domenica 9 settembre 2012

Wystan Hugh Auden - Five Poems / Cinque poesie





Wystan Hugh Auden (York, 1907 – Vienna, 1973), poeta britannico, nasce in una famiglia appartenente alla middle-class inglese. Trascorre la sua infanzia a Harborne, Birmingham e, negli anni successivi, s’interessa di letteratura, soprattutto di mitologia nordica, ma anche di musica e psicologia. Studia alla Gresham’s School, Holt, Norfolk, e poi, nel 1925, all’Università di Oxford, dove fonda un circolo letterario che porta il suo nome (Auden Circle”‎), insieme ad altri brillanti studenti, tra cui Cecil Day Lewis, Christopher Isherwood, Louis MacNeice e Stephen Spender. Ad Oxford comincia ad interessarsi agli studi di Freud e alle teorie del Marxismo, ma anche alla filosofia di Kierkegaard, al teatro di Ibsen e di Shakespeare e al teatro musicale di Mozart e Verdi.
Nel 1928 trascorre un anno a Berlino, al tempo sotto la Repubblica di Weimar, e legge Bertold Brecht, che influenzerà la sua produzione teatrale. Tornato in Inghilterra, pubblica la prima raccolta di poesie, i Poems (1930) e The Orators (1932), presentandosi come autore impegnato e di sinistra. Inoltre lavora insieme a Christopher Isherwood e scrive The Dance of Death (1933), The Dog Beneath the Skin (1935) e The Ascent of F6 (1936). Negli anni inglesi conosce T.S. Eliot e diventa amico di E.M. Forster. Nel 1935 sposa Erika Mann, figlia dello scrittore Thomas Mann, per garantirle l’espatrio dalla Germania nazista, che le aveva annullato la cittadinanza. I due non vivranno mai assieme. Nel 1937 partecipa alla Guerra Civile Spagnola, come autista. Rimane scioccato dalle atrocità commesse sia dai Republicanos, che lui sosteneva, sia dai Nacionales, maturando quel senso di smarrimento ed ansia che lo accompagnerà per tutta la vita. Il risultato di questa esperienza, una volta tornato in Inghilterra, è la poesia Spain, pubblicata nel 1937. Nel 1939 si trasferisce negli Stati Uniti con Christopher Isherwood, dove prende, nel 1946, la cittadinanza americana. A New York conosce Chester Kallman, uno studente, con il quale avrà una lunga relazione sentimentale. Il periodo tra il 1940 ed il 1948 è piuttosto prolifico: Auden scrive Another Time, New Year Letter, For the Time Being e The Age Of Anxiety, con cui vincerà il premio Pulitzer, che rappresenta il culmine della sua poetica. Inoltre, negli anni americani, rimane in contatto con intellettuali e scrittori tedeschi come Klaus Mann, Erich Heller ed Hannah Arendt. Dal 1948 al 1957 rimane a New York, ma trascorre molto tempo in Italia, ad Ischia, soprattutto d’estate. Auden continua a scrivere, libretti d’opera, tra cui quello per La carriera di un libertino di Igor Stravinskij, e raccolte poetiche, come Nones (1951) e The Shield of Achilles (1955). Dal 1957 al 1961 insegna all’Università di Oxford. Nel 1958 si trasferisce in Austria, nel piccolo e tranquillo paese di Kirchstetten, vicino a Vienna. Nel 1967 viene insignito negli Stati Uniti della National Medal for Literature. Agli ultimi anni appartengono Homage to Clio, del 1960, City Without Walls, del 1969 e Thank you, Fog, pubblicato postumo nel 1974. Una delle poesie di Auden più famose fra il grande pubblico - Funeral blues - è contenuta nei film Quattro matrimoni e un funerale di Mike Newell e L’attimo fuggente di Peter Weir. 
( Fonte principale per la bio-bibliografia: Wikipedia ) 


Di W. H. Auden ci siamo già occupati ( si veda: W. H. AUDEN - FUNERAL BLUES ).








Sonnets of China 


VII 


He was their servant (some say he was blind),
Who moved among their faces and their things:
Their feeling gathered in him like a wind
And sang. They cried, « It is a God that sings, »

And honoured him, a person set apart,
Till he grew vain, mistook for personal song
The petty tremors of his mind or heart
At each domestic wrong.

Lines came to him no more; he had to make them
(With what precision was each strophe planned):
Hugging his gloom as peasants hug their land,

He stalked like an assassin through the town,
And glared at men because he did not like them,
But trembled if one passed him with a frown. 





Sonetti dalla Cina 


VII 


Egli fu il loro servo (alcuni dicono fosse cieco),
e si muoveva tra i loro volti e le cose,
il loro sentire raccolto in sé come un vento
e cantava. Essi gridavano «È un Dio che canta , »

E lo onorarono come qualcuno a parte,
e lo resero vano, finché scambiò per canto
i piccoli fremiti della mente e del cuore
a ogni torto domestico.

I versi non vennero più; ora doveva farli
(con quale precisione veniva architettata ogni strofa)
coltivando la sua tristezza come un contadino la propria terra,

Camminava come un assassino per la città,
e guardava torvo gli uomini perché non gli piacevano,
Ma, se qualcuno gli passava accanto accigliato, tremava. 


(Sonnets from China, 1940)





1929


IV


It is time for the destruction of error.
The chairs are being brought in from the garden,
The summer talk stopped on that savage coast
Before the storms, after the guests and birds:
In sanatoriums they laugh less and less,
Less certain of cure; and the loud madman
Sinks now into a more terrible calm.
The falling leaves know it, the children,
At play on the fuming alkali-tip
Or by the flooded football ground, know it –
This is the dragon’s day, the devourer’s:
Orders are given to the enemy for a time
With underground proliferation of mould,
With constant whisper and the casual question,
To haunt the poisoned in his shunned house,
To destroy the efflorescence of the flesh,
To censor the play of the mind, to enforce
Conformity with the orthodox bone,
With organised fear, the articulated skeleton.

You whom I gladly walk with, touch,
Or wait for as one certain of good,
We know it, we know that love
Needs more than the admiring excitement of union,
More than the abrupt self-confident farewell,
The heel on the finishing blade of grass,
The self-confidence of the falling root,
Needs death, death of the grain, our death.
Death of the old gang; would leave them
In sullen valley where is made no friend,
The old gang to be forgotten in the spring,
The hard bitch and the riding-master,
Stiff underground; deep in clear lake
The lolling bridegroom, beautiful, there. 





1929 


IV 


È tempo della distruzione dell’errore.
Le sedie vengono riportate dal giardino,
la conversazione estiva s’arresta sulla costa selvaggia
prima dei temporali, dopo gli ospiti e gli uccelli;
nei sanatori si ride sempre meno,
meno certi della cura, e il rumoroso pazzo
ora sprofonda in una terribile calma.
Le foglie che cadono, lo sanno. I bambini,
mentre giocano in cima ad un mucchio esalante vapori alcalini
o in un campo di calcio inondato, lo sanno –
questo è il giorno del drago, del divoratore:
ordini sono dati al nemico per un tempo
di sotterranea proliferazione della muffa,
di costante bisbiglo e di domanda casuale,
di visite frequenti all’uomo avvelenato nella sua casa da tutti evitata,
di distruzione  d’ogni efflorescenza della carne,
d’ogni intricato gioco della mente,
d’imposizione di conformità con l’osso più ortodosso, 
con la paura organizzata, lo scheletro articolato.

Tu, con cui passeggio piacevolmente, che tocco
o attendo, come chi è certo del proprio bene,
noi sappiamo questo, sappiamo che l’amore
richiede più dell’ammirata eccitazione dell’unione dei corpi
più dell’imprevedibile improvviso e in se stesso fidente addio,
più del calcagno sull’estrema lama dell’erba,
più della fiducia di sé d’ogni radice cadente.
Esso richiede la morte, la morte del grano, la nostra morte,
la morte della vecchia brigata. Esso vuol lasciarli, tutti,
nella tetra vallata dove non ci si fa un amico:
la vecchia brigata da dimenticarsi in primavera,
la ruvida sgualdrina e il maestro di equitazione
irrigiditi sotto terra; e in fondo al chiaro lago,
lo sposo ben sdraiato, bello, là. 


(Collected Shorter Poems 1927-1932) 





Refugee Blues



Say this city has ten million souls,
Some are living in mansions, some are living in holes:
Yet there’s no place for us, my dear, yet there’s no place for us.

Once we had a country and we thought it fair,
Look in the atlas and you’ll find it there:
We cannot go there now, my dear, we cannot go there now.

In the village churchyard there grows an old yew,
Every spring it blossoms anew:
Old passports can’t do that, my dear, old passports can’t do that.

The consul banged the table and said,
“If you’ve got no passport you’re officially dead”:
But we are still alive, my dear, but we are still alive.

Went to a committee; they offered me a chair;
Asked me politely to return next year:
But where shall we go to-day, my dear, but where shall we go to-day?

Came to a public meeting; the speaker got up and said;
“If we let them in, they will steal our daily bread”:
He was talking of you and me, my dear, he was talking of you and me.

Thought I heard the thunder rumbling in the sky;
It was Hitler over Europe, saying, “They must die”:
O we were in his mind, my dear, O we were in his mind.

Saw a poodle in a jacket fastened with a pin,
Saw a door opened and a cat let in:
But they weren’t German Jews, my dear, but they weren’t German Jews.

Went down the harbour and stood upon the quay,
Saw the fish swimming as if they were free:
Only ten feet away, my dear, only ten feet away.

Walked through a wood, saw the birds in the trees;
They had no politicians and sang at their ease:
They weren’t the human race, my dear, they weren’t the human race.

Dreamed I saw a building with a thousand floors,
A thousand windows and a thousand doors:
Not one of them was ours, my dear, not one of them was ours.

Stood on a great plain in the falling snow;
Ten thousand soldiers marched to and fro:
Looking for you and me, my dear, looking for you and me. 





Blues dei rifugiati



Poniamo che in questa città vi siano dieci milioni di anime, 

c’è chi abita in palazzi, c’è chi abita in tuguri: 
Ma per noi non c’è posto, mia cara, ma per noi non c’è posto.‎

Avevamo una volta un paese e lo trovavamo bello,

Tu guarda nell’atlante e lì lo troverai: ‎
Non ci possiamo più andare, mia cara, non ci possiamo più andare.

Nel cimitero del villaggio si leva un vecchio tasso,

A ogni primavera s’ingemma di nuovo: ‎
I vecchi passaporti non possono farlo, mia cara, i vecchi passaporti non possono farlo.

Il console batté il pugno sul tavolo e disse:

“Se non avete un passaporto voi siete ufficialmente morti”:
Ma noi siamo ancora vivi, mia cara, ma noi siamo ancora vivi.

Mi presentai a un comitato: mi offrirono una sedia;

Cortesemente m’invitarono a ritornare l’anno venturo:
Ma oggi dove andremo, mia cara, ma oggi dove andremo?

Capitati a un pubblico comizio, il presidente s’alzò in piedi e disse:

“Se li lasciamo entrare, ci ruberanno il pane quotidiano”:
Parlava di te e di me, mia cara, parlava di te e di me.

Mi parve di udire il tuono rombare nel cielo;

Era Hitler su tutta l’Europa, e diceva: “Devono morire”; ‎
Ahimè, pensava a noi, mia cara, ahimè, pensava a noi. 
  
Vidi un barbone, e aveva il giubbino assicurato con un fermaglio,
Vidi aprire una porta e un gatto entrarvi dentro: ‎
Ma non erano ebrei tedeschi, mia cara, ma non erano ebrei tedeschi. ‎
  
Scesi al porto e mi fermai sulla banchina,
Vidi i pesci nuotare in libertà: ‎
A soli tre metri di distanza, mia cara, a soli tre metri di distanza. ‎
  
Attraversai un bosco, vidi gli uccelli tra gli alberi,
Non sapevano di politica e cantavano a gola spiegata: 
Non erano la razza umana, mia cara, non erano la razza umana. 
  
Vidi in sogno un palazzo di mille piani, ‎
Mille finestre e mille porte;
Non una di esse era nostra, mia cara, non una di esse era nostra. 
  
Mi trovai in una vasta pianura sotto il cader della neve; 
Diecimila soldati marciavano su e giù: 
Cercavano te e me, mia cara, cercavano te e me.‎ 


(Collected Shorter Poems 1937-1957)





Sonnets of China


XXI


                                      to E.M. Foster


Though Italy and King’s are far away,
And Truth a subject only bombs discuss,
Our ears unfriendly, still you speak to us,
Insisting that the inner life can pay.

As we dash down the slope of hate with gladness,
You trip us up like an unnoticed stone,
And, just when we are closeted with madness,
You interrupt us like the telephone.

Yes, we are Lucy, Turton, Philip: we
Wish international evil, are delighted
To join the jolly ranks of the benighted

Where reason is denied and love ignored,
But, as we swear our lie, Miss Avery
Comes out into the garden with a sword.  





Sonetti dalla Cina


XXI


                                      a E.M. Foster


Benché l’Italia e King’s siano così lontani,
e la verità un tema che soltanto le bombe discutono,
le nostre orecchie ostili, ancora ci parli, insisti
che la vita interiore può fiorire.

Mentre con gioia diamo libero sfogo all’odio,
ci fai inciampare come una pietra inavvertita,
e, proprio quando siamo a stretto colloquio con la pazzia,
tu ci interrompi come il telefono.

Sì, noi siamo Lucy, Turton, Philip:
vogliamo il danno internazionale, e siamo ben lieti
d’unirci alle gaie schiere degli ottenebrati

dove la ragione è negata e  l’amore ignorato,
ma, mentre giuriamo la nostra menzogna, Miss Avery
esce dal giardino con una spada. 


(Sonnets from China, 1940) 





Who’s Who



A shilling life will give you all the facts:
How Father beat him, how he ran away,
What were the struggles of his youth, what acts
Made him the greatest figure of his day;
Of how he fought, fished, hunted, worked all night,
Though giddy, climbed new mountains; named a sea;
Some of the last researchers even write
Love made him weep his pints like you and me.

With all his honours on, he sighed for one
Who, say astonished critics, lived at home;
Did little jobs about the house with skill
And nothing else; could whistle; would sit still
Or potter round the garden; answered some
Of his long marvellous letters but kept none. 





Who’s Who



Una biografia da pochi soldi vi darà tutti i fatti:
come il padre lo picchiava, come fuggì di casa,
quali le lotte della sua giovinezza, quali atti lo fecero
la più grande figura dei suoi giorni; com’egli combatteva,
andava a caccia, a pesca, lavorava tutta la notte,
benché stordito, scavalcava nuove montagne; diede nome a un mare;
Alcuni fra gli ultimi studiosi scrivono persino
che l’amore gli fece versare le sue brave lacrime come a voi e a me.

nonostante gli onori, sospirava per una
che, dicono meravigliati i critici, viveva in casa;
faceva piccoli lavori domestici abilmente
e null’altro; sapeva fischiare; amava sedere tranquilla
o girellare nel giardino; rispose a alcune delle sue lunghe
lettere meravigliose, ma non ne tenne una. 


(Collected Shorter Poems 1933-1938)







Nota:
Le traduzioni dei testi tratti da Sonnets of China sono tutte di Giovanni Fattorini e sono rintracciabili nell’antologia: poesia europea del novecento, 1900_1945, skira, Milano, 1996. La traduzione di 1929, IV è mia. Le restanti invece sono tutte provenienti dal libro: W. H. Auden, Opere poetiche, traduzione di Aurora Ciliberti, Lerici, Roma, 1969.
A. C. 





6 commenti:

  1. Fra l'ottobre del 1946 e il maggio del 1947, con cadenza settimanale, Auden tenne alla New School for Social Research di New York un ciclo di lezioni dedicate al teatro e ai Sonetti di Shakespeare. Ma chi immagini austeri seminari per dottorandi in letteratura inglese è decisamente fuori strada: Auden si rivolgeva a un pubblico variegato ed entusiasta di non meno di cinquecento persone - tanto che era spesso costretto a "gridare a squarciagola" e pregava coloro che non riuscivano a sentirlo di non alzare la mano "perché sono anche miope". Armato solo dell'edizione Kittredge delle opere di Shakespeare, della vastità prodigiosa della sua cultura e del suo impareggiabile humour - ma soprattutto della convinzione che la critica è conversazione improvvisata - Auden parlava a braccio, incantando tutti. Ma anche spiazzandoli con la sua temeraria spregiudicatezza di outsider: anziché affrontare “Le Allegre comari di Windsor” fece ascoltare il “Falstaff” sostenendo che la pièce non aveva altri meriti se non quello di aver fornito spunto a Verdi. E giunto alla “Bisbetica domata” avverti che non vi si sarebbe soffermato a lungo perché era un totale fallimento. Ma è forse nella lezione dedicata ad “Antonio e Cleapatra”, l'opera prediletta, che ci è dato di cogliere le ragioni dell'appassionata adesione del pubblico, giacché anche nelle vesti di critico Auden resta essenzialmente un poeta, capace di parlare a tutti, con la stessa miracolosa leggerezza che attribuiva a Shakespeare.

    (dal risvolto di copertina del libro: “W. H. Auden, Lezioni su Shakespeare”, a cura di Arthur Kirsch, traduzione di Giovanni Luciani. Biblioteca Adelphi, Milano, 2006, 2ª edizione)

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  2. Egli fu il loro servo (alcuni dicono fosse cieco),
    e si muoveva tra i loro volti e le cose,
    il loro sentire raccolto in sé come un vento
    e cantava. Essi gridavano «È un Dio che canta -W.H.Auden non propone nient'altro al lettore,che un'ottima motivazione per capire il ruolo primo e reale di ogni uomo.Il suo intento è shakespiriano dall'inizio alla fine:mirato cioè ad una presa di coscienza dei ruoli nella storia,per vivere ed anche vincere o amare con una logica che senza ruolo,per l'appunto,non ci sarebbe.
    "Una biografia da pochi soldi vi darà tutti i fatti"...Recita un suo verso,di puro stile anglosassone a bandiera sommariamente necessaria al mantenimento intimo della discrezione.Anche in questo,la profonda conoscenza di Shakespeare,permette a W.H.Auden diesprimere la sua poesia con la spontaneità del poeta impegnato che però non si deve prendere troppo sul serio,che sa arrivare a tutti e distinguere tutti .

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  3. La prima poesia, dai “Sonetti dalla Cina”, a me pare piu’ efficace in inglese, nella lingua originale, piu’ centrata nel significato: gia’ il verso che inizia cosi’:” He was their servant (some say he was blind)”, e’ di una crudezza devastante, segue poi il tormento del poeta la cui ispirazione svanisce per effetto delle lodi smodate che “lo resero vano”; lo stesso ho provato nel leggere la seconda poesia: “It is time for the destruction of error.The chairs are being brought in from the garden”: c’e’ qualcosa di intensamente e irrimediabilmente tragico, in inglese, che in italiano sento assai di meno, mi pare che nella sua lingua il poeta sia causticamente piu’ accorato, e cosi’ intensamente efficace!....anche le foglie lo sanno, anche i bambini che giocano…e poi cosi’ terribili e consapevoli… gli ultimi versi!. E la terza poesia? E’ struggente la terza, e senza speranza, con quei versi ridondanti di disperazione…E’ un accorato lamento di chi comprende che non c’e’ piu’ nulla da fare e che chiunque puo’ essere vittima…Passo direttamente alla quinta poesia, che ha una sua ineluttabile grazia livellante, nell’amore impossibile per la graziosa domestica, che sa tenere in ordine la casa e sa fischiare e che risponde a qualche lettera del suo ammiratore ma non conserva nessuna delle splendide lettere d’amore che ha ricevuto e che riceve da lui….”Who ‘s Who”? Mi viene in mente la livella di Trilussa, la’ era la morte, qui e’ la vita, ma in fondo e’ lo stesso percorso. Il sentire di questo poeta mi piace moltissimo, e cosi’ il suo modo di esprimersi; lo trovo incredibilmente lucido e intenso, mi piace il modo che ha di esprimere con poche parole il senso complesso delle situazioni mutevoli e difficili della condizione umana, per contro io forse ne ho utilizzate troppe per commentare e per dire che mi e’ piaciuto molto

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  4. Segnalo innanzitutto che nella traduzione di 1929 IV manca, alla fine della prima strofa, un verso: With organised fear, the articulated skeleton.
    Per dirla con una battuta mi sembra un poeta forse più VERO che BRAVO, l'uso quasi umoristico dell'understatement (And, just when we are closeted with madness,/You interrupt us like the telephone)fa sì molto british, ma toglie un po' di potenza ai concetti, che per conto loro sono invece profondi e potenti.
    Il "poeta impegnato che però non si deve prendere troppo sul serio", come dice Sonia, finisce con l'esprimere nelle parole un disincanto un po' blasé (we are delighted to join the jolly ranks of the benighted) che non c'è nei temi e nei concetti.
    Potrebbe essere anche una cifra d'originalità, non lo escludo. Ma l'effetto che si produce tende un po' al grottesco, tanto da piacere non a caso agli sceneggiatori di un film con chiare sfumature verso il grottesco.

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    1. Appena letto il tuo commento ho subito rimediato, nella traduzione di "1929. IV", alla totale mancanza dell'ultimo verso dalla prima strofa. Ti sono grato di aver tempestivamente segnalato il fatto, anche Perché, una volta "scappato", quel verso, avrei potuto anche non riacchiapparlo mai più... Ancora grazie, Paolo.

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  5. Non so se per l' influsso del suo primo orientamento politico marxista, trovo nelle sue poesie versi di una semplicità popolaresca limpidissima , ( VII Sonetti dalla Cina ). Più complessa , ricca di allusioni e spunti psicoanalitici la XXI : "Benchè la verità sia un tema che solo le bombe discutono....insisti che la vita interiore può fiorire" , passando dal tono umoresco a quello drammatico,come nel "Blues dei rifugiati", o a forme più tradizionali, come nell' ultima poesia .Uno stile un po' vario, credo per l' influenza delle sue diverse esperienze di vita.

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