mercoledì 19 settembre 2012

Paolo Santarone - «Salmo», «Salmo Secondo»











Quel che dice di sé: 

« Un po’ di romanzi nel cassetto… poesie e racconti… (tanti).Una scrittura che con slanci e pause dura da più di mezzo secolo…In un lontano passato ho pubblicato testi di divulgazione storica per ragazzi, e molte traduzioni (perfino una versione in prosa dell’Eneide)… Poi sono vissuto della mia scrittura come “writer” in una grande azienda.  Qualcuno là mi chiamò “penna d’oro”, da cui un mio verso “penna d’oro per oro venduta”. 

Nell’ultimo scorcio dello scorso secolo ho fondato, con altri, la rivista on line “Pseudolo” vissuta circa 6 anni. Alcuni abbastanza cospicui ruderi di “Pseudolo” sono ancora visitabili nel sito: www.giuseppecornacchia.com/pseudolo

Credo ci sia ben poco d’altro da dire: vivo a Daverio, vicino Varese, mi piace viaggiare e più che bipolare, mi definirei ciclotimico. » 

 

Paolo Santarone, che non conosco come scrittore, comincio però a conoscere come poeta. Un poeta i cui lineamenti sono, di fatto, secondo me, piuttosto “proteiformi”, ma un raro poeta - con una voce e uno stile assai variegati, certo - purtuttavia saldamente in possesso (e pienamente conscio) della sua propria cifra poetica. Un raro poeta ho detto. Sì, perché Santarone conosce a fondo e utilizza l’intera tradizione poetico-letteraria italiana ed europea, e tutto un patrimonio di tradizioni, usi e costumi legati (non solo) all’essere - nella propria anima e nella propria lingua originaria - un lombardo. Il suo lavoro (per quanto poco io possa conoscerlo) contiene, insieme a una sorta di vena epico-visionaria, un'ispirazione antopologico-naturalistica, guidate entrambe, sì dal sentimento, ma per nulla sentimentali… Il suo lavoro, dicevo, è governato anzitutto da un grande rigore metodico. Credo che ciò ne dica tutta la classicità. E c’è anche, nella poesia di Paolo, l’alta ironia tipica dei grandi. Per quanto detto, il nostro poeta – che non occupa alcun posto speciale nella poesia odierna, non sarebbe comunque incasellabile in un qualsivoglia movimento letterario più o meno importante. Egli mi sembra, invece, destinato a percorrere e ripercorrere in solitaria la distanza fra i suoi diversi “cuori”. Il senso di quest’ultima affermazione cercherò di precisarlo così: “il poeta latino Ennio sosteneva di avere tre cuori, tanti quante erano le lingue che parlava: l’osco, il greco e il latino. Ed aveva ragione: ogni lingua infatti, lungi dall’essere soltanto un efficientissimo sistema di comunicazione, è una filosofia, un modo di pensare, di concepire e, secondo alcuni, addirittura di creare il mondo. La lingua è il deposito più profondo di una civiltà; è quanto di più autenticamente proprio e durevole questa va lentamente depositando e conservando nell’intimo della sua storia”, come scrive Fabrizio Galvagni in Piö ’n là , Rime, versi liberi e traduzioni in dialetto bresciano, Editrice La Rosa, Brescia, 1994. D’altra parte un proverbio ungherese dice: Tante lingue conosci (parli) tante persone sei. Per parlare una lingua è necessario diventare un’altra persona: si può, infatti, conoscere veramente una lingua se si impara a pensare come la gente che la parla. Ogni lingua è lo specchio della vita, della cultura di un popolo, quindi della civiltà di un gruppo etnico, di una nazione intera. Nel caso del poeta Paolo Santarone, direi che sono stati e saranno i suoi diversi cuori a determinarne i caratteri essenziali, i cifrari, il multiforme stile, le frontiere da varcare, il destino poetico.
A. C. 

(...) Innanzitutto - pur essendo io per nascita milanese, figlio di un padre nato a Milano e sposato con una lombarda DOC - ho sangue: toscano, bolognese, abruzzese, napoletano. Da bambino mi chiamavano terrone, perché avevo l’accento toscano (purtroppo perso) di mia madre. Più che un lombardo credo dunque di essere un italico, e in terra padana sentirsi italico è quasi come essere un rivoluzionario. Credo che sia per questo che i miei cuori sono perfino più di tre, perché alcuni me li prendo anche senza averne diritto (per esempio sono geneticamente lontano dalla sicilianità, ma ne ho rubato ogni volta che ho potuto, e idem per il Magreb). Il mio turismo, le mie “Cerche” sono tentativi di scoprire altri cuori (...) 
P. S.

Di Paolo Santarone ci siamo già più volte occupati (si veda: PAOLO SANTARONE - PIERO E IL RITORNO DELLA NEBBIA , PAOLO SANTARONE - LAGO DI VARESE  ,  PAOLO SANTARONE - «ROSSO COME L’IBISCO» - TRE TESTI PER LA “CERCA”  ,  PAOLO SANTARONE - TRE VISIONI IN SANTA SOFIA  e  Paolo Santarone - GLI UCCELLI e GLI DEI DEGLI UCCELLI - Dodici poesie ). 

 





Salmo



Mio Dio segreto e misterioso
o mio Dio muto
mio beffardo Dio
o mio Dio incomprensibile

Qui Ti preghiamo piccole richieste
salute vita soldi amore
e qualche volta un poco d’allegria
E tentiamo le pallide domande
morte e felicità premio e castigo
e bene e male
ragioni cause e frutti del dolore
un solo gran perché senza risposta

Qui noi tentiamo con modeste forze la vita
e qualche opera di bene
e qualche inganno quando ci conviene
e fatica e stanchezza senza premio
e lotta e sangue
e ancora guerra e morte e carestia
e pena pena pena pena

Là Tu fulgente nel segreto
Tu sfolgorante mistero
e clamoroso silenzio
Tu l’Incompreso
Tu lo Sconosciuto
che per averti più vicino
avevamo vestito in panni umani
e incoronato d’oro e tradimento

Ma chi sei Tu
Dio del mio dolore
Padre nostro lontano
che abbiam voluto buono e provvidente
benigno come un vecchio avo canuto
e indulgente d’un’indulgenza d’amore
Chi davvero sei tu
se folle o savio
buono o feroce
noi non lo sappiamo

Tu sei
Solo questo io sento e so
non per trovare ragioni
né per effimere consolazioni
Oh sì
Ti tento con suppliche e preghiere
parole da me a me forse soltanto
ma Tu sei Altro e Altrove
Tu sei Dio
il padrone della vigna d’anime
origine e destino
Parola scritta su perdute pietre

Tu non sei mago come ti vorremmo
Tu certo puoi
ma non ciò che chiediamo
Tu sei il Re
avvolto in un manto lontano
in una caligine d’antiche nubi

E allora resta soltanto
affidare speranza e vita nelle tue mani
come il passero e il giglio
Abbandonarsi a Te
come io vorrei fare
senza attendere nulla che Tu già non dia
senza chiedere nulla che Tu già non voglia.





Salmo Secondo



Tu che m’hai benedetto con un segno
un gocciolio di sangue dalle mani
me
che davvero non cercavo altro
che ridere ai telequiz
sfidando concorrenti sprovveduti
e amare ragazze dalle poppe grosse

E m’hai donato
Tu
questa sorte
di sentirmi il solo a soffrire

d’essere il Diverso

La gloria del Tuo dono celo bene
col ghigno d’ironia sulla mia faccia
e questa incongrua voglia di sedurre
e la pancia rotonda da edonista
mal invecchiato

So
so bene
che le mie cagion di pianto sono povera cosa
e che altro è il male che s’annida
nel disonore
nella fame
nell’umiliazione dei vinti
nella vergogna dei prostituti
o violentati

E l’Eli Eli che talora mi si strappa dai visceri
prima del Tuo sorriso
desta il mio
per il compatimento e l’imbarazzo

Per questo forse
stento a capire il Segno
e non mi spiego l’amore per la morte
come se
io solo giacessi sul letame
come se diverso davvero fossi
e
davvero
più d’altri maltrattato

Come se
di questo capovolto privilegio
io solo disgodessi

Con vergogna
dunque
Ti confesso la mia vergogna
il mio piccolo male
il mio insignificante morire

Ciò che per grazia Tua mi fa diverso
sola cosa
è la mia esperienza di sconfitte
sapermi uno che perde e portarne l’onore

Ho conosciuto
io
quest’unica vera Conoscenza
che fa diverso un uomo e lo fa grande
E raramente ho sofferto
il tronfio disonore della vittoria

Ma ogni volta che
intorno ad Ilio
turbinavano di polvere le mie ossa
dissacrate trascinate additate al riso
ogni volta pensavo alla battaglia futura
alla prossima sconfitta

Certo come io sono
della Tua benevolenza.








 


4 commenti:

  1. Siamo all’ennesima più che dovuta presenza su questo blog, con i suoi versi, di Paolo Santarone, sempre capace di sorprendere il lettore anche attraverso la varietà delle problematiche che sono intrinseche al vivere e al far poesia del nostro Autore. Diamo uno sguardo a quanto di nuovo e diverso, e tuttavia sempre presente in Paolo e nei suoi versi, questi due Salmi ci portano.
    C’è, credo, una dolente sofferta autoironia, una contrarietà verso Colui che non si mostra, ma anche verso ogni umana meschinità, insofferenza e debolezza, a pervadere la splendida architettura di questi versi, percorrendola tutta, dall’interno all’esterno e viceversa. Tutto questo evoca in me le tre ferite di cui “canta” una breve poesia di Miguel Hernandez. Tre ferite che sono tanto del Cristo che dell’uomo e dello stesso Hernandez (“Llegó con tres heridas: / la del amor, / la de la muerte, / la de la vida ...”). “Giunse con tre ferite: / quella dell’amore, / quella della morte, / quella della vita...”. Sono le stesse identiche umanamente inevitabili ferite che non vengono descritte allo stesso modo da Paolo, ma certo sono da lui altrettanto intensamente vissute e sofferte, tanto da fargli rievocare, ripetendolo solo in parte (“Eli Eli”) il grido, e il rimprovero, del Figlio dell’uomo verso il Padre celeste: “Eli, Eli, lema sabachthani?”, “Dio mio, Dio mio, perchè mi hai abbandonato?”... Forse è vero che, come ha detto qualcuno: “Non c’è al mondo un solo stato d’animo dell’uomo che non sia stato già compreso, vissuto, condiviso da Cristo.” E che l’identificazione col Cristo, prossimo alla morte e dolente a un punto tale da non poter pensare alla profetizzata resurrezione, si mostra per intero in questi intensissimi, umanissimi versi di Paolo Santarone, il quale ha avuto più volte il coraggio di mostrare - attraverso la sua naturale umana sofferenza interiore per questo - non solo il “sentire” la propria prossimità con la morte, ma, io credo, la NOSTRA prossimità, e quella di ciascuno, con l’umana finitezza temporale.
    Voglio anche aggiungere che sono assolutamente convinto del grandissimo valore di entrambi questi testi, della loro feconda capacità di restituirci viva e vitale - di fare e farci rivivere nei loro e coi loro versi - una piena coscienza di sé (quella del Poeta ma, direi di più, dell’uomo) così profondamente intrisa di dolore e di sconfitta. E tuttavia il dolore e la sconfitta diventano qui un dono sacro, che resta tale anche per chi razionalmente si consideri, come nel mio caso, un non credente...
    Un grande e affettuoso grazie a Paolo per questo contributo alla Poesia che, lo ribadisco, considero davvero alto e degno di grandissima attenzione e considerazione.

    A. C.

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  2. L'uomo sa pregare:che professi o meno la fede,egli sa pregare dio.Sa immedesimarsi in un intimo abbandono vocativo che non è quello "delle anime pie",ma semplicemente quello dell'individuo che pone domande e imbastisce fede,non fede e risposte-Esistere e pregare sono due unità della stessa misura,anche se spesso parallele.
    Personalmente,trovo questi versi,due delle preghiere più belle a Dio.Dentro c'è la tesi dell'uomo reale,debole,intelligente e spaventato dalle ragioni dell'esistenza.Fedele a se stesso,al suo pellegrinaggio emotivo,storico,etico.Chi è Dio? Santarone risponde con le miserie dell'essere umano e non vacilla nel suo dire,non elemosina grazia e allora è grazia.Ancora una volta,mi ritrovo a fare i conti con la sensibilità di questo poeta,di quest'uomo attento,pungente,inaspettatamente parsimonioso con il sentire di tutti.
    Con vergogna
    dunque
    Ti confesso la mia vergogna
    il mio piccolo male
    il mio insignificante morire
    L'insignificante morire,dove c'è una promessa eterna che sembra qualcosa d'improbabile,mentre non lo è mai la preghiera,il dialogo,un qualsiasi contatto di affidamento o semplice allontanamento che però abbia voce sincera.
    Se esiste un Dio degli uomini,mi piace pensare che colga il loro merito dall'intenzione a guardare dentro se stessi e non agli assiomi...





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  3. " Ma Chi sei Tu, Dio del mio dolore...?" E' l' umanissima , disperata ricerca di un dio che, come Padre, ascolti ed esaudisca le nostre preghiere. Ma c' è anche la consapevolezza che "Dio è altro" di come noi vorremmo e non un destino diverso ci attende che non sia quello del passero o del giglio. E' questo pensiero che si legge tra le righe in questo primo salmo, dove, al di là della speranza, c' è la virile accettazione della morte.
    Cosa fa diverso un uomo e lo fa grande? Troviamo nel secondo salmo la risposta : la consapevolezza della propria fragilità, dei propri limiti. "Sapermi uno che perde e portarne l' onore". Perchè troppo spesso, infatti, la vittoria arride ai furbi, ai prepotenti, ai disonesti. Meglio allora essere fra i perdenti che faticano, lottano ed hanno il coraggio di non arrendersi. Trovo molto belle queste due preghiere che sanno andare oltre il silenzio di Dio per affidarsi alla Fede nella Sua benevolenza. Ma da tempo apprezzo le poesia di Paolo Santarone , di cui mi onoro avere l' amicizia, per il suo brio, l' ironia, la leggerezza che adombrano una non comune profondità di pensiero.

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  4. Anche con Paolo Santarone ci muoviamo nel solco di una consolidata tradizione, quella che tenta le pallide domande, morte e felicità, che dialoga in forma di preghiera, o forse meglio che interroga le proprie risorse spirituali, bene e male, ragioni cause e frutti del dolore.
    In un monologo suadente di ritmi e concatenazioni, di concessioni e rivalse.
    Di verità tentate, di dubbi: ma Tu sei Altro e Altrove.
    Mi pare molto bella la chiusa del primo salmo: - senza attendere nulla che tu già non dia -, che è un grosso raccolto di saggezza, riconoscere la felicità in quello che c'è.
    Nel salmo secondo il linguaggio si fa terreno e quotidiano, con le ragazze dalle poppe grosse, i telequiz.
    E tuttavia cresce il livello di spiritualità, il dialogo diventa confessione, consapevolezza.
    Discorso alto, se conclude: - E raramente ho sofferto / il tronfio disonore della vittoria. -

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