venerdì 7 settembre 2012

Carla Aìta - « Ma se fossero nostri » - Cinque poesie inedite





Carla Aìta è nata a Strona (Biella) il 7 aprile 1967. Le ulteriori notizie (auto)biografiche che ci piace aggiungere sono quelle che lei stessa ci ha gentilmente (e ironicamente) rilasciate, e che qui di seguito riportiamo: 

« Ricordo gli ultimi due anni alla scuola elementare del mio paese natio (Strona), e li ricordo perché già durante quei due anni si poteva avvertire in me un approccio piuttosto forte col mondo poetico: i miei famosi temi-poesia, uhhh, che mielosi. Mi dilettavo a riportare sul mio quadernetto romanzetti, a inventare canzoncine, brani musicali col mio fedele flauto dolce. A undici anni imparai a suonare la chitarra e non mi resi conto che ciò che mi ero ritrovata a scrivere erano poesie cantate. Ne scrissi anche senza l’aiuto della musica. Credevo che tutto ciò facesse parte del periodo adolescenziale e che si sarebbe rimosso da solo, col tempo. Invece ebbi torto, perché, la bellezza di quasi 30 anni dopo, mi ritrovai completamente immersa in partecipazioni a forum poetici e cose del genere. Molti autori conosciuti mi aiutarono a stabilire una linea di base per il mio stile poetico e uno di loro, lo voglio non solo ricordare e ringraziare, ma anche citarne il nome, distinguendolo per la maestria nell’aiutarmi a evolvermi come autrice e, allo stesso tempo, per la stima e l’amicizia che tuttora ci unisce: sto parlando di Sebastiano A. Patanè. 
Il sogno nel cassetto? Pubblicare una prima raccolta dei miei “pezzi”. Sì, perché a 45 anni ancora sogno e mi emoziono e arrossisco, e sento ancora brividi di vita scorrermi sulla pelle. » 


Sul far poesia e sulla poetica di Carla Aìta (qualche nota)

Quando ho invitato Carla Aìta come ospite su questo blog non sapevo essenzialmente nulla del suo far poesia. Ora, dopo averne letto e riletto i versi qui pubblicati, so con certezza di potermi ritenere davvero fortunato che l’incontro si sia potuto realizzare, sono anche lusingato che ne resti qui una testimonianza per me assai significativa. Credo peraltro che la fortuna cui ho fatto cenno possa essere in qualche modo traslata ai lettori-visitatori di questa “pagina”, e che a molti di loro possa accadere di esserne contagiati come da un benefico, inafferrabile, misteriosissimo germe. È però, ora, inevitabile che sulla Poesia di Carla, sulla sua poetica, io faccia almeno qualche considerazione.  
Fra le cose sorprendenti che trovo in questi versi (e suppongo che ciò possa valere in generale per la Poesia di Carla) c’è il larghissimo uso degli aggettivi, ognuno dei quali però si dà come inevitabile, anzi necessario completamento del significante iniziale, che - una volta aggettivato - va a generarne un altro più complesso e ampio, diversificato e arricchito di colori, ombre, luci, suoni, umori, sensazioni e possibilità evocative. Accade però (e non a caso) che talvolta il significante aggettivato vada a porsi a distanze enormi rispetto a quello iniziale. Ad ogni modo, ripeto, tale aggettivazione appare sempre, all’interno dei versi, come invariabilmente necessaria. C’è un’altra cosa che trovo sorprendente – cioè assai originale, come un tratto singolare, tipico dell’Autrice – e che, come l’aggettivazione di cui ho appena detto, può generare, all’interno dei versi dei veri e propri cortocircuiti – con conseguenti ritmiche scintille e subitanee, seppur momentanee, “sospensioni”. Mi riferisco all’uso particolarissimo delle tante metafore, così come delle non troppo ricorrenti similitudini: le une e le altre, insieme alle particolarissime aggettivazioni, hanno la capacità di aprire dei varchi amplissimi nell’immaginazione del lettore. E tutto questo fa di ciascuno di questi testi poetici, e del loro insieme, quel grande significante situazionale aperto, e qui mi ripeto volentieri, che è per me, in fin dei conti, la poesia. Ma sul senso che io dò qui all’aggettivo “aperto” tornerò dopo.
C’è anche, nei versi di Carla Aìta, qualcosa di vistoso, che riguarda l’uso diversificato dei caratteri tipografici, a fare “altro” da un significante iniziale o da un insieme di questi: il gioco di alternanze fra tondo, neretto e corsivo, minuscolo o maiuscolo (o altro che è immaginabile ma che in questi versi non ho visto). Anche questo – che ho chiamato gioco, come Wittgenstein chiama gioco linguistico l’insieme dei principi fondanti e delle regole che permettono di “maneggiare” un linguaggio ben definito restando coerentemente all’interno di esso – anche questo gioco di alternanze dei caratteri tipografici, voglio dire, contribuisce a modificare un significante, elementate o complesso che sia, per farne altro da quel che esso sarebbe in condizioni tipografiche, per così dire, di “tutto tondo”. 
Altro aspetto fondamentale della Poesia, ma certo più attinente alla poetica di Carla Aìta, mi pare essere intrinseco e tipico di ciascun testo preso nel suo insieme, come il grande significante situazionale aperto cui ho prima accennato. 
L’essere che è immerso in una situazione dalla quale non può essere separato, e che con essa interagisce modificandola e modificandosi, è solitamente il soggetto, l’agente su cui l’attenzione dell’osservatore è puntata. Talvolta accade che tale essere (uomo, animale, pianta, sasso, oggetto indefinito) non sia ben individuabile o che fino alla fine dei tempi (o dei tempi a noi concessi) resti non individuato, malgrado gli sforzi dell’anzidetto osservatore. 
Ora questo mistero che circonda il soggetto immerso in situazione (di cui si sente la presenza e si intuisce l’umanità o la cosalità) è caratteristica che mi pare ricorrente nei testi poetici di Carla Aìta. E questo, io credo, non può che arricchire il testo medesimo, portando al suo interno un che di ineffabile e di arcano e facendo sì che il nostro grande significante situazionale, già di per sé aperto a molti possibili significati, interpretazioni e letture, ancora di più si apra – come il cielo di fronte allo sciamano – anzi si palanchi a infiniti significati, proprio in virtù di questo alone di mistero che ne circonda e ne vela il soggetto. 
Voglio aggiungere brevemente che l’accattivante bellezza di questa Poesia non è estranea all’apparente variabilità del metro, se è vero, come ritengo di aver notato, che ciascun verso ha un suo ritmo interno dato dall’essere la somma di versi metricamente canonici e, direi, metodicamente differenti da quelli costituenti il verso successivo. Ma appare talvolta improvviso – e per questo ci sorprende – entro un medesimo verso, il reiterato echeggiare di gruppi consonantici o il ripetersi insistito di una stessa frase, una volta con l’inserimento di un canonico settenario entro un verso più lungo o la triplicazione di un senario, a fare un unico verso di diciotto sillabe. In una Poesia che ha già una sua grande, ritmica musicalità, tali reiterazioni consonantiche non possono che rendere il verso ancora più musicale e ricco di variazioni ritmiche. 
L’ultimissima considerazione vorrei che riguardasse, all’interno del gioco compositivo presente nel far poesia di Carla, due aspetti in apparenza contrapposti che ne abitano i versi. L’aspetto gioioso e ironico che attiene proprio al lato ludico di questa Ars Poetica, così come la drammaticità delle domande (attualissime) che questa Poesia ci pone, e alle quali, come esseri umani che abitano questo tempo e questo pianeta, tutti dobbiamo, sia individualmente che collettivamente, rispondere. 
Antonino Caponnetto










Morsa 




Resinata da una ragnatela in punto croce
Vittima di un sudario (stele di stelle stinte) che al riposo si fa lino
delle cui aderenze s’infiamma
per rimagliarsi in una fessura d’ombra pallida e orizzontale o
verticale se morde la schiena e cova un fianco

È la mattina di ore dissipate
mani giunte      pelle di sale      occhio alla stella fugace
San Lorenzo fuori tempo inchiodato a due assi






Ma se fossero nostri 




il tenero velluto d’una rosa rosa all’alba
rapirebbe quell’acqua salata della notte da guance perse di luna
sguarnirsi di spine
innanzi a un seme di libertà sofferto

(se fossero nostri... se fossero nostri... SE FOSSERO NOSTRI)

non ci sarebbe nero di seppia nel nero sguardo d’una veste nera
ma il navigare mare d’una conchiglia adagiata sulla rena
a cullare fra labbra d’onda
un grido perso ed altri  in mezzo al misero sterzare di occhi bianchi 






Sette candelabri 




Vesti gitane che danzano nudi lembi di cosce


occhio dissacrante
mistero terra e carne
orgasmico patto fra natura e dèi
lingue infuocate d’alchemici intarsi
drappi fascianti gobbe
curve
spalle
labbra a respirarne umore


In volto al fuoco giochi d’arcane nebbie
volteggiano e capovolgono sole e luna






Da cercare 




seppure il mio pugno - di mio pugno -
facesse torcere le vibrazioni dell’accanirsi ai tasti
neri non cadrebbero punti non si mozzerebbero virgole 
in terra
senza
poter farsi radici di un qualunque effimero e incestuoso sguardo


In fondo le vocali  e non solo quelle  seguono
la traiettoria delle spirali in alta quota ruotando
uragano
nell’anagramma assurdo di ragione del ritrovarsi 






Canto dell’ubriaco 




In questa notte che non si regge in piedi (dondola)
come il randagio d’una bottiglia persa
senza chiedere né canto né venia - che il chiodo cade -

prendimi a schiaffi

Per i giorni senza nome
dei quali invoco - alle luci sganciate d’alba -
paternità
come disperato ancorarsi a legni
traditi dal vecchio sale di mare

















9 commenti:

  1. Della Poesia di Carla Aìta ho parlato direttamente sulla "pagina" a lei dedicata. Userò quindi questo primo commento, che finora ho sempre riservato a me stesso, per invitare i lettori-visitatori a rendersi personalmente conto di quanto complessa, sorprendentemente bella e profondamente vissuta sappia essere tale poesia. I testi, come si usa dire, parlano da sé. Detto questo voglio ringraziare Carla pe la sua amichevole disponibilità e mi auguro che voglia essere ancora altre volte graditissima ospite di questo blog. Ancora grazie, Carla.

    Antonino

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  2. In sostanza ho trovato questi versi densi di profondità, folgoranti e che sorprendono uno dietro l'altro... Ringrazio l'autrice per averli condivisi.
    Felice Serino

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  3. Mi ha colpito questa poetessa complessa che suscita emozioni e regala inattese sensazioni, cogliendo insieme qualcosa e anche il suo contrario e sorprendendo nel porgere appena il mistero profondo che sottende sentimenti e situazioni del suo vissuto, mi e' parsa moderna e interessante, e unica!

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  4. ah Carla!Avevo deciso di tenermi lontana dal pcquesto week end, ma come potevo non commentare queste poesie? Conosco Carla da qualche anno e da subito la sua poetica mi ha catturato. Carla è l'occhio che percepisce persino i respiri di una foglia, e la lega a colori che appartengono solo a lei. Riconoscerei una sua poesia tra mille. E' cresciuta tantissimo in pochi anni, e lo ha fatto creandosi uno stile che non ha precedenti. Bravissima amica mia, come sempre smuovi ogni più piccola particella di me.

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  5. La lettura di queste poesie concentra molto sull'uso della parola.Sul significato "visibile" della parola.Dove il suo significato letterario si riduce,l'autrice riesce a dare immagine attraverso un continuo e piacevole movimento dei termini e dei caratteri.E' come stare davanti al mare:dire-"vedo il mare"-è riduttivo,c'è molto di più.Un movimento perpetuo,mai uguale a se stesso,che arriva all'occhio e all'anima in modo sempre diverso,sempre nuovo.
    n volto al fuoco giochi d’arcane nebbie
    volteggiano e capovolgono sole e luna - Ed è proprio nel pieno capovolgimento delle cose,del loro nome,del loro essere più intrinseco,che questa poesia assume un ruolo dominante ,inaspettato.

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  6. dolce e particolare Carla ... :-)
    Alessia D'Errigo

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  7. Una poesia carica di emozioni, sensazioni, cui le parole cercano solo di darne un' immagine, come fossero l' eco di qualcosa che vibra più nel profondo. Così fioriscono parole come "un seme di libertà sofferto" "un grido perso" "l' eco del mare in una conchiglia" arenata. "In fondo le vocali - e non solo quelle " , ci dice l' autrice , "seguono la traiettoria delle spirali in alta quota" , sono "uragano, nell' anagramma assurdo di ragione del ritrovarsi".

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  8. Per puro dovere - e non per malevolo sfizio - vorrei introdurre una mota molto blandamente critica. Abbiamo già visto -dal 600 italiano al 900 americano - l'uso della grafica per valorizzare i versi d'una poesia. Nulla vieta di farlo comunque, tanto più che qui non sembra esserci il puro artificio, ma piuttosto un tentativo di accompagnamento, quasi un'indicazione di regia... Ci si chiede allora perché non di più, perché ogni poesia non viene "fabbricata" come le lettere anonime nei film: con caratteri ritagliati di varia grandezza e colore, in funzione del colore del sentimento che esprime o del volume del tono di voce di un ipotetico lettore.
    La seconda blanda e dubitosa osservazione è che qualche volta il gioco delle allitterazioni diventa un po' troppo gioco enigmistico o filastrocca(stele di stelle stinte, ruotando uragano nell'anagramma assurdo, che il chiodo cade)e qui mi sento d'ammonire che il gioco va bene purché non diventi giochetto.
    Ma come ho detto queste minime obiezioni nascono principalmente dal desiderio di rende merito alla bella poetica di Carla Aita per davvero, evitando quel rischio un po' confondente di trattare ogni poeta come pressoché sommo, con lunghe sequenze d'elogi e apprezzamenti, vanificando un po', in realtà, l'apprezzamento reale e proporzionato che una poetessa come Carla meriterebbe.

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  9. Intanto ringrazio Antonino Caponnetto per la generosa ospitalità offertami e di conseguenza del regalarmi il piacere che ha ogni autore di fare sapere ad altri qualcosa di se, sebbene enigmisticamente parlando. Si, intrallazzi, giochi, memorie, meandri del mio essere offerti nella chiave che il momento stesso mi indica. Sono così dentro me, fuori me, nel lavoro, nella vita sociale e dunque anche nella poesia. Gli applausi, e lo dico senza ombra di leggibili intenzioni polemiche, non mi attraggono se non accompagnati da un commento, da un personale pensiero di chi me li porge poichè non devo per forza arrivare a tutti e nè piacere a tutti per cui,Paolo( collega??? Fammi sapere di te :-)) io accolgo ogni pensiero su di me venga espresso e ringrazio te e tutti quanti per l'interessamento gentilmente concessomi.

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