poeta i cui lineamenti sono, di fatto, secondo me, piuttosto “proteiformi”, ma un raro poeta - con una voce e uno stile assai variegati, certo - purtuttavia saldamente in possesso (e pienamente conscio) della sua propria cifra poetica. Un raro poeta ho detto. Sì, perché Santarone conosce a fondo e utilizza l’intera tradizione poetico-letteraria italiana ed europea, e tutto un patrimonio di tradizioni, usi e costumi legati (non solo) all’essere - nella propria anima e nella propria lingua originaria - un lombardo. Il suo lavoro (per quanto poco io possa conoscerlo) contiene, insieme a una sorta di vena epico-visionaria, un'ispirazione antopologico-naturalistica, guidate entrambe, sì dal sentimento, ma per nulla sentimentali… Il suo lavoro, dicevo, è governato anzitutto da un grande rigore metodico. Credo che ciò ne dica tutta la classicità. E c’è anche, nella poesia di Paolo, l’alta ironia tipica dei grandi. Per quanto detto, il nostro poeta – che non occupa alcun posto speciale nella poesia odierna, non sarebbe comunque incasellabile in un qualsivoglia movimento letterario più o meno importante. Egli mi sembra, invece, destinato a percorrere e ripercorrere in solitaria la distanza fra i suoi diversi “cuori”. Il senso di quest’ultima affermazione cercherò di precisarlo così: “il poeta latino Ennio sosteneva di avere tre cuori, tanti quante erano le lingue che parlava: l’osco, il greco e il latino. Ed aveva ragione: ogni lingua infatti, lungi dall’essere soltanto un efficientissimo sistema di comunicazione, è una filosofia, un modo di pensare, di concepire e, secondo alcuni, addirittura di creare il mondo. La lingua è il deposito più profondo di una civiltà; è quanto di più autenticamente proprio e durevole questa va lentamente depositando e conservando nell’intimo della sua storia”, come scrive Fabrizio Galvagni in Piö ’n là , Rime, versi liberi e traduzioni in dialetto bresciano, Editrice La Rosa, Brescia, 1994. D’altra parte un proverbio ungherese dice: Tante lingue conosci (parli) tante persone sei. Per parlare una lingua è necessario diventare un’altra persona: si può, infatti, conoscere veramente una lingua se si impara a pensare come la gente che la parla. Ogni lingua è lo specchio della vita, della cultura di un popolo, quindi della civiltà di un gruppo etnico, di una nazione intera. Nel caso del poeta Paolo Santarone, direi che sono stati e saranno i suoi diversi cuori a determinarne i caratteri essenziali, i cifrari, il multiforme stile, le frontiere da varcare, il destino poetico.
A. C. 

(...) Innanzitutto - pur essendo io per nascita milanese, figlio di un padre nato a Milano e sposato con una lombarda DOC - ho sangue: toscano, bolognese, abruzzese, napoletano. Da bambino mi chiamavano terrone, perché avevo l’accento toscano (purtroppo perso) di mia madre. Più che un lombardo credo dunque di essere un italico, e in terra padana sentirsi italico è quasi come essere un rivoluzionario. Credo che sia per questo che i miei cuori sono perfino più di tre, perché alcuni me li prendo anche senza averne diritto (per esempio sono geneticamente lontano dalla sicilianità, ma ne ho rubato ogni volta che ho potuto, e idem per il Magreb). Il mio turismo, le mie “Cerche” sono tentativi di scoprire altri cuori (...) 
P. S.

Di Paolo Santarone ci siamo già precedentemente occupati (si veda: PAOLO SANTARONE - PIERO E IL RITORNO DELLA NEBBIA , PAOLO SANTARONE - LAGO DI VARESE  e  PAOLO SANTARONE - «ROSSO COME L’IBISCO» - TRE TESTI PER LA “CERCA” ).


 




Tre visioni in Santa Sofia 

 

 

Prologo 

 

Come in una cerca ho vagato

in questo sconsacrato luogo

del divino

Qui

maree che una misteriosa luna attrae

o respinge

risacche che l’onda scaraventa

o ritrae

fede e sangue

s’alternano eterni

nei segni di mani umane

graffiati nella storia delle pietre


Di due dei splendette qui la gloria

ognuno con propri culti 

e confliggenti fedi

Qui fuoco e saccheggio celebrarono

l’ebrezza della vittoria

la gloria dello stupro

Qui la clemenza del sovrano guerriero 

assoggettato dalla bellezza

impose d’inchinarsi al rispetto


Trepida diligenza d’antichi mosaicisti

che commettevano Cielo e terra

in unico sacro impero

perizia di pittori di parole

che bravamente figurarono il nome

di Colui che non ha figura

ardire d’architetti che sfidarono le leggi

impastando reliquie e cemento

a rafforzare di Dio la fragilità della statica 

 

 

La prima visione 

 

Un grosso uomo canuto

s’aggira tra i turisti

lo guida un lungo bastone sottile

bianco


Non vede la volta grandiosa

i mosaici

le sacre cerate col nome di Allah


Ascolta non so che cosa

rimbalzi di suoni? silenzi?

annusa l’odore dei marmi

infradiciati di storia


La punta del bianco bastone carezza

la frescura delle pietre

il collo la gola protesa

come in attesa d’un segno


o forse

Dio è più vicino a chi non ha occhi

Lo guida con sussurri 

 

 

La seconda visione 

 

Incedono sbilenche le due gemelle

identiche

identicamente vestite

un passo sgraziato identico per due vecchie donne


Guardano le colonne

i muri gli affreschi la volta

le geometrie del matroneo

come per un dovere sgradito


Soldati d’un esercito perduto

inermi devastatori

le muove la fretta voglia di essere altrove

vanno veloci nel loro mascolino claudicare


Sono esse lo specchio

il doppio 

in questo tempio doppiamente sacro

in questo dualismo di un unico dio

nella Casa che oggi è museo


La santità del Duale

mi passa vicina distratta

accenno un inchino non còlto

non vedono non ascoltano

Mi sfiorano con lieve brezza

e passano oltre 

 

 

La terza visione 

 

La terza visione è un insetto molesto

Una zanzara

Il ragazzino ronzante

zigzaga in monopattino nel tempio


Con destrezza salta gradini

s’intrufola tra la gente

qualcuno sfiora qualcuno urta

villano e indifferente


Preso dal suo gioco

fa gimcane nel matroneo

circumnaviga sdegnoso l’omphalos

struscia di spalla Costantino il Grande

nell’avventura d’una curva stretta

quasi un testacoda


Questo piccolo vandalo innocente

vive qui dentro come in una casa

gioca qui dentro come in una piazza

figlio d’un malaccorto guardiano forse

o indecifrato segnale d’un misterioso messaggio 

 

 

Epilogo 

 

Pacificato

ho ritrovato quello che cercavo

il sudore dei marmi

la trasparenza dell’aria

il silenzio


Con minuzia ho osservato le deesis

ho frugato nei volti delle sante

ho carezzato il lucore delle colonne

e respirato i secoli


In più

il dono delle tre visioni

irrisolvibili enigmi

ipotesi di segni


Forse soltanto 

sogni ispirati da un dio giocoso

(quale dei due?)

a me che nel mio silenzio cercavo


Istanbul – Daverio, maggio 2001

 


 



La Basilica di Santa Sofia (ovvero La Santa Sapienza) a Istambul 
(in greco: Αγία Σοφία, in turco: Ayasofya), 
fu sede patriarcale greco-ortodossa, cattedrale cattolica, poi moschea, ora museo.














venerdì 29 giugno 2012

GEORG TRAKL - OFFENBARUNG UND UNTERGANG (RIVELAZIONE E CADUTA)




Georg Trakl (Salisburgo, 3 febbraio 1887 – Cracovia, 3 novembre 1914), poeta espressionista austriaco. Nasce da Tobias, commerciante luterano in ferramenta e da Maria Halik, cattolica, di origine slava, melomane e collezionista di oggetti di antiquariato. Dopo un’infanzia apparentemente serena, fatta di giochi con la sorella minore Grete, nata nel 1891, di letture e di musica – entrambi suonavano il pianoforte - si legherà con lei in un rapporto incestuoso che segnerà drammaticamente la loro vita. 
Frequenta il ginnasio nel 1897; bocciato già una volta, non supera l’esame finale. Lascia perciò gli studi nel 1905 per lavorare come apprendista in una farmacia di Salisburgo, prende abitudine alle droghe e tenta i primi esperimenti letterari; ammira Hölderlin, Nietzsche, Dostoevskij, Rimbaud, Maeterlinck, Ibsen e Strindberg. Membro del circolo poetico Apollo, scrive recensioni sul giornale locale Salzburger Volkszeitung e fa rappresentare senza successo due drammi: Giorno dei morti (Totentag, 1906) e Fata Morgana (1906), e una tragedia, La morte di don Giovanni (Don Juans Tod, 1908). In quello stesso anno pubblica, sempre sul quotidiano di Salisburgo, la sua prima poesia, Das Morgenlied (Canto del mattino). 
Terminati finalmente gli studi ginnasiali, s’iscrive nell’Università di Vienna per frequentare il corso di farmacia, diplomandosi Magister nel 1910, e presta servizio militare in sanità dal 1910 al 1911. 
Tornato a Salisburgo nel settembre 1911, nel 1912 ottiene un impiego nell’ospedale militare di Innsbruck, città dove conosce Ludwig von Ficker, il fondatore della rivista Der Brenner (L’incendiario), rivista d’avanguardia letteraria che pubblica in maggio le sue prime poesie. 
Ottiene un impiego a Vienna al Ministero dei Lavori Pubblici ma si licenzia dopo solo due ore e torna a Salisburgo. Ripeterà altre due volte la stessa esperienza di incapacità a dedicarsi a un lavoro stabile; a Vienna conosce Karl Kraus, l’architetto Adolf Loos, Ludwig Wittgenstein, che a quel tempo guardava con interesse alla rivista tirolese, il pittore Kokoschka. Nel luglio 1913 pubblica a Lipsia una raccolta di Poesie (Gedichte); dipendente dalla droga e dall’alcool, è spesso soggetto a crisi depressive e incapace di dedicarsi a un lavoro stabile. Va a trovare a Berlino la sorella Grete che, sposata ma separatasi molto presto, è ricoverata in ospedale per un aborto. 
Richiamato allo scoppio della guerra, è ufficiale di sanità nella sanguinosa battaglia di Grodek, in Galizia: deve assistere da solo e senza medicine 90 feriti gravi. Traumatizzato dall’esperienza della guerra, tenta pochi giorni dopo il suicidio ma viene salvato e ricoverato nell’ospedale psichiatrico di Cracovia il 7 ottobre 1914 dove, alla fine del mese, redige il proprio testamento lasciando alla sorella una forte somma di denaro da poco ricevuta da Wittgenstein e, a von Ficker, venuto a visitarlo, il suo testamento poetico con le composizioni Klage II (Lamento II) e Grodek; il 3 novembre si uccide con un’overdose di cocaina. 
Postuma esce una seconda raccolta di poesie, Sebastiano in sogno (Sebastian im Traum, 1915). La sorella Grete si uccide nel 1917. 

Nota: 
Di Georg Trakl ci siamo in precedenza occupati ( si veda: GEORG TRAKL - “Occidente”, “La canzone di Kaspar Hauser”, “Grodek” ). 

Premessa a proposito di Offenbarung und Untergang ( Rivelazione e caduta ) 
Si tratta di sei testi sotto questo titolo riuniti aventi una particolare forma, che riesce, proprio in quanto forma, ad apparire prosastico-poetica, ma che, a una più attenta e profonda lettura, mostra la sua essenziale e mirabile natura puramente poetica, laddove laspetto prosastico altro non è che la conseguenza naturale delluso assolutamente libero del verso, che non si pone questioni metriche né di rima, pur continuando invece a porsi (mi riferisco alla redazione originale in lingua tedesca) questioni ritmiche, iterative, di assonanza, consonanza e così via. Si deve però ammettere che questa felicissima traduzione contiene ritmi e cadenze che - ove si volesse ri-versificare il testo - lasciano chiaramente vedere quanti e quali versi di metro ben definito siano quelli che vanno a costituire il liberissimo verso a cui abbiamo sopra accennato. 
A. C.
Avvertenza: 
La traduzione qui data di  Offenbarung und Untergang è tratta dal libro: Georg Trakl, Le poesie, prefazione di Claudio Magris, Introduzione di Margherita Caput e Maria Carolina Foi, traduzione di Vera degli Alberti e Eduard Innerkofler, Garzanti, Milano, 1983/2004. 







RIVELAZIONE E CADUTA 





dddStrani sono i sentieri notturni degli uomini. Quando io vagavo nel sonno per le petrose stanze e in ognuna ardeva una piccola lampada silenziosa, un candeliere di rame, e quando io rabbrividendo caddi sul giaciglio, si ergeva alle mie spalle di nuovo la nera ombra della straniera e muto io nascosi il volto nelle lente mani. Era anche alla finestra fiorito azzurro il giacinto e saliva alle purpuree labbra del respirante l’antica preghiera, cadevano dai cigli cristalline lacrime, piante per l’amaro mondo. In quell’ora fui nella morte di mio padre il bianco figlio. Con azzurri brividi veniva dal colle il vento notturno, l’oscuro lamento della madre, di nuovo morente ed io vidi il nero inferno nel mio cuore; attimi di trepido silenzio. Lieve uscì dal muro intonacato un indicibile volto - un fanciullo morente - la bellezza di una stirpe che rimpatria. Biancore lunare avvolse la frescura della pietra le vigili tempie, dileguarono i passi delle ombre su consunti gradini, un roseo girotondo nel breve giardino.





dddMuto sedevo in una desolata taverna sotto travi annerite dal fumo e solitario davanti al vino; splendente cadavere chino su un non so che di oscuro e giaceva un morto agnello ai miei piedi. Da azzurrità putrescente uscì la pallida figura della sorella e così parlò la sua bocca sanguinante: pungi nera spina. Oh, ancora mi risuonano di selvagge tempeste le braccia argentee. Scorra sangue dai piedi lunari, germoglianti su notturni sentieri, dove il ratto sguscia stridendo. Sfavillate voi stelle nei miei ricurvi cigli; e risuoni lieve il cuore nella notte. Irruppe una rossa ombra con fiammeggiante spada nella casa, fuggii con fronte nevosa. Oh, amara morte.
dddE usciva da me una oscura voce: al mio morello ho spezzato la nuca nella foresta notturna, quando dai suoi purpurei occhi sprizzava la follia; le ombre degli olmi caddero su di me, l’azzurro riso della fontana e la nera frescura della notte, quando io selvaggio cacciatore stanavo una nevosa fiera; in petrigno inferno smoriva il mio volto.
dddE scintillante cadde una goccia di sangue nel vino del solitario, e quando io ne bevvi, aveva sapore più amaro del papavero; e una nera nuvola avvolse il mio capo, lacrime cristalline di angeli dannati; e lieve scorreva dall’argentea ferita della sorella il sangue e cadde su di me una pioggia di fuoco.





dddLungo il margine del bosco voglio andare, creatura silenziosa, dalle cui mani, senza parole, calò il sole crinito; straniero sul colle serale, che piangendo solleva i cigli sulla città petrosa; fiera che sta silenziosa nella pace del vecchio sambuco; oh, senza requie origlia il capo crepuscolare, o forse gli incerti passi seguono l’azzurra nuvola sulla collina, anche astri severi. In disparte ti guida silenziosa la verde messe, ti accompagna su muschiosi sentieri del bosco timido il capriolo. Le capanne dei villici si sono rinchiuse mute e nella nera tregua del vento impaura l’azzurro lamento del torrente.
dddMa quando io discesi il sentiero di roccia mi assalì la follia e gridai forte nella notte e quando io con argentee dita mi chinai sull’acqua taciturna vidi che il mio volto mi aveva abbandonato. E la bianca voce mi disse: ucciditi! Sospirando si levò in me l’ombra di un fanciullo e mi guardò raggiante da occhi cristallini, così che piangendo mi accasciai sotto gli alberi, l’immensa volta stellare.





dddPeregrinazione senza pace attraverso il selvaggio pietrame, lontano da borghi serali, da greggi al ritorno; in lontananza si pasce il sole calante su prato di cristallo e ti sconvolge il suo selvaggio canto, il grido solitario dell’uccello, morente in azzurra pace. Ma sommesso venivi tu nella notte, mentre io vegliando giacevo sul colle, o infuriando nella tempesta primaverile; e sempre più nera la tristezza annuvola il capo appartato, atterriscono orrendi lampi l’anima notturna, le tue mani squarciano il mio petto ansante. 

dddQuando andai nel giardino crepuscolare e la nera figura del Male si era da me ritratta, mi avvolse il giacinteo silenzio della notte; e io navigai in ricurva navicella nello stagno in riposo e una dolce pace mi sfiorò la fronte impietrata. Senza parole giacevo sotto gli antichi salici ed era l’azzurro cielo alto sopra di me e pieno di stelle; e mentre io mi smarrivo guardando, morirono angoscia e dei dolori il più profondo in me; e si levò l’azzurra ombra del fanciullo raggiante nel buio, soave canto; si levò su lunari ali al di sopra delle verdeggianti cime, scogli di cristallo, il volto della sorella.





dddCon argentee suole scesi gradini di spine ed entrai nell’intonacata stanza. Tranquillo ardeva là dentro un candeliere ed io nascosi in purpurei lini, muto, il capo; e rigettò la terra un cadavere infantile, figura lunare che lentamente dalla mia ombra uscì, con braccia infrante cadde per petrose frane, neve fioccosa. 












lunedì 25 giugno 2012

ALESSIA D’ERRIGO – «INCONTRO CON LA LUNA» - SEI POESIE






Alessia D’Errigo, autrice, attrice e regista. Ricercatrice in campo teatrale e cinematografico. Da anni conduce un intenso lavoro sulla poesia parlata e scritta. Nel 2004 apre, insieme all’artista e regista Antonio Bilo Canella, il “CineTeatro di Roma” centro di ricerca, formazione e produzione in campo teatrale e cinematografico. Nel 2011 crea il progetto IMPROMPTU THEATRE (Teatro all’improvviso), con l’intento di voler fondere varie arti (musica, poesia, danza, pittura e teatro) in uno scenario d’improvvisazione totale. Progetto sancito dall’omonimo spettacolo “Impromptu” con il pittore-performer Orodè Deoro e successivamente da un altro evento “Variazioni Belliche (LamentAzione)”. Ha partecipato come attrice a svariati cortometraggi e lungometraggi; ha realizzato, diretto e montato opere cinematografiche, tra cui: “La casa del Sator” (2006), “Onde” (2007); ha scritto, diretto e interpretato numerosi lavori teatrali, tra cui: “Desiderio” (2006), “Shake Revolution” (2009), “Profetica” (2010), “Il pugno e la rosa” (2011). È rintracciabile, in rete, su www.cineteatro.it  e  http://www.cineteatro.org/docenti/alessia-d-errigo/

«Ogni atto artistico, per come lo sento, dovrebbe partire da una necessità spontanea, e proprio da questo stimolo spontaneo e necessario ho iniziato a scrivere all’età di dieci anni ma, non mi sento un poeta, piuttosto un veicolo cavo attraverso il quale si esprime la poesia. È un mettersi a servizio, il mio, un sentire e un affidarsi ad essa totalmente». 
«La poesia è un senso.
Io la definisco il mio sesto senso, ma forse, o almeno così mi piace pensare, lo è di tutti, solo che in alcune persone va risvegliato, stimolato, soffiato...»
«...La poesia è ovunque, e scrivere è soltanto una delle innumerevoli possibilità che servono a renderla carne viva.» 
«allontanatevi dall’ipocrisia - guardate:
la terra è vergine tra le costole ». 
A. D’E.  



Un petit commentaire

Che la Poesia non riesca a cambiare il mondo è anche possibile. Tuttavia credo che essa produca un continuo mutarsi nell’animo di chi “fa poesia”, ma anche in chi la ama, in chi, come lettore, la vive. Credo anche, essenzialmente, che il Poeta non sia mai costantemente tale. Egli è anche e anzitutto un essere umano, con tutte le disgrazie e le fortune dategli dalla propria umana finitudine. Tali premesse dovrebbero permettere di immaginare come io sia assai predisposto ad accettare, a ritenere spesso preziosi, gli altrui (e i miei) cambiamenti, interiori e non solo tali. Ora, questo lungo preambolo, che è realisticamente applicabile a molti, vale – io credo – molto veridicamente per Alessia D’Errigo e per la sua Poesia, che in questi mesi ho visto evolversi in maniera inaspettata. Alessia, come dice giustamente Federica Galetto, “si esprime smorzando gli slanci, adotta versi brevi ma penetranti per descrivere profonde sacralità. Raccontano istanti concentrati le sue parole, nella ricerca di verità che faranno da contrappeso al suo intenso desiderio di scoprire strade non battute (…)”. Ma proprio lungo strade non battute vedo in questi giorni muoversi Alessia. Forse più che vederlo, mi accade di dedurlo guardando come in lei stia modificandosi la scrittura, che pur conservando le sua cifra caratteristica, il proprio universo simbolico, si fa più ampia sia nel respiro del verso che nell’uso dei significanti. E proprio il verso si allunga, e i testi sembrano tendere a una sorta di prosa poetica, tuttavia le reiterazioni, i “repetita” sono ancora presenti perché questa Poesia si muove pur sempre ai margini dell’abisso, del vuoto, del costante azzardo della psiche (giusto, qui e ora, l’antico mito di Amore e Psiche). E se nel “destino” di ciascuno c’è, sempre presente, il pensiero della morte e il timore della pazzia, nel Poeta, nel Cantore è sempre la sfida lanciata ogni giorno contro tutto questo ad avere il predominio e a permettere il continuo rifiorire della vita nelle sue infinite forme. È questo il crinale su cui avanza e su cui si concreta, come sfida costante, la Poesia di Alessia d’Errigo. E quando, in un suo verso, Alessia afferma di non essere un poeta, noi comprendiamo che parla sinceramente. Tuttavia sappiamo che ciò che non è avvenuto ieri, sta già avvenendo oggi, nostro malgrado e per nostra fortuna.
Antonino Caponnetto



Di Alessia D’Errigo ci siamo già più volte occupati (si veda: TRE POESIE DI ALESSIA D’ERRIGO , ALESSIA D’ERRIGO - ANCORA TRE (POESIE)  e  ALESSIA D’ERRIGO (A-3) - TRE POESIE ). 







incontro con la luna



vorrei crogiolarmi nuda
tra le pendici incolte di ogni essere
sbucciare i semi di ogni nascita
riportarli a me
per amore della specie
per ricerca dei fantasmi
(per ricerca mia):

il gomito della luna
aveva vagato nel cielo
come un occhio spione
davanti alla bellezza
m’aveva guardata
sacrilega
rubandomi un volgare dito medio
alzato al suo cospetto con arroganza
aveva teso la sua luce sepolcrale
per intimidirmi al mondo
ed ora svaniva
vinta e arrossata
come una mestruazione celeste

m’aveva capita lei
che non sono preda
di nessun dio:
piango di bellezza
autonoma 





prosa-poesia consapevole (oppure: PROSASIA - monologo per un teatro attivo) 



da questa morte comune mi distacco
prendo distanze
disfo ogni letto
smetto di scrivere ‘poesia’
(non sono un poeta)
ma un profeta giullare
zimbello dell’esistenza
che scortica ogni demenza logica
per amor ... SUO
(scusate il poco altruismo)

ritorno a fare il cantastorie
adeguandomi ai tempi
abbandono la semantica comune
dissociandomi dalle categorie
dai ruoli
dalle forme
ma soprattutto dalla vigliaccheria:

non mi piace raccontare
ma vivere ciò che racconto
odio la scissione dell’uomo
chiusa nella sua sterile erudizione
che ripete a pappardella citazioni
frasi culturali imparate a memoria
per giustificare la sua presenza in questa vita
(cazzo, è come far diventare Dante una bibbia
oppure il compito di matematica dell’ultima ora)

andiamo oltre
almeno per amor comune:

l’arte sta nel futuro
è una proiezione del tempo
una freccia scoccata dal cuore
per spargere sangue e spostamento
e non un racconto ambientato in un libro x
da un autore y

parlami in nuovi alfabeti
non intrattenermi al compiacimento di questa lingua
proferisci il Verbo
contorcimi e disorientami
lasciami all’inconsistenza
del non creato - e
se non hai le palle
taci per sempre

voglio un sopralluogo in altri mondi
e un ritorno di profezia
(almeno per giocarmi i numeri a lotto)





senza titolo



gli uccelli scuotono impulsivi
i lembi della mia esistenza
maestri d’aria al cospetto della terra
frecce danzanti dell’avvenire:

scortico nelle loro ali la benevolenza
d’un fratello mancato
con cui festeggiare la vita
scortico le membra nel vuoto di quell’aria
fresca e intensa
a cui sento appartenere

gli uccelli strillano
disegnano geometriche agonie
scrivono nel cielo il futuro
m’accodo a loro
come una libera stagione
come una stagione scelta
in quel passaggio mistico
in quel viaggio d’andata e ritorno continuo

non ho tempo di mentirmi
ho solo l’attimo legato al volo
con cui scoccare l’esistenza
e mi chiedo
mi chiedo se sono più uccello
o essere umano





delle rimembranze



Io vedevo chiaro, sacro e sacrilego tra il dono dell’esistenza
Io impicciavo nell’aria i nodi dei miei capelli
per tenerli uniti ai tuoi, mentre un’alba
un’alba troppo grande m’agitava tra i seni
Io capivo nella pallida giovinezza, il ballo
e sceglievo nel cielo un paio di stelle -  solo per te
le appuntavo sospese nella meraviglia dell’inconsistente
e t’amavo nel troppo sole della mattina
nel troppo risveglio della città
com’ero presuntuosa nel mio sentire
com’era placida la mia penna nel sussurrarti

ero una lingua morbida al cospetto di dio
ero la mungitura fresca del creato
un uovo sospeso al mondo
una distorsione asincrona della realtà

e credimi
credimi se ti dico che tra me e te
nel tempo subacqueo trascorso
tra il corallo rosso e tagliente
il dono più grande che l’amore m’ha dato
è poterti guardare
come ti guardo adesso





preghiera d’abbandono



lasciami
lasciami
non mi toccare
non toccare le screpolature del mio cuore
non toccare il mio fiore
oh dio
se potess’io
se potess’io aprirmi a te
se tu ed io potessimo sciogliere
l’ultimo granello d’amore
come una solubile esistenza
come quel viaggio promesso
di luce e risvegli
oh dio
se tu avessi un cazzo
per penetrare questa vita
allora la terra ti ripagherebbe di tutto il male
allora io ti ripagherei di tutto l’amore
oh dio
perdona la mia stasi di solitudine
oh tu mio dio
perdona il mio abbandono
le mie vertebre piegate in preghiere autistiche
per questo amore
per questo dolore
per questo lungo dolore

precipito tutto l’ignoto
l’ignoto al mio cospetto
tutto l’ignoto del mio petto
lasciami
lasciami
ch’è tempo di andare
ch’è tempo di muovermi
oltre te
oltre me
ch’è tempo
di andare
di trovare
di dire
di dare
ch’è tempo
tutto
tutto il tempo
tutto





al cospetto di tanto amore



al cospetto di tanto amore, di così incommensurata bellezza
al cospetto degli angeli che planano lieti, d’un filolino d’erba bruna
una cicala stridente che punge nel cuore la sua pena
la pena di una piccola cicala che stridente mi cerca
forse invano - forse sposa antica delle albe - forse semplice uomo al mondo

di quel ramo spezzato che solca il terreno e separa le dighe - cosa rimane
di quel prato fiorito che ha impermeato il mattino - cosa rimane
e di me, di me, nell’antico parto della mia mente
nell’antico parto che perde il suo domani, il suo ieri e resta - cosa rimane

sopravvivono gli uomini, gli uni con gli altri
gli uni contro gli altri
uno per sé, l’altro per loro
e l’uno e l’altro da soli
e l’uno e l’altro che piangevano - soli
che urlavano canti d’alture
che amavano al di sopra dei canti d’alture
cosa rimane

io sottendo in me un piccolo limbo
io sottendo in me questa ribellione
un luogo d’ascolto segreto
dove preseguir quel canto
dove proseguire quell’amore
ma in nome di chi - di che
per quale strada ch’io non posso guardare oggi
per quale domani se il tempo è una meteora
caduta a picco sulla terra
per quale agone sacro
io conduco questo gioco - questo giogo
bendata come la dea fortuna
al cospetto della mente florida, quella che
anche se non vede
non può tacere






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