martedì 25 settembre 2012

Guido Gozzano - « ... questa cosa vivente / detta guidogozzano!... » - Tre poesie



Guido Gozzano (1883-1916)




PERCHÉ GOZZANO, OGGI? - DUE DISCORDANTI PARERI


1) Gozzano, rispettabile bugiardo?

Principale rappresentante, assieme a Corazzini, Govoni, Palazzeschi, Moretti, della scuola poetica detta dei Crepuscolari, il poeta e dandy torinese Guido Gozzano amava le tradizioni; amava rinnovare le tradizioni; amava gli ultimi sospiri delle antiche tradizioni. Tali elementi, contraddittori forse, si fusero nella sua poesia “crepuscolare”, densa di tenerezza per “le piccole cose”, accenni chiaramente estetizzanti, ed un’imponente ombra di decadenza all’italiana.

Guido Gustavo Gozzano nasce a Torino il 19 dicembre 1883. Di famiglia borghese benestante, trascorre i suoi primi vent’anni tra le numerose proprietà famigliari, sparse tra Torino ed Agliè, nel Canavese. Frequenta l’università senza mai laurearsi in giurisprudenza (nondimeno, amava presentarsi come avvocato, tanto che si può dire che lo fosse davvero, anche se non a tutti gli effetti). Tuttavia, anche se con la laurea, si sarebbe potuto permettere di non esercitare mai il mestiere.
Collabora, poco più che ventenne, a varie riviste con prose e racconti, riscotendo un discreto successo. Inizialmente ammiratore del D’Annunzio, Gozzano scrive nel 1907 “La via del rifugio”, in cui imita chiaramente lo stile ridondante del Vate, seppur già attenuato da una certa aura malinconica e vaga, che sa di spleen e di irrispettoso trastullo.
Le cose cambiano radicalmente dopo questa data: il dandy piemontese scopre d’avere il cosiddetto “mal sottile” (la tisi), e questo suo appuntamento con la morte incide profondamente nella seconda raccolta di poesie, che pubblica nel 1911; “I Colloqui” riscuotono maggior successo della raccolta precedente, anche se dispiacciono a molti critici, che vi intuiscono un amaro di fondo ed allo stesso tempo una leggerezza svogliata che disturba non poco gli animi ottimisti ma chiusi dei piemontesi d’inizio secolo.
Tra il 1907 ed il 1909 c’è la relazione con la poetessa Amalia Guglielminetti; tale relazione ha un carattere precipuamente mondano e letterario, più che di una vera relazione amorosa. I due avranno brevi incontri, in cui la poetessa spera ogni volta di conquistare il bel poeta, che da parte sua non pare intenzionato a farsi sedurre più di tanto.
La malinconica rassegnazione alla morte viene spazzata via da un breve miraggio di guarigione o di miglioramento, compiendo, all’età di trent’anni, un lungo viaggio in India; tiene in questi giorni una sorta di diario di bordo, del quale manda le pagine a pubblicare, a beneficio della Stampa torinese (“Verso la cuna del mondo”, pubblicato postumo). Tuttavia l’agognata guarigione si rivela ben presto una bolla di sapone, e Gozzano deve interrompere il viaggio, tornando in patria più malato ma anche più rasserenato di prima.
Tra il ’15 ed il ’16 pare che Guido componga varii soggetti cinematografici per la casa produttrice Ambrosio, luminare del cinema muto di quegli anni, ma le fonti non sono precise né abbastanza attendibili.
Il poeta si spegne a Torino il 9 agosto 1916, e due giorni dopo viene seppellito nel cimitero di Agliè. Di Guido è ricordata la “bella voce”, è tramandata una essenziale, garbata, gestualità. Di lui soprattutto, viene replicato il profilo di un “giovin signore”, misurato ed elegante, signorilmente compito […]. “Aristocratico”, lo ricordano Salvator Gotta e Emilio Zanzi.”
Gozzano si presenta a Mario Vugliano “inchinevole, cerimonioso, timido, biondino, tirato a lucido dai capelli alle scarpe. […] Industre per parole scelte e ben collocate, che prendevano e davano spicco al comune discorso. […] portava una cravatta nera a farfalla”. Tale “insegna esterna di poesia”, non è sufficiente, comunque, “a levargli l’aspetto di giovane molto ‘comesideve’”.
La testimonianza è preziosa, soprattutto perché fa contrasto con l’immagine di “esteta elettissimo” che Gozzano al suo esordio letterario tende a dare di sé, in verso ed in prosa. Ciò accade negli anni tra il 1903 ed il 1904. ma subito dopo, nel 1905, l’autoritratto che Guido ci consegna è capovolto: è il profilo di un poeta borghese, che oppone, alle stravaganze dell’esteta, la sua “scialba persona biondiccia”, la propria “democrazia estetica”, i propri “solini”, le sue “cravatte provinciali”.
Appare chiaro che Gozzano bada continuamente a cambiare le carte in tavola, a proporre di sé un identikit contraddittorio.
Il Gozzano ventenne è un assiduo frequentatore di teatri, sale da concerto, e soprattutto caffè. Capeggiando un ristretto gruppo di giovani intellettuali scapestrati, Guido si lancia in scorribande notturne, commerci con le “cameriste”, visite alle attrici. Si presentava al Fiorio “elegantissimo e impeccabile tra noi goliardi, fantasticanti e dissipati”, ricorda Calcaterra: “passava lunghe ore nei caffè, parlando di arte e di letteratura, di storia e filosofia, esaltando i parnassiani… e intanto centellinava qualche liquore o assaporava a fior di labbra, con gesto raffinato, un poco d’assenzio, la ‘fata verdeamara’, che diceva dargli qualche dolcezza. Poi spesso allontanavasi col fido suo Carlo Vallini per qualche avventura notturna”.

( da: Guido Gozzano, vita breve di un rispettabile bugiardo, G. De Rienzo - Rizzoli 1982. 
Fonte di rete: http://www.noveporte.it/dandy/dandies/gozzano.htm ) 



2) Modernità di Gozzano 

Senza dubbio sono due le linee che aprono la poesia del Novecento, mettendo definitivamente in crisi il precedente modo di poetare: quella esplosiva dell’avanguardia e quella implosiva dei poeti che rovesciano la tradizione letteraria non con i furori futuristi, ma attraverso un lavoro silenzioso sulla parola poetica. Da una parte, quindi, si è di fronte alla modernità dichiarata, urlata, dell’avanguardia che dà un taglio netto, evidente, al passato. Dall’altra parte una modernità implosiva, che predilige un linguaggio colloquiale, dimesso, con la riduzione del segno letterario a un’estrema scarnificazione e con l’irruzione della prosa nella scrittura in versi. Gozzano e i suoi amici torinesi partecipano a questa seconda linea poetica. La lirica del recente passato, quella di Carducci, Pascoli e soprattutto D’Annunzio, attira nella sua orbita i giovani poeti che si muovono nei primissimi anni del Novecento. Tuttavia emerge l’urgenza di un’arte differente da quella immediatamente precedente, un’arte che porti a un rinnovamento radicale della poesia, i cui risultati si avvertiranno per tutto il secolo. All’inizio del Novecento che cosa è, infatti, la scrittura poetica? «Pochi giochi di sillaba e di rima». È finito il tempo della poesia alta e sublime, da quando è sopraggiunta la consapevolezza della separazione tra l’arte e la vita, tra la realtà quotidiana e lo scrivere versi in modo serio. La poesia non può essere più scambiata con la realtà, lo sanno bene Gozzano e i suoi amici: «Sappiamo dare il giusto valore alle fantasie troppo romantiche e troppo tragiche dei poeti; sappiamo anche, e molto bene, chi sono i poeti e ne sorridiamo, come di amabili giocolieri». La letteratura deve essere guardata da una certa distanza se si vuole continuare a produrla, ma quella distanza non può che essere ironica. Proprio l’ironia permette di «attraversare D’Annunzio» – per usare un’espressione montaliana – e di dare un nuovo corso alla scrittura poetica. È l’atteggiamento ironico, non tanto quello spleenetico, malinconico, a caratterizzare appieno il milieu torinese e a differenziarlo dagli altri poeti crepuscolari. E viene dichiarato chiaramente attraverso i versi di Carlo Vallini: «Per me la scuola migliore / è la scuola dell’ironia. / […] / è quella che ancora ci salva / dal ridicolo verso noi stessi».
Allora la poesia ironica di Gozzano si incontra con quella di Vallini che con il volume del 1907, Un giorno, fa in qualche modo «da battistrada» all’amico, anche se il poeta de I colloqui ammette che nel poemetto valliniano qualche volta viene meno quella «specie di delicato pudore», attraverso cui l’ironia deve essere professata. Giocano con l’ironia anche Carlo Chiaves con la sua opera del 1910 dal titolo esemplificativo Sogno e ironia e Nino Oxilia, che nei Canti brevi del 1909 proclama: «Ridere bisogna!», «folle è il pensare. In questo breve esilio / cui siam costretti impera la menzogna». Un riso di chi sa che il verso non è tutto, un riso nato dalla consapevolezza che «è vana l’arte» poiché, secondo Vallini, «[…] la sorte / vuol che ogni cosa sia vana, / vuol che la vita sia vana / e che sia vana la morte». Lo stesso poeta di Un giorno partecipa della vanità del tutto con il sentirsi la cosa «più vana che esista / nell’Universo», e gli fa eco Oxilia presentandosi anch’egli come «una cosa vana / un’ombra immersa / in un chiarore che non ha baleni». Il passo, quindi, è breve dall’incontrare «un coso con due gambe / detto guidogozzano». L’io lirico è divenuto un io minuscolo, marginale. Di colpo viene rovesciato il ruolo “sacro” del poeta e qui l’ironia trova in D’Annunzio il suo bersaglio prediletto. Tuttavia questo processo di cosificazione nasconde un aspetto del tutto nuovo, proprio della società novecentesca: quella crisi esistenziale che incrina nell’uomo ogni certezza. Infatti a Gozzano non rimane altro che sogghignare di fronte a sé e alla sconcertante realtà contemporanea: «[…] Solo, gelido, in disparte, / sorrido e guardo vivere me stesso». Certo nel sorriso-sogghigno gozzaniano è racchiuso il suo gioco ironico, ma quel «guardo vivere me stesso» rivela come sia già in atto uno sdoppiamento d’identità, il quale porta alla nascita di un personaggio dimidiato.
L’io lirico, dunque, perde la sua centralità all’interno del fare poetico, è un io cosificato, un io che scrive il suo nome a lettere minuscole, un io che prova vergogna della sua condizione di poeta: «[…] Io mi vergogno, / sì, mi vergogno d’essere un poeta!» Vallini a sua volta parla di una «nonna letteratura», che spinge «sino l’ardire / questa signora indiscreta / a gabellar per poeta / chi non ha niente da dire», mentre Oxilia dichiara apertamente di non essere un poeta: «io che son sperma e mani e occhi e creta / ma che non son poeta». Meglio allora non essere poeta, vista la fine che spetta alle opere in versi. Ecco che cosa accadrà al libro di Chiaves, quando un «turbolento bambino», nel secolo duemilatrecento, ritroverà per caso nella libreria l’«esemplare estremo, un poco corroso dal tarlo» di Sogno e ironia. Il bimbo chiederà al padre che cosa sia quel volume e, senza comprendere appieno, scoprirà in esso «lo scritto più raro d’un qualche poeta», quella «[…] razza inquieta / di gente, che è scomparsa da quasi un’eternità!» Alla fine il bambino si metterà a giocare con il libro:

  ti infilzerà a uno spago, mio libro, e ti adoprerà
un qualche istante ancora, per trastullarsi col gatto.
Indi, dispersi, laceri, i fogli, e calpesti, nel foco
consumerai, più presto di quanto saremo già noi
in terra consumati, poeti inutili o eroi,
tu che un istante almeno avrai servito ad un gioco.

Poesia, dunque, scritta per un gioco e per gioco.
È evidente che il loro dichiarare la volontà di non essere più poeti va letto non come un rifiuto della scrittura poetica tout court ma come quello di un particolare modo di poetare. Si veda la reazione gozzaniana di fronte ai versi del povero commesso farmacista:

  Il cor… l’amor… l’ardor… la fera vista…
il vel… il ciel… l’augel… la sorte infida…
Ma non si rida, amici, non si rida
del povero commesso farmacista.
Non si rida alla pena solitaria
di quel poeta; non si rida, poi
ch’egli vale ben più di me, di voi
corrosi dalla tabe letteraria.

«La Patria? Dio? l’Umanità?» sono parole che al poeta de I colloqui i retori «han fatto nauseose!» Persino la gloria si è ridotta a poca cosa:

  Tra i materassi logori e le ceste
v’erano stampe di persone egregie;
incoronato delle frondi regie
v’era Torquato nei giardini d’Este.
«Avvocato, perchè su quelle teste
buffe si vede un ramo di ciliegie?»
Io risi, tanto che fermammo il passo,
e ridendo pensai questo pensiero:
Oimè! La Gloria! un corridoio basso,
 tre ceste, un canterano dell’Impero,
la brutta effigie incorniciata in nero
e sotto il nome di Torquato Tasso!

I poeti torinesi, primo tra tutti Gozzano, mettono in atto un processo di desublimazione della poesia, attraverso il quale viene salutato in maniera netta il passato. Inevitabilmente chi nei primi anni del Novecento si imbatte nella scrittura poetica deve fare i conti con Pascoli e in particolare con D’Annunzio, subendone in principio il fascino per poi rovesciare quel modo di poetare. Gozzano riesce a lasciarsi alle spalle il poeta del Poema paradisiaco, infatti ringrazia Dio perché, se invece di farlo «gozzano», lo avesse fatto «g<abriel> dannunziano: / sarebbe stato ben peggio!» Per fortuna anche in Vallini, con il poemetto Un giorno, sono scomparsi i «sintomi da nevrastenico», insomma il poeta ha attraversato D’Annunzio raggiungendo una sua maturità letteraria, pur sapendo che ancora tanti «[…] giovani imberbi / […] vanno superbi / di simile roba stantía». Ma ormai Vallini è immunizzato, ha finalmente perduto il difetto «di prender le cose sul serio». Non a caso, ben lontani dal «vivere inimitabile» dannunziano, i due amici scelgono una vita modesta, campagnola, il poeta di Un giorno nell’«assai vecchia dimora» di Montecavolo, «un po’ rozza e semplice al modo / delle massaie d’allora», quello de I colloqui a Vill’Amarena insieme alla signorina Felicita.
Dunque Guido e Carlo si immergono nella realtà borghese del tempo, Gozzano lo dice chiaramente – «sia la mia vita piccola e borghese: / c’è in me la stoffa del borghese onesto…»  –, eppure «sogghigna un po’». Quello di In casa del sopravissuto è il noto sogghigno gozzaniano che rimanda direttamente all’ultimo verso de La signorina Felicita ovvero la Felicità: «Quello che fingo d’essere e non sono!» Non rimane più nessun dubbio sul suo gioco ironico. Si ironizza su tutto, in primis su l’essere stati gabrieldannunziani e ora sull’essere borghesi, sul mondo poetico precedente e sulla società in cui si è costretti a vivere. Si pensi a quel pungente ritratto che Vallini in Un giorno fa della folla, dedicandole un intero capitolo:

  La specie degli uomini, che
non si meraviglia di vivere;
quella che fu favorita
da nostra madre Natura
col privilegio piú raro;
ma che si chiede di raro,
per non far brutta figura,
il gran perché della vita:
la sola specie che crede
ben fatto il coprirsi di panni;
[…]
La folla che si trascina
illusa da una speranza,
la folla, guardata a distanza,
che cosa pietosa e meschina!

Anche Chiaves in Maldicenza ricorda con sottile ironia i suoi «cari amici borghesi»: «pettegoli e senza mercè, / fin troppo educati e cortesi… / oh! ben più educati di me!» Tuttavia spetta forse a Oxilia, con la poesia L’intestino presidente di repubblica, l’irrisione più provocatoria dell’uomo del tempo:

  O pancia! L’homo novus è malato
ed à il becco da struzzo,
sta in piedi a furia d’olio di merluzzo
e di bicarbonato;
fa il critico, l’amante, il deputato
- tutto per citazioni -: esalta in voli
pindarici ariete e daga e scudo
ma gli fan male a cena
i pomodori con i cetrioli…
Madonna mia, che pena
se l’uomo dotto camminasse nudo!

Di fronte alla sconcertante realtà contemporanea alla fine Guido Gozzano-Totò Merùmeni sceglie l’esilio e, sebbene non possa più «sentire», vittima dell’aridità sentimentale, è comunque «quasi felice», alternando nella sua vita «l’indagine e la rima». La poesia – «la rima» – e il continuo indagare – «l’indagine» – rimangono i compagni ultimi di Totò-Guido. Emerge il bisogno di porsi continui interrogativi su un mondo sempre più inafferrabile, con il quale è ormai impossibile instaurare un rapporto che non sia di estraneità. Neppure Vallini si tira indietro di fronte a questa necessità, infatti il suo poemetto non è altro che il risultato di un lungo, «vano indagare», durato per un intero giorno su uno scoglio davanti al mare ligure. Un ricordo lontano è, invece, quello della fanciullezza di Chiaves quando «nulla si indaga e nulla si nasconde». Ormai, per continuare a poetare nel Novecento, non si può che riflettere sulla condizione dell’uomo, spogliato di ogni certezza: «Vivo e non ne conosco la ragione / e mi tormento / perché, ignorando, presumo». I poeti torinesi, attraverso i loro versi ironici, pongono dubbi, domande sulla desolante realtà che li circonda. L’indagine è una delle parole chiavi della lirica novecentesca, se ne sentirà l’eco in numerose voci successive, una tra tutte: quella di Eugenio Montale.
Gozzano e Vallini, in particolare, danno prova della loro disarmonia nei confronti del reale, comune a molti altri scrittori del Novecento. La loro opera diventa così lo specchio di una profonda crisi. Tuttavia la vera apertura verso la poesia del Novecento, messa in atto dai torinesi, avviene grazie al lavoro compiuto sulla parola poetica, e anche in questo caso l’ironia gioca un ruolo fondamentale per lasciarsi alle spalle il passato. L’autore de I colloqui e i suoi amici imprimono al linguaggio un abbassamento di tono prima impensabile, nasce in poesia una linea del quotidiano.
Ecco il lessico comune, basso, di Gozzano: «topaie, materassi, vasellame, / lucerne, ceste, mobili: ciarpame / reietto, così caro alla mia Musa!» Dunque per rinnovare la scrittura poetica si deve attingere a un «ciarpame reietto»? Oppure il poeta deve accordare «le sillabe dei versi / sul ritmo eguale dell’acciottolio»? Guido ama starsene in cucina, insieme a Felicita, «tra le stoviglie a vividi colori» e tra gli odori «di basilico d’aglio di cedrina». Così la poesia è costretta a vestire i panni della prosa, se non vuole finire nel solaio gozzaniano di Vill’Amarena, diventando uno di «quei rottami del passato vano». I poeti torinesi attuano un processo di sliricizzazione, attraverso cui la poesia diviene una poesia narrativa. La prosa fa irruzione nella scrittura in versi e la contamina grazie all’uso del linguaggio comune.
Appare, infatti, per la prima volta tutto un vocabolario di cose di poco conto, regna il caos degli oggetti. Si pensi al noto incipit de L’amica di nonna Speranza, il quale non solo costituisce una prova evidente dell’uso di un lessico quotidiano, ma testimonia anche, insieme a tutta la lirica, l’introduzione della narrazione e del parlato nella scrittura poetica. I versi gozzaniani vengono, dunque, contaminati dalla prosa attraverso il linguaggio colloquiale, il racconto, il dialogo. Proprio da questo preciso punto inizia la poesia del Novecento.
Eppure Gozzano, insieme agli altri poeti torinesi, di fronte alla sperimentazione del verso libero conserva la metrica tradizionale, anche se la sommuove dall’interno, ironizzandone come ha fatto per le «buone cose di pessimo gusto». Montale coglie, non casualmente, nel segno considerando il poeta de I colloqui «il primo che abbia dato scintille facendo cozzare l’aulico col prosaico». Il linguaggio prezioso della tradizione convive con quello quotidiano, ne sono una prova evidente quelle rime che Pier Vincenzo Mengaldo definisce «dissonanti», perché mettono «a vistoso contrasto, quasi in cortocircuito […] parole trite, banali o addirittura disfemiche con parole di caratura elevata, rare», una tecnica che «avrà larga risonanza nel ’900, p.es. in Montale». Un solo esempio gozzaniano: quel vermiglia: sopracciglia: stoviglia del ritratto di Felicita. Rime «dissonanti» sono presenti anche nel valliniano Un giorno: diverte: Werther, appetito: prurito, ippogrifo: schifo. Oxilia, invece, ne Gli orti fa rimare il suo nome con «caviglia», mentre quello di Corazzini con «burattini», infine: «Avrei dato tutto Grimm, / il tuo Grimm falso e tarlato, / per un tango chez Maxim …».

I poeti torinesi inaugurano una linea del quotidiano, di una poesia narrativa, una linea della riduzione del segno poetico all’essenzialità: questo è il loro maggior lascito alla lirica novecentesca. Tutto, però, avviene con un volto sogghignante, l’ironia non esce mai dalla porta. Senza dubbio all’interno del milieu torinese la personalità poetica di Gozzano ricopre un ruolo primario, seguita da quella di Vallini, il suo fedele compagno di vita e di poesia. Chiaves e Oxilia partecipano alla costruzione di una scrittura ironica a loro modo, con una diversa maturità letteraria, avvicinandosene fino a diventare gozzaniani, per poi prenderne le distanze. In altra sede dovrebbe essere analizzato lo specifico percorso poetico di ognuno, per meglio comprendere che cosa sia successo a Torino nei primi anni del secolo scorso, da sentirne a tal punto l’eco nella lirica successiva. Con la scelta dell’ironia quale propria poetica, Gozzano e i suoi amici hanno inaugurato un nuovo modo di poetare, che ha dato inizio alla poesia del Novecento. 

( Stesura integrale - da cui abbiamo omesso le note a pie’ di pagina - de
La modernità implosiva di Gozzano e dei suoi amici torinesi, di Eleonora Cardinale.



OPERE DI GOZZANO
Raccolte poetiche e racconti
La via del rifugio, 1907; I colloqui, 1911; I tre talismani, 1914; Verso la cuna del mondo. Lettere dall’India, 1917; L’altare del passato, 1917; La principessa si sposa, 1918; L’ultima traccia, 1919; Primavere romantiche, 1924.
Epistolari
Lettere d’amore di Guido Gozzano e Amalia Guglielminetti, a cura di S. Asciampreuner, Milano, 1951; Lettere a Carlo Vallini con altri inediti, a cura di G. Di Rienzo, Torino, 1971; Lettere dell’adolescenza a Ettore Colla, Edizioni dell’Orso, Alessandria, 1993.
Edizioni varie
La moneta seminata e altri scritti, con un saggio di varianti e una scelta di documenti, a cura di F. Antonicelli, Milano, 1968; Tutte le poesie, testo critico e note a cura di A. Rocca, introduzione di M. Guglielminetti, Milano, 1980; San Francesco d’Assisi, a cura di M. Masoero, Edizioni dell’Orso, Alessandria, 1997; Verso la Cuna del mondo - Lettere dall’India, a cura di F. di Biagi, postfazione di G. Bàrberi Squarotti, La Finestra editrice, Trento, 2005 - Prima edizione integrale dell’opera; Verso la Cuna del mondo, Greco & Greco, Milano 2007. Note al testo e saggio introduttivo di V. Gueglio.
Sceneggiature cinematografiche
La vita delle farfalle, documentario, 1911; San Francesco d’Assisi, film biografico, mai girato, 1916.
STUDI SU GOZZANO
W. Binni, La poetica del Decadentismo, Sansoni, Firenze, 1936; O. Bensi, Una relazione letteraria. (Amalia Guglielminetti e Guido Gozzano), tesi di laurea, Torino, 1944; A. Piromalli, Ideologia e arte in Guido Gozzano, La Nuova Italia, Firenze, 1973; F. Antonicelli, Capitoli gozzaniani, Leo S. Olschki, Firenze, 1982; M. Guglielminetti, La «scuola dell’ironia». Gozzano e i viciniori, Leo S. Olschki, Firenze, 1984; AA. VV., Guido Gozzano. I giorni, le opere, Atti del Convegno Nazionale di Studi, Torino, 26-28 ottobre 1983, Leo S. Olschki, Firenze, 1985; Arnaldo Di Benedetto, Sugli «amori ancillari» di Guido Gozzano e Saba e Gozzano: considerazioni contrastive, in Poesia e critica del Novecento, Napoli, Liguori, 1994; F. Di Biagi, Sotto l’arco di Tito: le Farfalle” di Guido Gozzano, La Finestra editrice, Trento, 1999; M. Masoero, Guido Gozzano. Libri e lettere, Leo S. Olschki, Firenze, 2005; M. Masoero, «Un nuovo astro che sorge». Giudizi ‘a caldo’ sulla Via del rifugio, Leo S. Olschki, Firenze, 2007.

( Fonte, per le OPERE e gli STUDI: Wikipedia )








                                   LA VIA DEL RIFUGIO


Trenta quaranta,
tutto il Mondo canta
canta lo gallo
risponde la gallina
...

Socchiusi gli occhi, sto
supino nel trifoglio,
e vedo un quatrifoglio
che non raccoglierò.

Madama Colombina
s’affaccia alla finestra
con tre colombe in testa:
passan tre fanti
...

Belle come la bella
vostra mammina, come
il vostro caro nome,
bimbe di mia sorella!

... su tre cavalli bianchi:
bianca la sella
bianca la donzella
bianco il palafreno
...

Nel fare il giro a tondo
estraggono le sorti.
(I bei capelli corti
come caschetto biondo

rifulgono nel sole).
Estraggono a chi tocca
la sorte, in filastrocca
segnado le parole.

Socchiudo gli occhi, estranio
ai casi della vita.
Sento fra le mie dita
la forma del mio cranio...

Ma dunque esisto! O Strano!
vive tra il Tutto e il Niente
questa cosa vivente
detta guidogozzano!

Resupino sull’erba
(ho detto che non voglio
raccorti, o quatrifoglio)
non penso a che mi serba

la Vita. Oh la carezza
dell’erba! Non agogno
cha la virtù del sogno:
l’inconsapevolezza.

Bimbe di mia sorella,
e voi, senza sapere
cantate al mio piacere
la sua favola bella.

Sognare! Oh quella dolce
Madama Colombina
protesa alla finestra
con tre colombe in testa!

Sognare. Oh quei tre fanti
su tre cavalli bianchi:
bianca la sella,
bianca la donzella!

Chi fu l’anima sazia
che tolse da un affresco
o da un missale il fresco
sogno di tanta grazia?

A quanti bimbi morti
passò di bocca in bocca
la bella filastrocca
signora delle sorti?

Da trecent’anni, forse,
da quattrocento e più
si canta questo canto
al gioco del cucù.

Socchiusi gli occhi, sto
supino nel trifoglio,
e vedo un quatrifoglio
che non raccoglierò.

L’aruspice mi segue
con l’occhio d’una donna...
Ancora si prosegue
il canto che m’assonna.

Colomba colombita
Madama non resiste,
discende giù seguita
da venti cameriste,

fior d’aglio e fior d’aliso,
chi tocca e chi non tocca
...
La bella filastrocca
si spezza d’improvviso.

« Una farfalla! » « Dài!
Dài! » - Scendon pel sentiere
le tre bimbe leggere
come paggetti gai.

Una Vanessa Io
nera come il carbone
aleggia in larghe rote
sul prato solatio,

ed ebra par che vada.
Poi - ecco - si risolve
e ratta sulla polvere
si posa della strada.

Sandra, Simona, Pina
silenziose a lato
mettonsile in agguato
lungh’essa la cortina.

Belle come la bella
vostra mammina, come
il vostro caro nome
bimbe di mia sorella!

Or la Vanessa aperta
indugia e abbassa l’ali
volgendo le sue frali
piccole antenne all’erta.

Ma prima la Simona
avanza, ed il cappello
toglie ed il braccio snello
protende e la persona.

Poi con pupille intente
il colpo che non falla
cala sulla farfalla
rapidissimamente.

« Presa! » Ecco lo squillo
della vittoria. « Aiuto!
È tutta di velluto:
Oh datemi uno spillo! »

« Che non ti sfugga, zitta! »
S’adempie la condanna
terribile; s’affanna
la vittima trafitta.

Bellissima. D’inchiostro
l’ali, senza ritocchi,
avvivate dagli occhi
d’un favoloso mostro.

« Non vuol morire! » « Lesta!
chè soffre ed ho rimorso!
Trapassale la testa!
Ripungila sul dorso! »

Non vuol morire! Oh strazio
d’insetto! Oh mole immensa
di dolore che addensa
il Tempo nello Spazio!

A che destino ignoto
si soffre? Va dispersa
la lacrima che versa
l’Umanità nel vuoto?

Colomba colombita
Madama non resiste:
discende giù seguita
da venti cameriste
...

Sognare! Il sogno allenta
la mente che prosegue:
s’adagia nelle tregue
l’anima sonnolenta,

siccome quell’antico
brahamino dei Pattarsy
che per racconsolarsi
si fissa l’umbilìco.

Socchiudo gli occhi, estranio
ai casi della vita;
sento fra le mie dita
la forma del mio cranio.

Verrà da sè la cosa
vera chiamata Morte:
che giova ansimar forte
per l’erta faticosa?

Trenta quaranta
tutto il Mondo canta
canta lo gallo
canta la gallina
...

La Vita? Un gioco affatto
degno di vituperio,
se si mantenga intatto
un qualche desiderio.

Un desiderio? sto
supino nel trifoglio
e vedo un quatrifoglio
che non raccoglierò. 



                                                                          da LA VIA DEL RIFUGIO 






                                   ALLE SOGLIE


                                              I

Mio cuore, monello giocondo che ride pur anco nel pianto,
mio cuore, bambino che è tanto felice d’esistere al mondo,

pur chiuso nella tua nicchia, ti pare sentire di fuori
sovente qualcuno che picchia, che picchia.... Sono i dottori.

Mi picchiano in vario lor metro spiando non so quali segni,
m’auscultano con gli ordegni il petto davanti e di dietro.

E senton chi sa quali tarli i vecchi saputi.... A che scopo?
Sorriderei quasi, se dopo non bisognasse pagarli.

« Appena un lieve sussulto all’apice.... qui.... la clavicola.... »
E con la matita ridicola disegnano un circolo azzurro.

« Nutrirsi.... non fare più versi.... nessuna notte più insonne....
non più sigarette.... non donne.... tentare bei cieli più tersi:

Nervi.... Rapallo.... San Remo.... cacciare la malinconia;
e se permette faremo qualche radioscopia.... »



                                              II

O cuore non forse che avvisi solcarti, con grande paura,
la casa ben chiusa ed oscura, di gelidi raggi improvvisi?

Un fluido investe il torace, frugando il men peggio e il peggiore,
trascorre, e senza dolore disegna su sfondo di brace

e l’ossa e gli organi grami, al modo che un lampo nel fosco
disegna il profilo d’un bosco, coi minimi intrichi dei rami.

E vedon chi sa quali tarli i vecchi saputi.... A che scopo?
Sorriderei quasi, se dopo non fosse mestiere pagarli.



                                              III

Mio cuore, monello giocondo che ride pur anco nel pianto,
mio cuore, bambino che è tanto felice d’esistere al mondo,

mio cuore dubito forte - ma per te solo m’accora -
che venga quella Signora dall’uomo detta la Morte.

(Dall’uomo: chè l’acqua la pietra l’erba l’insetto l’aedo
le danno un nome, che, credo, esprima un cosa non tetra.)

È una Signora vestita di nulla e che non ha forma.
Protende su tutto le dita, e tutto che tocca trasforma.

Tu senti un benessere come un incubo senza dolori;
ti svegli mutato di fuori, nel volto nel pelo nel nome.

Ti svegli dagl’incubi innocui, diverso ti senti, lontano;
né più ti ricordi i colloqui tenuti con guidogozzano.

Or taci nel petto corroso, mio cuore! Io resto al supplizio,
sereno come uno sposo e placido come un novizio. 



                                                                                   da: I COLLOQUI 





                                   LA PIÙ BELLA!


                                              I

Ma bella più di tutte l’Isola Non-Trovata:
quella che il Re di Spagna s’ebbe da suo cugino
il Re di Portogallo con firma sugellata
e bulla del Pontefice in gotico latino.

L’Infante fece vela pel regno favoloso,
vide le fortunate: Iunonia, Gorgo, Hera
e il Mare di Sargasso e il Mare Tenebroso
quell’isola cercando... Ma l’isola non c’era.

Invano le galee panciute a vele tonde,
le caravelle invano armarono la prora:
con pace del Pontefice l’isola si nasconde,
e Portogallo e Spagna la cercano tuttora.



                                              II

L’isola esiste. Appare talora di lontano
tra Teneriffe e Palma, soffusa di mistero:
« ... l’Isola Non-Trovata! » Il buon Canarïano
dal Picco alto di Teyde l’addita al forestiero.

La segnano le carte antiche dei corsari:
... Hi
ʃola da-trovarʃi? ... Hiʃola pellegrina?...
È l’isola fatata che scivola sui mari;
talora i naviganti la vedono vicina...

Radono con le prore quella beata riva:
tra fiori mai veduti svettano palme somme,
odora la divina foresta spessa e viva,
lacrima il cardamomo, trasudano le gomme...

S’annuncia col profumo, come una cortigiana,
l’Isola Non-Trovata... Ma, se il piloto avanza,
rapida si dilegua come parvenza vana,
si tinge dell’azzurro color di lontananza... 



                                                                                   da: POESIE SPARSE
















Avvertenza:
le tre poesie qui presentate sono tratte dal libro: 
Guido Gozzano, Tutte le poesie, testo critico e note a cura di Andrea Rocca, introduzione di Marziano Guglielminetti, 
Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1980.
I edizione I Meridiani ottobre 1980 - II edizione I Meridiani giugno 1983












4 commenti:

  1. Credo che la biografia di Guido Gozzano possa riuscire determinante per la struttura stessa della sua opera, più di quanto non accada in qualsiasi altro poeta dellʹinizio del secolo scorso. Nell’ambito biografico è ammissibile far rientrare tutti i temi della sua poesia: i luoghi dove vive o soggiorna, la malattia, i ricordi dʹinfanzia, le amicizie e lʹamore. Altri due temi fondamentali sono la malattia e il viaggio in Oriente. Il primo tema occupa non pochi versi nella produzione gozzaniana. Quanto al tema del viaggio, le ʺLettere dallʹIndiaʺ, composte tra il 1912 e il 1913, vengono pubblicate in un volume nel 1917 con il titolo ʺVerso la cuna del mondoʺ.Per quanto riguarda i modi e le forme della sua poesia, Gozzano è influenzato non solo da DʹAnnunzio, Pascoli, Graf, Betteloni, Jammes, ma anche da Leopardi e Giorgieri Contri, autore della raccolta ʺIl convegno dei cipressiʺ, assai conosciuta a Torino. La sua nuova arte, quindi, è fatta in gran parte di prestiti. E tuttavia non di imitazioni, in quanto gli elementi presi ‘in prestito’ si fondono in maniera armoniosa con la originale poesia del Gozzano i cui aspetti essenziali sono lʹevasione nel sogno e lʹironia. E quest’ultima non consiste unicamente nel rovesciamento dei valori tradizionali. La novità rappresentata e proposta da Gozzano ha la sua significatività nel modo in cui egli vede il mondo, nella maniera in cui riesce a dare ai personaggi e al loro ‘ambiente’ una tinta ideale eppure canzonatoria. Qui non si tratta, checché ne dica Sanguineti, di un manierismo del tutto artificiale, perché lʹumorismo è una tendenza innata in Gozzano, a tal punto che egli non risparmia neppure se stesso. Oltre allʹironia sono forme artistiche ed espressive tipiche di Gozzano sia il distacco che il lirismo. Il primo nasce dal doloroso senso della vanità delle cose e induce il Poeta a contemplare la realtà con indifferenza e apatia. Mentre il lirismo, fervido e appassionato, che spesso non si traduce in vera poesia, sorge dalla tristezza di non saper amare e di ritenere la propria vita miseramente sprecata. Nella poesia di Gozzano possiamo distinguere tre momenti tipici: il rifiuto della vita audace ed eroica in favore di un ripiegamento sulle misere certezze del mondo borghese; lʹimpossibilità di unʹintesa con tale mondo e la necessità della solitudine; e infine il riconoscimento e lʹadesione volontaria a una vita squallida e senza ideali. Per tutte queste ragioni Gozzano non può essere collocato completamente al di fuori dei Crepuscolari. Egli, tuttavia, si differenzia da essi per il suo essere autenticamente reale e per il suo amore per la magia delle parole, che egli sceglie accuratamente, nonostante lʹapparente trascuratezza. Perciò Montale ha potuto dire che Gozzano è un poeta parnassiano che fa scaturire una scintilla fra ʺlʹaulico e il prosaicoʺ e che, attraverso DʹAnnunzio, getta le basi di una poesia nuova. La sua condizione lirica fondamentale è lʹamara consapevolezza di essere figlio di un tempo colto ma arido e senza miti, incapace di sollevarsi dalla propria indifferenza non solo verso la speranza ma neppure verso una disperazione virile e combattiva di stampo leopardiano. Appare dunque sbagliato ripetere per Gozzano definizioni quali ʺultimo degli ottocentistiʺ, ʺultimo romanticoʺ, ʺultimo dei classiciʺ. Egli è, invece, nostro contemporaneo poiché anticipa le inquietudini e le crisi proprie dei nostri giorni; la ‘collisione’ stilistica fra aulico e prosaico non è che il riflesso di quel dissidio e di quel rovesciamento di valori, attraverso cui Gozzano prende atto di una nuova condizione della moderna sensibilità e finisce per liquidare, con sorridente decisione, i miti di un’intera lunga stagione, ormai storica, dellʹarte borghese.

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  2. Al di là dell'etichetta "crepuscolare", Gozzano è sicuramente il poeta dell'amore sognato e mancato per un senso di "inutilità" nello scopo, avrebbe "morso" Amalia Guglielmetti, ma fuggì sempre qualsiasi amore reale se non sublimato dalla trasfigurazione fascinosa del rapporto o dalla rassicurazione amorosa di una donna-madre.

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  3. Ho letto tutto lentamente, con calma e attenzione, e non solo questo . Con un senso di tenerezza e una lacrima. Non m' importa se fu o no grandissimo, geniale, innovatore, tutto quanto è stato scritto e detto. Perdonate il mio scarso senso critico : io Gozzano l' ho amato, ne ho compreso fino in fondo l' animo, la sua sofferenza ; ho amato la familiarità del suo linguaggio poetico, quel verso in prosa che conservava l' incanto della poesia.E' stato l' amico della mia giovinezza, "ferita", come la sua.Ma io fui più fortunata. "...non mi vedrete in via / curvo negli anni, tremulo, disfatto! / Col mio silenzio resterò l' amico/ che vi fu caro, un poco mentecatto;.../ E l' amico è rimasto, che mi fu caro.

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  4. Mi imbarazza parlare dopo Aurora. Una dichiarazione d'amore così appassionata meriterebbe d'esser seguita da un rispettoso silenzio.
    Anch'io, per un certo tempo, ho avuto tendenza a identificarmi con guidogozzano, ma soprattutto con la sua forma così perfetta, col suo verso che ha il tono d'una chiacchierata ma il rigore della poesia alta, nella sua finta dimestichezza... Mi sconcertò molto leggere la lettera di accompagnamento a un amico del suo Elogio degli amori ancillari. Alla descrizione così elegante (in poesia) di una situazione erotica corrispondeva, nella lettera, una interpretazione pecoreccia. Tuttavia, proprio quella discrasia mi è molto servita a capire il profondo e assoluto narcisismo del (pur sempre) grande Guido. Il modo quasi schizofrenico di manifestare una visione delle cose del mondo conciliata, serena, ironica e l'assoluto distacco dal mondo. Secondo me schizofrenia non dovuta alla malattia ma ad un convinto e poco mascherato superomismo. Un superomismo che mi garba assai più di quello dannunziano, perché meno enfatico e d'una eleganza meno pacchiana.
    Qualcuno nei commenti su FB confonde il decadentismo con la decadenza, ma le due cose sono assolutamente distinte. Gozzano è figlio (ancorché degenere) della belle epoque, si sente moderno, non è futurista ma appartiene a quello stesso milieu sociale... Decadente lui ma non certo la Torino dei suoi tempi (piuttosto una borghesia molto più vicina ai Buddenbrok che ai Viceré

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