lunedì 1 ottobre 2012

Bertolt Brecht - Sechs Gedichte / Sei poesie





Bertolt Brecht (Augsburg, 1898 – Berlino, 1956)

  
Bertolt Brecht nasce il 10 febbraio 1898 ad Augsburg, in Baviera, da famiglia benestante (è il figlio, infatti, dell’amministratore delegato di un’importante impresa industriale).
Compie a Monaco le prime esperienze teatrali, esibendosi come autore-attore: il suo esordio è fortemente influenzato dall’Espressionismo.
Presto aderisce allo schieramento marxista e sviluppa la teoria del “teatro epico” secondo cui lo spettatore non deve immedesimarsi durante la rappresentazione, ma deve cercare di mantenere una distanza critica, allo scopo di riflettere su quello che vede in scena. Da parte dell’autore, invece, canzoni, elementi parodistici e una sceneggiatura molto ben studiata devono essere utilizzate per creare un effetto di straniamento, un distacco critico.

Nel 1928 raggiunge un grande successo con la rappresentazione della “Opera da tre soldi”, rifacimento del celebre dramma popolare inglese del ‘700 di J. Gay (la cosiddetta “Beggar’s Opera”).
I personaggi principali sono il re dei mendicanti che ne organizza il “lavoro” come un affare qualsiasi (e da cui ricava notevoli compensi), il criminale senza scrupoli Mackie Messer, che in fondo è un esempio di rispettabilità borghese, e il capo di polizia, un tipo marcio e corrotto.

Brecht realizza qui una rappresentazione spettacolare, ricca di colpi di scena, con bellissime e graffianti canzoni e ballate scritte da Kurt Weill (che diventeranno tra le più celebri della sua eclettica produzione di compositore). In quest’opera, la differenza tra criminali e persone rispettabili sparisce del tutto, i soldi rendono tutti uguali, cioè corrotti. Critico nei confronti della società del tempo, Brecht aderisce, come abbiamo detto, al marxismo e nel 1933, quando i nazisti prendono il potere, è costretto a lasciare la Germania.

Peregrina per quindici anni attraverso molti paesi, ma dopo il 1941 si stabilisce negli Stati Uniti. Alla fine del conflitto mondiale, diventato sospetto alle autorità americane per le sue polemiche politiche e sociali, lascia gli Stati Uniti e si trasferisce nella Repubblica Democratica Tedesca, a Berlino, dove fonda la compagnia teatrale del “Berliner Ensemble”, tentativo concreto di realizzare le sue idee. In seguito, l’“Ensemble” diventerà una delle più affermate compagnie teatrali. Nonostante le sue convinzioni marxiste, comunque, è spesso in contrasto con le autorità della Germania dell’est.

Brecht è autore di numerose poesie che possono considerarsi tra le più toccanti della lirica tedesca novecentesca. La sua scrittura poetica è diretta, vuole essere utile, non ci porta in nessun mondo fantastico o enigmatico. Eppure ha un fascino, una bellezza a cui è difficile sottrarsi.

L’Enciclopedia Grazanti della Letteratura scrive a questo proposito: « Anche l’opera di Brecht lirico, forse anche più alta di quella teatrale, ha le sue radici nel linguaggio drammatico; e per questo è tanto spesso monologo, ballata, Lied. Ma è anche urto di affermazioni, dialettica abbreviata. Più la parola è nuda, corrente, oltraggiosamente “prosastica”, più riceve dalla violenza dell’illuminazione cui è sottoposta la capacità di giungere all’incandescenza ».

Muore a Berlino il 14 agosto 1956.

( Fonte principale per la biografia: http://biografieonline.it/biografia.htm?BioID=52&biografia=Bertolt+Brecht )




Riportiamo di seguito il testo della recensione pubblicata da Franco Buono su L'INDICE in occasione della pubblicazione delle POESIE di Brecht edite da Einaudi nel 2005











Vom armen B. B.





1

Ich, Bertolt Brecht, bin aus den schwarzen Wäldern.
Meine Mutter trug mich in die Städte hinein
Als ich in ihrem Leib lag. Und die Kälte der Wälder
Wird in mir bis zu meinem Absterben sein.


2

In der Asphaltstadt bin ich daheim. Von allem Anfang
Versehen mit jedem Sterbsakrament:
Mit Zeitungen. Und Tabak. Und Branntwein.
Mißtrauisch und faul und zufrieden am End.


3

Ich bin zu den Leuten freundlich. Ich setze
Einen steifen Hut auf nach ihrem Brauch.
Ich sage: es sind ganz besonders riechende Tiere
Und ich sage: Es macht nichts, ich bin es auch.


4

In meine leeren Schaukelstühle vormittags
setze ich mir mitunter ein paar Frauen
Und ich betrachte sie sorglos und sage ihnen:
In mir habt ihr einen, auf den könnt ihr nicht bauen.


5


Gegen Abend versammle ich um mich Männer
Wir reden uns da mit “Gentlemen” an.
Sie haben ihre Füße auf meinen Tischen
Und sagen: Es wird besser mit uns. Und ich frage nicht: Wann?


6

Gegen Morgen in der grauen Frühe pissen die Tannen
Und ihr Ungeziefer, die Vögel fängt an zu schrein.
Um die Stunde trink ich mein Glas in der Stadt aus und schmeiße
Den Tabakstummel weg und schlafe beunruhigt ein.


7

Wir sind gesessen, ein leichtes Geschlechte
In Häusern, die für unzerstörbare galten
(So haben wir gebaut die langen Gehäuse des Eilands Manhattan
Und die dünnen Antennen, die das atlantische Meer unterhalten).


8

Von diesen Städten wird bleiben: der durch sie Hindurchging, der Wind!
Fröhlich machet das Haus den Esser: Er leert es.
Wir wissen, daß wir Vorläufige sind
Und nach uns wird kommen: nichts Nennenswertes.


9

Bei den Erdbeben, die kommen werden, werde ich hoffentlich
Meine Virginia nicht ausgehen lassen durch Bitterkeit
Ich, Bertolt Brecht, in die Asphaltstädte verschlagen
Aus den schwarzen Wäldern in meiner Mutter in früher Zeit.


(1921)







Del povero B. B.





1

Io, Bertolt Brecht, vengo dai boschi neri.
Mia madre dentro la città mi portò
quand’ero ancora nel suo ventre. E il freddo dei boschi
fino a che morirò, sarà dentro di me.


2

Nelle città d’asfalto sono di casa. Da sempre
preparato con tutti i sacramenti.
Di giornali. E di tabacco. E di cognac.
Diffidente e pigro e contento alla fine.


3

Sono cortese con la gente. Mi metto
in testa un cappello duro, come usano.
Dico: sono animali che hanno un odore speciale.
E dico: non fa nulla, son come loro anch’io.


4

La mattina, alle volte, nelle mie sedie a dondolo vuote
qualche donna ci faccio accomodare.
E senza affanno le contemplo e dico:
in me qui avete uno, che non ci potete contare.


5

Quando fa buio raduno uomini attorno a me
Gli uni con gli altri ci si chiama « gentleman »
Mettono i piedi, quelli, sui miei tavoli.
E dicono: « andrà meglio ». E io non chiedo « quando? »


6

Quando fa giorno, nel grigio pisciano gli abeti
e i parassiti loro, gli uccelli, cominciano a gridare.
Nella città, a quell’ora, vuoto il bicchiere, butto
la cicca del mio sigaro e dormo in inquietudine.


7

A noi stirpe svagata, furono sede
case immaginate indistruttibili
(così costruimmo i lunghi edifici dell’isola di Manhattan
e le antenne sottili che abitano l’Atlantico).


8

Di queste città resterà solo chi le traversa ora: il vento!
La casa colui che banchetta fa beato: ché egli la vuota.
Noi lo sappiamo, siamo di passaggio.
Dopo di noi: nulla di notevole.


9

In mezzo ai terremoti che dovranno venire, speriamo
di non lasciare che il « Virginia » mi si spenga per troppa amarezza,
io, Bertolt Brecht, sbattuto nelle città d’asfalto
dai boschi neri, dentro mia madre, una volta.


(1921)







Legende von der Entstehung des Buches Taoteking
auf dem Weg des Laotse in die Emigration





1

Als er siebzig war und war gebrechlich
Drängte es den Lehrer doch zur Ruh.
Denn die Güte war im Lande wieder einmal schwächlich
Und die Bosheit nahm an Kräften wieder einmal zu
Und er gürtete den Schuh.


2

Und er packte ein, was er so brauchte:
Wenig. Doch es wurde dies und das.
So die Pfeife, die er immer abends rauchte
Und das Büchlein, das er immer las.
Weißbrot nach dem Augenmaß.


3

Freute sich des Tals noch einmal und vergaß es
Als er ins Gebirg den Weg einschlug.
Und sein Ochse freute sich des frischen Grases
Kauend, während er den Alten trug
Denn dem ging es schnell genug.


4

Doch am vierten Tag im Felsgesteine
Hat ein Zöllner ihm den Weg verwehrt:
“Kostbarkeiten zu verzollen?” – “Keine.”
Und der Knabe, der den Ochsen führte
Sprach: “Er hat gelehrt.”
Und so war auch das erklärt.


5

Doch der Mann in einer heitren Regung
Fragte noch: “Hat er was rausgekriegt?”
Sprach der Knabe: “Daß das weiche Wasser in Bewegung
Mit der Zeit den mächtigen Stein besiegt.
Du verstehst, das Harte unterliegt.”


6

Daß er nicht das letzte Tageslicht verlöre
Trieb der Knabe nun den Ochsen an.
Und die drei verschwanden schon um eine schwarze Föhre
Da kam plötzlich Fahrt in unsern Mann
Und er schrie: “He, du! Halt an!


7

Was ist das mit diesem Wasser, Alter?”
Hielt der Alte: “Interessiert es dich?”
Sprach der Mann: “Ich bin nur Zollverwalter
Doch wer wen besiegt, das interessiert auch mich.
Wenn du’s weißt, dann sprich!


8

Schreib mir’s auf! Diktier es diesem Kinde!
Sowas nimmt man doch nicht mit sich fort.
Da gibt’s doch Papier bei uns und Tinte.
Und ein Nachtmahl gibt es auch: ich wohne dort.
Nun, ist das ein Wort?”


9

Über seine Schulter sah der Alte
Auf den Mann. Flickjoppe. Keine Schuh.
Und die Stirne eine einzige Falte.
Ach, kein Sieger trat da auf ihn zu.
Und er murmelte: “Auch du?”


10

Eine höfliche Bitte abzuschlagen
War der Alte, wie es schien, zu alt.
Denn er sagte laut: “Die etwas fragen
Die verdienen Antwort.” Sprach der Knabe: “Es wird auch schon kalt.”
“Gut, ein kleiner Aufenthalt.”


11

Und von seinem Ochsen stieg der Weise.
Sieben Tage schrieben sie zu zweit.
Und der Zöllner brachte Essen (und er fluchte nur noch leise
Mit den Schmugglern in der ganzen Zeit).
Und dann war’s soweit.


12

Und dem Zöllner händigte der Knabe
Eines Morgens einundachtzig Sprüche ein.
Und mit Dank für eine kleine Reisegabe
Bogen sie um jene Föhre ins Gestein.
Sagt jetzt: kann man höflicher sein?


13

Aber rühmen wir nicht nur den Weisen
Dessen Name auf dem Buche prangt!
Denn man muß dem Weisen seine Weisheit erst entreißen.
Darum sei der Zöllner auch bedankt:
Er hat sie ihm abverlangt.


(1937)







Leggenda sull’origine del libro Taoteking
dettato da Laotse sulla via dell’emigrazione





1

Quando fu, e già logoro, ai settanta,
anche il Maestro ebbe voglia di quiete.
Ché nel paese ancora una volta era debole il bene
e ancora una volta più forte cresceva la malvagità.
E lui cinse i calzari:


2

E prese su quanto aveva di bisogno.
Poco. Però, una cosa e l’altra, e c’era
la pipa che sempre fumava, la sera,
e il libro che sempre leggeva.
E, a occhio, pan bianco.


4

Godè la valle ancora e la dimenticò
quando ai monti volse la via.
E il suo bue godeva l’erba fresca,
ruminando, con il vecchio in groppa,
ad un passo che per lui bastava.

Ma nel quarto giorno fra i dirupi
gli sbarrò la strada un gabelliere:
« Hai qualcosa di prezioso? », « Nulla ».
E il ragazzo che guidava il bue disse: « Insegnava ».
Tutto dichiarato, dunque.


5

Ma quell’uomo, in un suo lieto animo,
chiese ancora: « E che cosa ne ha cavato? »
E il ragazzo: « Che cede all’acqua docile,
a lungo andare, la pietra più tenace.
Quel che è duro la perde, capisci? »


6

Per andare finché c’era, di quel giorno, ancora luce
pungolava il ragazzo ora il bue.
E già dietro un pino nero scomparivano quei tre
quando improvvisamente si riscosse
l’uomo e gridò: « Ferma, ehi!


7

Che storia è, questa dell’acqua, vecchio? »
« Ti interessa? » Il vecchio si fermò.
« Io sono solo un gabelliere », disse,
« ma, chi alla fine vinca, interessa anche me.
Dillo, se tu lo sai!


8

Tu scrivimelo! Dettalo al ragazzo!
Non si può portar via certe cose con sé.
Ce n’è, da noi, di carta e inchiostro.
E anche da cena. Quella è casa mia.
È una proposta, no? »


9

Con lo sguardo allora il vecchio scese
su quell’uomo. Giubba a toppe. Scalzo.
E la fronte tutta fitte rughe.
Oh, non gli parlava un vittorioso.
E mormorò: « Anche tu? »


10

Per dir di no a una cortese preghiera
era il vecchio, o pareva, troppo vecchio.
E così disse forte: « Chi domanda si merita risposta ».
Poi il ragazzo: « E vien freddo ».
« Bene, una breve sosta ».


11

Dal suo bue scese il Saggio
e scrissero per sette giorni in due.
Li nutriva, il gabelliere, e soltanto sottovoce
in quei giorni bestemmiava con i suoi contrabbandieri.
E il lavoro si compì.


12

E una mattina il ragazzo porse
al gabelliere ottantuno sentenze.
E per qualche provvista ringraziando
pei dirupi dietro il pino presero.
Più di così chi può esser cortese?


13

Ma non solo al Saggio si dia lode
che sul libro col suo nome splende!
Ché strappargliela si deve, prima, al Saggio la saggezza.
Anche sia grazie dunque al gabelliere
che la seppe volere.


(1937)







An die Nachgeborenen





1

Wirklich, ich lebe in finsteren Zeiten!
Das arglose Wort ist töricht. Eine glatte Stirn
Deutet auf Unempfindlichkeit hin. Der Lachende
Hat die furchtbare Nachricht
Nur noch nicht empfangen.

Was sind das für Zeiten, wo
Ein Gespräch über Bäume fast ein Verbrechen ist
Weil es ein Schweigen über so viele Untaten einschließt!
Der dort ruhig über die Straße geht
Ist wohl nicht mehr erreichbar für seine Freunde
Die in Not sind?

Es ist wahr: Ich verdiene nur noch meinen Unterhalt
Aber glaubt mir: das ist nur ein Zufall. Nichts
Von dem, was ich tue, berechtigt mich dazu, mich sattzuessen.
Zufällig bin ich verschont. (Wenn mein Glück aussetzt,
bin ich verloren.

Man sagt mir: Iss und trink du! Sei froh, dass du hast!
Aber wie kann ich essen und trinken, wenn
Ich dem Hungernden entreiße, was ich esse, und
Mein Glas Wasser einem Verdursteten fehlt?
Und doch esse und trinke ich.

Ich wäre gerne auch weise.
In den alten Büchern steht, was weise ist:
Sich aus dem Streit der Welt halten und die kurze Zeit
Ohne Furcht verbringen
Auch ohne Gewalt auskommen
Böses mit Gutem vergelten
Seine Wünsche nicht erfüllen, sondern vergessen
Gilt für weise.
Alles das kann ich nicht:
Wirklich, ich lebe in finsteren Zeiten!


2

In die Städte kam ich zur Zeit der Unordnung
Als da Hunger herrschte.
Unter die Menschen kam ich zu der Zeit des Aufruhrs
Und ich empörte mich mit ihnen.
So verging meine Zeit
Die auf Erden mir gegeben war.

Mein Essen aß ich zwischen den Schlachten
Schlafen legte ich mich unter die Mörder
Der Liebe pflegte ich achtlos
Und die Natur sah ich ohne Geduld.
So verging meine Zeit
Die auf Erden mir gegeben war.

Die Straßen führten in den Sumpf zu meiner Zeit.
Die Sprache verriet mich dem Schlächter.
Ich vermochte nur wenig. Aber die Herrschenden
Saßen ohne mich sicherer, das hoffte ich.
So verging meine Zeit
Die auf Erden mir gegeben war.

Die Kräfte waren gering. Das Ziel
Lag in großer Ferne
Es war deutlich sichtbar, wenn auch für mich
Kaum zu erreichen.
So verging meine Zeit
Die auf Erden mir gegeben war.


3

Ihr, die ihr auftauchen werdet aus der Flut
In der wir untergegangen sind
Gedenkt
Wenn ihr von unseren Schwächen sprecht
Auch der finsteren Zeit
Der ihr entronnen seid.

Gingen wir doch, öfter als die Schuhe die Länder wechselnd
Durch die Kriege der Klassen, verzweifelt
Wenn da nur Unrecht war und keine Empörung.

Dabei wissen wir doch:
Auch der Hass gegen die Niedrigkeit
Verzerrt die Züge.
Auch der Zorn über das Unrecht
Macht die Stimme heiser. Ach, wir
Die wir den Boden bereiten wollten für Freundlichkeit
Konnten selber nicht freundlich sein.

Ihr aber, wenn es soweit sein wird
Dass der Mensch dem Menschen ein Helfer ist
Gedenkt unsrer
Mit Nachsicht.


(1938)







A coloro che verranno





1

Davvero, vivo in tempi bui!
La parola innocente è stolta. Una fronte distesa
vuol dire insensibilità. Chi ride,
la notizia atroce
non l’ha saputa ancora.

Quali tempi sono questi, quando
discorrere d’alberi è quasi un delitto,
perchè su troppe stragi comporta silenzio!
E l’uomo che ora traversa tranquillo la via
mai più potranno raggiungerlo dunque gli amici
che sono nell’affanno?

È vero: ancora mi guadagno da vivere.
Ma, credetemi, è appena un caso. Nulla
di quel che fo m’autorizza a sfamarmi.
Per caso mi risparmiano. (Basta che il vento giri,
e sono perduto).

« Mangia e bevi! », mi dicono: « E sii contento di averne ».
Ma come posso io mangiare e bere, quando
quel che mangio, a chi ha fame lo strappo, e
manca a chi ha sete il mio bicchiere d’acqua?
Eppure mangio e bevo.

Vorrei anche essere un saggio.
Nei libri antichi è scritta la saggezza:
lasciar le contese del mondo e il tempo breve
senza tema trascorrere.
Spogliarsi di violenza,
render bene per male,
non soddisfare i desideri, anzi
dimenticarli, dicono, è saggezza.
Tutto questo io non posso:
davvero, vivo in tempi bui!


2

Nelle città venni al tempo del disordine,
quando la fame regnava.
Tra gli uomini venni al tempo delle rivolte,
e mi ribellai insieme a loro.
Così il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.

Il mio pane, lo mangiai tra le battaglie.
Per dormire mi stesi in mezzo agli assassini.
Feci all’amore senza badarci
e la natura la guardai con impazienza.
Così il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.

Al mio tempo le strade si perdevano nella palude.
La parola mi tradiva al carnefice.
Poco era in mio potere. Ma i potenti
posavano più sicuri senza di me; o lo speravo.
Così il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.

Le forze erano misere. La meta
era molto remota.
La si poteva scorgere chiaramente, seppure anche per me
quasi inattingibile.
Così il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.


3

Voi che sarete emersi dai gorghi
dove fummo travolti
pensate
quando parlate delle nostre debolezze
anche ai tempi bui
cui voi siete scampati.

Andammo noi, più spesso cambiando paese che scarpe,
attraverso le guerre di classe, disperati
quando solo ingiustizia c’era, e nessuna rivolta.

Eppure lo sappiamo:
anche l’odio contro la bassezza
stravolge il viso.
Anche l’ira per l’ingiustizia
fa roca la voce. Oh, noi
che abbiamo voluto apprestare il terreno alla gentilezza,
noi non si potè essere gentili.

Ma voi, quando sarà venuta l’ora
che all’uomo un aiuto sia l’uomo,
pensate a noi
con indulgenza.


(1938)







General, dein Tank ist ein starker Wagen.

Er bricht einen Wald nieder und zermalmt hundert Menschen.
Aber er hat einen Fehler:
Er braucht einen Fahrer.

General, dein Bomberflugzeug ist stark.
Es fliegt schneller als ein Sturm und trägt mehr als ein Elefant.
Aber es hat einen Fehler:
Es braucht einen Monteur.

General, der Mensch ist sehr brauchbar.
Er kann fliegen und er kann töten.
Aber er hat einen Fehler:
Er kann denken.







Generale, il tuo carro armato è una macchina potente

spiana un bosco e sfracella cento uomini.
Ma ha un difetto:
ha bisogno di un carrista.

Generale, il tuo bombardiere è potente.
Vola più rapido d’una tempesta e porta più di un elefante.
Ma ha un difetto:
ha bisogno di un meccanico.

Generale, l’uomo fa di tutto.
Può volare e può uccidere.
Ma ha un difetto:
può pensare.


( da: Breviario tedesco )







Fragen eines lesenden Arbeiters





Wer baute das siebentorige Theben?
In den Büchern stehen die Namen von Königen.
Haben die Könige die Felsbrocken herbeigeschleppt?
Und das mehrmals zerstörte Babylon –
Wer baute es so viele Male auf? In welchen Häusern
des goldstahlenden Lima wohnten die Bauleute?
Wohin gingen an dem Abend, wo die Chinesische Mauer fertig war
die Maurer? Das große Rom
ist voll von Triumphbögen. Wer errichtete sie? Über wen
triumphierten die Cäsaren? Hatte das vielbesungene Byzanz
nur Paläste für seine Bewohner? Selbst in dem sagenhaften Atlantis
brüllten in der Nacht, wo das Meer es verschlang
die Ersaufenden nach ihren Sklaven.
Der junge Alexander eroberte Indien.
Er allein?
Cäsar schlug die Gallier.
Hatte er nicht wenigstens einen Koch bei sich?
Philipp von Spanien weinte, als seine Flotte
untergegangen war. Weinte sonst niemand?
Friedrich der Zweite siegte im siebenjährigen Krieg. Wer
siegte außer ihm?

Jede Seite ein Sieg.
Wer kochte den Siegesschmaus?
Alle zehn Jahre ein großer Mann.
Wer bezahlte die Spesen?

So viele Berichte.
So viele Fragen







Domande di un lettore operaio
  




Tebe dalle Sette Porte, chi la costruì?
Ci sono i nomi dei re, dentro i libri.
Son stati i re a strascicarli, quei blocchi di pietra?
Babilonia, distrutta tante volte,
chi altrettante la riedificò? In quale case,
di Lima lucente d’oro abitavano i costruttori?
Dove andarono, la sera che fu terminata la Grande Muraglia,
i muratori? Roma la grande
è piena d’archi di trionfo. Su chi
trionfarono i Cesari? La celebrata Bisanzio
aveva solo palazzi per i suoi abitanti? Anche nella favolosa Atlantide
la notte che il mare li inghiottì, affogavano urlando
aiuto ai loro schiavi.
Il giovane Alessandro conquistò l’india,
Da solo?
Cesare sconfisse i Galli.
Non aveva con sé nemmeno un cuoco?
Filippo di Spagna pianse, quando la flotta
gli fu affondata. Nessun altro pianse?
Federico II vinse la guerra dei Sette Anni. Chi,
oltre a lui, l’ha vinta?

Una vittoria ogni pagina,
Chi cucinò la cena della vittoria?
Ogni dieci anni un grand’uomo.
Chi ne pagò le spese?

Quante vicende,
tante domande.







Deutschland



                                             Mögen andere von ihrer Schande sprechen,
                                                      ich spreche von der meinen.



O Deutschland, bleiche Mutter!
Wie sitzest du besudelt
Unter den Völkern.
Unter den Befleckten
Fällst du auf.

Von deinen Söhnen der ärmste
Liegt erschlagen.
Als sein Hunger gross war
Haben deine anderen Söhne
Die Hand gegen ihn erhoben.
Das ist ruchbar geworden.

Mit ihren so erhobenen Händen
Erhoben gegen ihren Bruder
Gehen sie jetzt frech von dir herum
Und lachen in dein Gesicht.
Das weiss man.

In deinem Hause
Wird laut gebrüllt, was Lüge ist.
Aber die Wahrheit
Muss schweigen.
Ist es so?

Warum preisen dich ringsum die Unterdrücker, aber
Die Unterdrückten beschuldigen dich?
Die Ausgebeuteten
Zeigen mit Fingern auf dich, aber
Die Ausbeuter loden das System
Das in deinem Hause ersonnen wurde!

Und dabei sehen dich alle
Den Zipfel deines Rockes verbergen, der blutig ist
Vom Blut deines
Besten Sohnes.

Hörend die Reden, die aus deinem Hause dringen, lacht man.
Aber wer dich sieht, der greift nach dem Messer
Wie beim Anblick einer Räuberin.

O Deutschland, bleiche Mutter!
Wie haben deine Söhne dich zugerichtet
Dass du unter den Völkern sitzest
Ein Gespött oder eine Furcht!


(1933)







Germania



                                             Parlino altri della propria
                                                      vergogna, io parlo della mia.



O Germania, pallida madre!
come insozzata siedi
fra i popoli!
Fra i segnati d’infamia
tu spicchi.

Dai tuoi figli il più povero
è ucciso.
Quando la fame sua fu grande
gli altri tuoi figli
hanno levato la mano su lui.
E la voce ne è corsa.

Con le loro mani levate così,
levate contro il proprio fratello
arroganti ti sfilano innanzi
e ti ridono in faccia.
Tutti lo sanno.

Nella tua casa
si vocia forte la menzogna.
Ma la verità
deve tacere.
È così?

Perché ti pregiano gli oppressori, tutt’intorno, ma
ti accusano gli oppressi?
Gli sfruttati
ti mostrano a dito, ma
gli sfruttatori lodano il sistema
che in casa tua è stato escogitato!

E invece tutti ti vedono
celare l’orlo della veste, insanguinato
dal sangue del migliore
dei tuoi figli.

Udendo i discorsi che escono dalla tua casa, si ride.
Ma chi ti vede va con la mano al coltello
come alla vista d’un bandito.

O Germania, pallida madre!
Come t’hanno ridotta i tuoi figli,
che tu in mezzo ai popoli sia
o derisione o spavento!


(1933)









Bertolt Brecht, da: POESIE E CANZONI, a cura di Ruth Leiser e Franco Fortini, Einaudi, Torino, 1981.















4 commenti:

  1. Figura emblematica del teatro moderno, Brecht ha segnato la sua epoca come autore drammatico, teorico della messa in scena, poeta, narratore, militante politico, cineasta. Lo sviluppo dello stile epico, legato al suo nome, l’utilizzo dell’”effetto di straniamento” che impedisce allo spettatore di identificarsi nell’attore, la teoria della “drammaturgia non aristotelica” ha contribuito a trasformare la sua opera in un modello teorico che oscura spesso la ricchezza della sua lingua e della sua creazione poetica. Quest'opera costituisce una delle eredità più prestigiose del teatro tedesco: vi sono poche messe in scena attuali che non portino la traccia della sua influenza.

    ( da: http://www.lafrusta.net/pro_brecht.html )

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  2. "del poveroB.B" emerge una sequenza di quadri di ordinario...zoo! La città ha un fascino tutto particolare come luogo di tane in cui al mattino si svuotano bicchieri e si gettano cicche, mentre di sera si radunano uomini...
    "Nelle città d’asfalto sono di casa. Da sempre
    preparato con tutti i sacramenti.
    Di giornali. E di tabacco. E di cognac.
    Diffidente e pigro e contento alla fine."
    "Domande di un lettore operaio" o come la ricordo io"Tebe dalle sette porte" è sicuramente la poesia del Materialismo Storico, ciò che Marx ha pronunciato, Brecht lo ha cesellato in versi di grandissimo spessore, direi -e scusate l'enfasi" che sia la poesia" politica per eccellenza del novecento,
    "Una vittoria ogni pagina,
    Chi cucinò la cena della vittoria?
    Ogni dieci anni un grand’uomo.
    Chi ne pagò le spese?"
    "A coloro che verranno" è la storia che chiede di essere riscritta per non dimenticare
    "Ma voi, quando sarà venuta l’ora
    che all’uomo un aiuto sia l’uomo,
    pensate a noi"
    Parole precise, senza preziosismi, dirette taglienti che toccano profondamente con taglio quasi "impersonale" le vicende della storia più brutta di tutte le storie: quella del primo novecento! Brecht testimonia e analizza un'epoca con strumenti marxisti e con il genio dei grandi artisti!
    con indulgenza.

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  3. Quanto male ha fatto al mondo Brecht. Si riferivano a lui i teatranti dell' "educare il popolo", gli intellettuali che s'abbeveravano d'ideologia. Per molti aspetti ricorda certi intellettuali cattolici (Follerau, per esempio)che avevano fatto dell'apostolato la loro ragion d'essere. Gli apostoli hanno in genere il difetto di sentirsi più vicini a Dio di coloro che vogliono catechizzare.
    Come spesso avviene ai geni tedeschi (da Wagner a Nietsche) anche il povero Brecht era assai meglio dei suoi epigoni e interpreti. Resta in ogni caso che la poesia didattica (sua, e, peggio ancora, degli epigoni)è qualcosa di ormai assai più stucchevole della corazzata Potiomkin.
    Oggi (ma ancora di più ieri e l'altrieri) dir male di Brecht è come un tempo era dir male di Garibaldi. Se queste mie righe fossero state scritte negli anni Settanta forse avrei rischiato un po' in termini d'incolumità fisica, e comunque sicuramente mi sarei beccato una irrevocabile qualifica di fascista.
    Ma forse ormai queste cose si possono dire, ricordando con amore e sim-patia dove e quando BB si trovò a dover adempiere (allora certo senza il rischio di eccessivo consenso!) la sua funzione di intellettuale. Essere "ideologico" era allora condizione di sopravvivenza e sostegno nella disperazione e nella solitudine dell'esilio e nella ancor maggiore e confermata solitudine della "caccia alle streghe". E' anche doveroso ricordare ciò che Brecht ha significato per la cultura della sinistra e, in molto minor misura, per la cultura tout court. Sarebbe ben arrogante non dare a questo Cesare ciò che è suo.
    Mi si consentirà anche un sospiro di sollievo al pensiero che "ricordare" è in questo caso funzione assai più del pensiero etico che della memoria. E che non esiste più nessun obbligo di chinare in totale reverenza il capo davanti al goffo e datatissimo statuone di Brecht, in perfetto realismo socialista (ovviamente)

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  4. La realtà non si elude mai,purtroppo questo concetto sfugge a molti che tentano ancora di farlo.Brecht,con la sua poesia fa ben altro.Rimane testimone di ciò che vede,non di quello che vorrebbe vedere.La sua opera non immagina il coraggio,ha coraggio e mantiene una posizione ben precisa nella letteratura e nella storia.Ovviamente,questo diventa scomodo,ma fortemente inconfutabile.

    Con le loro mani levate così,
    levate contro il proprio fratello
    arroganti ti sfilano innanzi
    e ti ridono in faccia.

    La condizione poetica del vero,disturba,infastidisce e,anche per questo,grazie a Brecht.

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