giovedì 20 settembre 2012

Giancarlo Serafino - Sette poesie, dalla silloge inedita «Sto con gli asfodeli in fiore»









Giancarlo Serafino (Campi Salentina, 16 luglio 1950) ha pubblicato nel 2003 “Passaggio d’estate”, Zane editrice, con la presentazione di Giuseppe Vese. Sempre nel 2003 è stato Premio Athena per la poesia “Nenia che galleggia sull’Adriatico”. Ancora per la Zane Editrice nel 2007 ha pubblicato “Per canto e per amore” con la presentazione di Giuliana Coppola. Nel 2011 per i caratteri della CFR edizioni, ha pubblicato “poesie sociali e civili” a cura di Gianmario Lucini, con note di Enzo Rega e di Antonio Spagnuolo. È presente nelle antologie “Impoetico mafioso” “SalentoSilente” “La giusta collera” “Oltre le nazioni” “Ai propilei del cuore” “A che punto è la notte”, ultimamente è stato inserito nel primo volume della CFR “Enciclopedia degli autori di poesia dal 2000”. È poeta apprezzato nel web, dove sue poesie appaiono in diversi blog, gruppi poetici e riviste (egli stesso è amministratore  del gruppo “Cenacolo”). Docente e Psicologo vive e lavora a Lecce.
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Poeta versatilissimo, i suoi versi possono essere lirica pura o sconfinare nel prosastico, ma come ha notato Antonio Spagnuolo, comunque sono sempre “ricchi di immagini suggestive e tema redatto in poesia, sospesa alle illusioni del subconscio. Qui la tecnica della parola è di sorprendente luminosità, in un lungo colloquio, per il quale la profonda carica umana esalta il pensiero nella ricerca di una realtà quotidiana e sociale e civile, che nel contempo arricchisce e stordisce.” Il Nostro ha la grande abilità a dipingere con la penna, che Anna Greco ebbe a dirgli. “ hai quella rara capacità di rendere intrigante, da un punto di vista emozionale, il ‘narrato’ puro e semplice”.
“Poeta salentino, controcorrente, versatile ed affabile opera sul piano di un “logos interrogante” che scandaglia l’analisi del valore esistenziale per cogliere il piacere del bello e del divino... (la sua poesia) nasce dall’esigenza di comunicare e dalla necessità di emanciparsi da uno stato di solitudine” (Grazia Maria Toscano). Concetto già espresso da Gianmario Lucini : ”(nel Nostro) cerchi (il lettore) il tentativo della poesia di rendersi coscienza, voce collettiva, tramite tra l’umano e l’otre-umano, nella ricerca di una identità perduta...”Ma Giancarlo Serafino è anche il poeta “del silenzio, delle nuvole, della luna, dell’amore” (Giuliana Coppola) e “presta la voce a chi voce, per statuto imposto dalle mode di sempre ovvero per condizione dis-umana, non ha...” (Annamaria Curci). Un giudizio completo lo ha forse dato da lettrice Miriam Bulgarelli quando in una nota a margine afferma che “Giancarlo Serafino è poeta intenso e completo, eclettico, lirico, sensibile, talora tenero, talora passionale, o scherzoso e ironico, lettore attento e coraggioso delle problematiche sociali e culturali, in forte empatia col suo territorio, dipinge con maestria figure a tutto tondo e paesaggi cangianti, con tratto deciso ed efficace, mettendo in gioco i cinque sensi del lettore”, ed Antonino Caponnetto, che all’autore ha dedicato due passaggi nel sito “Poesiaperta”, aggiunge : “Giancarlo Serafino si rivela ulteriormente un poeta le cui radici sono variegate e ricche di linfa vitale. La cui anima non richiede alcuna maschera. Egli – al contrario di Eliot – ma come altri grandi nell’Ars poetica, si mette a nudo nei versi con uno stile ed una classe che sono suoi propri. E gli spazi bianchi all’interno dei suoi testi costituiscono il luogo delle emozioni o delle pause riflessive. Perché la sua poesia procede su più versanti”. (Da “Enciclopedia degli autori di poesia dal 2000 ” ed. CFR 2012). 

Di Giancarlo Serafino ci siamo già più volte occupati (si veda:  GIANCARLO SERAFINO - SEI POESIEGIANCARLO SERAFINO (A-2) - QUATTRO POESIE GIANCARLO SERAFINO (A-3) - SETTE TESTI TRATTI DAL LIBRO: "POESIE SOCIALI E CIVILI"  e  GIANCARLO SERAFINO - A NADIA - DIECI POESIE DAL LIBRO « PER CANTO E PER AMORE » ).  


Avvertenza: 

Come recita il titolo del post, i dieci testi poetici dati qui di seguito fanno parte dalla silloge inedita «Sto con gli asfodeli in fiore», e sono tratte dalla sezione “Rampe e tralicci”, una fra le varie in cui l’Autore ha suddiviso la silloge stessa







EDERA CAPRICCIOSA


Scale di specchi marea che non sale
volta senza cielo (transita acquatico
il cavallo crepuscolare).
L’edera capricciosa ha affinato gli artigli
di graffi di sangue trasudano i miei gigli.

E… dormono i cani sotto le stelle
gorgoglia l’acqua delle fontanelle…

Lascia socchiusa la porta:
che entri pure la notte perniciosa
col suo mantello di bave
lascia che il silenzio si travesta
in musico di pavide nenie slave.
Lasciami pure appiccicato tra le nuvole
di glicerina, tanto tu sai che stordito
dal torpore spudoratamente
atterrerò sul tuo seno di susina.

E… dormono i cani sotto le stelle
gorgoglia l’acqua delle fontanelle…

Lascia che la tenebra ristagni fiacca tra
le cloache del sudore, lascia che la risacca
si agiti col lamento del suo eterno dolore:
tu sai che l’ansia del mare mai passa
mai muore. Ed il mio grido… pure arranca!
E trema l’ombra del pianto… e vacilla la mente.

D i s p e r a t a m e n t e.

Livido nelle vene un tremore si alza
è un fiotto di vita che incalza dolente
uno spasmo di luce che inonda le tempie
e la mia pelle vibra, vibra ora veemente…

L’edera capricciosa s’avvinghia alle mammelle
stritola la luna s’arrampica fin sulle stelle.





PORTICI


Ti ripari
sotto i portici del mio cuore
e
aspetti
         che passi l’acquazzone.

Ti volli lasciar la mano
per snellire la tua congiunzione
la tua aderenza al mio inesplorato
dolore.
Non ballarono in me inutili parole
né trovai concretezza nella parodia
di viver il giorno che viene con quel
che passa la quotidiana follia.

Ti trascini
dietro il solco della mia ombra
affaticata da romantici detriti
                 (la indecorosa persistenza
di chieder troppo troppo amore)
…ed io conoscevo già la fragilità
del facile sermone
le lische di sentimenti malnutriti!

Vorrei, davvero vorrei che sorridessimo
in faccia alla morte.
Rovisterei
veramente tra le pieghe della mestizia
e dalla tristezza dischiuderei mero
più gradevole sorte.

Quel che non farei son le mille cose da fare.
L’estenuante trattativa con la vita!

Forse 
         starò muto
                           come
                                    un muro
                                                  in rovina.





Sole basso tra gli ulivI


Sole basso tra gli ulivi
infiacchite le farfalle verdi non volano.
Annegheranno gli orologi
nella notte sudata d’intesa
invisibili
all’ombra di fresche rovine
i treni vanno e vengono
e non si fermano alla stazione.

Se tu coprissi il mio pianto…

Sole basso sempre più basso tra gli ulivi
strisciano i raggi tra le radici di sangue.
Annegheranno le scommesse
nel torpore del lungo silenzio
eterei
sotto un cielo senza volta
i treni vanno e vengono
e non si fermano alla stazione.

Se solo tu coprissi il mio pianto…

Forse tra nevi perenni seppellirò i miei deliri
ed il sole non sarà né più alto né più basso.
Annegheranno numeri e parole
e la luna vomiterà nello specchio di stagno.
Oramai
i treni vanno e vengono
         (vanno e vengono invisibili senza sosta)
ed io son fermo alla stazione.





TRALICCI


Nidi di rovi pendono dal cielo
come ragnatele dagli angoli del torpore.
Se alzo lo sguardo l’orma della storia
è riflessa sulla coltre di una cenere
ingiallita. Un’idea remota…
Ho paura che tu non abbia capito!
Forse tutti non abbiamo capito
che vestiamo l’illusione
della frenetica movenza e siamo
invece tralicci interrati su fatue
convinzioni di dissennata irrinunciabile
potenza… e poi l’orrore, l’abitudinario
orrore non trasmette più tensioni
sui fili elettrici del cuore!

Io oggi voglio essere uno zucaro
che raccoglie giunchi sull’abisso
dei tremori. Io oggi posso intrecciare
solo i miei anni per la cesta del vissuto
e raccontare a me stesso la storia 
dei miei momenti, uno per uno,
da offrire all’eternale tremito
dei diagrammi cosmici
allo sconfinato silenzio.
Anche mio padre fu traliccio
ma piantato su travi di pazienza!
Non ebbe mai l’illusione di correre
sui tarli ed i fili del suo animo (pur tra
tensioni di guerra prigionia e miseria)
non cedettero mai al black-out
della becera insipienza.

Oh vanagloria fermati!

Domani ragazzo ti porterò tra le praterie  
della terra e dissotterreremo i nostri calchi
incapsulati senza memoria. Tra festuche
cercheremo frammenti di umanità dispersa
                    frammenti della nostra essenza.

Noi pure fuscelli. Uomini di demenza.





L’UOMO CHE CANTAVA ALLE BISCE


E ti ricordo
piccolo uomo smilzo
quando di sera ad un angolo
sedevi sul basso muretto di pietra
a cantare con voce dolorosa
modulate nenie lontane
malinconie mediterranee
senza luogo né tempo.

Eri apparso anni prima per prendere
una donna e vi rimanesti
anche se lei non volle solo le tue mani.
Allora cantavi e cantavi
dicevano per ammaliare le bisce
che forse avevano il cuore
come il tuo strisciante di struggimento.

Nessuno si ricorda di te.
Nessuno sa chi eri e dove sei andato…
Del tuo triste stornellare
rimane muto un solco di antico dolore
di un mondo che più non ritrovo
se non un poco in questa
appassita memoria.





ROSE


Rosa di cera ti sciogli al calore.
Rosa di carta ti stropicci al vento.
Rosa di vetro richiami le allodole!

Rosa di velluto ovatti guanciali di morti.
Rosa di spine non patisci l’arsura dei deserti.
Rosa d’argilla non pulsi, non tremi
non subisci il tormento dei rabbiosi vortici!

Ed io tra tutte vorrei cogliere te,
Rosa della Vita, se rifiorisci pure nella tarda
stagione…
se una terra profumata di incensi a te gradita
porta ai tuoi cespi rinnovato vigore.

Inebriami allora di essenze e stordiscimi:
slacciami dalle notti dell’indifferenza.
Oh Rosa d’amore, mia rosa di veemenza!





QUEGLI OCCHI


Oh i tuoi occhi! Quegli occhi che hai così
innocenti e lussureggianti come una giungla
remota, dispersi tra corolle di mondi lontani
accesi ai richiami d’amore e di lotta
aperti alla cruda legge della sopravvivenza:
sono questi gli occhi che ora ho davanti…
occhi ardenti come torce che nascondono antri
di passioni, slanci di forza e struggimenti.
i tuoi occhi…

I tuoi occhi misteriosi come piramidi
che si ergono sul cielo dei miei scompigli,
quanta sabbia han visto accumularsi sul tempo
della memoria, quanta luce han divorato
per esser prepotenti come il sole!
Luce degli occhi, luce che mi penetra
nelle vesti lacere dei sentimenti inconfessati
negli sguardi infossati dai subbugli...
oh i tuoi occhi, i tuoi occhi nella mia anima
luce che schiude i muti pensieri come boccioli
di rose al chiarore dell’alba.
I tuoi occhi…

Quegli occhi sono gli occhi dell’infinito perdersi
nelle praterie delle domande senza risposta.
Forse è nelle tue pupille la strada che conduce
all’eterna sponda, raggio che cavalca gli spazi…
onda che smuove gli oceani, spirali di tenerezza.
I tuoi occhi son quegli occhi che fanno della vita
un mistero, il mistero della bellezza che trema
per la sua essenza palpitante di esistere.
I tuoi occhi…
















18 commenti:

  1. "Sto con gli asfodeli in fiore", ovvero sto con la natura in tutta la sua pienezza, in tutta la sua bellezza, in tutta l'inevitabile sofferenza che è insita nel crescere delle cose. E Giancarlo Serafino mostra di vivere con tutta l'intensità del suo spirito e dei suoi sensi, come limpidamente traspare dai suoi versi, ogni minimo accenno del farsi della vita, del suo crescere, maturarsi e, attraverso il morire - attraverso la trasformazione cui questo conduce - il rinnovarsi della vita stessa. Ma tutto ciò non riguarda soltanto la cose. Tutto ciò attiene, riguarda e coinvolge, fino in fondo, i sensi, i sentimenti, le passioni di un uomo e di un Poeta che, sempre e inevitabilmente, tutto mette in questione, che scommette se stesso e la propria camicia un giorno dopo l'altro, un istante dopo l'altro, che riconosce in sé l'inevitabile coraggio di essere, che credo sia per lui l'unica vera risorsa, l'unica ragione fondamentale non solo della propria ma anche dell'altrui vita. Non solo del suo essere Poeta, del suo far poesia, ma anche del donare costantemente ad altri - attraverso i versi, e la capacità che essi hanno di contagiarci e diventare nostri - la sua più segreta e sacrale visione del mondo e della vita, di insegnarci - mettendosi però sempre in questione - quel che prima ho chiamato il crescere delle cose.

    A. C.

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    1. Grazie Nino, quello che dici fa proprio bene a chi scrive! Non per lusinga ma per convinzione...

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  2. Io oggi posso intrecciare
    solo i miei anni per la cesta del vissuto
    e raccontare a me stesso la storia
    dei miei momenti, uno per uno,
    da offrire all’eternale tremito
    dei diagrammi cosmici
    allo sconfinato silenzio.

    Un resoconto personale cne compie nn'intera opera (il cesto), capace di contenere l'esistenza in tutte le sue sfaccettature,senza paura o inganno col tempo,i ricordi,il cosmo ed il silenzio.Giancarlo Serafino raccoglie in se stesso tutta la bellezza delle cose.La loro grazia discreta,quando sono cose modeste o personali al punto che solo un poeta attento può farci caso,trasformandole in qualcosa di speciale,di unico.Nulla,in questa poesia,è retorica.Tutto ha corpo e movenza armoniosa nell'intimo dire di G. Serafino,che vive il suo tempo,la sua terra,la sua poesia,con la benevolenza di una ricerca spontanea,anche se non sempre facile,di tregua con tutto
    ciò che significhi proprio vivere. Di lui,come spesso nella sua opera,amo la capacità di narrare l'amore,la sua piena adesione ad esso,con assoluta naturalezza nella cura sempre garbata delle parole,del loro significato.Ne esce un ritratto d'uomo completo nelle sue intime verità,profondo nel suo sentire e nel suo offrire.

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  3. Poesie che spiccano per la verità di ogni accento, di ogni vibrazione che sale come risacca dell' anima da ogni intima piega del proprio essere. Ed ecco la notte, con i suoi silenzi e suoni e l' onda del desiderio che incalza nelle vene , come forza vitale di un mare inquieto. E la solitudine dell' uomo nella sua " quotidiana follia", con le sue verità nascoste ed inespresse nella " parodia di vivere il giorno che viene", in una sorta di frustrante silenzio. Il sentimento della precarietà della vita , sentimento che però si veste di più ampio respiro : "Fra le frastuche cercheremo frammenti di umanità dispersa, noi pure fuscelli"..." ..Un tremito di diagrammi cosmici da offrire allo sconfinato silenzio". Ma la Vita ha anche le sue Rose, bellissime, da cogliere per il poeta : Rose d' amore, Rose di Bellezza, come lo sguardo di una donna dal particolare fascino esotico nella bellissima poesia : "Quegli occhi..." Occhi che schiudono mondi lontani e selvaggi, misteriosi come piramidi, occhi pieni di luce,penetranti , "nelle vesti lacere di sentimenti inconfessati, negli sguardi infossati dai subbugli..." Davvero bella. Difficile però dire "la più bella", perchè davvero non so quale sia.

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    1. Perciò possiamo dire, cara Aurora, che - fra le sette poesie presenti - sette di queste sono le più belle...

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    2. Mia cara Aurora è sempre un piacere leggerti per l'attenzione e l'acutezza con cui leggi e dici...

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  4. L’edera capricciosa s’avvinghia alle mammelle
    stritola la luna s’arrampica fin sulle stelle.
    .
    sarò breve e conciso...
    ... micidiale!

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  5. Nella apprezzata molteplicità di toni e di ispirazioni che fanno di Serafino un poeta "ricco", io ammiro soprattutto questa vena panica, sensuale, certamente edonistica e carnale e solare. Non posso non "invidiare" dalle mie brume autunnali il sole di Giancarlo. Altre volte l'ho detto mediterraneo, e mediterraneo è in ogni fibra e il ogni riga, uomo del Sud, che sa sorridere anche nel pianto.

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  6. La scelta dell'asfodelo del titolo delinea un'appartenenza geografica, delimita un'area culturale, testimonia dell'adesione alla tradizione del canto.
    Soprattutto l'edera capricciosa risente di una forte vocazione al puro cantare, ricco di suggestioni ispaniche, con i cani che dormono sotto le stelle e il gorgoglio dell'acqua delle fontanelle a fare da ritornello colto.
    L'asfodelo è il fiore dei morti nella tradizione classica, ma qui è il canto che reclama la vita, reclama un seno di susina.
    Forse è l'estenuante trattativa con la vita che cerca di azzerare il canto: forse starò muto come un muro in rovina.
    Il richiamo surrealista agli orologi che annegano riesce a inventare i contorni di un nuovo paesaggio svincolato dagli stereotipi, con i treni che vanno e vengono senza sosta.
    Molto belle anche le malinconie mediterranee dell'uomo che cantava alle bisce.
    Un mondo che non esiste più tutavia rivive in questi canti che ricordano il frusciare leggero degli uliveti.

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    1. Grazie Paolo del tuo colto ed articolato commento, veramente bello!

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  7. Un bel poetatum, quello di Giancarlo Serafino, che ormai conosco da un pò. Condivido la condiderazione di Caponnetto: l'autore Serafino è poliedrico, camaleontico nella scelta di metri e stili e in questa piccola raccolta ogni poesia meriterebbe un commento a sè ,un autentico approfondimento dei suoi aspetti,anche se non solo formali, che lasciano spaziare l'atto creativo dell'autore,mai legato a specifici modelli. E' una penna libera , quella che qui emerge,non si sfrena,si rigenera ogni volta e non riesce a ripetersi,solo si rinnova e rimodula in un continuo divenire.Il verso di uno stesso componimento è davvero plurale,prima breve, poi sospeso , se preceduto da spazi bianchi sul foglio, poi quasi prosastico e narrativo, ma comunque sempre lirico, con accensioni cioè verticali. L'asfodelo, che per gli antichi, come bene osserva Polvani,è il fiore- simbolo della morte e ben riassume , messo a titolo di questa breve silloge la percezione della fragiltà dell'esistenza che l'autore intende raccontare e che ben racconta. La memoria, bellezza di una donna, lo stesso amore domandato a chi è amato, forse con un eccesso di misura , sono elementi che non possono prescindere da qualcosa che è stato o che sarà ,ma per un tempo ben scandito e determinato, a negare l' infinito. Lo stesso bellissimo componimento " Rose", che modula ,nella sua prima parte,il verso a mo' di litania,sottindende un andamento quasi orante, ma che di colpo muta aspetto, come a significare quanto neppure la più accorata preghiera possa valere a scongiurare la fine ascritta ad ogni vita, e ad ogni valore ad essa collegato. Che sia la bellezza veemente di un fiore, un canto umano, ha poca importanza. Condivido questi pensieri, molto miei, per quanto dolorosi, ed esprimo ammirazione per questi ottimi componimenti. nunzia binetti

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  8. Cara Nunzia leggo solo adesso e son rimasto...folgorato dalla tua breve ed intensa recensione. Un grazie tondo tondo ed un abbraccio...

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  9. nella poesia di Serafini si sta con gli asfodeli, placido riparo all'"inesplorato dolore"... versi ricchi di immagini, che ti conducono in un mondo vasto, in cui si può perdere... anzi, in cui si deve, necessariamente, perdere...

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  10. Testi con immagini e ritmi incredibili, chapeau!!!

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