martedì 9 ottobre 2012

Wallace Stevens - « Sunday Morning » and Other Poems / « Mattino domenicale » e altre poesie







Wallace Stevens (Reading, Pennsylvania, 2 ottobre 1879 – Hartford, 2 agosto 1955), poeta statunitense, studiò giurisprudenza ma lasciò l’avvocatura per lavorare a Hartford come dirigente di una società di assicurazioni. Poeta di grande mestiere, fu sensibile a influenze della poesia europea, in particolare francese, da Baudelaire a Corbière e a Mallarmé. Nonostante i molti echi dei grandi romantici inglesi, soprattutto John Keats, la sua poesia va letta nel contesto del rinnovamento del linguaggio compiuto dal Modernismo letterario angloamericano. 
Dalla raffinata ed enigmatica eleganza della prima raccolta Harmonium (1924) alle riflessioni più politiche di Ideas of Order (Idee di ordine, 1936), ai poemi della tarda maturità, Stevens approfondice il rapporto dialettico realtà-fantasia, con una spettacolare serie di variazioni e con una grandiosità progettuale ed esecutiva che lo impongono come uno dei poeti più consapevoli e compiuti del Novecento non solo in America. 
In Italia la poesia di Stevens fu tradotta tempestivamente nel 1954 da Renato Poggioli, che intrattenne un’ampia corrispondenza con Stevens e ne citò stralci nel commento alla raccolta Mattino domenicale ed altre poesie (1954). Dagli anni 1980 sono apparse numerose altre traduzioni commentate, anche se Stevens rimane un poeta per poeti sia in America che all’estero. 
La rivista semestrale The Wallace Stevens Journal, edita dalla Wallace Stevens Society, è interamente dedicata a studi di carattere specialistico del poeta di Hartford, ma comprende anche omaggi di poeti americani ed europei. Infatti Stevens è uno degli scrittori del Novecento su cui la critica si è più soffermata e continua a dibattere. Lievemente inferiore è stato il suo influsso in Inghilterra. Si veda il volume di saggi critici Wallace Stevens Across the Atlantic, a cura di Bart Eeckhout e Edward Ragg, prefazione di Frank Kermode (Hampshire, Palgrave, 2008). 

Opere:

Poesie:
    Harmonium, raccolta di poesie, 1924; Ideas of Order - Idee di ordine, raccolta di poesie, 1936; Owl’s Clover, poemetti, 1936; The Man with the Blue Guitar - L’uomo con la chitarra azzurra, raccolta di poesie, 1937; Parts of a World - Parti del mondo, raccolta di poesie, 1942; Transport to Summer, raccolta di poesie, 1947; The Auroras of Autumn - Le aurore dell’autunno, raccolta di poesie, 1950; Collected Poems - Raccolta dell’opera poetica complessiva, 1954; Opus Posthumous - Raccolta di prose e poesie disperse, 1957; The Palm at the End of the Mind - La palma alla fine della mente, antologia del 1972.

Prose:
    The Necessary Angel - L’angelo necessario, saggi, 1951; Letters of Wallace Stevens - Lettere di Wallace Stevens, a cura di Holly Stevens, 1966; Segretari della Luna: Le lettere di Wallace Stevens e Jose Rodriguez Feo, a cura di Beverly Coyle e Alan Filreis, 1986.

Traduzioni italiane:
    Mattino domenicale ed altre poesie, a cura di Renato Poggioli (Torino, Einaudi, 1954, 1988); Il mondo come meditazione. Ultime poesie 1950-1955, a cura di Massimo Bacigalupo (1986; edizione riveduta, Milano, Guanda, 1998); Note verso una suprema finzione, a cura di Nadia Fusini (1987); L’angelo necessario. Saggi sulla realtà e l’immaginazione, a cura di Massimo Bacigalupo (1988; edizione riveduta, Milano, SE Studio Editoriale, 2000); Aurore d’autunno , a cura di Nadia Fusini (Milano, Garzanti, 1987); Harmonium. Poesie 1915-1955, a cura di Massimo Bacigalupo (Torino, Einaudi, 1994); Il Mondo come Meditazione (Milano, Guanda, 2010). 
( Fonte principale per le notizie bio-bibliografiche: Wikipedia )




Sedentario dirigente di una delle massime compagnie di assicurazione americane, Wallace Stevens (1879-1955) si allontanò da Hartford nel Connecticut solo per viaggi di lavoro, qualche vacanza in Florida e rapide scappate nelle librerie e gallerie di New York. Ma già nel 1923 la sua prima raccolta poetica, Harmonium, rivelò un poeta particolarissimo, insieme gelido e sensuale, dall’inarrivabile perfezione formale: un maestro non secondo a nessuno dei grandi coetanei Robert Frost, W. C. Williams, Ezra Pound e T. S. Eliot. I critici proposero via via le definizioni di dandy ironico, di neoromantico, di edonista o impressionista. Qualcuno confessò che già titoli quali Il comico come lettera C, Le monocle de mon oncle e L’imperatore del sorbetto risultavano impenetrabili. Eppure l’inimitabile Stevens è via via diventato il poeta americano forse piú influente, in patria e fuori, dello scorcio del Novecento, citato da romanzieri popolari quanto dai maggiori pensatori e creatori del postmoderno. 
Alle nevrosi esistenziali delle avanguardie e alle loro forme lacerate (vedi La terra desolata di Eliot), Stevens oppone una poesia della coscienza come mondo, che si muove con tranquilla sicurezza alla scoperta della vita nella mente e della mente nella vita. Lo sguardo dell’habitué di Manhattan e del Waldorf Astoria ha la robustezza dei Padri Pellegrini che sbarcarono in Nuova Inghilterra nel 1620. Ha tuttavia rinunciato del tutto alle loro convinzioni religiose (ai contenuti, non ai modi), per fare una religione di se stesso: del sentire, del vedere e dell’essere. Del mero essere è infatti il titolo di quella che è forse l’ultima poesia dell’inesauribile libro stevensiano. Libro sacro e mondano in cui trovano posto canzonette ironiche accanto a pensosi poemi e a partecipi riflessioni sui grandi eventi di un secolo di guerre e rivoluzioni sociali. Il tutto trasformato da questo eccentrico della normalità, indistinguibile dai suoi connazionali della classe media, che però non scrisse mai una parola che non fosse assolutamente individuale. Un lento fuoco di ghiaccio. 
La presente edizione della poesia di Wallace Stevens è la piú ampia che sia mai apparsa fuori dagli Stati Uniti. Raccoglie il cuore della produzione stevensiana, per buona parte inedita in Italia, e un apparato di notizie critiche e annotazioni ai testi che invita a una lettura emozionante, a tratti spiazzante, sempre godibile. Infatti Stevens divise il suo poema Note per una finzione suprema in tre parti, intitolate rispettivamente Deve essere astratta, Deve cambiare, Deve dare piacere
Al limite la poesia si identifica col nucleo ultimo delle credenze umane, con le ragioni piú profonde della vita. Stevens si misura con questo impegno, e consegna un’opera che è quanto di piú vicino a un libro sapienziale il Novecento abbia prodotto, una chiave del mondo misteriosa e in equivoca come il mondo stesso. 
                                                  (dal risvolto di copertina del libro: Wallace Stevens, Harmonium, Poesie 1915 – 1955, a cura di Massimo Bacigalupo, Einaudi, Torino, 1994)











The Emperor Of Ice-Cream


Call the roller of big cigars,
The muscular one, and bid him whip
In kitchen cups concupiscent curds.
Let the wenches dawdle in such dress
As they are used to wear, and let the boys
Bring flowers in last month’s newspapers.
Let be be finale of seem.
The only emperor is the emperor of ice-cream.

Take from the dresser of deal.
Lacking the three glass knobs, that sheet
On which she embroidered fantails once
And spread it so as to cover her face.
If her horny feet protrude, they come
To show how cold she is, and dumb.
Let the lamp affix its beam.
The only emperor is the emperor of ice-cream. 

                                                                        from « Harmonium »





L’imperatore del sorbetto


All’arrotolatore di sigari giganti,
quel tutto muscoli, digli di sbattere
in tazze da cucina concupiscenti panne.
Si gingillino le donnette nella veste
che usano indossare e rechino i ragazzi
fiori avvolti in giornali del mese passato.
Sia l’essere il finale dell’aspetto.
Il solo imperatore è l’imperatore del sorbetto.

Prendi dalla cassettiera di abete, senza più
i tre pomelli di vetro, quel lenzuolo
dove una volta lei ricamò delle colombe
e stendilo fino a ricoprirle la faccia.
Se ne spuntano piedi e calli, sarà
per mostrare com’è fredda, com’è muta.
E che affissi la lampada il suo getto.
Il solo imperatore è l’imperatore del sorbetto. 

                                                                           da « Harmonium », traduzione di Giovanni Giudici





Sunday Morning


I.

Complacencies of the peignoir, and late
Coffee and oranges in a sunny chair,
And the green freedom of a cockatoo
Upon a rug mingle to dissipate
The holy hush of ancient sacrifice.
She dreams a little, and she feels the dark
Encroachment of that old catastrophe,
As a calm darkens among water-lights.
The pungent oranges and bright, green wings
Seem things in some procession of the dead,
Winding across wide water, without sound.
The day is like wide water, without sound.
Stilled for the passing of her dreaming feet
Over the seas, to silent Palestine,
Dominion of the blood and sepulchre.


II.

Why should she give her bounty to the dead?
What is divinity if it can come
Only in silent shadows and in dreams?
Shall she not find in comforts of the sun,
In pungent fruit and bright green wings, or else
In any balm or beauty of the earth,
Things to be cherished like the thought of heaven?
Divinity must live within herself:
Passions of rain, or moods in falling snow;
Grievings in loneliness, or unsubdued
Elations when the forest blooms; gusty
Emotions on wet roads on autumn nights;
All pleasures and all pains, remembering
The bough of summer and the winter branch.
These are the measure destined for her soul.


III.

Jove in the clouds had his inhuman birth.
No mother suckled him, no sweet land gave
Large-mannered motions to his mythy mind.
He moved among us, as a muttering king,
Magnificent, would move among his hinds,
Until our blood, commingling, virginal,
With heaven, brought such requital to desire
The very hinds discerned it, in a star.
Shall our blood fail? Or shall it come to be
The blood of paradise? And shall the earth
Seem all of paradise that we shall know?
The sky will be much friendlier then than now,
A part of labor and a part of pain,
And next in glory to enduring love,
Not this dividing and indifferent blue.


IV.

She says, “I am content when wakened birds,
Before they fly, test the reality
Of misty fields, by their sweet questionings;
But when the birds are gone, and their warm fields
Return no more, where, then, is paradise?”
There is not any haunt of prophecy,
Nor any old chimera of the grave,
Neither the golden underground, nor isle
Melodious, where spirits gat them home,
Nor visionary south, nor cloudy palm
Remote on heaven’s hill, that has endured
As April’s green endures; or will endure
Like her remembrance of awakened birds,
Or her desire for June and evening, tipped
By the consummation of the swallow’s wings.


V.

She says, “But in contentment I still feel
The need of some imperishable bliss.”
Death is the mother of beauty; hence from her,
Alone, shall come fulfillment to our dreams
And our desires. Although she strews the leaves
Of sure obliteration on our paths,
The path sick sorrow took, the many paths
Where triumph rang its brassy phrase, or love
Whispered a little out of tenderness,
She makes the willow shiver in the sun
For maidens who were wont to sit and gaze
Upon the grass, relinquished to their feet.
She causes boys to pile new plums and pears
On disregarded plate. The maidens taste
And stray impassioned in the littering leaves.


VI.

Is there no change of death in paradise?
Does ripe fruit never fall? Or do the boughs
Hang always heavy in that perfect sky,
Unchanging, yet so like our perishing earth,
With rivers like our own that seek for seas
They never find, the same receding shores
That never touch with inarticulate pang?
Why set pear upon those river-banks
Or spice the shores with odors of the plum?
Alas, that they should wear our colors there,
The silken weavings of our afternoons,
And pick the strings of our insipid lutes!
Death is the mother of beauty, mystical,
Within whose burning bosom we devise
Our earthly mothers waiting, sleeplessly.


VII.

Supple and turbulent, a ring of men
Shall chant in orgy on a summer morn
Their boisterous devotion to the sun,
Not as a god, but as a god might be,
Naked among them, like a savage source.
Their chant shall be a chant of paradise,
Out of their blood, returning to the sky;
And in their chant shall enter, voice by voice,
The windy lake wherein their lord delights,
The trees, like serafin, and echoing hills,
That choir among themselves long afterward.
They shall know well the heavenly fellowship
Of men that perish and of summer morn.
And whence they came and whither they shall go
The dew upon their feel shall manifest.


VIII.

She hears, upon that water without sound,
A voice that cries, “The tomb in Palestine
Is not the porch of spirits lingering.
It is the grave of Jesus, where he lay.”
We live in an old chaos of the sun,
Or old dependency of day and night,
Or island solitude, unsponsored, free,
Of that wide water, inescapable.
Deer walk upon our mountains, and the quail
Whistle about us their spontaneous cries;
Sweet berries ripen in the wilderness;
And, in the isolation of the sky,
At evening, casual flocks of pigeons make
Ambiguous undulations as they sink,
Downward to darkness, on extended wings. 

                                                                        from « Harmonium »





Mattino domenicale


I.

Compiacenze dell’accappatoio, caffè e arance,
a tarda mattina su una sedia al sole,
e la libertà verde di un cacatua
sul tappeto si coniugano per dissipare
la sospensione religiosa del sacrificio antico.
Lei sogna un poco, sente l’oscuro
peso dell’antica catastrofe, quasi
una bonaccia che oscura luci d’acqua.
Le arance pungenti e le ali luminose, verdi,
paiono oggetti in una processione di morti,
che s’inoltra su acque ampie, senza suono.
Il giorno è un’acqua ampia, senza suono,
calmata perché lei vada coi piedi sognanti
sopra i mari verso la silenziosa Palestina,
dominio del sangue e del sepolcro.


II.

Perché dovrebbe dare le sue sostanze ai morti?
Cos’è la divinità se giunge solo
nei sogni e in ombre silenziose?
Non troverà forse nel conforto del sole,
In frutti pungenti e ali verdi, luminose,
o in ogni balsamo e bellezza della terra
Cose da amare come il pensiero del cielo?
La divinità vivrà dentro di lei:
passioni di piogge, umori di nevicate,
dolori in solitudine o esaltazioni incontrollate
quando il bosco è in boccio; folate d’emozioni
su strade roride nelle notti autunnali;
tutti i piaceri e le pene, ricordando
la fronda estiva e e il ramo dell’inverno.
Queste le misure destinate a lei, all’anima.


III.

Giove ebbe un parto inumano fra le nuvole.
Nessuna madre l’allattò, né terra dolce diede
movenze ampie alla sua mente mitica.
Passò fra noi, come un re bofonchiante,
magnifico, passerebbe fra i vassalli,
finché il nostro sangue, unendosi, virgineo,
al cielo esaudì il desiderio a tal punto
che anche i vassalli lo videro, in una stella.
Fallirà il nostro sangue? O diverrà
sangue del paradiso? E sembrerà
la terra tutto il paradiso che sapremo?
Il cielo sarà molto più amichevole che ora,
parte fatica e parte anche pena,
secondo in gloria all’amore duraturo:
non questo blu indifferente e divisorio.


IV.

Lei dice: « Sono paga se uccelli ridesti
prima del volo, saggiano la realtà
dei campi nebbiosi con interrogazioni dolci;
ma svaniti gli uccelli, per sempre partiti
i loro campi caldi, dov’è il paradiso? »
Non c’è nessun luogo profetico,
Nessuna vecchia chimera della tomba,
Nessun eliso dorato, o isola
melodiosa, dove spiriti hanno stanza,
nessun sud visionario, né palma nuvolosa
remota sulla collina del cielo, che sia
duratura quanto il verde d’aprile, o durerà
come il ricordo ch’essa ha degli uccelli ridesti,
o il desiderio del giugno e della sera, segnata
dal culminare delle ali della rondine.


V.

Poi dice: « Nell’appagamento provo pur sempre
il bisogno di una felicità imperitura ».
La morte è madre di bellezza: dunque solo
da essa verrà la realizzazione dei nostri sogni
e desideri. Per quanto essa sparga le foglie
di una cancellazione sicura sulla nostra via
– La via presa dal dolore malato, le molte vie
su cui il trionfo intonò note stentoree,
o l’amore sussurrò un poco per tenerezza –
essa fa trepidare al sole il salice
per fanciulle abituate a sedere e guardare
l’erba, abbandonata ai loro piedi; spinge
i ragazzi ad ammonticchiare prugne e pere nuove
su vassoi trascurati. Le fanciulle le gustano
e procedono appassionate fra le foglie sparse.


VI.

Non c’è mutamento di morte in paradiso?
La frutta matura non vi cade mai? O i rami
sono sempre carichi in quel cielo perfetto,
immutabili, eppure simili alla nostra terra peritura,
con fiumi come i nostri che cercano mari
che non trovano mai, le stesse coste lontananti
che non toccano mai con una fitta inespressa?
Perché porre la pera sugli argini di quei fiumi
o profumare quelle coste con le prugne?
Ahi se portassero i nostri colori lassù,
le tessiture seriche dei nostri pomeriggi,
e pizzicassero le corde dei nostri liuti insipidi!
La morte è madre della bellezza, mistica,
nel cui seno infuocato intravediamo
le nostre madri terrestri in attesa, insonni.


VII.

Agile e turbolento, un cerchio d’uomini
canterà orgiastico un mattino d’estate
la sua devozione impavida per il sole,
non come un dio,  come un dio dovrebbe essere,
nudo fra loro, come una fonte nuda.
Il loro canto sarà di paradiso, uscito
dal loro sangue, ritornato al cielo;
e nel canto entrerà, voce per voce, il lago
ventoso onde il loro signore gode,
gli alberi come serafini e le colline echeggianti,
che fra di sé intonano un coro prolungato.
Essi conosceranno bene la celeste compagnia
degli uomini perituri e della mattina estiva.
E d’onde vengono e dove si recheranno
la rugiada ai loro piedi manifesterà.


VIII.

Lei ode, su quell’acqua senza suono,
una voce che annuncia: « La tomba in Palestina
non è un chiostro di spiriti indugianti,
ma la tomba di Gesù, in cui egli giacque ».
Viviamo in un vecchio caos del sole,
o vecchia dipendenza di giorno e notte,
o solitudine insulare, senza sostegni, libera,
da quell’acqua ampia, inevitabile.
Cervi passano sui nostri monti, le quaglie
fischiano intorno gridi sotterranei;
bacche dolci maturano nella boscaglia;
e nell’isolamento del cielo, a sera
stormi casuali di colombi compiono
ondulazioni ambigue mentre affondano
giù nell’oscurità, con ali estese. 

                                                                        da « Harmonium », traduzione di Massimo Bacigalupo





Notes Toward a Supreme Fiction

                                                                         to Henry Church

And for what, except for you, do I feel love?
Do I press the extremest book of the wisest man
Close to me, hidden in me day and night?
In the uncertain light of single, certain truth,
Equal in living changingness to the light
In which I meet you, in which we sit at rest,
For a moment in the central of our being,
The vivid transparence that you bring is peace. 

                                                                        from « Transport to Summer »





Note per una finzione suprema

                                                                         a Henry Church

E per cosa, se non per te, proverei amore?
Terrei il libro più estremo dell’uomo più saggio
stretto, in me nascosto, giorno e notte?
Nella luce incerta della verità singola, certa,
eguale nella vitale mutevolezza alla luce
in cui t’incontro, in cui sediamo quieti,
per un momento nel centro del nostro essere,
la trasparenza vivida che tu porti è pace. 

                                                                        da « Trasporto allestate », traduzione di Glauco Cambon





It Must be Astract


(...)

IV

The first idea was not our own. Adam
In Eden was the father of Descartes
And Eve made air the mirror of herself,

Of her sons and of her daughters. They found themselves
In heaven as in a glass; a second earth;
And in the earth itself they found a green –

The inhabitants of a very varnished green.
But the first idea was not to shape the clouds
In imitation. The clouds preceded us.

There was a muddy centre before we breathed.
There was a myth before the myth began,
Venerable and articulate and complete.

From this the poem springs: that we live in a place
That is not our own and, much more, not ourselves
And hard it is in spire of blazoned days.

We are the mimics. Clouds are pedagogues.
The air is not a mirror but bare board,
Coulisse bright-dark, tragic chiaroscuro

And comic color of the rose, in which
Abysmal instruments make sounds like pips
Of the sweeping meanings that we add to them.

(...) 

                                                                        from « Transport to Summer »





Deve essere astratta


(...)

IV.

L’dea prima non era nostra. Adamo
nell’Eden era già padre di Cartesio,
ed Eva rese l’aria di se stessa specchio,

e dei suoi figli e figlie. Si trovarono
in cielo come in uno specchio; una seconda terra;
e nella terra trovarono un verde –

abitanti di un verde lucidissimo.
Ma l’idea prima non era di foggiare
le nubi a imitazione. Le nubi ci precorsero.

C’era un centro fangoso prima che respirassimo.
C’era un mito prima che iniziasse i mito,
venerabile, esplicito e completo.

Da questo nasce la poesia: che viviamo
in un luogo non nostro, e che non siamo noi,
ed è arduo, ad onta dei giorni d’orifiamma.

Noi siamo i mimi. Le nubi pedagoghe.
L’aria non è uno specchio ma lavagna nuda,
quinta fra luce ed ombra, tragico chiaroscuro

e comico colore della rosa, in cui
istrumenti abissali riducono a scricchi
i vasti significati onde li esorniamo.

(...) 

                                                                        da « Trasporto all’estate », traduzione di Glauco Cambon





Angel Surrounded by Paysans


One of the countrymen:
                                                             There is
A welcome at the door to which no one comes?


The angel:
I am the angel of reality,
Seen for a moment standing in the door.

I have neither ashen wing nor wear of ore
And live without a tepid aureole,

Or stars that follow me, not to attend,
But, of my being and its knowing,

I am one of you and being one of you
Is being and knowing what I am and know.

Yet I am the necessary angel of earth,
Since, in my sight, you see the earth again,

Cleared of its stiff and stubborn man-locked set
And, in my hearing, you hear its tragic drone

Rise liquidly in liquid lingerings,
Like watery words awash; like meanings said

By repetitions of half-meanings. Am I not,
Myself, only half a figure of a sort,

A figure half-seen, or seen for a moment, a man
Of the mind, an apparition apparelled in

Apparels of such lightest look that a turn
Of my shoulder and quickly, too quickly, I am gone? 

                                                                        from « The Auroras of Autumn »





Angelo circondato da paysans


Uno dei paesani:
                                                       C’è forse
un benvenuto alla porta a cui nessuno viene?

L’angelo:
Sono l’angelo della realtà,
visto un attimo affacciarsi sulla porta.

Non ho ala cinerea, né abito smagliante
e vivo senza una tiepida aureola

o stelle al mio seguito, non per servirmi,
ma, del mio essere e del suo conoscere, parti.

Sono uno come voi ed essere uno di voi
vale essere e sapere ciò che sono e so.

Eppure sono l’angelo necessario della terra,
poiché, nel mio sguardo, vedete la terra nuovamente,

spoglia della sua dura e ostinata maniera umana,
e, nel mio udire, udite il suo tragico rombo

liquidamente sollevarsi in liquidi indugi
come acquee parole nell’onda, come sensi detti

con ripetizioni e approssimazioni. Non sono forse,
anch’io, una sorta di figura approssimativa,

una figura intravista, o vista un istante, un uomo
della mente, un’apparizione apparsa in

apparenze tanto lievi a vedersi che se appena
volgo le spalle, subito, ahi subito, svanisco? 

                                                                        da « Le aurore d’autunno », traduz. di M. Bacigalupo 






Avvertenza:
le poesie qui presentate e le loro traduzioni sono tratte dal libro: 
Wallace Stevens, Harmonium, Poesie 1915 – 1955, a cura di Massimo Bacigalupo, Einaudi, Torino, 1994










6 commenti:

  1. (...) (Wallace Stevens) non ha bisogno d’immaginarsi il paradiso terrestre, immagine di un mitico altrove da cui il poeta di Hartford si distaccherà sempre più. La disarmonia può introdursi anche laddove il paesaggio è desolante, la caduta riguarda il rapporto fra l’uomo e l’ambiente, ma quest’ultimo non deve essere per forza di straordinaria bellezza, può essere ‘plain’ e cioè normale o addirittura piatto, un aggettivo che Stevens userà sempre più spesso e ne vedremo la ragione. Da questo punto di partenza del poeta, Stevens ripenserà tutta la tradizione precedente e successiva ripercorrendola a modo suo e distanziandosi ogni volta dagli esiti appena conseguiti; in un movimento che sembra sempre ricominciare tutto daccapo. La metamorfosi continua sembra essere in fondo la molla vitale che spingerà la sua poesia ai grandi esiti finali (...)

    ( Tratto da: "Wallace Stevens: ovvero... l'elegante discreto"di Franco Romanò, pubblicato online su OverLeft n. 4 - estate 2012 < http://www.overleft.it/wallace-stevens-ovvero-lelegante-discreto.html > )

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  2. Sento vicina l'ultima poesia, dove il vivere è pieno di simbologie che non hanno più corpo eppure sono ancora presenti nell'immaginario.
    Intanto, ti lascio i complimenti per il tuo lavoro di diffusione, sperando che stavolta blogspot me li faccia lasciare
    Meth.

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  3. E' una grande poesia, non c'è dubbio, ma anche molto erudita. Non sono così nuovi in poesia i rimandi al nuovo e all'antico testamento,per evidenziare lo scarto esistente tra la condizione umana e il divino, tra un idilliaco Eden , oggetto di contemplazione o aspirazione,e il mondo reale ove tutto è così terribilmente effimero e tinteggiato dal cromatismo cupo del dolore e della morte,(e qui Stevens non esita ad evocare anche la massima divinità pagana ,Giove, attribuendo ad essa la stessa valenza del Dio ebraico, Essenza –Assenza che rassicura ed insieme turba ). Personalmente non sono attratta da questi riferimenti , in poesia e ancor più in componimenti di ampio respiro, come nel genere del poemetto( e questo è il caso), ritenendo che essi appesantiscano l’opera e la lettura e ritenendoli inoltre espliciti retaggi di una lunga tradizione assai usurata nella lunga storia della letteratura occidentale. Eppure, se solo prescindessi da essi ,potrei elencare una lunga serie di grandi versi che sono poi la sostanza artistica di questi assaggi compositivi, qui proposti. E’ basandomi su questi che riconosco a Stevens una statura poetica di straordinario livello. Poeti come Stevens , sono certamente irripetibili. nunzia binetti

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  4. Mi piacciono quei versi in cui il narrato puro e semplice diventa magicamente poesia, se poi a questo unisci le influenze "maledette" della letteratura europea e i riferimenti biblici a cui l'autore affida l'idea di una eticità preesistente "Noi siamo i mimi. Le nubi pedagoghe", allora vien fuori una poesia interessante su basi innatiste, ma come ha osservato Nunzia molto erudita ( io direi esclusiva diretta ad una ristretta platea intellettuale). Certo non è un autore che conceda molto al relax della lettura, ma molto concede alla riflessione...

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  5. "Perché darebbe dare le sue sostanze ai morti?" "Darebbe" era, ovviamente, "dovrebbe", e lo segnalo a Magister Antoninus.
    Mi pare azzardato paragonare Stevens a grandi evocatori quali Pound o Eliot. Stevens ripone il suo fascino nella tersa lucidità del verso e della mente, e nell'eleganza delle immagini e della forma. Personalmente non mi sento infastidito dall'erudizione (che d'altronde è assai ammorbidita dalla levità e dall'ironia) ma ho difficoltà a "consonare" sul piano emotivo-sentimentale: sono poesie che sento poco "mie".
    Avevo una conoscenza assai limitata di Stevens, e il Servizio che Caponnetto con tanto amore ci dà ha allargato per quanto possibile la mia conoscenza. Ancora grazie al re dei blogger!

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  6. Ma quanto e’ freddo questo poeta? non si lascia certo andare a smancerie o a sdolcinature e comunque tiene apparentemente ben chiusa la stanza delle emozioni.Nella prima delle poesie proposte, si avvicendano immagini dai toni freddi che ricordano a mio avviso un periodo di Hopper, fino a giungere, terribile e agghiacciante, a quella del lenzuolo ricamato che copre il cadavere, descritto senza mestizia, soffermandosi tuttavia sui particolari, con il rigore asciutto della cronaca e con una rassegnata accettazione della realta’, piu’ concreta del fatalismo; giungono poi.
    “le arance pungenti e le ali luminose, verdi,” che “paiono oggetti in una processione di morti…” e la morte “madre di bellezza” da cui “ verrà la realizzazione dei nostri sogni e desideri”, “per quanto essa sparga le foglie di una cancellazione sicura sulla nostra via”.Se l’amore e’ finzione suprema, tuttavia il mondo ne e’ stimolato, e il poeta non riesce a restare freddo come di consueto; mi piace il verso in cui scrive: “sediamo quieti, per un momento nel centro del nostro essere,la trasparenza vivida che tu porti è pace” e mi piace molto “L’angelo”, l’ultima delle poesie proposte che mi pare un gioiello moderno: ” Sono l’angelo della realtà, visto un attimo affacciarsi sulla porta.Non ho ala cinerea, né abito smagliante e vivo senza una tiepida aureola.”

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