martedì 11 settembre 2012

Robert L. Frost - Six Poems / Sei poesie




« Two roads diverged in a wood, and I–
I took the one less traveled by,
And that has made all the difference. »

« Divergevano due strade in un bosco, e io…
Io presi la meno battuta,
E di qui tutta la differenza è venuta. »

(Robert Frost, The Road Not Taken, 1916)



Robert Lee Frost (1874 –1963), poeta statunitense, nacque a San Francisco, figlio di Isabelle Moodie, scozzese, e William Prescott Frost, Jr., discendente dei coloni che giunsero nel New Hampshire nel 1634. Frost visse in California fino all’età di 11 anni. Dopo la morte del padre si trasferì, con la madre e la sorella, nel Massachusetts, presso la casa dei nonni paterni. Si iscrisse al Dartmouth College nel 1892, e più tardi ad Harvard, ma non prese mai una laurea regolare. Frost si dedicò a numerose occupazioni: insegnante, calzolaio ed editore dell’opera Sentinel di D. H. Lawrence. La sua prima poesia, My Butterfly, fu pubblicata l’8 novembre 1894, sul quotidiano The Independent. Nel 1895, Frost sposò Elinor Miriam White, che diventò la più grande fonte d’ispirazione per le sue poesie (Elinor però sarebbe poi morta prematuramente nel 1938). La coppia si trasferì in Inghilterra nel 1912, dopo il fallimento economico della loro fattoria. All’estero Frost incontrò (e ne fu influenzato) numerosi poeti contemporanei britannici come Edward Thomas, Rupert Brooke e Robert Graves. Mentre si trovava in Inghilterra, il poeta fece amicizia con Ezra Pound, che lo aiutò a promuovere e pubblicare i suoi lavori. Frost si distinse già allora per la dialettica, spesso irrisolta, tra modernismo e trascendentismo, movimenti che lo resero il poeta più popolare fra i contemporanei di lingua inglese. Incoraggiato dall’accoglienza di critica e pubblico, egli tornò in America, acquistò una fattoria nel New Hampshire (che da quel momento rimarrà al centro del suo universo poetico), si dedicò alla scrittura e all’insegnamento e, fra il 1923 e il 1947, fra tragedie personali (il suicidio di un figlio, la morte della moglie, la follia di una figlia) pubblicò altre quattro raccolte, delle quali la più nota è proprio New Hampshire (1923). Morì a Boston nel 1963.

Opere principali

Poesia:

    A Boy’s Will (David Nutt, 1913; Holt, 1915)
    North of Boston (David Nutt, 1914; Holt, 1914)
    Mountain Interval (Holt, 1916)
    Selected Poems (Holt, 1923)
    New Hampshire (Holt, 1923; Grant Richards, 1924)
    Several Short Poems (Holt, 1924)
    Selected Poems (Holt, 1928)
    West-Running Brook (Holt, 1929)
    The Lovely Shall Be Choosers (Random House, 1929)
    Collected Poems of Robert Frost, a cura dell’autore (Holt, 1930; Longmans, Green, 1930)
    The Lone Striker (Knopf, 1933)
    Selected Poems: Third Edition (Holt, 1934)
    Three Poems (Baker Library, Dartmouth College, 1935)
    The Gold Hesperidee (Bibliophile Press, 1935)
    From Snow to Snow (Holt, 1936)
    A Further Range (Holt, 1936; Cape, 1937)
    Collected Poems of Robert Frost, a cura dell’autore (Holt, 1939; Longmans, Green, 1939)
    A Witness Tree (Holt, 1942; Cape, 1943)
    Steeple Bush (Holt, 1947)
    Complete Poems of Robert Frost, 1949, a cura dell’autore (Holt, 1949; Cape, 1951)
    Hard Not To Be King (House of Books, 1951)
    Aforesaid (Holt, 1954)
    A Remembrance Collection of New Poems (Holt, 1959)
    You Come Too (Holt, 1959; Bodley Head, 1964)
    In the Clearing (Holt Rinehart & Winston, 1962)
    The Poetry of Robert Frost, (New York, 1969)
    It is almost the Year Two Thousand (A Witness Tree; 1942)

Teatro

    A Way Out («The Seven Arts», febbraio 1917; Harbor Press, 1929)
    The Cow’s in the Corn (Side Mountain Press, 1929), in versi
    A Masque of Reason (Holt, 1945), in versi
    A Masque of Mercy (Holt, 1947), in versi

Traduzioni italiane

    Conoscenza della notte e altre poesie, trad. di Giovanni Giudici, Torino: Einaudi 1965 («Supercoralli», 227 pp.); a cura di Massimo Bacigalupo, Milano: Mondadori 1988 («Oscar Poesia»); ivi 1994 («Oscar narrativa»); ivi 1999 («Poesia del Novecento»)
    Poesie scelte, trad. e introduzione di Franco De Poli, Parma: Guanda 1961 («Piccola fenice») 

( Fonte principale per le notizie bio-bibliografiche: Wikipedia ) 




   Di Robert L. Frost ci diamo già occupati ( si veda: ROBERT L. FROST - STOPPING BY WOODS ON A SNOWY EVENING ).














The Pasture





I’m going out to clean the pasture spring;
I’ll only stop to rake the leaves away
(And wait to watch the water clear, I may):
I shan’t be gone long. – You come too.

I’m going out to fetch the little calf
That’s standing by the mother. It’s so young,
It totters when she licks it with her tongue.
I shan’t be gone long. – You come too.









Il pascolo





Esco a pulire la fonte nel pascolo;
Mi fermerò appena per toglier via le foglie
(E forse aspetterò che l’acqua ritorni chiara):
Non rimarrò gran che. Vieni anche tu.

Esco per ricondurre indietro il vitellino
Che sta accanto alla madre. È così giovane,
Trema se lei con la lingua lo lambisce.
Non starò molto. Vieni anche tu.









The Vantage Point





If tired of trees I seek again mankind,
___Well I know where to hie me–in the dawn,
___To a slope where the cattle keep the lawn,
There amid lolling juniper reclined,
Myself unseen, I see in white defined
___Far off the homes of men, and farther still,
___The graves of men on an opposing hill,
Living or dead, whichever are to mind.

And if by noon I have too much of these,
___I have but to turn on my arm, and lo,
___The sunburned hillside sets my face aglow,
My breathing shakes the bluet like a breeze,
___I smell the earth, I smell the bruisèd plant,
___I look into the crater of the ant.










L’osservatorio





Se stanco d’alberi di nuovo cerco gli uomini,
Bene io so dove affrettarmi – nell’alba,
A un pendio dove pascola la mandra.
Là in mezzo a pigri ginepri adagiato,
Non visto io vedo nitide nel bianco
Lontano le case di uomini e, più ancora
Lontano, le tombe di uomini su un’opposta collina,
Vivi o morti, secondo come li penso.

E se per mezzogiorno me ne stanco
Non ho che da voltarmi sul fianco
E l’assolata collina mi illumina in viso,
Il mio respiro è una brezza al fiordaliso che trema.
Odoro la terra, la piantina ferita,
Guardo dentro il cratere della formica.


                                                                         Da A Boy’s Will (1913)









The Road Not Taken





Two roads diverged in a yellow wood
And sorry I could not travel both
And be one traveler, long I stood
And looked down one as far as I could
To where it bent in the undergrowth;

Then took the other, as just as fair,
And having perhaps the better claim,
Because it was grassy and wanted wear;
Though as for that the passing there
Had worn them really about the same,

And both that morning equally lay
In leaves no step had trodden black.
Oh, I kept the first for another day!
Yet knowing how way leads on to way,
I doubted if I should ever come back.

I shall be telling this with a sigh
Somewhere ages and ages hence:
Two roads diverged in a wood, and I–
I took the one less traveled by,
And that has made all the difference.









La strada non presa





Divergevano due strade in un bosco
Ingiallito, e spiacente di non poterle fare
Entrambe essendo un solo, a lungo mi fermai
Una di esse finché potevo scrutando
Là dove in mezzo agli arbusti svoltava.

Poi presi l’altra, che era buona egualmente
E aveva forse i titoli migliori
Perché era erbosa e poco segnata sembrava;
Benché, in fondo, il passar della gente
Le avesse invero segnate più o meno lo stesso,

Perché nessuna in quella mattina mostrava
Sui fili d’erba l’impronta nera d’un passo.
Oh, quell’altra lasciavo a un altro giorno!
Pure, sapendo bene che strada porta a strada,
Dubitavo se mai sarei tornato.

Questa storia racconterò con un sospiro
Chissà dove fra molto molto tempo:
Divergevano due strade in un bosco, e io…
Io presi la meno battuta,
E di qui tutta la differenza è venuta.


                                                                         Da Mountain Interval (1916)









To Earthward





Love at the lips was touch
As sweet as I could bear;
And once that seemed too much;
I lived on air

That crossed me from sweet things,
The flow of - was it musk
From hidden grapevine springs
Down hill at dusk?

I had the swirl and ache
From sprays of honeysuckle
That when they’re gathered shake
Dew on the knuckle.

I craved strong sweets, but those
Seemed strong when I was young;
The petal of the rose
It was that stung.

Now no joy but lacks salt
That is not dashed with pain
And weariness and fault;
I crave the stain

Of tears, the aftermark
Of almost too much love,
The sweet of bitter bark
And burning clove.

When stiff and sore and scarred
I take away my hand
From leaning on it hard
In grass and sand,

The hurt is not enough:
I long for weight and strength
To feel the earth as rough
To all my length.









Stringendosi alla terra





Amore alle labbra era un tocco
Dolce quanto reggevo;
E parve una volta troppo;
Io dell’aria vivevo

Che a fiotti da dolci cose
M’investiva… profumo di muschio
Da giovani vigne nascoste
In fondo a un poggio al crepuscolo?

Dolente io ero e stordito
Da fiori di caprifogli
Che scuotono quando li cogli
Una rugiada alle dita.

Bramai forti dolcezze, ma solo
Da giovane parvero forti;
Il petalo della rosa
Fu quello che punse e morse.

Nessuna gioia adesso che mi piaccia
Se non mischiata a dolore,
A sfinimento e ad errore:
Per questo io amo la traccia

Di lacrime, il marchio che resta
D’un quasi troppo amore,
Il dolce d’amara corteccia
E delle spezie il bruciore.

Se morta, dolente e segnata
Ritiro via la mano
Dopo averla premuta, schiacciata
Nell’erba e nella sabbia,

Quel poco male non basta:
Io voglio più forza e più peso
Perchè la terra ancor più rude prema
Tutto il mio corpo steso.









A Minor Bird





I have wished a bird would fly away,
And not sing by my house all day;

Have clapped my hands at him from the door
When it seemed as if I could bear no more.

The fault must partly have been in me.
The bird was not to blame for his key.

And of course there must be something wrong
In wanting to silence any song.









Un uccelletto in minore





Proprio ho sperato che volasse via,
E non cantasse sempre davanti a casa mia;

Gli ho battuto le mani dal limitare
Quando non l’ho potuto più sopportare.

Mio in parte il torto dev’essere stato.
L’uccelletto non era stonato.

E qualcosa non va, qualcosa manca
In chi vuoI far tacere uno che canta.









Acquainted with the Night





I have been one acquainted with the night.
I have walked out in rain–and back in rain.
I have outwalked the furthest city light.

I have looked down the saddest city lane.
I have passed by the watchman on his beat
And dropped my eyes, unwilling to explain.

I have stood still and stopped the sound of feet
When far away an interrupted cry
Came over houses from another street,

But not to call me back or say good-bye;
And further still at an unearthly height,
One luminary clock against the sky

Proclaimed the time was neither wrong nor right.
I have been one acquainted with the night.









Conoscenza della notte





Io sono uno che ben conosce la notte.
Ho fatto nella pioggia la strada avanti e indietro.
Ho oltrepassato l’ultima luce della città.

Sono andato a frugare nel vicolo più tetro.
Ho incontrato la guardia nel suo giro
Ed ho abbassato gli occhi, per non spiegare.

Ho trattenuto il passo e il mio respiro
Quando da molto lontano un grido strozzato
Giungeva oltre le case da un’altra strada,

Ma non per richiamarmi o dirmi un commiato;
E ancor più lontano, a un’incredibile altezza,
Nel cielo un orologio illuminato

Proclamava che il tempo non era né giusto, né errato.
Io sono uno che ben conosce la notte. 


                                                                         Da New Hampshire (1923)





Avvertenza:

Le sei poesie qui presentate e le loro traduzioni sono tratte dal libro Robert Frost, Conoscenza della notte e altre poesie, scelte e tradotte da Giovanni Giudici, a cura di Massimo Bacigalupo, Mondadori, Milano, 1988.












3 commenti:

  1. (…) In un certo senso, è vero che Frost nel periodo fra le due guerre non era un poeta moderno. Allora essere moderni significava essere difficili, allusivi, complessi: Eliot l'aveva detto a chiare lettere, e quasi tutti gli avevano creduto. Adesso tante difficoltà sono state spiegate, ma la densità di Frost resta adamantina, resiste all'analisi. Mi sto avvalendo d'una distinzione suggerita da Richard Poirer (uno dei critici più attenti di Frost) che con il termine "densità" descrive "quel genere di scrittura che è, o vuol sembrare, immediatamente godibile, ma poi ad ogni lettura si fa come più lontana e imponderabile" ("The Renewal of Literature", New York, 1987, p. 130). Lo stile di Emerson, che per Frost era superiore a quello di qualsiasi altro scrittore americano, è l'esempio per eccellenza d'una scrittura densa. I "Cantos Ulysses", gli stessi "Quartetti di Eliot" possono essere non esauriti, ma genuinamente illuminati da un apparato di note: ma la voce di "Direttiva" (forse il capolavoro di Frost), una voce che sembra subito così intima continuerebbe a mantenere tutta la sua distanza. Perciò mi sembra che Massimo Bacigalupo, grande annotatore di Pound, Stevens, Coleridge abbia qui avuto splendido tatto nei limitarsi ad un'introduzione.

    (Recensione di F. Rognoni, L'Indice 1988, n. 9)

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  2. che significa essere moderno? Ci sono tanti punti di vista! come scrittura lo trovo modernissimo, un "Saba" americano all'apparenza, perché in Frost ogni verso rimanda ad altri contesti, in questo senso significativo è l'esempio "Conoscenza della notte" in cui dal descrittivo puro e semplice si sviluppa un coacervo di situazione ed immagini che richiamano altre immagini fino a perdersi in funzione metaforica come per dire "conoscenza della morte".

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  3. Lette con il piacere che dona una bella poesia. Sono poesie limpide, dal significato chiaro, ma non prive di spunti per più profonde riflessioni. E' molto presente il motivo della vita campestre e l' esaltazione della natura di cui sembra avvertire l' intimo richiamo. Un rapporto uomo - natura certo rinsaldatosi nei lunghi anni vissuti in fattoria e di cui si intuisce la forza in diversi suoi versi, fra cui : " Perchè la terra ancor più rude prema / tutto il mio corpo steso ", oppure : " Io sono un uomo che conosce la notte " di natura più trascendentale.

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