sabato 10 novembre 2012

DANILO DOLCI - « PALPITARE DI NESSI » - TRE POESIE E UNA VIDEO-TESTIMONIANZA — post άλφα




Danilo Dolci e Aldous Huxley


Danilo Dolci (Sesana, 28 giugno 1924 – Trappeto, 30 dicembre 1997), sociologo, poeta, educatore e attivista della nonviolenza. Il paesino di nascita, Sesana, è in provincia di Trieste, (ora territorio sloveno). La madre, Meli Kontelj, è una donna slovena molto religiosa, mentre il padre, Enrico Dolci, è un ferroviere siciliano agnostico, il cui lavoro determina per la famiglia continui cambi di residenza. Danilo compie i primi studi in Lombardia, conseguendo nel 1943 il diploma presso un Istituto tecnico per geometri e nello stesso anno la maturità artistica a Brera. Lo attrae la musica classica, soprattutto Johann Sebastian Bach. Legge autori moralmente impegnati come Tolstoj, Russell, Voltaire, Seneca. Durante gli anni del fascismo sviluppa presto una decisa avversione alla dittatura.
Nel tortonese - dove risiede con la famiglia negli anni dopo la guerra - viene visto strappare manifesti propagandistici del regime. Nel 1943 rifiuta la divisa repubblichina e tenta di attraversare la linea del fronte, ma viene arrestato a Genova dai nazifascisti. Riesce a fuggire e ripara presso una casa di pastori in un piccolo borgo dell’Appennino abruzzese. Terminata la guerra, studia Architettura a Roma, dove segue anche le lezioni di Ernesto Buonaiuti.
Torna poi a Milano, dove conosce Bruno Zevi. Insegna presso una scuola serale di Sesto San Giovanni e, tra gli operai che siedono dietro i banchi, conosce Franco Alasia, che diventerà tra i suoi più stretti collaboratori. Prosegue gli studi di Architettura al Politecnico di Milano, ma nel 1950, poco prima di discutere la tesi, decide di lasciare tutto per aderire all’esperienza di Nomadelfia - comunità animata da don Zeno Saltini - a Fossoli (frazione di Carpi).
Dal 1952 si trasferisce nella Sicilia occidentale (Trappeto, Partinico) in cui promuove lotte nonviolente contro la mafia e il sottosviluppo, per i diritti ed il lavoro: siffatto impegno sociale gli varrà il soprannome - rivolto in quegli anni anche ad Aldo Capitini - di “Gandhi italiano”.
Nella sua attività di animazione sociale e di lotta politica, Danilo Dolci ha sempre impiegato con coerenza e coraggio gli strumenti della nonviolenza. Il 14 ottobre del 1952 Dolci dà inizio a Trappeto alla prima delle sue numerose proteste nonviolente, il digiuno sul letto di Benedetto Barretta, un bambino morto per la denutrizione. Se anche Dolci fosse morto di fame, lo avrebbero sostituito, in accordo con lui, altre persone, fino a quando le istituzioni italiane non si fossero interessate alla povertà della zona. La protesta, dopo aver attirato l’attenzione della stampa, viene interrotta quando le autorità si impegnano pubblicamente ad eseguire alcuni interventi urgenti, come la costruzione di un impianto fognario. In questa occasione si stabilisce un dialogo intenso e duraturo fra Dolci e il filosofo nonviolento Aldo Capitini.
Nel 1953 Dolci sposa la vedova di una vittima dei banditi, Vincenzina, con cinque figli, dalla quale avrà altri cinque figli: Libera, Cielo, Amico, Chiara e Daniela.
Nel gennaio del 1956, a San Cataldo, oltre mille persone danno vita ad uno sciopero della fame collettivo per protestare contro la pesca di frodo, che, tollerata dallo Stato, priva i pescatori dei mezzi di sussistenza. Ma la manifestazione è presto sciolta dalle autorità, con la motivazione che « un digiuno pubblico è illegale ».
Il 2 febbraio 1956 ha luogo, a Partinico, lo sciopero alla rovescia. Alla base c’è l’idea che, se un operaio, per protestare, si astiene dal lavoro, un disoccupato può scioperare invece lavorando. Così centinaia di disoccupati si organizzano per riattivare pacificamente una strada comunale abbandonata; ma i lavori vengono fermati dalla polizia e Dolci, con alcuni suoi collaboratori, viene arrestato. L’episodio suscita indignazione nel Paese, e provoca numerose interrogazioni parlamentari. Dolci viene successivamente scagionato, dopo un processo che ha enorme risalto sulla stampa: a difenderlo è il grande giurista Piero Calamandrei: « [Il Pubblico Ministero] ha detto che i giudici non devono tenere conto delle “correnti di pensiero”. Ma cosa sono le leggi se non esse stesse delle correnti di pensiero? Se non fossero questo non sarebbero che carta morta. [...] E invece le leggi sono vive perché dentro queste formule bisogna far circolare il pensiero del nostro tempo, lasciarci entrare l’aria che respiriamo, metterci dentro i nostri propositi, le nostre speranze, il nostro sangue, il nostro pianto. Altrimenti, le leggi non restano che formule vuote, pregevoli giochi da legulei; affinché diventino sante esse vanno riempite con la nostra volontà. »
Nel corso degli anni, intorno a Dolci si consolida una stima nazionale e internazionale. Nel 1957 gli viene attribuito in Unione Sovietica il Premio Lenin per la pace. Lo accetta, pur dichiarando di « non essere comunista ». Con i soldi del premio si costituisce a Partinico il “Centro studi e iniziative per la piena occupazione”.
Si intensifica, intanto, l’attività di studio e di denuncia del fenomeno mafioso e dei suoi rapporti col sistema politico, fino alle accuse - gravi e circostanziate - rivolte a esponenti di primo piano della vita politica siciliana e nazionale, tra cui i deputati Calogero Volpe e Bernardo Mattarella (Democrazia cristiana), allora ministro (si veda la documentazione raccolta in Spreco, del 1960, e Chi gioca solo, 1966). I due parlamentari querelano per diffamazione Dolci e Franco Alasia (co-autore della denuncia), che verranno condannati dopo un processo durato sette anni; solo un’amnistia eviterà loro la detenzione.
La figura e l’opera di Dolci polarizzano l’opinione pubblica: mentre si moltiplicano gli attestati di stima e solidarietà, in Italia e all’estero (anche da personalità come Norberto Bobbio, Carlo Levi, Ignazio Silone, Aldous Huxley, Jean Piaget, Bertrand Russell ed Erich Fromm), per altri Dolci è solo un pericoloso sovversivo: il cardinale Ernesto Ruffini, ad esempio, in un’omelia del 1964, indicò il gran parlare di mafia, il romanzo “Il Gattopardo”, e Danilo Dolci come le tre cause che maggiormente contribuivano a disonorare la Sicilia.
Costituisce una caratteristica importante del lavoro sociale ed educativo di Dolci il suo metodo di lavoro: piuttosto che dispensare verità preconfezionate, ritiene che nessun vero cambiamento possa prescindere dal coinvolgimento, dalla partecipazione diretta degli interessati. La sua idea di progresso valorizza la cultura e le competenze locali, il contributo di ogni collettività e ogni persona. Per questo Dolci collega la sua modalità di operare alla maieutica socratica. Il suo è un lavoro di “capacitazione” delle persone generalmente escluse dal potere e dalle decisioni.
Nelle riunioni animate da Dolci, ciascuno si interroga, impara a confrontarsi con gli altri, ad ascoltare e decidere. È proprio nel corso di riunioni con contadini e pescatori della Sicilia occidentale che prende corpo l’idea di costruire la diga sul fiume Jato. La successiva realizzazione di questo progetto costituirà un importante volano per lo sviluppo economico della zona e toglierà un’arma importante alla mafia, che faceva del controllo delle modeste risorse idriche disponibili uno strumento di dominio sui cittadini. L’irrigazione delle terre ha consentito in questa zona della Sicilia occidentale la nascita e lo sviluppo di numerose aziende e cooperative, divenendo occasione di cambiamento economico, sociale, civile.
A partire dagli anni settanta per Dolci l’impegno educativo assume un ruolo centrale: viene approfondito lo studio, sempre connesso alla sperimentazione, della struttura maieutica, ovvero di una modalità cooperativa di dibattito, studio e ricerca comune della verità. Col contributo di esperti internazionali si avvia l’esperienza del Centro Educativo di Mirto, frequentato da centinaia di bambini. Negli anni successivi Dolci gira l’Italia per animare laboratori maieutici in scuole, associazioni, centri culturali.
Il lavoro di ricerca, condotto con numerosi collaboratori italiani e internazionali, si approfondisce negli anni ottanta e novanta: muovendo dalla distinzione fra trasmettere e comunicare e tra potere e dominio, Dolci evidenzia i rischi di involuzione democratica della società connessi al controllo sociale esercitato attraverso la diffusione capillare dei mass-media.
           
BIBLIOGRAFIA ITALIANA

·      Banditi a Partinico, Laterza, Bari 1955
·      AA.VV., Processo all’articolo 4, Einaudi, Torino 1956
·      Inchiesta a Palermo, Einaudi, Torino 1956
·      Spreco, Einaudi, Torino 1960
·      Conversazioni, Einaudi, Torino 1962
·      Racconti siciliani, Einaudi, Torino 1963
·      Chi gioca solo, Einaudi, Torino 1966
·      Inventare il futuro, Laterza, Bari 1968
·      Il limone lunare, Laterza, Bari 1970
·      Non sentite l’odore del fumo?, Laterza, Bari 1971
·      Chissà se i pesci piangono, Einaudi, Torino 1973
·      Poema umano, Einaudi, Torino 1974
·      Esperienze e riflessioni, Laterza, Bari 1974
·      Non esiste il silenzio, Einaudi, Torino 1974
·      Il Dio delle zecche, Mondadori, Milano 1976
·      Creatura di creature. Poesie 1949-1978, Feltrinelli, Milano 1979
·      Da bocca a bocca, Laterza, Bari 1981
·      Palpitare di nessi. Ricerca di educare creativo, Armando, Roma 1985
·      Dal trasmettere al comunicare, Sonda, Torino 1988
·      Sorgente e progetto, Rubbettino, Soveria Mannelli 1991
·      Nessi tra esperienza etica e politica, Lacaita, Manduria 1993
·      La legge come germe musicale, Lacaita, Manduria 1993
·      La comunicazione di massa non esiste, Lacaita, Manduria 1995
·      La struttura maieutica e l’evolverci, La Nuova Italia, Scandicci 1996
·      Comunicare, legge della vita, La Nuova Italia, Scandicci 1997
·      Se gli occhi fioriscono. 1968-1996, Martina, Bologna 1997
·      Gente semplice, La Nuova Italia, Scandicci 1998

Principali opere su Danilo Dolci in lingua italiana

·      Aldo Capitini, Danilo Dolci, Lacaita, Manduria 1958
·      Giacinto Spagnoletti, Conversazioni con Danilo Dolci, Mondadori, Milano 1977
·      Giuseppe Fontanelli, Dolci, La Nuova Italia, Firenze 1984
·      Alda Chemello, La parola maieutica, Vallecchi, Firenze 1988
·      Antonio Mangano, Danilo Dolci educatore, Edizioni Cultura della Pace, Fiesole 1992
·      Tiziana Morgante, Maieutica e sviluppo planetario in Danilo Dolci, Lacaita, 1992
·      Giuseppe Barone, La forza della nonviolenza. Bibliografia e profilo biografico di Danilo Dolci, nuova edizione ampliata, Dante & Descartes, Napoli 2004
·      Lucio C. Giummo (a cura di), Danilo Dolci e la via della nonviolenza, Lacaita, Manduria 2005
·      Giuseppe Barone, Danilo Dolci. Una rivoluzione nonviolenta, Terre di mezzo, Milano 2007
·      Giuseppe Barone (a cura di), Danilo Dolci. Ciò che ho imparato
·      Carteggio Aldo Capitini / Danilo Dolci, LETTERE  1952 – 1968 a cura di G. Barone e  S. Mazzi,  Carocci editore,  Roma,  2008
·      Danilo Dolci,  Racconti Siciliani, con uno scritto di Carlo Levi Postfazione di Giuseppe Barone,  Sellerio,  Palermo,  2008 
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Fonti:   per le notizie biografiche: Wikipedia ;   per la bibliografia:     http://danilodolci.org/  

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« In un momento di saggezza, verso i venticinque anni, ho bruciato tutto, millecinquecento versi, allora li contavo. Ho tenuto solo le voci dei Ricercari, che – appuntate nel ’49-’50 nella silenziosa pianura dello Scrivia -, pur ancora letterarie, pervenivano ad un nodo essenziale: la coscienza che nella vita ciascuno è – può, deve essere – ostia agli altri. Mangiare è un dramma: cosmico. Accetto di mangiare per poter farmi mangiare. »

(Dalla premessa dell’autore a “Poema umano”, Einaudi, Torino, 1974) 





1952, Scaro di Trappeto. Danilo Dolci parla ai pescatori 



Trappeto, 1952. Primo digiuno di otto giorni (14-21 ottobre), nella casa di Mimmo e Giustina, dove è morto un piccolo di fame 


1957. Palermo. Cortile Cascino. Goffredo Fofi e Danilo Dolci












Si butta mezza sarda che fa odore
o un vermiciattolo, meglio se vivo
che tremoli ferito nell’acciaio:
e quando l’altro abbocca, lo si tira
mentre si sbatte ansimando l’ultima
speranza di fuggire — è troppo tardi. 



Antico è il trucco e non lo scopre mai
chi non è attento e non ci sta a pensare
(è più spiccia la rete, più sicura,
e la lampara, meno primitiva
valorizza intuizioni psicologiche),
la tecnica è la stessa, cambia l’esca,
il primo premio della lotteria
che arricchisce ciascuno, sfaticandolo;
il soldo e la divisa luccicante
per chi poi serve
a mantenere quieti i turbolenti;
l’ostia che ti promette eterna pace.



                                                      da: “Non sentite l’odore del fumo?”, Laterza, Bari, 1971







Ho visto vergini madri di venti figlioli
ho visto donne sterili partorire,
non ho visto né servi né padroni
ma fratelli vivi insieme.

I sassi hanno spremuto olio buono
le brughiere pietrose, miele e latte;
fichi dolcissimi sono abbondati.

Prima che i miei occhi appassiscano,
ho visto.



                                                      da: “Poema umano”, Torino, Einaudi, 1974







C’è chi insegna
guidando gli altri come cavalli
passo per passo:
forse c’è chi si sente soddisfatto
così guidato. 

C’è chi insegna lodando
quanto trova di buono e divertendo:
c’è pure chi si sente soddisfatto
essendo incoraggiato. 

C’è pure chi educa, senza nascondere
l’assurdo ch’è nel mondo, aperto ad ogni
sviluppo, ma cercando
d’essere franco all’altro come a sé,
sognando gli altri come ora non sono:
ciascuno cresce solo se sognato.



                                                      da: “Poema umano”, Torino, Einaudi, 1974








Danilo Dolci - Rai Educational - 2









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5 commenti:

  1. Nel 1959 Aldous Huxley, l’autore de “Il mondo nuovo”, a proposito dell’opera e della scelta di vita intraprese da Danilo Dolci, così scriveva:
    « Senza la carità, il sapere tende a divenire inumano; senza il sapere, la carità è, troppo spesso, condannata all’impotenza.
    In una società come la nostra – una società in cui un enorme numero di persone è subordinato ad una quasi onnipresente tecnologia, sempre in aumento – un nuovo Gandhi, un moderno San Francesco deve essere equipaggiato, oltre che di comprensione e amorevole sacrificio, anche di altro. Gli occorrono in alto grado scienza e conoscenza generali intorno a una dozzina di discipline che esulano dal campo suo proprio. Soltanto avanzando su entrambe queste strade, quella della conoscenza e quella del cuore, un santo del secolo XX può sperare di riuscire nell’impresa.
    … A Partinico e nei paesi limitrofi i problemi che si presentano all’uomo di scienza e di buona volontà sono molteplici e tutti difficili da risolvere. C’è, prima di tutto, il problema della disoccupazione cronica…, dell’analfabetismo, dell’educazione…, del rapporto tra mafiosi e politici. Un operare scientifico ad ampio raggio, che studia i problemi nell’agire che si attua entro l’ambito immediato dell’amore e della compassione, un operare tipico di chi educa ascoltando, di chi porta i disperati alla luce dotandoli, per la prima volta, di una nuova speranza. »
    Mi pare giusto ricordare qui che fra due giorni ricorrerà il sessantesimo anno dal primo digiuno (durato otto giorni) condotto da Danilo Dolci contro l’ingiustizia, la miseria e la morte. Vorremmo che anche un semplice post come questo nostro di oggi ci aiutasse a non dimenticare…

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    1. Quando un educatore traduce il suo messaggio educativo in pratica di vita può permettersi di scrivere versi come questi, al contrario di tanti intellettuali che hanno usato la poesia rimanendo nella vita dei raical-cich, tra l'altro salottieri. Un personaggio fortemente coerente, Dolci,apprezzabilissimo al pari dei suoi versi.Credo davvero che meriti di essere ricordato e di essere portato ad esempio. nunzia binetti

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  2. Di fronte alla grandezza di Danilo Dolci, mi ha impressionato la grettezza di giudizio del cardinale Ruffini che indica nel parlare di mafia, nel romanzo il Gattopardo e in Danilo Dolci le tre cause che maggiormente contribuivano a disonorare la Sicilia. Non ho parole, come pure per la condanna subita. "Antico è il trucco e non lo saprà mai / chi non è attento e non ci sta a pensare..." Non certo Lui, che io identifico in colui che " educa, senza nascondere l' assurdo ch' è nel mondo, aperto ad ogni / sviluppo, ma cercando / d' essere franco all' altro come a sè, / sognado gli altri come ora non sono..." , per dirlo con le parole dei suoi versi che illuminano la sua natura generosa. Davvero un grande, che univa alla conoscenza la bontà di cuore.

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  3. Ti ringrazio in primis per avermi fatto "incontrare" una di quelle persone che capitano raramente in poesia, ma anche sulla faccia della terra. Mi ha colpito il coraggio di non omologarsi, di essere differente anche dalla logica comune - ché ricordiamolo, la non violenza è ancora oggi fuori dalla logica comune - o, più probabilmente, già in possesso della vera logica ("Prima che i miei occhi appassiscano,\ ho visto."), qualla di essere persone al servizio di chi ne ha bisogno, ma ben lontani da piedistalli e cattedre....Grazie, quindi per l'insegnamento valido ancora oggi e valido ancora anche per la mia generazione che, forse, tutta non conosce questo Uomo.

    Angela Greco

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  4. davvero un personaggio chiave, enorme, quasi eroico, visto il paese, l'Italia, in cui è vissuto... grazie per questo bel contributo

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