domenica 12 agosto 2012

SEBASTIANO A. PATANÈ - NOVE POESIE IN FORMA DI PLAQUETTE




Sebastiano A. Patanè, nasce a Catania nel 1953 sotto l’acquario di febbraio. Fin da giovanissimo coltiva la passione delle lettere che comincerà a sviluppare con impegno negli anni ’80, quando fonda il centro culturale e d’arte “Nuova Arcadia”, salotto di poesia e sede di numerosi reading. Presente in diverse riviste ed antologie nazionali ed internazionali del periodo, alla fine degli anni ’80, primi ’90, dopo la separazione dalla moglie, abbandona la scrittura e comincia a viaggiare per il mondo. Quindici anni dopo, nel 2008, riprende a scrivere con l’intenzione di non smettere più. 


Sue poesie sono rintracciabili su diversi autorevoli blog tra cui Poetarum SilvaLa stanza di NightingaleLarosainpiùIl giardino dei poeti e Neobar. Nel 2010 la Clepsydra Edizioni di Anila Resuli ha pubblicato “Poesie dell’assenza” in E-book. 


Di Sebastiano A. Patanè ci siamo già più volte occupati ( si veda: 
SEBASTIANO A. PATANE' - QUATTRO POESIE INEDITESEBASTIANO A. PATANE' LEGGE "NICA" DI NINO MARTOGLIOSEBASTIANO A. PATANE' LEGGE "PENSERAI DI ME..." DI SONIA TRISEBASTIANO A. PATANE' LEGGE "DOLORE" DI FEDERICA GALETTO Daìta Martinez e Sebastiano A. Patanè leggono: (ma poi è domenica), di Daìta Martinez )




A proposito delle poesie pubblicate su questa “pagina”, mi è sembrato opportuno riportare qui parte di ciò che Sebastiano A. Patanè ha scritto in risposta alla mia richiesta di ospitare ancora dei suoi testi su questo blog:
«Vorrei proporti (…) una plaquette di nove testi che scrissi nel 2000 in un momento particolare, dopo oltre cinque anni che non scrivevo. È stato solo un momento, infatti, dopo di ciò continuai a non scrivere fino al 2007, forse 8.
Dimmi che ne pensi e se è il caso di pubblicarla. Può, eventualmente, servire come riferimento evolutivo della mia poetica… se di evoluzione si può parlare (…).
Sebastiano».
E allora, visto che, come io credo, nel caso di Sebastiano A. Patanè, di evoluzione si possa e si debba parlare, ecco a voi i nove testi che costituiscono la già citata plaquette.
A. C.







E POI… 
(Castel S. Giovanni - luglio /agosto 2000) 











Cancellami gli occhi… 



Cancellami gli occhi
con i fili sottili
del tuo silenzio d’argento
e le labbra, cancellami,
con le spade dei gigli
che fioriscono dalle tue mani!

Tenderò le corde già tese
finché si spezzeranno
concludendo,
nel loro giravolta spaziale,
rapidamente,
questa calma terribile
che ci consuma.

Resta e vattene,
vattene e resta,
avvicinati ed allontanati
con la tua rosa cattolica
oppure,

cancellami gli occhi
con le trame leggere
delle tue ali immobili.



                                          Castel S. Giovanni (Piacenza), 9 luglio 2000 






Voglio coltivare… 



Voglio coltivare
il garofano rosso
che si apre nel tuo petto…

Segno la linea definitiva
del tuo nero profilo,
dei seni eretti contro il tramonto.
Ah! che scontro inebriante
tra natura e natura,
ah! che duello d’aria e sangue!

E vinci sempre acuta balena
battendo le mie acque turbinose
con la tua coda immensa.

come potevo trovarti attorno,
notte immobile,
se eri dentro me, svolazzante,
piccola e fragile,
come colibrì d’amore!

Voglio coltivare
il garofano rosso
che si apre nel tuo petto…



                                          Castel S.Giovanni (Piacenza), 9 luglio 2000 






Mi giunge fragrante… 



Mi giunge, fragrante di seni,
il chiaro vento che ti attraversa
e mi avvolgono,
armonie di mani e di gambe,
gli inediti abbracci
senza contatto.
Si è aperta la rosa splendida
del tuo sorriso
trafiggendomi, senza ferirmi,
coi suoi mille coltelli.
Abbandona i tuoi occhi mediterranei
sulla mia bocca antica,
accendi il corallo del ventre selvatico
e lascia che mi perda e muoia
fra gli intricati muschi
della tua roccia delirante.
Il chiaro vento che ti attraversa
mi giunge fragrante di seni
e l’offerta dell’acqua sana
mi salva.
Incauto, depongo le mie armi
nella tua valle verdeoro
e mi lascio bruciare
dai mille soli del tuo desiderio.
Nei fianchi minuti si perde
il fiume impetuoso
e si comprende l’ansietà dell’alba.



                                          Castel S.Giovanni (Piacenza), 11 luglio 2000 






Nel tuo  riempirmi… 



Nel tuo riempirmi
c’è un arcobaleno d’oro,
transito di corallo e rose
e piccole bugie acuminate

                   (stiletto d’argento
                    sul cuscino rosso).

Io non c’ero allora,
quando ti colavano addosso
piombo fuso…
fra roveto e roveto,
piccole stelle bianche
rinfrescano le ferite!

Nel tuo riempirmi
c’è un monumento di parole
recintato con le spine antiche
e fragili mura.

Alla tua bocca d’acqua
si disseta il mio amore
ma non voglio annegare
nella mia stessa sete!



                                          Milano, 17 luglio 2000 






Viaggio 



L’oro-fiamma del tramonto
accende il tuo corpo
e le falene assiderate
ti cadono ai piedi
mentre la bocca chiede
la comprensione della pioggia

Lino e seta, complici, ti avvolgono
e tra sudario e carne,
cresce il desiderio delle mani
che cercano una penombra
di veli ruffiani

Ti sento dentro e tutt’intorno
profondo fiordo baltico,
mare-olio-tranquillo
ed interiori correnti turbolente;
passaggio di megattere
in lenta migrazione, pontile di legno,
caffè bollente…
scintillante aurora d’occhi

La notte grigia dissangua le labbra
e ritorni donna sola,
dentro un pigiama,
sul lettino di rose
e telefono spento.



                                          Castel S.Giovanni (Piacenza), 24 luglio 2000 






Letto di luna 



Letto di luna ghiacciata
ed api assetate, povere piccole,
di te, fiore lontano,
                  radice eterna,
                                  dolore.
Quando verrai a riempirmi le vene
di rose e gelsomini?
                                                     
La notte gira molle
attraverso il mio silenzio;
corpo di sabbia
dalle penombre insignificanti,
senza morbidi seni
o drappi damascati e neri
degli occhi liquidi,
                     notturni,
                             amanti.

                                     Vorrei strapparmi il cuore
                                     ed in dono vorrei darti
                                     l’anima intera
                                     e le mie cose, tutte.

Piccola, taglia i rovi
che mi flagellano le mani
e poi appari,
e lascia che le mie apette
si dissetino,
se esisti davvero,
fiamma della terra!



                                          Castel S.Giovanni (Piacenza), 1 agosto 2000 






Più volte 



Più volte si unirono
giglio e rovo,
candore e spina
e tu,
guarda come si bagna nell’acqua
la ragazza di Valona,
già amante di mille amanti!
Voglio un amore da vivere,
da soffrire, da consacrare,
che mi spezzi l’anima
e mi consumi di passione
ma la terra mi da
solo grosse margherite
da interrogare.
Le forti braccia diventeranno
molli tentacoli
e labbra infuocate,
veloci schiocchi di frusta.
E continueranno ad unirsi
giglio e rovo
ma tu bagnati  nella mia acqua,
la margherita e la ragazza
sono per chi le compra.
Non ti dissolvere e ruggisci,
consegna al vento
il tuo desiderio,
io l’aspetterò immobile
sulla torre di pietra,
nel nord acuto e silenzioso
del mio sentimento.



                                          Castel S.Giovanni (Piacenza), 12 agosto 2000 






Ho sonno 



Questo schiudersi di rosse melagrane…
                                  …fuori stagione…
Ho percorso le linee lente dell’attesa
in cerca di dettagli impercettibili.

                                        Sono stanco.

Fiore aperto, la tua bocca distante,
che pur comprendendo l’ansia del buio,
rimane immobile come un sole artico.

                                         Ho sonno!
                                         Voglio tornare
                                         a casa mia, lassù.

Queste parole spalancate
sul cuore che dorme
in un baldacchino dorato di veli…
queste parole dorate di veli…
multiforme rappresentazione
di una sola scena.

                                          Gira mondo, gira.



                                          Pavia, 15 agosto 2000 






I volti della notte 



I volti della notte
si spezzano contro i vetri
illuminati dell’alba.
La matassa dei bei baci
ingarbuglia il ricordo e le parole
ma la bocca sa di te,
cristallo definitivo,
                   mela rosata,
                                curva
velocissima di rientro.
Le piccole ombre fuggitive
lasciano puro il corpo esausto
ed incantano il paesaggio
che si perde negli occhi,
quando le mani di bruma
diventano rugiada
per dissetare questo silenzio
moltiplicato dagli specchi degli anni.
Non ti vedo, rosa mistica,
attendere l’alba
ma le tue labbra sento,
brezza leggera sul petto,
spegnere la brace
che l’infuoca dentro.
Non fuggire acqua essenziale,
pioggia inebriante, 










rimetti ordine nella mia stanza,
alloro dolcissimo,
io svuoterò le mie anfore
d’anima e vento
sui tuoi piedi stanchi
e ti lascerò dormire
fra le mie mani.
                                           
                                            I volti della notte
                                            si spezzano contro
                                            gli alberi freschi
                                            del mattino.



                                          Rive del Trebbia (Piacenza), 20 agosto 2000












14 commenti:

  1. Sebastiano A. Patanè apre la sua ‘plaquette’ con la poesia “Cancellami gli occhi…”: «Cancellami gli occhi / con i fili sottili / del tuo silenzio d’argento / e le labbra, cancellami, / con le spade dei gigli / che fioriscono dalle tue mani! (…)». A me pare, qui, che il suo desiderio più profondo non sia tanto quello di non vedere, quanto invece quello di riuscire a vedere attraverso lo sguardo dell’anima. E, di più, non proprio quello di non parlare, bensì quello di lasciare al cuore il compito di farlo. Egli diviene, per così dire, un profeta muto, come Giona: deprivato sia della possibilità di vedere oltre il buio ventre della balena sia di utilizzare efficacemente la parola, il lamento, il grido. Ma Il mito e l'immagine della balena ritornano esplicitamente e immediatamente dopo (e stavolta forse siamo più vicini a Moby Dick e al suo amante-persecutore, Achab), in “Voglio coltivare…”, dove l'incipit va a coincidere con la chiusa: «Voglio coltivare / il garofano rosso / che si apre nel tuo petto… (…)». Ecco il dolore dell’Altra, che però diviene misteriosamente e inevitabilmente il proprio stesso dolore... In effetti queste nove poesie sono anche aperte verso un lirismo doloroso e nostalgico, verso una ‘saudade’ già presente in altre poesie di Sebastiano precedentemente pubblicate qui. E tuttavia in questi versi nulla, dal sangue al dolore al fitto buio della notte, è mai esente dalla Speranza, che sempre e comunque chiede e ottiene il suo luogo, in una variegata, pur mediterranea Poesia, ormai però radicata in un mondo e in un humus verde-oro non più solo europeo, là dove è pur sempre ‘o fado’, il destino, a determinare i varchi e i tragitti di tale Poesia come della Poetica del nostro inestimabile Sebastiano A. Patanè.

    A. C.

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    1. saltando i convenevoli eccetera, voglio, caro Antonino, esprimerti la mia gratitudine per questa pubblicazione.
      Dici benissimo, sul "cancellami gli occhi", li c'è la volontà di vedere attraverso l'anima e senza filtri. Il ventre della balena di Giona, quel buio, erano i 1500 km di distanza, il dover ricordare a memoria un volto che non vedevo da qualche anno (tuttavia sentendoci telefonicamente). Ma c'è anche la richiesta di cancellare un passato, certamente non brutto, e fatto di pulita amicizia. Ecco, questo è "movente" di queste poesie.
      Sulla struttura, devo dire che non avendo riferimenti, visto che ero da anni fuori dal circuito, mi son basato sulle ultime raccolte scritte tra il 90 ed il 94 ("Luna" e "intermezzo")per cui considero questa plaquette un continuo di quelle sia per la forma lessicale che per la composizione degli oggetti poetici che a tratti sforano in una voluta ridondanza messa li per marcare assenze e/o presenze importanti.
      Grazie Antonino.

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    2. Grazie a te, Sebastiano, per la tua disponibilità (priva di qualsiasi infiorettatura) a mostrarti totalmente, a non nasconderti attraverso le ampie maglie del tuo verso. Questo atteggiamento è tutt'altro che eliotiano (come sappiamo, per Eliot la poesia serve essenzialmente a nascondere): esso è qui invece e anzitutto il coraggioso azzardo del poeta che non teme di mostrarsi nella sua assoluta nudità, ed è per me significante di ritrovata innocenza e libertà, certo anche in senso stilistico ed espressivo, ma prima di ogni cosa, in senso umano. Il tuo chiarimento ha il sapore e il senso di una enorme capacità di condivisione col tuo lettore, che fa di quest'ultimo, sì, 'ton semblable, ton frère', ma al contrario che in Baudelaire, qui parafrasato, ne elimina in anticipo ogni possibile ipocrisia. Ancora Grazie a te, Sebastiano.

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    3. I tuoi albori, Sebastiano. Fatti, come i miei, di rose in passione e di gigli quasi impuri. La vita del tuo pugno che risale fino al toccare tasti e rinasce in tutta la propria pienezza, sonnolenza destata. Un bouquet di versi viscerali, nati dallo stomaco e passati all'unghia. Evoluzione ma...ma...molto di più è
      quello scrivere che il tempo ti ha maturato
      ed impresso su bianco come poeta.

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    4. Non sono proprio gli albori Carla (correggi il cognome) parliamo però di un passaggio essenziale nella mia scrittura che mi ha condotto fin qui. Questi sono gli albori di me adesso, ti farò leggere gli albori di quel Sebastiano...

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  2. Poesia rigogliosa e direi lussureggiante di colori e di suoni: le spade dei gigli, la tua rosa cattolica, i seni eretti contro il tramonto, il ventre selvatico, la rosa delirante. Una sovrabbondanza connaturata alla provenienza geografica, a certi lussi del paesaggio, e che ricorda le invitanti ricchezze di certi dolci, la farcitura fantasmagorica dei gelati.
    Una poesia che scorre come un fiume impetuoso, un monumento di parole recintato con le spine antiche, ricca di temperamento, impastata di luce e di parole accese: l'oro fiamma del tramonto, scintillante aurora d'occhi.
    Possiede anche un'intensa scorrevolezza ritmica, una suadenza acustica derivante da accostamenti forti che ben si integrano nella ricchezza dell'insieme: la matassa dei bei baci / ingarbuglia il ricordo e le parole.
    E anche: letto di luna ghiacciata / ed api assetate.
    Quando verrai a riempirmi le vene / di rose e di gelsomini ?
    Passionale e vulcanica, la illumina il sole del mediterraneo.
    Il calore che promana dai versi riecheggia la passione di certi poeti ispanici.

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  3. L'incontro con la poesia di S.Patanè è un incontro intenso che permette l'accesso a stanze spalancate non solo alla passione,ma anche ad un continuo divenire dei sensi a cui il poeta chiede di mettere ordine,come fosse la stanza di una dimora accessibile solo a lui,alle sue immagini e ai suoi profumi di fiori diversi,per come diverso è ogni suo sentire più intimo e spontaneo.
    "Queste parole spalancate
    sul cuore che dorme
    in un baldacchino dorato di veli…"-il poeta si lascia andare a quest'esplicita riflessione,sapendo di non potersi staccare,sapendo di esserne parte,di essere lui,quella parola spalancata che vive e vibra,per poi riscoprire il suo desiderio o bisogno di abbandono.
    Si percepisce il ritmo incalzante dell'emotività dell'uomo che suscita nel poeta una tenacia d'intenti manifesti nella parola come nella carne.

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  4. A me queste nove poesie in forma di plaquette ricordano un intensissimo "Pas de deux", con tutti i passaggi:la danza poetica si dispiega in un crescendo esaltante,dopo l' entrée (ancora insicura, ma giocata benissimo..."Resta e vattene,vattene e resta,avvicinati ed allontanati...oppure cancellami gli occhi con le trame leggere
    delle tue ali immobili"), un adagio (di passione...: "duello d’aria e sangue...voglio coltivare il garofano rosso che si apre nel tuo petto...",nella seconda poesia e, nella terza, di confessata resa consapevole:"Incauto, depongo le mie armi nella tua valle verdeoro e mi lascio bruciare dai mille soli del tuo desiderio..."), una variazione solista, con tutti i passi e le espressioni del corteggiamento e anche della graduale percezione dell'inutilita' dell'attesa, in crescendo ("Quando verrai a riempirmi le vene di rose e gelsomini?La notte gira molle attraverso il mio silenzio...", "Voglio un amore da vivere,da soffrire, da consacrare,che mi spezzi l’anima e mi consumi di passione" e, anche, "Ho percorso le linee lente dell’attesa in cerca di dettagli impercettibili. Sono stanco"), e la fine (ma il finale non sembra proprio avere il respiro per poter continuare a essere danzato insieme, anche se la forza del pensiero ricompone la danza d'amore ("i volti della notte si spezzano contro i vetri illuminati dell’alba...") con le "piccole ombre fuggitive": non e' realta' e' sogno, anche se "incantano il paesaggio" e spossano il corpo, alla fine "esausto".A me sono piaciute molto.Mi e' parso mirabile percorso, molto intenso e catturante!!!
    .

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  5. Una plaquette molto lirica, con armonie equilibrate e a tratti ridondanti, il verso corto, un fiato solo fra strofa e accapo. Poesia diversa da quella attuale, a me personalmente molto congeniale, come Sebastiano saprà. Il romanticismo, la carne, la passione che ne fuori escono stagliano bene nel sottofondo una pietra di significato e significanze addolcenti che mi ricordano spesso l'amato Neruda. L'uso dell'esclamativo rende il verso corto incisivo e notevolmente "visivo". Molto apprezzati i rimandi alla Natura e agli elementi cromatici che adornano i versi. Grazie per la bella proposta, un saluto ad Antonino e all'amico Sebastiano.

    Federica

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  6. Si parla di periodo evolutivo, di lontananza dalla scrittura, quindi si presumevano opere scritte in un periodo "buio" di transizione. Ci si sarebbe aspettato uno scritto piu' stentato, avviluppato nell'intimo. Invece ci troviamo di fronte poesie lucide (la rosa cattolica), aperte alla lettura (gli alberi freschi del mattino), che abbracciano e comunicano con tranquillita' l'amore (la ragazza di valona), lo scorrere della vita (gira mondo gira). Lo stile e' molto diverso da quello delle altre quattro poesie qui pubblicate, ma e' comunque uno stile sicuro, maturo. Belle composizioni che meritavano senz'altro la pubblicazione.

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  7. Nel tuo riempirmi
    c’è un arcobaleno d’oro,
    transito di corallo e rose
    e piccole bugie acuminate

    (stiletto d’argento
    sul cuscino rosso).

    è fatta da contrasti e colori forti questa fase poetica di Sebastiano, si potrebbe dipingere da quanto brilla. Una passione carnale che ancora troviamo nella sua opera, però tratteggiata a ombre e chiaroscuri. Mi piace? Si, mi piace e tanto anche.

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  8. Poesia del Desiderio. Secondo ogni accezione possibile. Poesia della Ricerca. Senza limiti, senza requie. Poesia del Dialogo: quello tra i corpi, quello tra gli spiriti, quello che è intessuto da tutti i codici comunicativi patenti e latenti. Poesia delle Percezioni: quelle che gravitano nell'atmosfera come astri lievi, quelle che spiovono addosso e si dilatano in onde sottili. Poesia del Passaggio: quello personale, dell'Uomo-poeta, della linea Maginot che s'è interposta, a più riprese, nella sua arte poetica a mo' di argine, o forse di difesa, o forse di attesa, e quindi passaggio della Poesia stessa, quello del Tempo, delle necessità, delle insofferenze, dei riti e delle fughe, che qui sono celebrati.
    Grazie, Antonino e Grazie al Poeta.


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  9. Una costante visione alle verità sfuggenti. Le parole da significare. L'inesprimibile che trama nell'indicibile la tela della narrazione poetica. Si riproducono i misteri della mente. Il 'traverso' che attraversa la legittimità delle cose che sanno accogliere l'atto linguistico e l'intimo scoperto. Emotività in divenire.
    Grazie e complimenti assai.
    Rita Pacilio

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  10. rosa cristiana \ rosa mistica
    rosa di una rosa. C'è una donna che beatificante si aspetta per affidarle il cuore.
    Visto il cronico ritardo, mi accodo a tutti i complimenti delle precedenti commentatrici, per lasciarti un saluto.
    Ma aspetto la prossima donna che canterai.

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