martedì 21 agosto 2012

Jiří Orten - Čtyři básně v českém a italském překladu (Quattro poesie in ceco con traduzione italiana)








Jiří Orten (Jiří Ohrenstein) (Kutná Hora, 1919 – Praga, 1941), poeta ceco di famiglia ebrea, fratello del regista Ota Ornest, studiò nel Conservatorio di Arte drammatica di Praga fino al 1939, anno cruciale per l'Europa e per la vita di Orten. In Boemia e in Moravia arrivarono le truppe tedesche di occupazione e, con esse, le Leggi razziali. Orten morì a soli 22 anni, investito da un'ambulanza tedesca mentre attraversava la strada per andare a comprarsi le sigarette.
A 17 anni Orten inizia a scrivere per giornali e riviste, e dal 1939 a causa delle leggi razziali si serve degli pseudonimi Kerel Jílek e Jiří Jakub. Appartiene al gruppo dei giovani artisti di Ohnice (Malerba) che opera negli anni dell'occupazione nazista, insieme a Bednàř, Bonn, Bezovskŷ, Hiršal. Sono riconoscibili nella sua opera le influenze del poeta ceco Halas, di R. Weiner, di Rainer Maria Rilke, di F. Jammes, e della filosofia di Kierkegaard e di Unamuno. Nella sua breve vicenda letteraria Orten riesce ad esprimere il senso di un dolore e di un'angoscia ormai universali, e la percezione della morte imminente. Una concezione della vita emblematica della sua generazione, costretta a vivere in una condizione difficilissima, minata da pericoli imminenti, priva di prospettive e di futuro, di normalità e serenità. In vita Orten pubblica le raccolte Crestomazia, Viaggio verso il gelo, Malerba; restano invece inedite le due raccolte: Disvio e Elegie, pubblicate postume nel 1947.


Di Jiří Orten ci siamo precedentemente occupati (si veda: TWO POEMS ABOUT POETRY ).   













Odnikud




1.

Odnikud, to je ráj,
to čiré blaženství,
kde není ošklivých,
kde ani krásných není,

ta sladká nicota,
to věčné povívání,
ta vrata do světla,
jež neuvidíš ani.

A přece zaživa
koluje ve mně cosi,
co potom zahnívá,
co vítr vzhůru nosí

a já, já změněný,
já, ptaní usmířené,
jdu tam, kde nejsou dny,
kde věčnost kola žene.


2.

Ubohý voják tmy
s očima zdivenýma,
ležící na zemi,
jež ho jak pušku třímá.

Odkudsi (odnikud?)
z života raněného
vyvěrá jeho stud,
červená bolest jeho.

To země krvácí
a on ji obtěžkává
podoben milenci,
jejž naplnila sláva,

sláva všech zemřelých,
ta jejich sláva živá,
citlivá jako čich,
jak píseň, jež se zpívá.


3.

Kdo uzdraví nám hruď,
kdo zkrásní ošklivé,
kdo Váhy rozhoupá
do šíleného tance

odkudsi, odnikud,
až konec zakýve,
až budem věčně spát
ve světle bez kahance?

Zeptej se maminky.
Zeptej se chladné vody,
jež rychle uhání,
jež rychle utíká,

žene se na mlýnky
a za chlebem je vodí.
Zeptej se čekání.
Zeptej se básníka.


10.4.1940. 






Danessunluogo



1.

Danessunluogo è il paradiso,
la beata trasparenza,
dove nessuno è brutto,
dove nessuno è bello,

il dolcissimo nulla,
l’eterno lieve spirare,
la grande porta alla luce
che tu non potrai guardare.

Eppure nella mia vita
turbina in me qualcosa,
che un giorno imputridirà,
che il vento disperderà

e io, io cambiato,
io, domandare appagato,
vado dove non sono più giorni,
dove volvono eterne ruote.


2.

Povero soldato nel buio
con occhi meravigliati,
giacenti sopra la terra,
che come un fucile lo serra.

Da dovunque (danessunluogo?)
dalla vita vulnerata 
zampilla il suo pudore,
il suo rosso dolore.

È la terra che fa sangue
e lui di sangue la feconda,
simile ad un amante,
che la gloria riempia di sé,

gloria di tutti i morti,
loro gloria viva,
sensibile come odorato,
come canto che sia cantato.


3.

Chi il petto ci guarirà,
chi il brutto renderà bello,
chi annullerà la Bilancia
per la frenetica danza,

da dovunque, danessunluogo,
fino al segnale della fine,
fino alla nostra quiete eterna
nella luce senza lucerna?

Domandalo alla madre.
Domandalo all’acqua di gelo,
che rapida scorre,
che rapida corre,

nei suoi gorghi a turbinare
e al pane li va a portare.
Domandalo alla tua inquieta
attesa – e al poeta.


10.4.1940. 






Čí jsem? 



Jsem plískanic a plotů 
a trav, trav deštěm skloněných 
a jasných písní bez klokotu 
a touhy, jež je v nich.

Čí jsem? 
Jsem malých oblých věcí, 
jež nepoznaly hran, 
jsem zvířátek, když hlavu věsí, 
a mraku, když je potrhán.

Čí jsem? 
Jsem bázně, jež mne bere 
do prstů průsvitných, 
králíčka na zahradě šeré, 
jenž zkouší si svůj čich.

Čí jsem? 
Jsem zimy tvrdé plodům 
a smrti, chce-li čas, 
jsem lásky, s níž se míjím o dům, 
dán za jablka červům na pospas. 


26.5.1940.  






Di chi sono?



Io sono dei piovaschi e delle siepi 
e delle erbe chinate dalla pioggia
e della chiara canzone che non gorgheggia,
del desiderio che sta chiuso in lei.

Di chi sono? 
Io sono di ogni piccola cosa smussata 
Che mai spigoli ha conosciuto, 
dei piccoli animali che reclinano la testa, 
sono della nuvola quando è straziata.

Di chi sono? 
Io sono del timore che mi ha tenuto 
con le sue trasparenti dita, 
del coniglietto che in un giardino in penombra, 
esercita il suo fiuto.

Di chi sono? 
Io sono dell’inverno ostile ai frutti 
E della morte, se il tempo lo chieda, 
io sono dell’amore, di cui sbaglio la porta, 
al posto di una mela ai vermi lasciato in preda. 


26.5.1940. 






Stromy let, jak se vám roste?
Vím to poprvé i posté,
že jen pláč vás zalévá,
že jste proto ze dřeva,
aby oheň chytil lépe,
aby oči poloslepé
spatřily, jak hoříte,
stromy, stromy letité!

Ve vás skrývaly se šelmy,
ve vás štěstí odepřel mi
nelítostný krotitel,
od vás zašlo, co jsem měl,
z vás je voda pramenitá,
z vás je jitro, které svítá
od vás slunce zachází,
stromy, léta plná rzi!

Ach, kéž ještě chvíli mohu
dívati se na oblohu,
která rudnout počíná,
ať se slaví hostina,
v níž mi volnost víno podá,
ať mi lože nerozhlodá
to, co jsem chtěl zašíti
lety dvaadvacíti!

29.8.1941 






Alberi, anni



Alberi degli anni, come state?
La prima ed ultima volta, ora
so che solo il pianto vi irrora
e che siete fatti di legno,
perché il fuoco si accenda meglio,
perché i nostri occhi nebbiosi
vi guardino come bruciate,
alberi, alberi annosi!

In voi si rifugiavano fiere, 
la gioia in voi mi ha negato
un domatore spietato,
tra voi si è perso ogni mio avere,
da voi viene l’acqua sorgiva,
da voi l’alba che il giorno avviva,
dentro voi il sole in tramonti sereni,
alberi, anni, di ruggine pieni!

Ah, potessi un momento ancora
fissare il cielo dell’aurora,
che comincia a rosseggiare,
e che si celebri il festino,
la libertà mi versi il suo vino,
e il tarlo di un letto non danni
quel che ho tentato di salvare
per ventidue anni!


29.8.1941









AVVERTENZA: Sia le poesie in lingua cèca che le loro traduzioni in italiano sono tratte dal libro: 
Deniky Jiří OrtenLa cosa chiamata poesia, trad. di Giovanni Giudici e Vladimír Mikeš, Einaudi, Torino, 1969.





















4 commenti:

  1. Giovanni Giudici e Vladimír Mikeš, nella loro introduzione a "La cosa chiamata poesia", Einaudi, Torino ,1969, fra le altre cose, scrivono:
    « [...] Abbiamo dunque cercato, in questa traduzione italiana, la prima presentazione in senso assoluto di una consistente scelta dell'opera di Orten in altra lingua dall'originale, di rendere quello smalto [caratteristico della della grande poesia decadente], laddove è stato possibile: nella misura del verso, nell'aggettivazione, nell'uso e nel tipo della rima, nel tono. E ci siamo trovati, quasi spontaneamente, di fronte a soluzioni talvolta non lontane dal gusto manieristico-illustre di un D'Annunzio o manieristico-borghese di un Gozzano, ossia da poeti italiani che (ognuno a suo modo) operarono al livello dell'ironia linguistica.
    Orten è evidentemente altro, l'operazione a cui tende è ben altra; anzi proprio questa pseudocoincidenza sembra confermare il suo essere già oltre il decadentismo nonostante, dicevamo, la sua formazione e le sue predilezioni. Orten è un poeta senza ironia, un poeta innocente davanti alla letteratura: come un ragazzo "crudelmente giovane" che potrebbe scrivere la sua prima autentica lettera d'amore, anche componendola tutta di citazioni a memoria. »

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  2. Si sente che è una poesia giovane, passionale che s'interroga sul senso della vita; mi ha riportato a ripensare alle mie giovanili, perché in tutte le poesie giovanili (e in Orten in particolare modo) l'innocenza della poesia traspare in un limpido modello universale per raccontarsi e tentare di ricostruire un'anamnesi dei propri sentimenti.

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  3. Un poeta giovane che anela alla vita , all' amore ,sentimenti adombrati in questi versi dal sentimento del dolore e della morte, quasi un presaggio della fine imminente. "...nella mia vita turbina qualcosa che un giorno imputridirà, che il vento dissiperà" " ...ed io vado dove non sono più i giorni / dove volvono eterne le ruote". Vibra anche fra le righe il sentimento doloroso di qualcosa che gli viene negato e cui avrebbe diritto : la libertà, "quel che ho tetato di salvare per ventidue anni". La vita non lo ha risparmiato. E la poesia ha perso questa promettente , giovane stella del suo firmamento.

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  4. Dentro e fuori la vita,le cose,il loro senso.Essere giovani concede la possibilità di certi passaggi,di certe intromissioni con l'esistenza.Eppure,in quel momento,si è paradossalmente vecchi e immortali.Orten ne è mirabile esempio ogni volta che concorre con il caso ed una malinconica statistica esistenziale.
    a for"Di chi sono?
    Io sono dell’inverno ostile ai frutti
    E della morte, se il tempo lo chieda,
    io sono dell’amore, di cui sbaglio la porta,
    al posto di una mela ai vermi lasciato in preda.
    In questi suoi versi,evolve l'uomo,si fa strada il genio giovanile che proprio perchè tale,sembra giustificabile per ingenuità e ritmo.Ma nella sua poesia,Orten indica anche l'albero,le sue età ed ancora una volta sconfigge il tempo ,impiegandolo per dare risposte a chi,più vecchio,non ha più lza di darsene da solo.

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