mercoledì 22 agosto 2012

Marisa di Mario - Cinque poesie






Marisa Di Mario (il cui nome anagrafico è Maria) nasce a Massafra, in provincia di Taranto, il 18 aprile del 1965. Bambina dalla vena tragicomica, scambia il riso col pianto. Verso i sei anni s’innamora dei film di Fellini, che ne diviene il regista preferito. A scuola la sua distrazione la porta a diventare miope (ma, come in Eraclito, la frase può essere rovesciata). I suoi studi continuano con una forte rimozione nei confronti della grammatica italiana. Dopo gli studi artistici si laurea al DAMS. Negli anni successivi alla laurea si dedica allarte, cimentandosi in vari campi: pittura, teatro, cinema e, infine, la poesia. Scrive poesie dal 1989. La sua poetica - questo è l’Autrice stessa a dichiararlo - subisce nel tempo una forte semplificazione: dalla ricercatezza e dal surrealismo dei primi anni, passa in questi ultimi a un realismo classico.
Le poesie di Marisa sono costantemente attraversate da una vena di provocazione. Innamorata dellironia e del paradosso, i versi diventano per lei il luogo del capovolgimento della realtà, e tale capovolgimento provoca nel lettore un vero e proprio senso di spaesamento, ma simultaneamente, e in maniera antitetica, anche una forte, assai intensa attrazione. 



       

   

Ho perso il mio cappello
il vento me l’ha rubato
le nuvole firmavano uno scarabocchio nel cielo
avevo il naso in su
guardavo gli ultimi raggi
ai miei occhi il sole
donava i suoi fuochi
ero commosso

e poi con furbizia da ladro
il vento il capo
mi ha denudato
con un guanto grigio fumo
lo ha fatto girare

inutile corsa
era già su una nuvola
a sagoma d’uomo
       





   

Se io misurassi il mio respiro





se io misurassi il mio respiro
sentiresti quanto poco fiato è rimasto
come la notte di ogni speranza
non c’è che un meccanico movimento di polmoni
lento, faticoso e dove ogni mio leggero sogno
inciampa e si spegne senza rialzarsi

ah, se misurassi il mio respiro
metteresti nell’altro piatto la piuma del giudizio
che pesa certo di più per
quanta e in vana ragione cerchiamo
e quanta vita e vita sprechiamo invano       







   

Splash, in questo piccolo stagno fangoso vedo a malapena il mio naso
Narciso, Narciso
È voce soltanto, della donna che mi ha amato
una voce soltanto ne è rimasta memoria
del mio viso bellissimo i rospi ci fanno saltelli
chi sono io?
godo solo della mia ombra che il sole
impietoso spiattella su un muro






   

Una cartolina di Natale 


       

Ho preso un foglio e l’ho accartocciato
nel pugno chiuso m’è rimasto ore
volevo sentire con tutta la mia forza
il potere delle cose
scritte per mano e da mano mandate
parole, parole
di miei sentimenti
l’amore consumato
l’amicizia conservata
in un cassetto chiuso a chiave e
aperto poche volte
giusto per sentire
l’odore di festa



dicembre 2011

       





   

Vorrei dell’amore cadere malata
sospirare dell’anima
perdersi lungo i sentieri stellati
sorridere e camminare leggera
nei pesanti tunnel della vita
e invece sono sana
e respiro aria fumosa
scrivo, lavoro, vivo
senza febbre
ma sudo freddi inverni
e mi copro dalle calde estati
fuggo le primavere
rinchiudendomi in blocchi di grigi

è il mortale autunno che mi dà speranza
che con la morte guarirò
dalla mia salute



agosto 2011 
















14 commenti:

  1. C'è qualche ragione perché la poesia di Marisa Di Mario mi rimandi a quella satirica inglese di un poeta contemporaneo come Tony Harrison? A parte le tradizionali notevoli differenze fra la metrica classica inglese e quella italiana, le ragioni consistono nel larghissimo uso dell'ironia, nella vena provocatoria, nella capacità di mettersi, entrambi, nei panni altrui, nel rivestirne i ruoli e le maschere, nel mettere alla berlina quelle che si chiamano in genere 'debolezze' umane (anche le proprie) ma che sono soprattutto ipocrisie. Il senso di una realtà capovolta, generatrice di spaesamento e attrazione di cui si parla nella nota biografica di Marisa, è qualcosa che ho provato io stesso leggendo i suoi versi, e che ripete quanto provavo e provo di fronte ai versi di Harrison. Ma mentre in Inghilterra c'è una tradizione plurisecolare a sostegno di una poesia che è anche satirica pur rimanendo classica, in Italia dobbiamo passare per la pura poesia satirica ormai storicizzata o tornare ai latini. Inaspettatamente troviamo in Marisa Di Mario una forte consistenza ironica, che però non è mai fine a se stessa, perché è sempre disposta a rendere dicibile ciò che è doloroso o disperante, ma con l'ironia tipica di chi ha provato su di sé le durezze della vita e può per questo vestire i panni altrui... Nella prima delle poesie qui presentate, ad esempio, Marisa immagina di essere un vecchio che guarda un tramonto, per questo, in un verso dice: "ero commosso". E qui riporto quello che Marisa mi ha precisato per iscritto: "Non sempre sono io il soggetto delle mie poesie: a volte mi metto nei panni di qualcun altro: sono stata soldato, cieco, barbone e anziano, uomo, bambina, clown...". Io personalmente ritengo una fortuna avere incontrato la poesia di Marisa Di Mario, che qui ringrazio per aver accettato di "posare", e osare, per noi. Mi auguro ulteriori momenti di ospitalità, per lei e per i suoi versi, su questo blog.

    Antonino Caponnetto

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  2. è il mortale autunno che mi dà speranza
    che con la morte guarirò
    dalla mia salute

    tornerò su queste poesie Dopo I'affanno di questo agosto, con una tastiera nuova. Per ora dico soIo che mi ha coIpito, mi ci sono ritrovata, un pezzo qui, un pezzo Ià.

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  3. Trovo la poesia di Marisa molto interessante, sospesa fra sperimentazioni, azzardi linguistici, che inizialmente non comprendevo, voli fantasiosi un po' ironici un po' romantici. Delle poesie qui pubblicate ho amato in particolare i versi
    Ho preso un foglio e l’ho accartocciato
    nel pugno chiuso m’è rimasto ore
    volevo sentire con tutta la mia forza
    il potere delle cose
    Complimenti.

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  4. Un'altra ed ennesima dimostrazione che la poesia nasce sempre in quell'interstizio invisibile che si apre fra la coscienza dell'esserci e quello spazio astratto che ora diviene palcoscenico del sublime ora invece uno spiegamento indistinto, impreciso, evanescente, nulla ("...e respiro aria fumosa..."). Non è del tutto vero che Marisa abbia abiurato al surrealismo (quanto Magritte c'è in quel "cappello", in quella "nuvola a sagoma d'uomo") e del resto in poesia -luogo del discorso metaforico e dell'emozione- è ben difficile mantenere un qualsiasi proposito di realismo assoluto (non si avrebbe nemmeno la prosa poetica ma solo la prosa), ed è così che le "fugure poetiche", le immagini, sì, hanno giustamente il radicamento nel reale ma con quella tonalità emozionale che colora il contingente esistenziale (la fenomenica dell'accadere nel suo divenire riconoscibile) delle sfumature, della risonanza caratteristica del dire poetico. Sono testi in cui si ritrovano gli "archetipi" del sentire poetico, il disincanto, la malinconia, lo scorrere del tempo, il corrosivo senso d'impotenza di cui spesso l'Io è preda indifesa e cassa di risonanza, il sentimento di una ferita narcisistica e di una perdita d'anima che è poi la poesia che ne cerca il recupero. Una poesia del crepuscolo (e quale poesia non lo è, forse gli inni...), l'elegia lirica della consapevolezza adulta e della maturità, ma come mi piace affermare (a proposito della poesia quasi sempre addolorata fin dalle sue origini), è il dolore che ha bisogno di consolazione e non la gioia... E la poesia ancora e sempre ha -fra alcune altre finalità capitali- questa dimensione fondamentale: cercare di lenire il dolore di esistere, almeno quando esistere fa male.
    Grazie.
    Francesco Palmieri

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  5. Al tuo importante commento, Antonino, posso solo aggiungere che ho gustato queste poesie per la piacevolezza della forma e originalità figurativa. Vedi la prima: un quadretto davvero delizioso con quel vecchio che, praticamente, sta con la testa fra le nuvole. Altrove l'autrice si fa più pensosa, sembra avvertire nel suo respiro il ritmo del tempo che scorre, "di quanta vita sprechiamo invano". "Chi sono io?" Sembra non riconoscere più in se stessa la donna che si amava, contenta di sé. Ma all'ombra malinconica del pensiero ecco subito la pennellata ironica, colorita: "godo solo della mia ombra che il sole / impietoso spiattella su un muro" . Molto intensa "Una cartolina di Natale ", con il potere che hanno le cose scritte di riportare nel presente il tempo e i sentimenti perduti. Nell'ultima poesia desideri e sentimenti sono contrapposti ad una grigia realtà, ma si avverte fra le righe una forte figura di donna, padrona di sé e della sua vita, simpaticamente pronta all'autoironia , come negli ultimi versi: "...con la morte guarirò della mia salute". Davvero una piacevole lettura. Complimenti all'autrice e grazie a te di avermi permesso di leggerle.

    Aurora Lissandrello

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  6. Ogni poesia,qui, narra una storia. Un vissuto iperbolico che si stende da un orizzonte all'altro, con codici e significanti propri, chiaroscurale e simbolico abbastanza da intessere nuove, inedite e per certi versi indefinibili trame. Delle liriche qui introdotte, sento vicina in modo particolare 'Se io misurassi il mio respiro', ironica, dolorosa, esasperata,vivida :
    << e quanta vita e vita sprechiamo invano
    Splash, in questo piccolo stagno fangoso vedo a malapena il mio naso
    “Narciso, Narciso” >>

    Grazie.

    A,

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  7. Giro intorno a Marisa da qualche mese, dopo esser stato vittima di alcune sue provocazioni alle quali ho reagito da maschietto saccente. Perché anche nella vita (o quantomeno nella sua presenza in FB) Marisa ama provocare. Me lo vedo quel povero Narciso sulla cui immagine gracidano i rospi. Certo non si tratta di un personaggio astratto, ma di una persone definita e ahimè (o ahilei) deludente. Proprio su quella poesia mi era venuto in mente Marziale, e il saggio - oltre che sapiente - Caponnetto cita, con i satirici inglesi, appunto i latini.
    Ma anch'io, come Francesco Palmieri e come tutti i lettori che tentano una presa diretta e simpatetica con gli autori, non cado nella trappola di questa leggerezza a tratti quasi giocosa. Anch'io sono andato d'istinto alla vena profonda, quella in cui batte, ancora ardente, il sangue pompato dal cuore. Ero già arrivato all'animus dei tre versi che chiudono questa breve silloge (è il mortale autunno che mi dà speranza/ che con la morte guarirò/
    dalla mia salute) assai prima di arrivarvi. E l'ironia allora appare come altra cosa: fragile scudo, bambinesco nascondiglio, contro un lupo cattivo che somiglia molto al male di vivere.
    Da mesi, come dicevo, conosco Marisa, ma solo ora posso leggere un piccolo insieme organico che può consentire di conoscerla come poetessa (posso non dire quell'orribile "poeta" sostantivo femminile che piacerà alle femministe ma che ripugna alla mia umile e sincerissima ammirazione per le donne, e in particolare per le.donne-che-fanno-cose?). Sì perché anche in un gruppo dedicato alla poesia Marisa tende a dribblare, a depistare, a sfuggire. Ora, che attraverso le sue poesie la conosciamo un po' meglio, le sarà più difficile farlo.

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  8. Complimenti a Marisa per le sue poesie che mi danno spesso la sensazione di una scrittura in equilibrio su una corda tesa. Il funambolo (o funambola) però non ha il volto contratto in uno sforzo di concentrazione; al contrario, mi pare di vedervi certi ironici personaggi felliniani, pronti a sorridere anche e soprattutto di se stessi.
    Il componimento che preferisco è "Se io misurassi il mio respiro", in particolare per quell'immagine della "piuma del giudizio", così inconsistente, così determinante.

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  9. E'interessante poetessa,immaginifica, scorrevole: di lei ho colto soprattutto la composta tristezza e il senso di solitudine, che mi paiono pervadere le poesie che -tra quelle proposte-mi hanno maggiormente colpita: "Se io misurassi il mio respiro", "Cartolina di Natale","vorrei dell'amore cadere malata".Nella prima poesia,e' la speranza che va a morire,"dove ogni ... leggero sogno inciampa e si spegne senza rialzarsi", in un respiro troppo breve: "Se io misurassi il mio respiro sentiresti quanto poco fiato è rimasto, come la notte di ogni speranza...quanta vita sprechiamo invano".La seconda, accorata e intensissima, dipinge la solitudine in un momento di verifica degli affetti:"Ho preso un foglio e l'ho accartocciato e nel pugno chiuso m’è rimasto ore,volevo sentire con tutta la mia forza il potere delle cose/parole, parole di miei sentimenti/l’amore consumato/l’amicizia conservata/in un cassetto chiuso a chiave":io lo vedo come un bilancio, non diverso da quelli che chi e' solo fa propri nelle ricorrenze in cui- veri o falsi che siano- vengono messi in gioco valori, legami, sentimenti... Non male per... una cartolina di Natale! Non sono certamente auguri patinati ne' auguri ricorrenti o romantici. La terza poesia che mi ha colpita canta l'amore che non c'e' la cui assenza si superera'solo con la morte, sul finire della vita: Vorrei dell’amore cadere malata/sospirare dell’anima/ perdersi lungo i sentieri stellati/sorridere e camminare leggera/nei pesanti tunnel della vita... con la morte guariro' dalla mia salute", nella stagione del mortale autunno...Molto interessante.Ringrazio per la possibilita' di averla potuta leggere e assaporare

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    1. La poesia di Marisa De Mario,non può passare inosservata ad un lettore attento e per due ragioni che sono poi quelle che mi hanno fortemente e molto positivamente impressionata: la prima è quel senso di ironia che certamente la permea e che ci invita a sorridere di tutto a recuperare una sorta di coraggioso atteggiamento anche nei confronti del dolore morale ed esistenziale. A me pare che la poetica della De Mario erediti , relativamente a questo, un certo retaggio dall’avanguardia ,che poi mi è cara(quella di un Palazzeschi, per intenderci , e non disgiunta dalle teorie freudiane sulla psicologia del “ riso”). La seconda ragione è tutta nel componimento “ Ho perso il mio cappello” ed è : l’uso, apparentemente improprio, del genere maschile nei sostantivi e nell’aggettivazione. Con questo dispositivo grammaticale l’autrice finisce per immedesimarsi, come lei stessa poi dichiara,nell’altro da sé . E’ facile per me pensare che questa tendenza si sia connaturata nell’autrice a causa della sua esperienza artistica in campo teatrale,pur se conclusa. Se anche così non fosse, tale aspetto della poetica che ora esaminiamo, rimane di fatto, provocatorio e non soltanto da un punto di vista tecnico, ma per quel paradossale cortocircuito che il soggetto scrivente stabilisce, attraverso un processo telepatico, tra sé e quel flusso di coscienze- presenze che lo incrociano; cortocircuito che assesta alla poetica della De Mario una coloritura , surreale ma che si traduce bene e presto in uno smaccato realismo, fatto di figuratività.

      Nunzia Binetti

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  10. "E invece sono sana"-Marisa ammette così la sua piena consapevolezza davanti all'esistenza.Disincantandosi con una spontaneità emotiva molto più forte di quella che possa sembrare,ad impatto,la sua estraneità all'esistenza.
    Felliniana, nell'ironia a volte esasperante o eterea dei sentimenti,lei viaggia,muta,ritorna sempre "al circo" dell'esistenza e come nei piccoli circhi che girano per tutte le città,s'improvvisa acrobata o spettatrice.
    In realtà,Marisa sta sempre in equilibrio sul filo,in alto,dove il suo cappello vola e la luna tace,assieme ad altre amiche con cui condividere certe notti.La sua fragilità è,in fondo,la migliore delle armature per proteggersi dalla banalità e lottarvi contro.Uno spirito di osservazione che va oltre il giudizio altrui.Perchè,come il miglior personaggio di Fellini,lei esiste liberamente.Mi viene in mente "Gelsomina" che abbandonandosi "alla strada", afferma che solo lei può stare con Zamparò e lo fa con l'intensità di chi non ha paura di guardare dritta la vita negli occhi,ammettendo di amarla nonostante tutto.
    "Ho preso un foglio e l’ho accartocciato
    nel pugno chiuso m’è rimasto ore
    volevo sentire con tutta la mia forza
    il potere delle cose"...

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  12. Ho letto ogni poesia con attenzione, le liriche di Marisa di Mario sembrano "scatti fotografici" in versi, avvolti da una spiccata ironia dell'essere, molto bella "Una cartolina di Natale" e quel "sentire con tutta la mia forza il potere delle cose".

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  13. La poesia di Marisa, così come il personaggio Marisa, accende in me una sana e stimolante curiosità, sollecita una serie di domande, mi fa venire voglia di chiederle subito di vedere i suoi quadri, e di intavolare una discussione su Fellini, di cui sono tuttora innamorato, e se anche lei considera 8 e mezzo il più bel film della storia del cinema. In questo la sua poesia assolve in pieno al compito che le è stato affidato: accendere la curiosità, che è l'ipostasi, o il letto, su cui riposa la gioia di vivere. Perché l'uso del maschile, per esempio ? anche Cristina Annino usa il maschile, e interrogata in proposito rispose che il padre desiderava un maschio, e l'uso del maschile costituiva un surrogato alla mancata soddisfazione paterna. Chissà Marisa che cosa risponderà. Sin dal suo primo affacciarsi con i suoi versi, ho intuito che la sua firma costituiva una sorta di garanzia, infatti ho preso l'abitudine di usare il tasto mi piace ancor prima di leggere i testi, e finora non me ne sono mai pentito, e credo che anche in futuro non me ne pentirò. Possiede una fantasia e una creatività invidiabili, e spero che le sue piccole cronache dalla terra di Uropanto proseguano e trovino un esito pubblico, perché sono semplicemente deliziose.Con lei sono sicuro che non esista l rischio di annoiarsi, o di perdere il filo durante la lettura dei suoi versi. Al fondo di ogni suo discorso si situa la consapevolezza della solitudine, che è il sentimento che ne decreta l'ammissione a pieno titolo nel mondo dei poeti. La consapevolezza della solitudine è la medaglia che ogni poeta degno del nome porta appuntata sul petto. In lei questo sentimento si veste d'ironia, ma basta scostarne il simpatico velo per scoprirne l'essenza drammatica. Mi piace riportare questi versi:

    quanta e in vana ragione cerchiamo
    e quanta vita e vita sprechiamo invano

    che con una bella musicalità danno la misura della profondità che riesce a raggiungere e insieme della bravura di questa nostra amica e poetessa.

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