sabato 31 marzo 2012

CZESŁAW MIŁOSZ - SEI POESIE


























Czesław Miłosz, [Šeteniai (Lituania), 1911 – Cracovia, 2004], poeta e saggista polacco, è stato, secondo Josif Brodskij "uno dei più grandi poeti del nostro tempo e forse il più grande". Nel 1980 gli è stato conferito il Premio Nobel per la letteratura.















Su questo blog sono già presenti due poesie di Miłosz. Si veda: UNA POESIA DI CZESŁAW MIŁOSZTWO POEMS ABOUT POETRY









Avvertenza:

I sei testi sopra riportati sono tratti da: Czesław Miłosz, POESIE, a cura di Pietro Marchesani, Adelphi, Milano, 1983




KANDINSKY, GROSZ, KLEE - I PITTORI E LA POESIA





Vasilij Vasil'evic Kandinskij [Wassily Kandinsky]
(1866 - 1944)


KN der Schmied (KN il fabbro), 1922, Musée d'art moderne, Centre Pompidou, Paris
Inno





Dentro culla l'onda blu.
Panno rosso lacerato.
Cenci rossi. Ondate blu.
Vecchio libro accantonato.
Sguardo noto in lontananza.
Piste oscure dentro il bosco.
Tenebrosa si fa l'onda.
Dove il panno rosso affonda.




(« Almanach » , 1925, traduzione di Libero Sosio)










George Grosz
(1893 - 1959)



Methusalem. 1922. 
Watercolor, Indian ink and bronze paint on paper, 52.6 x 41.1 cm. 
The Museum of Modern Arts, New York, NY, USA.

Canto


In noi vi sono tutte le passioni
e tutti i vizi
e tutti i soli e le stelle,
abissi e alture,
alberi, animali, boschi, fiumi:
Questo siamo.
Le nostre esperienze
son nelle nostre vene,
nei nostri nervi.
Vacilliamo.
Ardenti
tra grossi blocchi di case.
Sopra ponti d'acciaio.
Luce da mille tubi
ci avvolge,
e mille notti violette
incidono rughe profonde
nei nostri volti.




 (« Die Aktion », 4, 1914,
traduzione di Maria Teresa Mandalari)




Paul Klee
         (1879 - 1940)        




Cat and Bird, 1928, oil and ink on gessoed canvas, mounted on wood (38.1 x 53.2 cm), 
The Museum of Modern Arts, New York, NY, USA.
Ultimo




Nel mezzo del cuore
unico dolore
un passo che muore
del gatto pezzi:
l'orecchio risuona
il suo piede corre
il suo sguardo
brucia tagliente e tardo
viso senza risposta
bello come un fiore e falso
nulla ha a che fare con noi




(Gedichte, 1960,
traduzione di Giorgio Manacorda)








Avvertenza:

I tre testi sopra riportati sono tratti da POESIA EUROPEA DEL NOVECENTO - 1900_1945, a cura di Piero Gelli, SKIRA, Milano, 1996


venerdì 30 marzo 2012

MIQUEL MARTÍ I POL - PUNT I SEGUIT (PUNTO, CONTINUANDO)




Miquel Martí i Pol, poeta e saggista Catalano, nato a Roda de Ter nel 1929. A 19 anni fu colpito dalla tubercolosi che lo costrinse a letto per un anno, diventò lettore instancabile, e iniziò così una brillante carriera poetica che lo rese il più popolare poeta catalano. Alla sua prima pubblicazione, "Parole al Vento", del 1954, fece seguito, tra le altre, "Quindici Poesie" del 1966, "El Poble" (che significa sia il popolo che il paese, il villaggio) del 1971, "La Fabbrica" del 1972,"La Pelle del Violino" e "Amata Marta" del 1979, "Le Chiare Parole" del 1980 e "Un inverno placido" del 1994.

Insignito del Premio della Critica , del Premio Città di Barcellona (per la Poesia e la traduzione), il Premio d'Onore in lettere catalane nel 1991, la Medaglia d'Oro al Merito in Belle Arti nel 1992, la Croce di San Giorgio, il Premio Nazionale di Letteratura nel 1998 e la Medaglia d'Oro della Generalitat de Catalunya nel 1999. Fu membro della Associatione degli Scrittori in lingua catalana. Morì nel novembre 2003, vittima di una sclerosi multipla che lo affliggeva fin dal 1970.


Di questo poeta abbiamo già parlato, proprio su questo blog - 




PUNT I SEGUIT                                                                PUNTO, CONTINUANDO 
                                                             

Aquest sobrant de mi el contemplo amb una                    Questo avanzo di me, io lo contemplo                       
secreta complaença i em commou                                    con una compiacenza                       
com si no fos un atzucac que em xucla.                            segreta, e mi commuove
Potser no cal descriure l’esperança,                                  quasi non fosse affatto 
potser només sentint-ne el bategar                                    la strada senza uscita che m’ingoia.
ja n’hi ha prou, i els moviments profunds                           Descriver la speranza? Forse non serve. Forse
del sentiment covard val més desar-los                             solo sentirne il palpito è quanto basta, ed i profondi moti
a les remotes golfes de l’oblit                                             del sentimento pavido conviene
perquè la pols i els corcs se n’apoderin.                            celare nei remoti angoli dell’oblio
Dubtaré molt encara i em faré                                            perché polvere e tarli ne prendano possesso.
mil sorprenents preguntes per sentir                                  Io dubiterò molto, di nuovo, e mi porrò
com se m’escapa a poc a poc la vida                                 mille domande impervie per sentire in dettaglio
sense perdre’n detall, i com l’altívol                                    come piano mi sfugge la vita, e come l’albero
arbre que havia estat perd el brancam                               superbo che io fui perde il fogliame,
i espera, nu, que un llamp el redimeixi.                               e, nudo, attende un lampo redentore.



da LLIBRE DE LES SOLITUDS,
Edicions 62 • Empúries, Barcelona, 1997                                                                       Traduzione dalla lingua catalana di Antonino Caponnetto

giovedì 29 marzo 2012

MIKLÓS RADNÓTI - A LA RECHERCHE







Miklós Radnóti (Budapest, 1909 – Abda, 10 novembre 1944), poeta ungherese, studiò filosofia all'Università di Szeged. Ebreo, non poté esercitare la professione d'insegnante; perseguitato, venne rinchiuso in vari campi di concentramento in Ungheria e Serbia e, infine, fucilato. Nei suoi vestiti, rinvenuti in una fossa comune, fu trovato il suo ultimo taccuino di versi. Nella poesia ungherese del '900, Radnóti è una delle voci maggiormente popolari e tra le più sensibili ai problemi della Polis e alle sue trasformazioni. Lirico pregevole, fu anche ottimo traduttore, in ispecie dei poeti francesi.








A LA RECHERCHE




Antiche, miti sere, il ricordo vi innalza.
Tavola scintillante incoronata da poeti e giovani spose,
dove scivoli, nella melma del passato?
Dov'è la notte in cui gli amici animati, allegri
bevevano il vino in calici iridescenti?


Versi nuotavano attorno al lume delle lampade,
ondeggiavano aggettivi brillanti, verdi sulla cresta spumeggiante del metro e
vivi erano i morti, in patria i prigionieri e i cari amici dispersi,
scrivevano poesie uomini che da tempo sono caduti,
e hanno sul cuore la terra d'Ucraina, di Spagna, di Fiandra.


Alcuni si sono gettati nel fuoco, digrignando, combattevano
solo perché non potevano dire di no
e mentre intorno la compagnia dormiva guardinga
al riparo della sudicia notte, ricordavano
la loro stanza, isola e tana in quel mondo.


Altri hanno viaggiato sigillati nei carri bestiame,
intorpiditi e inermi andavano sui campi minati,
altri, armi in pugno, si sono mossi da soli,
in silenzio, sapendo che la lotta era la loro causa,
ora l'angelo della libertà ne custodisce il grande sonno nella notte.


E altrove...  È lo stesso. Dove sono più le bevute piene di saggezza?
Veloci volarono le cartoline-precetto, si sparpagliarono
i frammenti di poesia, si moltiplicavano le rughe alla bocca
e sotto gli occhi delle ridenti fanciulle,
si appesantivano le ragazze dal passo di fata
negli anni taciturni della guerra.


Dove sono la notte, l'osteria, il tavolo sotto i tigli?
E i sopravvissuti a forza cacciati in battaglia?
Il mio cuore ne sente le voci, la mia mano conserva una stretta di mano,
ne cito le opere, cresce la loro immagine mutila,
la misuro (prigioniero muto) sulla vetta della Serbia folta di gemiti.


Dov'è la notte? Non tornerà più quella notte,
perché la morte dà altri contorni a ciò che è stato.
Siedono attorno al tavolo, si nascondono nel sorriso delle donne,
bevono nei nostri bicchieri i non sepolti
che dormono in foreste lontane, in pascoli stranieri.




(Lager Heidenau tra i monti sopra Žagubica, 17 agosto 1944).




in: POETI UNGHERESI DEL ’900, a cura di Umberto Albini, ERI / Edizioni Rai Radiotelevisione Italiana, 1976







JUNZABURŌ NISHIWAKI

CINQUE POESIE TRATTE DA: « FAVOLE MODERNE »



Junzaburō Nishiwaki (1894-1982) poeta giapponese, saggista e critico. Nonostante la pubblicazione di alcune poesie in inglese, relativamente sconosciuto sia ai lettori di lingua inglese che agli occidentali in generale. Sconosciuto in italia, fatta eccezione per il serio contributo dato in senso conoscitivo dalla rivista IN FORMA DI PAROLE con il citato volume cui ci riferiamo. Venerato in Giappone, Nishiwaki è ampiamente riconosciuto come il fondatore e maestro della poesia giapponese moderna. I critici tendono a sottolineare le influenze europee nella sua poesia, il che ha portato altri a mettere in discussione lo "stile giapponese" del suo canone, in particolare della sua poesia più tarda. Per esempio, Osea Hirata suggerisce che Nishiwaki sia tanto giapponese quanto occidentale e che appartenga nello stesso tempo a entrambe le letterature. Hirata, critico inglese del lavoro di Nishiwaki  ha anche indagato la natura "traslazionale" del linguaggio poetico del poeta, e le somiglianze tra i suoi scritti teorici e quelli del filosofo decostruzionista Jacques Derrida.



Per la strada di Kōshū


Discendi un lungo tratto ed ecco stridìo di cicale
Le bacche rosse ai viburni
Il ratto delle Sabine ovvero una casa di sasso nello stile di Corinto
Guarda ci sta il vecchio fabbricatore di tamburi
Col pigionante, maestro di francese
Che un giorno – dopo melanzane marinate e cavedani in sashimi
A furia di tracannar vino di canna
Ci si paralizzarono le lingue



Versi


Occhio intento al mondo
Trasparenza d'ali di cicala
Ormai solo l'occhio resta
Nell'uomo uccello
Dalla bella testa!
Per la fatale china lamento
Estate di rose
Qualcuno che ha portato fiori di malva
Terra color albicocca
E qualcuno che ha chiesto col braccio proteso indicando
— È quella
Casa tua?
Nel gomito del corso superiore del mercurio
Eruzione dorata di fiori d'altea
Tra le gambe della donna che s'arrampica sull'albero
Estasi a ventaglio
Inarcata crisi
Il giorno che la formica sale lungo il mirto crespo
Qualcuno in ozio sul ciglio della strada



Malinconia  di Dolben poeta della natura


Stanza prima

Su gialle pasture
Sto in poltrona
Una foglia di trifoglio appiccicata nel mezzo della fronte
Lascio lo sguardo naufragare lontano

Affacciarsi da un arbusto di fatsia
E sorridere non è comodo ma insomma
Si può fare

Sdraiato come una forbice d'oro
Dentro un tappeto steso nel deserto
Ogni momento scruto verso la moschea
Che avvisa se di fumare il sigaro sia arrivata l'ora
Ma dalla torre non viene melodia


Stanza seconda

Colgo viole come un kōtō  a sette corde nei campi a primavera
Rovescio il mare in una coppa di zaffiro 
E ci affondo la basetta

Bevendo lo sciroppo
Il Serafino vola in cielo
Nero affonda clangore di bronzo
Punto il suo mento verso la donna
O custode levigato!


Stanza terza

E per finire sono diventato gommagutta



Ifigenia mutilata


I

È venuta
Color fiore di biancospino
Violetto di lillà
Chiome bionde
La donna androgina

Cristallo di benzina
Picasso
Nella catena delle sue metamorfosi
Trova ridendo la rosa


2

Storia d’una fessura tra le natiche
Nel blocco di pietra
Testa e braccia
Divelte
Una folta ciocca bionda
Recisa via
Rimane appiccicata sulla schiena
Brama di un’amputata dea di babilonia
Il sentimento del pensiero
Inatteso viene avanti.
Un’estate di sconforto viene avanti
Come viene l’ape ai fiori della vite


3

Hooo
Accarezza col fiato la finestra
Coppa di ghiande e spini
– Ancora non ho fatto mai l’amore
Ma la voce e la figura d’un uomo
M’inseguono da due giorni –
Ha scritto per lettera
La signora preoccupata



Su un disegno di Matisse


Nella nobile dimora antica provveduta
Di terrazza su Rue Bois
Prendendo colazione discorrevo
Con Madame Goiron
Intima di Jean Cocteau
Frumento nella campagna franca
E papaveri rossi dappertutto
Cantava il rossignol
Vigneti lungo la Ronne
Contadini ciarlanti
Con cappelli alla Van Gogh
Né dimentico poi
Sulle rose di rovo
La cesta d'albicocche
Per il vecchio che spiana delle donne
Ogni fossetta di mento o d'ombelico
Ha trovato il liscio disparito l'uomo
E come colui che inventi
Color di carne può ben essere chiamato
Alla festa dell'estate
Liscio, sogno sommo dell'umana stirpe!
La donna dell'estate - ape d'estate
Trafigge le pupille del reale
Dove sono gigli gialli
E l'alba tigre
Viso di donna o matita che compone sull'ardesia
Forse spigolo di gemma di tra volteggianti foglie di platano
Una donna
S'avvicina
Tra le foglie del platano
Viene avanti
Dritta verso di noi
E nel close-up scompare
Né l'uomo che attendeva la richiama
Prende una sigaretta
Alza le palpebre
E fissa la corteccia



L'opera poetica FAVOLE MODERNE, a cura di Ornella Civardi, è apparsa in Italia su « In forma di parole », anno venticinquesimo, La Quarta Serie, numero primo,  gennaio   febbraio   marzo   2005


mercoledì 28 marzo 2012

FRANCESCO PALMIERI - TRE POESIE








Francesco Palmieri (Altamura [Bari], 1953). Docente di Materie Letterarie. Vive nell’hinterland milanese. Nessuna opera finora edita, se si escludono alcuni interventi in un’antologia (LietoColle) e in una rivista letteraria (Historica). Palmieri è presente su facebook e in alcuni siti di poesia. 

« Non posso negare il carattere filosofico del mio ‘fare poesia’ e nemmeno l’esercizio di un’amplificazione del senso letterale (o tautologico) del linguaggio, il che significa essenzialmente aver cercato di riprodurre l’eco emozionale che caratterizza alcune cognizioni strutturali dell’essere e dell’esserci. Il tempo non è un’unità di misura, soltanto. La Storia non è divenire, soltanto. E l’umano non è testa-tronco-braccia-gambe, soltanto. Ed è in quel valore aggiunto, in quella violazione della tautologia che si annida il luogo-non luogo emozionale da cui il fare poesia attinge. In fondo la poesia è una didascalia interiore, a margine della ragione e della coscienza, non per niente spesso si evoca la musicalità (del verso), e altrettanto spesso le si affida l’arduo compito di dare forma e voce a quei tratti imponderabili del sentire che, senza la poesia, rimarrebbero l’indicibile, l’inaccessibile, l’ombra scura del discorso esplicito. Insomma… ci si prova a non far estinguere lo sconcerto dell’anima, ci si prova ad affermare e riaffermare che forse il mondo non è solo ciò che accade ma anche ciò che, pur accadendo, non si vede... ». 
Francesco Palmieri



AGGIORNAMENTO BIO-BIBLIOGRAFICO DEL 26 MARZO 2014: 

Nell’autunno del 2012, per i tipi de La Vita Felice,  il nostro Autore pubblica la raccolta poetica dal titolo “STUDI LIRICI (Solo parole d’amore)” [ la cui scheda descrittiva – che di seguito riportiamo – è visibile sul sito della casa editrice all’indirizzo: http://www.lavitafelice.it/scheda-libro/francesco-palmieri/studi-lirici-9788877994608-35202.html ]. 

Non è facile parlare d’amore. E soprattutto è difficilissimo scrivere poesie d’amore. Non è facile dopo Prévert, Neruda, Salinas, Hikmet ed altri ancora. 
Ma l’amore non appartiene all’esclusivo sentire – per quanto raffinato – dei grandi poeti, l’amore non è circoscrivibile all’interno del linguaggio di poesie che pur hanno saputo toccare i vertici del sublime o la dimensione abissale e seduttiva della tragedia erotica; l’amore è un sentimento originario, primario, archetipico, che attraversa tutta la Storia umana, tanto è radicato a fondo in ogni uomo e donna; ed è per questa ontologia dell’amore che se ne è scritto, se ne scrive e, presumibilmente, se ne scriverà.
Gli «Studi lirici» si inseriscono idealmente in questa immaginaria filogenesi, forse con l’intento di testimoniare al presente, nell’ora e qui, come ancora oggi agisca, incida e funzioni la fisica e la metafisica dell’amore, quell’Eros così universalmente provato, vissuto e patito, seppure attraverso il filtro – e non potrebbe essere altrimenti – di un Io che vi si pone di fronte, armato unicamente di ascolto di sé e di parola. Non a caso il sottotitolo della silloge è «solo parole d’amore». 

[...] sono un percorso intimo-erotico che non solo pare indicizzare il divenire dilemmatico dell’amore, il suo doppio volto sublime/terrorizzante, ma hanno contestualmente una implicita funzione di catarsi, di necessario abbandono e poi liberazione nella e dalla conflittualità eros/pathos, una sorta di tentativo estremo di dire, raccontare l’esaltazione e la caduta quando Amore diventa il linguaggio fra un Io e un Tu.









Cambi di stagione

Si è aspettato a giorni il mondo che verrà

(era in attesa sul finire di una buonanotte,
oltre la storia e i baci prima di dormire,
era inciso su cupole fra firmamento e cielo
che bastava una preghiera perché dio
vi si affacciasse al volo,
e poi sospeso sopra labbra rosse
quando l’amore non era un dopo
di lenzuola sudate da lavare),

si è aspettato, noi, 
come bambini seduti sopra a un molo
coi piedi in pesca dentro acquario e mare
e gli occhi di vedetta in cima a caravelle
(perché i bambini hanno angeli per ciglia
e coperte con le stelle sulle spalle,
perché i bambini sono senza confini
ed hanno passi alti dalle montagne al cielo).

Poi vennero gli anni scivolati in acqua:
un tempo per il tuono delle cannoniere,
un tempo per il fumo delle petroliere,
un tempo per l’utopia caricata dalla polizia,
un tempo per un muro al fondo d’ogni via.

E adesso è solo vivere al presente,
lo spazio di giornata o qualche minuto appena,
e se mi affaccio un tanto sulla riva
lo so tutto il silenzio a perdita di vista,
il nientenulla oltre la superficie
ed un bisbiglio di cordoglio dentro cattedrali,
così, come viene naturale dopo la strage,
ad ogni genocidio di generazione
quando infine si capisce
che si nasce per le stelle
e si muore in una cella.



Peso a peso

(…siamo nati a morire
e ancora questo non basta…)

Non basta farsi certi a poco a poco
che gli anni invulnerabili sono contati
e poi solo il cadere ad una ad una 
di scaglie di metallo dalla pelle
(e carne, soltanto carne esposta,
dai piedi e alla testa, intorno a braccia e cosce,
nel cavo del torace, nel ventre gommapiuma,
carne soltanto col marchio di memorie
che furono corse sott’acqua e pioggia senz’ombrello,
la svolta in un portone ed una rosa,
il bacio ed una rosa, e l’infinito intorno).

Non basta sovrapporre peso a peso,
comprimere le spalle di zavorra e terra
(e rami fracassati per caduta da sospensione al suolo,
e voli trasparenti che hai aspettato in anni
perché non era ancora il tempo degli spari,
dei colpi di fucili nascosti nelle siepi
e i passeri a stramazzare, i cani ad abbaiare,
e terra tutt’intorno, soltanto questa terra.).

Non basta lo spirare goccia a goccia,
segnare il passo per l’ultimo corteo
(e chiudere la casa dopo il lutto,
scenderne le scale per non salirle più)
e poi ancora uno che forse ti aspettavi
e poi ancora un altro venuto di sorpresa.
Non basta accorgersi e non dirlo
che i vecchi se ne andranno
e resteranno i figli,
che certo è ancora vita il giro di clessidra
ma come sarebbe stato 
il durare gli uni e gli altri
lo spazio di un eterno
e non giorni d’inferno
per i sopravvissuti.

Siamo nati a morire,
e fosse stato questo il neo,
il punto di scadenza di una stagione sazia,
un reclinare il capo come i fiori,
un chiudere le imposte per dormire,
l’andarsene non visti, senza lasciare croci,
svanire fra le stelle e nessuna guerra,

sarebbe stata vita, un giorno lungo un sogno,
il canto di un delfino a navigare il mare.

(Ma forse questo
dio
ancora non l’ha visto).



Studio lirico 1

Non seminare stelle

nel mio buio,

lasciami
talpa d’inverno e neve,

non svegliarmi
se non è certo
che il cespuglio ha gemme
e il giorno è luce
e intiepidire l’erba.

Non svegliarmi
se non sei primavere da portarmi.















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