domenica 14 ottobre 2012

FERNANDO PESSOA - O SR. SOARES E AS NUVENS / IL SIG. SOARES E LE NUVOLE





Nota Autobiografica (Fonte: wikipedia) 

La nota che segue fu scritta da Fernando Pessoa, il 30 marzo 1935, e venne parzialmente pubblicata come introduzione ad À memória do Presidente-Rei Sidónio Pais, edito dalla casa Editorial Império nel 1940. Essendo un testo autografo, si noterà che è una “biografia” molto soggettiva e piuttosto incompleta, ma rappresenta i desideri e le interpretazioni dell’Autore in quel preciso momento della sua vita.

Nome completo: Fernando António Nogueira Pessoa.
Età e provenienza: Nato a Lisbona, quartiere dei Mártires, al n. 4 del Largo de S. Carlos (oggi del Directório) il 13 giugno 1888.
Filiazione: Figlio legittimo di Joaquim de Seabra Pessoa e di D. Maria Madalena Pinheiro Nogueira. Nipote paterno del generale Joaquim António de Araújo Pessoa, combattente delle campagne liberali, e di D. Dionísia Seabra; nipote materno del consigliere Luís António Nogueira, giureconsulto e che fu Direttore Generale del Ministero del Regno, e di D. Madalena Xavier Pinheiro. Ascendenza generale: misto di portoghesi ed ebrei.
Stato civile: Scapolo.
Professione: La designazione più corretta sarebbe «traduttore», la più esatta «corrispondente straniero in imprese commerciali». Essere poeta e scrittore non costituisce professione, ma vocazione.
Abitazione: Rua Coelho da Rocha, 16, 1º. Dto. Lisboa. (Indirizzo postale - Casella Postale 147, Lisbona).
Funzioni sociali svolte: Se per questo si intendono cariche pubbliche o funzioni varie, nessuna.
Opere pubblicate: L'opera è essenzialmente dispersa, in varie riviste e pubblicazioni occasionali. Quello che considera come valido in libri o foglietti è il seguente : «35 Sonnets» (in inglese), 1918; «English Poems I-II» e «English Poems III» (sempre in inglese), 1922, e il libro «Mensagem», 1934, premiato dal Segretariato della Propaganda Nazionale nella categoria «Poema». Il foglio «L'Interregno», pubblicato nel 1928, e costituito da una difesa della Dittatura Militare in Portogallo deve essere considerato come non esistente. Tutto ciò deve essere rivisto, e forse molto ripudiato.
Educazione: Poiché sua madre, dopo la morte di suo padre nel 1893, si risposò nel 1895 in seconde nozze con il Comandante João Miguel Rosa, Console di Portogallo a Durban, Natal, venne lì educato. Vinse il premio Regina Vittoria di stile inglese nell'Università del Capo di Buona Speranza nel 1903, all'esame di ammissione, all'età di 15 anni
Ideologia Politica: Considera che il sistema monarchico sarebbe il più adatto per una nazione organicamente imperiale come è il Portogallo. Considera, allo stesso tempo, una monarchia completamente irrealizzabile in Portogallo. Per questo, se ci fosse un plebiscito fra regimi, voterebbe, sebbene con dolore, per la repubblica. Conservatore di stile inglese, cioè con libertà nel conservatorismo, e assolutamente antireazionario.
Posizione religiosa: Cristiano gnostico e pertanto interamente opposto a tutte le Chiese organizzate, e soprattutto alla Chiesa di Roma. Fedele, per motivi che saranno impliciti più avanti, alla "Tradizione Segreta" del Cristianesimo, che ha relazioni intime con "Tradizione Segreta" di Israele (la Santa Kabbalah) e con l'essenza occulta della Massoneria.
Posizione iniziatica: Iniziato, per comunicazione diretta del Maestro al Discepolo, nei tre gradi minori dello (apparentemente estinto) Ordine Templare del Portogallo.
Posizione patriottica: Appartenente a un nazionalismo mistico, da cui sia abolita tutta l'infiltrazione cattolico-romana, se fosse possibile un nuovo sebastianismo, che la sostituisca spiritualmente, sempre che nel Cattolicesimo portoghese vi sia mai stata spiritualità. Nazionalista guidato da questo motto «Tutto per l'Umanità, niente contro la Nazione».
Posizione sociale: Anticomunista e anti-socialista. Altro si deduce da quanto è detto sopra.
Riassunto di queste ultime considerazioni: avere sempre nella memoria il martire Jacques de Molay, gran Maestro dell'Ordine dei Templari, e combattere sempre e dappertutto i suoi tre assassini: l'Ignoranza, il Fanatismo e la Tirannia.
Lisbona, 30 marzo 1935 (nell'originale 1933, per apparente lapsus)



A proposito di un eteronimo senza anagrafe 

Postare a mo’ di un testo poetico il frammento 154, riordinato poi come il trentatreesimo del Livro do desassossego por Bernardo Soares, significa dare uno statuto poetico a un brano diaristico in prosa. Ma la cosa non è affatto inammissibile, avendo noi a che fare con Pessoa, il cui far poesia ha notevole confidenza con la prosa, mentre vale certamente il viceversa. C’è tuttavia da dire qualcosa su Bernardo Soares, simultanemente eteronimo e “medesimo” di Fernando Pessoa, e a cui quest’ultimo ha fornito una fisionomia “aperta”, tutta da farsi, così come aperto (un vero e proprio work in progress) è Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares. Dobbiamo a Felice Serino, che senza saperlo ci ha dato la cosiddetta imbeccata, il fatto di postare questo brano di Pessoa, già noto online come NuvensNuvole, Clouds, etc.
Ma tornando al particolarissimo eteronimo che Pessoa chiama col nome di Bernardo Soares, riportiamo qui alcune cose che proprio sul Senhor Soares sono state dette. 

“ […] Giorno dopo giorno Bernardo Soares si alza all’alba, cammina per le strade dritte della città bassa, entra negli uffici della ditta Vasques & Co nella Rua dos Douradores, va alla sua scrivania e si sprofonda in colonne di numeri. La sua vita è una metafora dell’esistenza moderna la cui totale mancanza di senso può essere combattuta solo con una rinuncia radicale, il ritiro dal mondo. Scrivere, dice Pessoa, è dimenticare, la letteratura è « il modo più piacevole per ignorare la vita ». Bernardo Soares si guadagna da vivere come aiuto contabile ma nelle sue preferenze e convinzioni estetiche assomiglia al suo inventore. Pessoa si è sempre diviso in eteronimi, personaggi con una propria biografia e una personalità propria, inventando se stesso dal materiale della propria fantasia.
Il Libro dell’inquietudine è stato una pietra miliare […]. Con la sua pubblicazione la letteratura portoghese si è spostata dai margini al centro della modernità, Lisbona si è avvicinata alla Dublino di Joyce, alla Praga di Kafka, alla Vienna di Musil e alla Trieste di Svevo. Come una Bibbia uno lo può portare sempre con sé, leggere a caso un passaggio e imparare qualcosa di più sulla solitudine umana ”.
Vanna Vannuncini (La Repubblica, 01/07/2006)

“ [ Il Livro do desassossego por Bernardo Soares ] di Fernando Pessoa contiene le centinaia di riflessioni del più celebre eteronimo dell’autore, Bernardo Soares, raccolte in maniera disordinata e “aperta”, in una sorta di “zibaldone”. Tragico, ironico, profondo e irrequieto, Soares riflette sulla vita, sulla morte e sull’anima, ma anche sulle sue memorie più intime e sullo scorrere del tempo, sui colori e le emozioni che egli osserva intorno e dentro di sé. Figura tragica e imprescindibile del nostro Novecento, Soares alias Pessoa scrive del proprio dolore con onestà e con una forza comunicativa che, nonostante l’incredibile delicatezza, riesce a tratti violenta e struggente. Soares il fragile, l’acuto, il silenzioso, abita la vita nei suoi toni più grigi, eppure l’ama come un vizio, come una droga, come una passione a cui non ci si può sottrarre, alla ricerca di un equilibrio perduto che, suo malgrado, non troverà. Un capolavoro della letteratura mondiale ”.
( Fonte: http://www.qlibri.it/narrativa-straniera/romanzi/il-libro-dell%27inquietudine/ )

“ […] Il libro di Soares è certamente un romanzo. O meglio, è un romanzo doppio, perché Pessoa ha inventato un personaggio di nome Bernardo Soares e gli ha delegato il compito di scrivere un diario. Soares è cioè un personaggio di finzione che adopera la sottile finzione letteraria dell’autobiografia. In questa autobiografia senza fatti di un personaggio inesistente consiste l’unica grande opera narrativa che Pessoa ci abbia lasciato: il suo romanzo […] ”. 
Antonio Tabucchi (dalla prefazione a: Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares, Traduz. di M. J. de Lancastre e A. Tabucchi, Feltrinelli, Milano, 1986) 




33.
(154)                                                                                                                               15.9.1931

      Nuvens… Hoje tenho consciência do céu, pois há dias em que o não olho mas sinto, vivendo na cidade e não na natureza que a inclui. Nuvens… São elas hoje a principal realidade, e preocupam-me como se o velar do céu fosse um dos grandes perigos do meu destino. Nuvens… Passam da barra para o Castelo, de Ocidente para Oriente, num tumulto disperso e despido, branco às vezes, se vão esfarrapadas na vanguarda de não sei o quê; meio-negro outras, se, mais lentas, tardam em ser varridas pelo vento audível; negras de um branco sujo, se, como se quisessem ficar, enegrecem mais da vinda que da sombra o que as ruas abrem de falso espaço entre as linhas fechadoras da casaria.
      Nuvens… Existo sem que o saiba e morrerei sem que o queira. Sou o intervalo entre o que sou e o que não sou, entre o que sonho e o que a vida fez de mim, a média abstrata e carnal entre coisas que não são nada, sendo eu nada também. Nuvens… Que desassossego se sinto, que desconforto se penso, que inutilidade se quero! Nuvens… Estão passando sempre umas muito grandes, parecendo, porque as casas não deixam ver se são menos grandes que parecem, que vão a tomar todo o céu; outras de tamanho incerto, podendo ser duas juntas ou uma que se vai partir em duas, sem sentido no ar alto contra o céu fatigado; outras ainda, pequenas, parecendo brinquedos de poderosas coisas, bolas irregulares de um jogo absurdo, só para um lado, num grande isolamento, frias.
     Nuvens… Interrogo-me e desconheço-me. Nada tenho feito de útil nem farei de justificável. Tenho gasto a parte da vida que não perdi em interpretar confusamente coisa nenhuma, fazendo versos em prosa às sensações intransmissíveis com que torno meu o universo incógnito. Estou farto de mim, objetiva e subjetivamente. Estou farto de tudo, e do tudo de tudo. Nuvens… São tudo, desmanchamentos do alto, coisas hoje só elas reais entre a terra nula e o céu que não existe; farrapos indescritíveis do tédio que lhes imponho; névoa condensada em ameaças de cor ausente; algodões de rama sujos de um hospital sem paredes. Nuvens… São como eu, uma passagem desfeita entre o céu e a terra, ao sabor de um impulso invisível, trovejando ou não trovejando, alegrando brancas ou escureando negras, ficções do intervalo e do descaminho, longe do ruído da terra e sem ter o silêncio do céu.
     Nuvens… Continuam passando, continuam sempre passando, passarão sempre continuando, num enrolamento descontínuo de meadas baças, num alongamento difuso de falso céu desfeito.





33.
(154)                                                                                                                               15.9.1931

       Nuvole… Oggi sono consapevole del cielo, poiché ci sono giorni in cui non lo guardo ma solo lo sento, vivendo nella città senza vivere nella natura in cui la città è inclusa. Nuvole… Sono loro oggi la principale realtà, e mi preoccupano come se il velarsi del cielo fosse uno dei grandi pericoli del mio destino. Nuvole… Corrono dall’imboccatura del fiume verso il Castello; da Occidente verso Oriente, in un tumultuare sparso e scarno, a volte bianche se vanno stracciate all’avanguardia di chissà che cosa; altre volte mezze nere, se lente, tardano ad essere spazzate via dal vento sibilante; infine nere di un bianco sporco se, quasi volessero restare, oscurano più col movimento che con l’ombra i falsi punti di fuga che le vie aprono fra le linee chiuse dei caseggiati.
       Nuvole… Esisto senza che io lo sappia e morirò senza che io lo voglia. Sono l’intervallo fra ciò che sono e ciò che non sono, fra quanto sogno di essere e quanto la vita mi ha fatto essere, la media astratta e carnale fra cose che non sono niente più il niente di me stesso. Nuvole… Che inquietudine se sento, che disagio se penso, che inutilità se voglio! Nuvole… Continuano a passare, alcune così enormi (poiché le case non lasciano misurare la loro esatta dimensione) che paiono occupare il cielo intero; altre di incerte dimensioni, come se fossero due che si sono accoppiate o una sola che si sta rompendo in due, a casaccio, nell’aria alta contro il cielo stanco; altre ancora piccole, simili a giocattoli di forme poderose, palle irregolari di un gioco assurdo, da parte, in un grande isolamento fredde.
      Nuvole… Mi interrogo e mi disconosco. Non ho mai fatto niente di utile né faro niente di giustificabile. Quella parte della mia vita che non ho dissipato a interpretare confusamente nessuna cosa, l’ho spesa a dedicare versi prosastici alle intrasmissibili sensazioni con le quali rendo mio l’universo sconosciuto. Sono stanco di me oggettivamente e soggettivamente. Sono stanco di tutto e del tutto di tutto. Nuvole… Esse sono tutto, crolli dell’altezza, uniche cose oggi reali fra la nulla terra e il cielo inesistente; brandelli indescrivibili del tedio che loro attribuisco: nebbia condensata in minacce incolori; fiocchi di cotone sporco di un ospedale senza pareti. Nuvole… Sono come me un passaggio figurato tra cielo e terra, in balìa di un impulso invisibile, temporalesche o silenziose, che rallegrano per la bianchezza o rattristano per l’oscurità, finzioni dell’intervallo e del discammino, lontane dal rumore della terra, lontane dal silenzio del cielo.
      Nuvole… Continuano a passare, continuano ancora a passare, passeranno sempre continuamente, in una sfilza discontinua di matasse opache, come il prolungamento diffuso di un falso cielo disfatto. 
  
Traduzione di Maria José de Lancastre e Antonio Tabucchi
















6 commenti:

  1. Nella lettera ad Adolfo Casais Monteiro del 13 gennaio 1935, interrogato da questo sulla genesi dei suoi eteronimi, Fernando Pessoa scrive, fra l’altro: « L'origine dei miei eteronimi è il tratto profondo di isteria che esiste in me. [...] L'origine mentale dei miei eteronimi sta nella mia tendenza organica e costante alla spersonalizzazione e alla simulazione. Questi fenomeni, fortunatamente, per me e per gli altri, in me si sono mentalizzati; voglio dire che non si manifestano nella mia vita pratica, esteriore e di contatto con gli altri; esplodono verso l'interno e io li vivo da solo con me stesso ». E sempre nella stessa lettera, riferendosi a tre dei suoi eteronimi e a un “semieteronimo”, ggiunge: « Come scrivo col nome dei tre? … Caeiro per pura e insperata ispirazione, senza sapere né prevedere che mi metterò a scrivere. Ricardo Reis, dopo una astratta deliberazione, che subito si concretizza in un’ode. Campos, quando sento un improvviso impulso a scrivere, anche se non so che cosa. (Il mio semieteronimo Bernardo Soares, che d’altronde in molte cose si assomiglia con Alvaro de Campos, appare sempre mentre sono stanco e insonnolito, quando le mie qualità le mie capacità di ragionamento e inibizione sono un po’ affievolite; quella prosa è un vaneggiamento costante.) [...] ».

    [ Fonti: 1) wikipedia; 2) Antonio Tabucchi – Lettera riportata in: “Un baule pieno di gente”, Feltrinelli, 1990 ]

    RispondiElimina
  2. Lasciando la considerazione sugli eteronimi di Pessoa alle pagine che vi sono state dedicate e ripromettendomi di leggere contributi su questo aspetto della sua scrittura e personalità, non posso dire altro se non che sono perfettamente d'accordo con una lettura poetica del brano riportato. Penso che tutto qui sia reso evidente nello scorrere delle parole che seguono immagini e sensazioni e nelle corrispondenze stabilite dall'interiorità. Ma è una interiorità che avverte chiaramente il disagio esistenziale del (post)moderno e sembra cercare la fuga da se stessa riversandosi in un cammino di nuvole svuotate però da ogni allusione di idealità, come quando alla fine di un sogno un'immagine bella declina al perturbante.

    RispondiElimina
  3. La sua vita è una metafora dell’esistenza moderna la cui totale mancanza di senso può essere combattuta solo con una rinuncia radicale, il ritiro dal mondo. é la vita di ogni poeta, ma Pessoa ha saputo anche alzare la voce...a volte con garbata ironia, a volte più cruda, ma mai è stato un poeta in ritiro dal mondo!

    RispondiElimina
  4. "...sono l' intervallo di ciò che sono e ciò che non sono. Nuvole..." Sembra trovare qualcosa di sè nell' inconsistenza cangiante delle nuvole, fra il cielo e la terra. Leggo dal Grande Dizionario enciclopedico UTET :
    " Incline a guardare fuori dei confini della letteratura portoghesee ad accogliere quanto viene dall' Europa. Senza accettare la tesi di chi lo colloca accanto ai massimi poeti della letteratura portoghese, vediamo in lui un artista ricco di motivi lirici, di ispirazione e , nello stesso tempo, attwento ai mezzi espressivi che sottopone ad una intelligente disciplina usando raramente espressioni che potremo definire ermetiche. " Ho avuto piacere di leggere qualcosa in più di questa interessante figura di uomo e poeta. Grazie Antonino.

    RispondiElimina
  5. Intanto mi ha colpita la sua nota autobiografica, colma di una modestia che vorrei appartenesse a tanti poeti ed intellettuali accreditati, oggi sparsi non solo nel nostro Paese ma anche fuori di esso…Pessoa si dichiara infatti semplice traduttore e poeta solo per vocazione .La personalità che di questo autore emerge dalla sua nota autobiografica la sento molto mia ,e per quella posizione nei confronti del sociale, e per quel motto che spiega quanto sia necessario combattere sempre e dappertutto l’ignoranza il fanatismo e la Tirannia. Il testo di Pessoa, qui riportato, è invece una apertura disarmante dell’io- scrivente in una forma che solo in apparenza può dirsi prosa, intrisa com’è di immagini poetiche ( quanta modernità in questo!). Scrittura diaristica dunque, prosa-poetica,ma forte di una tensione lirica impressionante. Ci sono tratti in questo testo che disvelano l’ ingenuità di uno sguardo teso ad osservare natura o paesaggio ,ma quella ingenuità propria di chi sa travasare se stesso , per intero, all’esterno, donarlo senza reticenze ad un ipotetico lettore, dichiarando con consapevolezza la propria pochezza. Pessoa scrive e dunque si descrive, e organizza pertanto una lunga metafora “ le nuvole” che gli serve a narrarsi e a significarsi "inconsistente". “Sono come me un passaggio figurato tra cielo e terra,” dice il poeta…”mi disconosco”. Terribile quest’ultima affermazione. E ancora: “Non ho mai fatto niente di utile né faro niente di giustificabile”. Ecco il nullismo , quello che in modo speculare compare in poesie altre di Pessoa , ritenute da me dei capolavori ,ove recita: Non sto pensando a niente, /e questa cosa centrale,/ che a sua volta non è niente, /mi è gradita come l’aria notturna, /fresca in confronto/ all’estate calda del giorno./. E’ questo il nullismo post- moderno, quello tanto avversato e da molta critica d’oggi, ma che io ritengo, al contrario, l’elemento contenutistico esistenziale innovativo espresso dalla poesia a noi contemporanea. Di tutto questo, e non è poco, Pessosa, credo, si è fatto grande anticipatore . nunzia binetti

    RispondiElimina
  6. Le nuvole di Pessoa,sono intenzionali,intuitive,responsabili:un'ennesima sorta di alter ego che senza saperlo impostano una ragione diversa da se stesse,così come possano sembrare.Non a caso,il poeta conclude parlando di un falso cielo disfatto che non significa "distrutto" ma mutato,variabile nella sua prima entità.E' un cielo fittizio che testimonia come la realtà possa perdere quella personalità stereotipata dal ruolo principale.Pessoa assiste alle varianti,le incarna e le gestisce con naturalezza,come se l'eteronimo non fosse che una libera conseguenza di chi esiste e si mostra.-"Sono stanco del tutto e del tutto di tutto"-concetto che sorprende per le sue diverse soluzioni,così tanto diverse da una sola logica,da una sola condizione o risposta.
    Pessoa non si presta ad un ruolo,agisce per conto di un ordine mentale scisso in tanti strati,come le nuvole...

    RispondiElimina