mercoledì 7 novembre 2012

NUNZIA BINETTI - « COME FANNO I POETI » - NOVE POESIE








Nunzia Binetti, nata a Barletta dove vive, dopo la maturità classica ha frequentato presso l’Università degli studi di Bari, prima medicina e poi lettere. Scrive poesie, recensioni e, come pubblicista, articoli soprattutto in web- per “Vivicentro Web Rassegna Stampa”-. Si interessa di saggistica e  critica letteraria. Sue poesie sono presenti in numerose antologie poetiche edite anche da Perrone Editore di Roma e dalla Casa Editrice Aletti. Una delle sue liriche “Effetto Placebo” è stata tradotta in lingua Serba e pubblicata nel 2011 sulla Rivista Letteraria “BIBLIOZONA” della Biblioteca Nazionale di Nis.  
Nel 2010 la CFR Editrice di Sondrio ha pubblicato la sua prima silloge poetica dal titolo” In Ampia solitudine”.
Vincitrice di diverse selezioni editoriali per la pubblicazione di poesie in antologie. Partecipa di rado ai concorsi letterari, ma è risultata vincitrice del premio speciale nel Concorso Internazionale di poesia “ Giacomo Natta 2012” con  la poesia “Tendenze”, che il M° Celeste Masotti ha poi messo in musica per soprano e pianoforte, ed anche di altri premi speciali nel Concorso Letterario “Nazionale Carignano, Città del Principe 2012,” per una silloge inedita ed in quello” Internazionale Città Martin Sicuro” per la silloge edita “In Ampia solitudine”.
Vincitrice del 2° premio per la Poesia nel Concorso Nazionale “Premio Mercedes Mundula” indetto nel 2009 dalla BPW F.I.D.A.P.A. di Cagliari.
Recensita da poeti e critici letterari, come Virginia Murru, Italo Zingoni, Roberta Panizza, Davide Castiglione e Sandro Angelucci in alcune significative riviste letterarie come” Capoverso” n° 23 del 2012, si è imposta anche all’attenzione del quotidiano partenopeo,“Il Golfo”, del settimanale ischitano “Il Dispari”, e della “Gazzetta del mezzogiorno”.
Impegnata nel sociale per il raggiungimento della parità di genere uomo- donna, già Presidente della BPW FIDAPA sez. di Barletta (2009/ 2011) è attualmente Past president della stessa, oltre che  membro della Taskforce twinning della Federazione Internazionale BPW.
È Vicepresidente del Comitato Società della Dante Alighieri di Barletta, del quale con l’attuale Presidente è stata di recente fondatrice, animata com’è dall’amore per la cultura italiana e per la lingua madre.


IL PARERE DEI CRITICI


Davide Castiglione – critico e poeta (in una prima recensione): La sua ricerca espressiva si pone, consapevolmente, in posizione mediana fra tradizione e innovazione: il suo linguaggio lirico infatti, con accensioni verticali e un sublime che si richiama al tardo-simbolismo e all’ermetismo, accoglie nella sua fine tessitura immagini e concetti scientifici – certo a lei non estranei, avendo frequentato medicina all’Università di Bari – che la scrittura umanizza, inserendoli in un sentimento potente e sublimato al tempo stesso. Questo avviene, per esempio, in “Anelito”: “Non serve il nostro tentativo / di rivolta, a ricongiungerci nel punto / di fusione / in ricomposizioni, e mutazioni, / se alla memoria assorta di un Dna crudo, elicoidale, / fu ascritto per noi tutto, / questo destino o un canto”.
Il paesaggio è una presenza fondamentale, e spesso sembra osservato “al microscopio” in ogni manifestarsi del naturale, dalla corolla al cosmo, come se tutto avesse un linguaggio segreto che a volte la poetessa partecipa in un’ebbra fusione, come nei versi “Allattami  tu, cielo, / d’azzurro e di vertigini”, da “Dulcedo”, mentre più spesso c’è, come nel suo prediletto Zanzotto, una dolorosa estraneità fra Io e mondo naturale, come in “Inverno sul nido”: “Vado col piede tra assenza/ di fili d’erba e stilemi irrisolti”

Davide Castiglione (Intervento su Capoverso n° 23 del 2012): L’aggettivo “lirico” utilizzato prima merita ulteriori considerazioni: la sua valenza, pur comprendendo il potere catartico del canto e un sentimento della natura, non si riduce affatto a esso. Piuttosto, il lirismo è un modo di stare al mondo, e mettere al centro della propria poesia l’Io è un atto di umiltà e orgoglio al tempo stesso: l’umiltà di non parlare per altri, siano eventi sociali o esseri umani; l’orgoglio di portare il lettore verso la propria percezione e individualità, senza mai mendicare l’ascolto, evitando quel tipo di empatia generalista (e perciò facile da replicare) di molta poesia mainstream.
L’Io è rifratto in molteplici elementi coi quali prende forma una fugace identificazione a impedirne, o rimandarne, il dissolvimento, in un metamorfismo irrequieto: la poetessa è allora “nido di passero”, “giunco nel canneto”, sarà “minuta come una mosca”, è creduta “foglia secca”; o è appena un “dilatarsi di pupilla”, ma non “dea o enigma rauco” né “la ragazza dal fiore rosa ai capelli”. Immagini di femminilità complementari queste ultime due, eppure entrambe negate, perché “ho speso un tempo di donna / moneta che non torna” (Fragile poesia). Eppure, la femminilità negata dal discorso si invera nel discorso, con l’investimento femminile nel paesaggio (“A questo paesaggio piatto, senza fianchi / né seni mi tiene aggrappata la vita / o qualche novembre”, Novembre), l’importanza del ciclo stagionale, sia pure rovesciato nei valori (“la primavera è prato di illusioni, / la bugia grande che ti elide tra sonno e fasci / incisi di uno strano sole”, Apri-le), il bisogno di protezione (a volte, perfino di regressione: “mi raccolgo tra gocce di liquido amniotico”, Estate) e d’indipendenza, la sensualità espressa dalle sinestesie e dagli avvolgenti richiami fonici (“sospira pallida, mezza malata”, Via la luna; “liquide lentezze, anestesie / risanano strapiombi di tristezze”, Ultima ipotesi). più volte in Binetti lingua e natura si fondono, come  nella splendida Apri-le che “non è un mese / solo lo schiudersi di un uscio al dopo”, con la ripresa e (diversa) negazione del celeberrimo verso di Eliot “Aprile è il mese più crudele”.
Viscerale senza esibizionismo, raffinata senza manierismo, la voce poetica di Binetti cerca orecchie in grado di percepirne i tremiti interni, i cambi d’umore, l’eleganza sintattica e sonora: cerca anzitutto affinità elettive, ma non rifugge affatto il lettore comune – a patto, chiaramente, che questi sappia mettersi in paziente ascolto, per partecipare sì i temi universali toccati da questa poesia, ma sotto il suo particolare angolo.

Roberta  Panizza poetaLa poesia della Binetti è infatti una poesia che scatena una ridda di sensazioni sopite dentro chi la legge, una poesia dell’anima, i cui moti, attraverso una metodica e approfondita introspezione, vengono scomposti, analizzati e riproposti in un multistrato ricco di significati come solo chi ha una buona dimestichezza con le potenzialità della poesia può e sa fare.  
E tra i tanti temi trattati dall’autrice, solitudine, malinconia, dolore, vita, desiderio di vita e di serenità, di riscatto… ella regala a chi legge, in magistrali tratti, le sembianze interiori della sua femminilità... il messaggio della Binetti non sarebbe così forte ed incisivo, capace quindi di emergere dall’insieme, pur nella levità dei toni già citata, se non poggiasse su una forma lessicale intinta a piene mani nell’ampio serbatoio della lingua italiana, precisa e allo stesso tempo delicatamente poetica espressione di così profondi concetti interiori.  

Alessandro Angelucci poeta e critico: C’è, è innegabile - e ne è la naturale conseguenza - un forte senso di fragilità (“Ed io sono vetro; tintinno.”), di precarietà, di offesa per la ricerca continua di un fiore fra distese di ortiche; ma è proprio questo girare intorno al mondo, alle terrene vicissitudini, al suo stesso interlocutore, a se medesima, infine, che rende autenticamente nuova la proposta portata avanti, in ampia solitudine, da Nunzia Binetti.
Ben oltre le apparenze, allora, è giusto parlare “di un approccio esistenziale comunque ottimistico”, sorretto - sul piano dei contenuti - da una tematica che privilegia i sentimenti senza farsene fagocitare e li esprime, stilisticamente, attraverso il lirismo di un verso libero e moderno ma sempre attento al ritmico distendersi del canto.
Segni, questi, a nostro avviso, di una già matura capacità espressiva.


Nunzia Binetti, PENSIERI SULLA POESIA

Spiegare cosa sia la poesia è sempre stato difficile per me e chiunque, fin da quando essa  ha visto la luce in questo mondo. Filosofi, poeti, critici hanno dato infinite definizioni alla parola poesia e all’arte poetica. Poesia per me è forse ricerca continua della assoluta Bellezza, ma non intesa come categoria puramente   estetica, bensì come gesto attivo e reattivo a tutto quanto è Storia dell’uomo nella sua globalità, sempre contaminata purtroppo da eventi che hanno fuorviato e fuorviano la sua parte migliore, intima e pura. La poesia è ricerca di un’oasi tra tante brutture che hanno afflitto e affliggono il mondo ed il nostro povero Paese, soprattutto in questi ultimi tempi (e qui ritorna in campo il mio concetto di rifiuto per la storia collettiva); è un partecipe (strano a dirsi!) evitamento del grande dolore che provo per esse.
Poesia è dunque Bellezza che deriva dall’Arte della parola. Il poeta ama la parola, come il pittore il colore e qui mi sovviene il detto oraziano circa l’Ars Poetica ut pictura poesis”. Poesia è Amore per la parola, che ha ragione di essere per quell’etimo, capace di renderla significato, ma anche per quel suono che possiede e che ha un valore tanto estetico, quanto antropologico che ci descrive intimamente e ci esprime come significante; quest’ultimo suo valore, è depositato nel nostro “inconscio”, come storia sì, ma del nostro” primo essere  assoluto”  e storia del nostro “solitario essere”  in un certo luogo  ed nel tempo tutto.  Non c’è parola, obsoleta o del comune parlato (neologismi inclusi) che non possa brillare in una poesia, che si fa racconto dell’uomo, ma relativamente all’evoluzione della propria lingua madre e del proprio esistere e modo d’essere. Ma la Poesia è anche tormento, tormento della parola, come direbbe Volosinov; talvolta scaturisce facilmente e la provochi, talvolta la cerchi, con passione, magari nel dubbio doloroso (e qui è il pathos) di non arrivare al lettore, dopo averla trovata, e di non essere da lui compreso per mezzo di essa, ma anche  con la gioia, per me, di sapere che forse  non sarò compresa. Poesia è quindi Mostrarsi e Nascondersi, senza finzioni, in un gioco di luci ed ombre dalle quali desideri essere avvolto, un po’ per darti e donarti, un po’ per conservarti, non sempre esplorato.  In questo è il forte senso esistenzialistico della mia Poesia, e l’atto ispirativo rimane inspiegabile e indefinibile, un fattore sicuramente metafisico.
N. B.








Amedeo Bocchi, 
Bianca con geranio rosso
1928. Olio su tavola 
© ADNKRONOS - maggio 2012









Come fanno i poeti


                                                                                       A me pare che “Bianca con il garofano rosso” sia 
                                                                                       la più reale rappresentazione  del “poetico”, 
                                                                                       così com’è dipinta da Amedeo Bocchi, per quella 
                                                                                       sua orgogliosa bellezza  e grazia, mista a pudore, 
                                                                                       e in quello sfiorare certi acuti d’armonica dissonanza, 
                                                                                       laddove i  colori ardono un crescendo inquieto d’intensità...




Marca la voce che faccia da finestra al silenzio
e parlagli in versi.
Sarà suono di campana
senza più fedeli, un rumore disperso.
Profondo è il tuo odore mediterraneo
respiralo, fatti narcisa 
in bellezza di luce, così come Bianca
con il geranio rosso in quel di Parma
e con indosso il lucore
di una nuvola per gonna.  
Nel  grammo di tempo che ti resta, goditi in fretta
con  l’ansia che poi uccide.
Scriviti sopra un foglio, smembrata dalla norma                                    
spezzati l’anima e versala sulla tavola, pane e vino. 
Infine siedi sullo scranno
-ma con lo sguardo basso-

Marca la voce che faccia da finestra al silenzio.
Fanno questo i poeti.





Il canto di Ezia (notturno di donna)



Io non so chi accende la luna 
(che tormento di sguardi)
o quest’aria in odore di campo
quando è maggio.
So che ho mani di pane
se accarezzano l’uomo che amo
in un sogno qualunque
e ricamo la vita sopra un panno sgualcito
             non lo stiro;
è una nenia, sedicente visione
ogni notte... ogni notte...
e resistere al sonno è massacro.
A mattina, ridisegno linee oblique in kajal
-ologrammi di malinconia- 
Ciglia e rètine ho congeste di sere,
divoranti finzioni di miele, ostinate nullezze
sotto tetti mentali.





Papaveri



                                        I
Spiazzano il guardo le anime rosse dei papaveri
stanno
spillate su steli verdissimi: gole di donne alla moda, filiformi.
Sanno di certe femminee  emorragie
null’altro dicono che il gioco dell’essere
in quel sostare convenzionale quasi indiscusso
(ma solo in apparenza).
Chi li soccorre i papaveri sulla strada statale al km 21
feriti dall’offesa
quando l’estate brucia e li addolora?
Aggrumano l’odore sgarbato della terra
la stessa che prima li sputa fuori, poi li risucchia.
Chiamatemi papavero se tutto questo è vero.    


                                        II
Pulsanti sulle tele degli artisti, in sudditanza al sole,  
urlanti i rossi macchiaioli e comunisti
forse solo per rabbia o per vergogna
d’essersi  persi  in mezzo  alla bontà dei  grani...
più grandi alcuni,  altri piccolissimi, 
per caso nati... papaveri, 
contagiano il campestre e l’inurbano
di un male eritrodermico in distinguo.
Dirompono   
o riparano a perimetro sul muro malandato del casale
lo fiutano  e comprendono il tanfo dello sghembo
stornellano il dolore a perdifiato
e questo è quel mandato che li appesa.
A notte poi diviene il loro scomparire in nulla;
se pure immoti
un occhio cieco non li vede, splendesse anche la luna
sul creato.


  


Non solo suoni



Abbàssati di mezzo tono                                                       
quando m’immusichi e mandami
segni diversi, non solo suoni d’articolata bellezza.
Tornami brivido lungo la schiena
in questo spazio aperto al seme del nulla
dov’è quadro privo d’immagini ogni memoria.
Avverto
odori aspri in un fluido traffico d’anime e menzogne
quello dell’erbe divelte appena, però, più regge il  confronto
di noi due che fummo
quel tintinnio veloce di corde sul violino
il mento spinto debolmente sul suo legno
un voltarsi di spalle all’orchestra

di un’opera d’arte il disperato, mal riuscito
tentativo.





Un prima



Solo un palazzo d’archi
e un giro di ringhiera serra Torino.
In fondo tutto è un ripetersi di spazi a feritoie
fra quattro mura di pietra in successione
ma il pianoforte martella suoni d’atrio
e libera moti osceni, acuti in verticale.
Domani, l’ultimo esame.
-Se non lo supero? -
Un chiaro-oscuro,
sera assonnata stenta il suo dopo
e ti intercetta a capo chino:
accordo biondo che consuma la bellezza.
Torino, ora, si spande nelle pagine di un libro
lo sfogli come la vita
a malavoglia





Transumanza



È in divenire la morbidezza di settembre 
s’avvita ai pampini un’afonia indiscreta.
Strappata al sole s’appoggia ai marciapiedi
una biondezza  e sa di malattia. 
Anemica è ogni pietra e questa stanza così piena di me
che sono un palo d’ombra
tra le cose
di mano a mano fredde e un po’ più scure
quasi più belle.
Interferisco per protesta  
e  penso al cambio d’abito
e chiudo nel cassetto l’orecchino di corallo,
non è il suo tempo, il tempo è mio.
Tuona
ma forse è solo musica.

Speriamo che non piova. 





Instantia



Dicono sia un dormire
ma il costo di quel sonno è smisurato.
Eppure ci sono fughe di luce anche di sera.
Non farmi tu andare mescolata al buio  
E se dev’esser buio mettici dentro  
nitori persi in verticale, resti  d’azzurro. 
Coltivali in modo artificiale, meglio se in vitro
come un’idea priva di sesso, quasi che
Angelo.
Io mai ne ho visto uno. 
Questo il linguaggio nuovo, il verso-piuma in chiusa
al  mio poema. 





Effetto placebo 




Non è silenzio, è mutezza, la tua
e delle cose
angoscia cresciuta in un teatro
che mai e nulla replica.                   
Un filo di ferro raccoglie gli steli
li stringe, l’abbraccio è cesoia.
Le rose, le cose
il tuo volto di mezzo, la vita.

Ma datemi qualche rumore
che scuota di poco quei petali e poi di rimando
anche il resto, calato nel sonno.
Il solo vibrare sia effetto placebo, per me
audiolesa, sfinita dal guasto. 





Archeologia



Se l’azzurro ha nel suo dentro
un grammo di viola che distinguo
stupe-facente anestesia
è nel verde sottobosco (sfacelo, rimessa di morte convessa),
dove  
qualsiasi volo si spollina
che ne esco vinta
tra-secolata, pendolare, come
da un rientro dagli scavi di Canosa.*




* Canosa di Puglia, centro ricco di scavi archeologici, limitrofo alla famosa Canne della battaglia (dove Annibale nel 216 a.C. sconfisse i Romani.)














CONTATTI / CONTACTS 
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25 commenti:

  1. La vox poetica di Nunzia Binetti viene definita da Davide Castiglione, nel suo intervento su Capoverso, peraltro già citato nel post: «Viscerale senza esibizionismo, raffinata senza manierismo», una voce poetica che «cerca orecchie in grado di percepirne i tremiti interni, i cambi d’umore, l’eleganza sintattica e sonora: cerca anzitutto affinità elettive, ma non rifugge affatto il lettore comune – a patto, chiaramente, che questi sappia mettersi in paziente ascolto, per partecipare sì i temi universali toccati da questa poesia, ma sotto il suo particolare angolo». In questa significativa, sintetica “impressione” è incisa - come sopra una lastra fotografica – quella che, senza l’incontro col verso, senza l’intervento del lettore, resterebbe solo una rappresentazione unidimensionale e monocromatica di qualcosa che il lettore può scoprire e vivere nella sua intera realitas dalle molteplici dimensioni, dalle moltissime varietà e variazioni cromatiche, tutte cose che sono tipiche e peculiari di quel grande significante situazionale aperto a svariatissime “letture” che è per me la poesia, in quanto costellazione di innumerevoli combinazioni di significanti elementari…

    A. C.

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    1. Antonino, è stato emozionante per me entrare in questo blog,nel quale abita la poesia, ed essere accolta da un padrone di casa che sa trattarla con tanto rispetto e tanta cura. Grazie , il mio grazie di cuore. nunzia binetti

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  2. Critici più autorevoli di me hanno già detto molto sulla poesia di Nunzia, mi litimerò dunque a dire le sensazioni che mi ha regalato questa lettura. Una poesia donna, ricca di sensazioni che ho riconosciuto per averle già sentite sulla mia pelle.

    penso al cambio d’abito
    e chiudo nel cassetto l’orecchino di corallo,
    non è il suo tempo, il tempo è mio.

    E' come se la poetessa giocasse con noi a nascondino, lasciando però tracce visibili per portarti a lei. Complimenti.


    Una poesia che sfuma le cose piccole per colorarle con un linguaggio interessante e forbito, mai presuntuoso, che colora, più che descrivere, che arpeggia più che cantare.

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    1. Annamaria, graditissimo il tuo commento. Ti ringrazio per avermi compresa a fondo! Ciao. nunzia binetti

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  3. Di una donna,ci sono caratteristiche che assolutamente devono arrivare ad un'altra donna perchè s'istauri un legame intimo di comprensione e condivisione.Di Nunzia,si percepisce subito,l'eleganza,la discrezione spontanea di un linguaggio sempre attento,forbito,che esclude l'incertezza di parole poco consone ad un risultato poetico incisivo.
    A lungo,l'autrice ed io abbiamo discusso sulla poesia "Papaveri",un testo forte,profondamente incisivo che riconosce ogni donna nell'immagine semplice di un fiore ,di un colore,di una fragilità ben definita all'interno di uno scrigno emotivo che è di tutte.Per fare questo,Nunzia non concede alla parola di divenire sfogo o constatazione,ma solo consapevole immagine composta e raffinata della realtà femminile.Se la poesia è dunque ricerca endogena,la poesia di Nunzia diventa balcone da cui affacciarsi,per vedere molto oltre le parole e stabilire poi con esse,un rapporto raffinato che escluda l'incertezza di un linguaggio che vorrebbe fare poesia,ma non ci riesce.

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    1. Sonia cara,è verissimo quello che dici ed il nostro confronto su " Papaveri" è stato per me costruttivo. La tua approvazione immediata al testo, appena scritto, mi ha incoraggiata molto a mostrarlo e a non nasconderlo.Mi piace sottolineare come tra noi due ci sia stata, da subito, una intesa viscerale, dal momento che guardiamo la poesia allo stesso modo, pensandola prima ancora di mille altre cose... la voce bella dell'anima di chi la scrive affidandosi alla parola.Un grosso grazie e un forte abbraccio. nunzia

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    2. E' verissimo Sonia,il nostro confronto su " papaveri", appena scritto, è stato molto costruttivo. Sei stata tu a spingermi a non nascondere quel testo e a trovare il coraggio di mostrarlo. Mi piace sottolineare che tra noi c'è stata una intesa viscerale da sùbito, dovuta al modo con cui guardiamo alla poesia,pensandola la voce bella dell'anima, che sa affidarsi senza remore al gusto della parola. Grazie e un forte abbraccio. nunzia

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  4. Veramente come mi somiglia Nunzia negli echi mediterranei! Luce, colori, papaveri...ed una poesia intensissima intrisa di vissuti e di quadri intimistici che aprono ad un più largo cielo che è dell'esistenza. E questa è solo un aspetto della poetica di Nunzia, qui non vi è propriamente sviluppato( seppure s'intravede) quello più propriamente impegnato e sociale, che al pari della sua lirica è di alto spessore espressivo ed emozionale. Ma mi fermo solo alle considerazioni che suscitano questi versi: tutti bellissimi ed asciutti nel snodare un filo narratore che è quello di un'anima che si di-svela nell'incompiutezza delle cose "
    Ma datemi qualche rumore
    che scuota di poco quei petali e poi di rimando
    anche il resto, calato nel sonno.
    Il solo vibrare sia effetto placebo, per me" versi di profondo impatto emotivo che rimandano ad una visione "psicoanalitica" dell'auto-inganno per la sopravvivenza dopotutto
    di un "piano esistenziale" o "un rumore", qualcosa insomma che mantenga a galla un sogno o un'aspettativa
    audiolesa, sfinita dal guasto. La poeta avvisa " Avverto/odori aspri in un fluido traffico d’anime e menzogne" e nella consapevolezza che comunque deve realizzare pure un domani va avanti a scavare " Nel grammo di tempo che ti resta, goditi in fretta/con l’ansia che poi uccide."

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    1. Oddio che commento, Giancarlo!! Sai che tengo molto al tuo parere. Grazie ...ti conservo:-)). nunzia

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  5. Nunzia Benetti canta se stessa , ma anche la donna , la sua forza vitale (ha mani di pane quando accarezza il suo amore) la sua bellezza e la sua fragilità (Chi li soccorre i papaveri...feriti dall' offesa, quando l' estate brucia e li addolora?); è Ezia, come ogni donna, a "ricamare la vita" sognando, quando fuori i campi profumano a maggio. Ma è sempre se stessa , quando dà voce "al silenzio dell' anima" , nutrimento della Poesia, pane e vino. Perchè è questo che fanno i poeti, questo fa Nunzia Benetti.

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    1. Ho letto con gioia il tuo parere, Aurora. Siamo donne ed abbiamo necessità di rappresentare la femminilità in un modo che si avvicini al sublime...perchè donna è bello ed è anche molto di più! Grazie infinite. nunzia

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  6. Sai, Nunzia, che sono acerrimo nemico dei superlativi. Cerco di non usarli quasi mai, e mai del tutto quando esprimo il mio selettivo apprezzamento sulle poesie degli amici.
    La premessa è per dire che ho trovato, in queste tue poesie, alcuni versi bellissimi. Stupefacenti. S’avvita ai pampini un’afonia indiscreta, per esempio, con l'indiretta, sottile, citazione di Cardarelli ("s'avviva di pampini").
    Si sente in te la poetessa matura, che ha fatto bene i suoi compiti e che molto ha sofferto sentimenti e pensieri.
    Ho conosciuto alcune tue poesie singolarmente (Instantia, per esempio, con quell'altro bellissimo "il verso piuma/ in chiusa al mio poema) ma leggendo e rileggendo questa silloge mi rendo conto che un'altro apprezzabile aspetto dei tuoi versi è la loro organicità, la complessità articolata che lega tutte le poesie insieme in un continuum (e si capisce anche perché non ami le poesie lunghe, cosa che mi dà sempre dispiacere).
    Se poi dovessi indicare anche una preferenza... beh quei papaveri, quei papaveri...

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    1. Paolo, che commento !!!! Alcune di queste poesie le hai lette, ma pubblicate in anonimato. Mi piacerebbe sapere se avevi capito di chi mai fossero. Questo tuo intervento mi confonde e mi onora. Troppo buono tu! nunzia

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  7. Un altro senz'accento, perbacco!
    Oh, a proposito. sotto tetti mentali (verso che vien dopo la bellissima "ostinata nullezza") mi ha subito fatto scattare un'associazione con le seghe mentali. Non so se è solo una mia perversione, ma ti segnalo la cosa.

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  8. Cara Nunzia, ho amato subito "papaveri", letta da anonimo in "poesia" e poi su "cenacolo": sulla scia di quell'emozione ti scrissi che avrei voluto leggere altro da te. Non mi ha delusa "Transumanza" e ho trovato splendida "Instantia", lette gia' entrambe nei precedenti contesti citati.
    Trovarle raccolte qui, insieme ad altre tue notevoli composizioni, mi consente di cominciare ad avere una visione piu' chiara della tua poetica (e ringrazio Antonino che offre sempre magnifiche opportunita').
    Tornando alle tue liriche, Nunzia, credo che tu scriva molto bene, con padronanza della lingua e secondo precisi schemi di pensiero; in definitiva la tua e' una poesia studiata e cerebrale, maturata dall'esperienza. E questa e' un'annotazione assolutamente positiva in quanto tale tua caratteristica non costituisce una pregiudizievole ne' alla musicalita', ne' all'originalita' delle immagini, ne' al coinvolgimento emotivo del lettore.
    Ti rinnovo i complimenti per "papaveri" e ne aggiungo di molto sentiti anche per "non solo suoni" e "effetto placebo" che non conoscevo. Ho apprezzato comunque l'intera silloge.
    Complimenti e un abbraccio.

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    1. Cara Claudia, in effetti, Poesiaaperta e naturalmente Antonino Caponnetto mi hanno dato la possibilità di pubblicare queste mie inedite ( solo Effetto Placebo è già edita), e di inquadrare in modo alquanto organico la mia ottica compositiva ed il mio modus scrivendi. Ti sono grata per l'attenzione che hai voluto dedicarmi ed anche per i tuoi apprezzamenti che sento molto sinceri. Un grande abbraccio. nunzia

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  9. Antonio Ciminiera8 novembre 2012 14:26

    ...finalmente Poesia! Sì è proprio il caso di dirlo. Non è che l'amico Antonino, qui in questo suo splendido salotto della Poesia, non abbia sino ad ora condiviso liriche di un certo rilievo, al contrario, grazie alla sua estrema sensibilità e grande esperienza abbiamo avuto modo di apprezzare opere di indiscussa levatura, o addirittura autori di chiara fama interazionale ma "alcune" liriche o meglio...alcuni Autori mi hanno colpito in maniera particolare ed è il caso di Nunzia Binetti della quale, ahimè debbo confessarlo, non avevo letto ancora nulla, ma conto di rifarmi al più presto. Naturalmente non farò alcuna analisi al microscopio dei testi, innanzitutto perché non ne sono in grado e poi perché, a mio avviso, la poesia va sopratutto...letta e goduta e non soltanto analizzata. Vi sono già troppi improvvisati "critici" in circolazione che farebbero bene a tacere ma mi limiterò, più semplicemente, a evidenziare alcuni passaggi che, a mio avviso, ritengo di una bellezza esemplare: //Ma datemi qualche rumore/che scuota di poco quei petali e poi di rimando/anche il resto, calato nel sonno// notare la limpidezza, la musicalità, l'armonia di questi versi che certamente non è fine a se stessa e non va a discapito di un concetto logico, come spesso ho rilevato in altri autori, anzi lo evidenzia con estrema perizia, offrendosi ricca sia dal punto di vista estetico che della sua essenza più intima. Poetica questa, che rimarrà incisa negli annali del tempo, non può essere altrimenti se, nella letteratura e in particolare nella poesia, regna ancora un minimo di dignità e di giustizia. Complimenti sinceri all'autrice.

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    1. Sono commossa e senza parole per il tuo commento( consentimi di darti del tu), Antonio, perchè mi risulta che sei un poeta molto stimato. Grazie, grazie infinite per questo tuo intervento che mi gratifica e mi incoraggia a continuare... nunzia

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  10. cara Nunzia, nelle metafore, nel fluire della parola rinnovata c'è un felice uscire fuori di te per tendere a un risultato che è però concreto, nitido e, appunto, pienamente raggiunto: nelle tue poesie noto uno svolgimento che è naturalmente lirico e contemporaneamente radicato in una relazionalità di termini rigeneranti, che interagiscono e si danno forza reciprocamente. Per questa via avviene una riformulazione piana e decisa delle emozioni."Archeologia" è esemplare per la tua poetica. Formi la stessa realtà che descrivi: non c'è stacco temporale fra le due cose, sono coeve e dunque generano una poesia tanto più schietta, che nasce già lavorata, ridotta alla sua forma ultima, all'atletismo - direi - della parola nuda.
    Congratulazioni!
    marco

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  11. Marco, ma sai che ho sempre esitato a rendere pubblica Archeologia??? Temevo che non sarebbe stata apprezzata abbastanza per il modo ellittico con cui è strutturata e per il registro linguistico essenziale e ridotto all'osso, con cui ho scelto di rappresentarla.Mi fa tanto piacere quindi che tu, poeta sensibilissimo e critico, l'abbia citata nel tuo commento, trovandola di un certo interesse.E' con chi non ha preguidizi di sorta nei confronti di certi modi poetici che mi piace molto relazionarmi. Il tuo orizzonte critico è davvero aperto, è privo di pregiudizi.Credimi, ne sono felice. Grazie !!! nunzia

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  12. Aggiungere dell'altro a quanto espresso da Nunzia nei suoi "Pensieri sulla poesia" è difficile. E questo perché lei - ne sono assolutamente persuaso - ha un dono raro, anche e soprattutto, per un poeta: entrare nel mondo della propria parola con quella circospezione - mi viene da dire - che, sola, può aprire uno spiraglio, una piccolissima fessura della finestra che si affaccia sul giardino interiore ("Marca la voce che faccia da finestra al silenzio / e parlagli in versi"). Ho ritrovato in questi inediti, che ha voluto farmi conoscere, ciò che non mi sfuggì quando lessi "In ampia solitudine": "quel tintinnio di corde sul violino" che ritorna come segno della sua sensibilissima delicatezza. Non dico di più ma voglio chiamarla "papavero", perché "tutto questo è vero".
    Grazie, Nunzia.

    Sandro Angelucci

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    1. Un grazie di cuore , Sandro, per aver confermato il tuo giudizio positivo anche su questi miei versi inediti, giudizio che mi conforta e mi sostiene, conoscendo io la tua competenza di poeta ma anche di critico. Nunzia

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  13. Carissima Nunzia,
    ho riletto con calma queste poesie, e devo dire che tornare alla tua voce (ma declinata in molti testi che non conoscevo) è stato salutare: c'è una tale armonia, il riconoscere i tuoi temi ma anche un maggiore coraggio a guardare fuori e gridare se necessario (come in Papaveri), anche nello "sporcare" alcuni versi, rendendoli apparentemente prosastici ma in realtà sorretti da sonorità molto raffinate. A proposito, mi piace molto, nella prima poesia, la quasi-ripetizione (che in realtà cambia tutto) tra "manca" e "marca": un farsi presenza, segno che incide. Poi, forse mi sbaglio, mi è sembrato di sentire spesso più morbidezza, anche, più rotondità, quasi serenità come in "Come fanno i poeti" e "Il canto di Ezia" (struggente, liberato). Mi piace poi moltissimo "Un prima" (che avevo già letto...), e quella voce fuori campo, spaurita, così umana e sola "e se non lo supero?" e la vicinanza emotiva che ci sento: perché a volte è più difficile trasporre in poesia questa vicinanza, parlare di (e con) chi ci sta accanto.

    Un abbraccio

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  14. Anche io ti abbraccio, Davide, e con gioia trovo qui il tuo commento. Non sai quanto sia importante per me la conferma di un tuo gradimento alla mia scrittura. Spero di non deludere mai le tue apettative nel leggermi, perchè il tuo giudizio critico è tra i più competenti che io al momento conosca. nunzia

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