domenica 5 agosto 2012

GIANCARLO SERAFINO - A NADIA - DIECI POESIE DAL LIBRO « PER CANTO E PER AMORE »


Giancarlo Serafino (Campi Salentina, 16 luglio 1950) ha pubblicato nel 2003 “Passaggio d’estate”, Zane editrice, con la presentazione di Giuseppe Vese. Sempre nel 2003 è stato Premio Athena per la poesia “Nenia che galleggia sull’Adriatico”. Ancora per la Zane Editrice nel 2007 ha pubblicato “Per canto e per amore” con la presentazione di Giuliana Coppola. Nel 2011 per i caratteri della CFR edizioni, ha pubblicato “poesie sociali e civili” a cura di Gianmario Lucini, con note di Enzo Rega e di Antonio Spagnuolo. È presente nelle antologie “Impoetico mafioso” “SalentoSilente” “La giusta collera” “Oltre le nazioni” “Ai propilei del cuore” “A che punto è la notte”, ultimamente è stato inserito nel primo volume della CFR “Enciclopedia degli autori di poesia dal 2000”. È poeta apprezzato nel web, dove sue poesie appaiono in diversi blog, gruppi poetici e riviste (egli stesso è amministratore  del gruppo “Cenacolo”). Docente e Psicologo vive e lavora a Lecce.
*******
Poeta versatilissimo, i suoi versi possono essere lirica pura o sconfinare nel prosastico, ma come ha notato Antonio Spagnuolo, comunque sono sempre “ricchi di immagini suggestive e tema redatto in poesia, sospesa alle illusioni del subconscio. Qui la tecnica della parola è di sorprendente luminosità, in un lungo colloquio, per il quale la profonda carica umana esalta il pensiero nella ricerca di una realtà quotidiana e sociale e civile, che nel contempo arricchisce e stordisce.” Il Nostro ha la grande abilità a dipingere con la penna, che Anna Greco ebbe a dirgli. “ hai quella rara capacità di rendere intrigante, da un punto di vista emozionale, il ‘narrato’ puro e semplice”.
“Poeta salentino, controcorrente, versatile ed affabile opera sul piano di un “logos interrogante” che scandaglia l’analisi del valore esistenziale per cogliere il piacere del bello e del divino... (la sua poesia) nasce dall’esigenza di comunicare e dalla necessità di emanciparsi da uno stato di solitudine” (Grazia Maria Toscano). Concetto già espresso da Gianmario Lucini : ”(nel Nostro) cerchi (il lettore) il tentativo della poesia di rendersi coscienza, voce collettiva, tramite tra l’umano e l’otre-umano, nella ricerca di una identità perduta...”Ma Giancarlo Serafino è anche il poeta “del silenzio, delle nuvole, della luna, dell’amore” (Giuliana Coppola) e “presta la voce a chi voce, per statuto imposto dalle mode di sempre ovvero per condizione dis-umana, non ha...” (Annamaria Curci). Un giudizio completo lo ha forse dato da lettrice Miriam Bulgarelli quando in una nota a margine afferma che “Giancarlo Serafino è poeta intenso e completo, eclettico, lirico, sensibile, talora tenero, talora passionale, o scherzoso e ironico, lettore attento e coraggioso delle problematiche sociali e culturali, in forte empatia col suo territorio, dipinge con maestria figure a tutto tondo e paesaggi cangianti, con tratto deciso ed efficace, mettendo in gioco i cinque sensi del lettore”, ed Antonino Caponnetto, che all’autore ha dedicato due passaggi nel sito “Poesiaperta”, aggiunge : “Giancarlo Serafino si rivela ulteriormente un poeta le cui radici sono variegate e ricche di linfa vitale. La cui anima non richiede alcuna maschera. Egli – al contrario di Eliot – ma come altri grandi nell’Ars poetica, si mette a nudo nei versi con uno stile ed una classe che sono suoi propri. E gli spazi bianchi all’interno dei suoi testi costituiscono il luogo delle emozioni o delle pause riflessive. Perché la sua poesia procede su più versanti”. (da “Enciclopedia degli autori di poesia dal 2000 ” ed. CFR 2012) 

Di Giancarlo Serafino ci siamo già più volte occupati (si veda:  GIANCARLO SERAFINO - SEI POESIEGIANCARLO SERAFINO (A-2) - QUATTRO POESIE GIANCARLO SERAFINO (A-3) - SETTE TESTI TRATTI DAL LIBRO: "POESIE SOCIALI E CIVILI" ).  


Avvertenza: 

I dieci testi poetici dati qui di seguito costituiscono la parte più significativa dei 33 che formano il libro Per canto e per amore, pubblicato a suo tempo da Giancarlo Serafino per la Zane Editrice. La tiratura venne allora stabilita in 300 copie, ormai esaurite. Le poesie del libretto sono dedicate da Giancarlo a “una rondinella”, cioè a Nadia, la sua donna. 
Credo che questa pubblicazione, oltre a lusingare ed emozionare colei che ne è la principale destinataria (che ne è l’ispiratrice o, per così dire, la causa prima), farà anche molto piacere a quegli amici che hanno chiesto e vanno chiedendo all’Autore di avere una impossibile copia del libro Per canto e per amore, perché questo post darà loro la possibilità di leggerne quanto meno la parte essenziale e più determinante rispetto al contenuto complessivo. 




DA: « PER CANTO E PER AMORE »






CALENDULA 



Il mio luglio è mascalzone: 
in piazza Duomo s’affaccia 
in fretta 
con la luna puttanella 
e – performance d’una rapida stella – 
in un attimo di vaghezza 
ti stordisce 
-oh le carovane di sogni!- 
poi 
con la stessa fretta 
il mio luglio 
svanisce. 

Così 
senza più quel poco di cielo in tasca 
attendo il freddo che avanza… 
la vita che mi guarda e passa. 

Tu mia calendula 
che intiepidisci i prati 
sotto la bruma, 
rischiara l’inverno dei miei giorni 
di quel che mi rimane… 
l’essenza. 

Amami. 

Amore e morte 
ti dirò 
sono i confini dell’esistenza. 






DIVINA DEA DELLE MILLE LUNE 



Divina dea delle mille lune
che nel firmamento accendi
mille poesie d’amore in mille
mondi possibili di sospiri
svelami il mistero che ci rende
schiavi nel rinnovare
l’eterna transfluenza
del coito universale
con le stelle e le cose! 

La mia piccola dea
-ma non più piccola di te
per passione- m’insegna
a guardare al di là
dell’orizzonte
nelle terre
dove vibrano i balletti
delle creature
là dove vita e morte
si corteggiano
congiungendosi
tra le spighe mature di grano. 

Questa notte
io zingaro e gitano
accenderò fuochi
ai quattro punti della terra
e tu regina mia
dea della mia umanazione
tra i quattro fuochi giacerai
immensa
per la mia ubriacatura d’estasi. 

Tu regina e mia adorazione. 
Tu mistero e madre santa! 






I MARI 



E la notte s’infiltrò… 
dilatazione di un improvviso tremore 
silenziosamente impervio. 

Sotto la pelle sciroccava l’effetto…
tra le trame del cuore
s’annidava il fardello:
sentì frantumata la tua voce
in filacce d’incomprensibili suoni
stecche di catrame
galleggianti su sterco. 

Nel gorgo del risentimento
annega ogni stella
l’anima frastagliata
da tagli di rovi
lune non ha
e non più firmamento. 

Questo è il mare del rancore
delle cose il non-senso. 

Ma i sorrisi…
i trasparenti diamanti
che sul tuo viso ceselli,
in un mare d’argento mi fanno
affogare, e allo scintillio
dei tuoi occhi di lacca
incontenibile l’anima gatta
mi balza sciolta felpata
graffiando
un mondo di colori. 

Questo è il mare della pace
della vita il vivo senso. 

Ed io mi perderò
piccina
tra l’uno e l’altro mare
ed in altri ancora
sempre più profondamente. 

Tanti saranno i mari
tanti per quanti
limpidi o contorti
saranno i nostri sensi… 

Sappi che
i mari dell’anima
son più… e di più
degli oceani. 






LA CERNIERA 



Mani desolate 

abbandonate lungo i fianchi
una cerniera che vuole chiudere
ieri e domani in un lungo presente
uno specchio deformante ed un’età
bugiarda. Che vuole il cuore mio
perché mi parla!
Una cascata di pensieri sottili
come bianchi capelli
che si accascia ai tuoi piedi
tu che sei la mia collina
tu la mia discesa verso il mare… 

Oh questo cuore!
Perché mi stanca!
Vorrebbe che afferrassi pezzi di cielo
non può vedere nascosto nel petto
quando la sera è uggiosa
e… l’autunno crede sia primavera!
Lascia che io guardi la mia anima nuda
senza il velo delle ragioni infingarde
lascia che io guardi queste membra
e queste mani…
e poi fammi pure piangere di nostalgia. 

Oh cuore
lascia che io raccolga un po’di leggerezza
e porti ai miei occhi
il miraggio che la vita è ancora
tutta là: se non proprio radiosa… 

E se poi
veramente la cerniera del suo
amore legasse passato e futuro
forse non avrei paura del tempo…
         Ma io ho paura del tempo!
Ho paura che sarò una conchiglia
accarezzata dalla risacca siderale. 






LUNA DI NEVE                            



Luna di neve madre serena 

nel fango rispecchi la faccia
di cera, sporchi la gonna
sull’asfalto imbiancato
e tra sentieri di abbagli
dipingi la bruma
con ombre d’argento
e sfrangi di seta. 

I ragazzi non parlano
s’acquattano e aspettano. 

Aspettano
che il tuo balzo di gatta
afferri soffice il cuore della sera!
E quando poi la notte apre
i suoi petali di latta ai sussurri
degli amanti
sui morosi festanti distendi
-lattescente luna-
la tua coperta di manna
premurosa. 

Sfarfallano i fanali
sulla mia fretta
la donna che amo
è sola e mi aspetta. 

Luna di panna madre graziosa
su vaporosi guanciali ti posi
turchina
chiara nell’aria
c’è una vaghezza che giace
la donna che amo
ora lieve riposa. 

Oh luna
      luna di perla madre preziosa. 






CIELO D’ALBICOCCA 



Sotto un cielo d’albicocca
un poco prima del tramonto
racchiuso in te
oh dolce conchiglia d’oro
la tua bocca
la mia bocca ristora. 

E
tutta d’oro la campagna
ardente 
vibra al vibrar
del nostro gioco
la luna ancor azzurrina
e trasparente
ci guarda,
la sera non si affretta
su di noi
scivola tenue
l’ombra dei pini
che lemme lemme
stanca… avanza. 

E
sulla pelle un odor di menta
esalta l’aria rovente:
balbetta qualche grillo
si socchiude qualche fiore:
dalla terra arsa e dorata
esala una fragranza di sudore
ora
il tuo ventre ansima
il mio sguardo è perso
nel terso orizzonte di aragosta. 

Tutto è colore. 

E sento fresco un odor di mare
dentro di me:
è il profumo dell’attimo
che scivola innocuo
dolcemente:
domani sarà feroce
or che si allontana
trasparente
dalla soglia dell’amore. 






SE TI VESTI DI VENTO  



Se ti vesti di vento 

sarò la tua terra
pronta ad accogliere
il tuo abbraccio
ballerino
soffice soffio
che scorre sui dorsali
nudi del tempo.
Indifferente
la mia età al destino
tra le pieghe del sogno
mi sveglierò levigato
di ogni pudore:
sarà un innocuo
irriso patetico
residuo di ardore
che imbroglia il pensiero. 

Se ti vesti di rugiada
sarò il tuo sole
pronto ad asciugare
con  il respiro caldo
l’umida distesa
della tua trepidazione
soffice soffio
che scorre sui dorsali
nudi del tempo.
Irriverente
sgualcirò il tuo fiore
tra l’ombra dei vapori
appiccicosi :
saremo così
fragili festuche
cedevoli prede
del genio dell’amore. 

Così vivremo. 

Vivremo sui dorsali
nudi del tempo. 






TIENIMI  LE  MANI 



Tienimi le mani
che siano le mani che toccarono la terra
quelle che scavarono nella roggia dell’anima
per tirare acqua alle viti
e non bastarono - se  ricordi – rovesci
di piogge per far venire fuori un raspo
di fiori dal seme della supponenza. 

Tienimi le mani
che siano le mani che uccisero i lamenti
quelle che saccheggiarono i sospiri di troppo
che avvilupparono i velenosi intrighi
(che tutto avrebbero alterato e sconvolto).
Schivammo così cunicoli di coltelli e i lazzi mai
davvero ci erosero con l’asprezza dell’intoppo. 

Riproveremo! 

Riproveremo anche se nella mente pagliuzze d’indugi
scoppiettano ancora come castagne sul fuoco 
(schegge dell’insana gelosia che ti tortura e torturi)
e non bastò – se ricordi- tirare al vento i capelli
per ricomporre nel cuore una parvenza di pace:
morirono insieme ai deliri le falene di felpa
e nebbia e rabbia traboccarono dall’orlo dei fossi. 

Allora fui io che presi le tue mani e le tenni strette. 






TENERE SON LE TUE DITA 



Tenere son le tue dita
se mi sfiori farfalla sul fiore
il dio che dormiva in me
con tutto il suo orgoglio
prevaricatore
s’avvita
e monta -dio del mio amore-
superbo verso il cielo. 

Tu incredula piccina
del miracolo parte viva
ancor più viva
mi guardi sbigottita
col sorriso che s’increspa
in una smorfia che raspa
la bocca ed induce
a contemplare la meraviglia
che tace muta ed aspetta
la sua parte di adorazione. 

Se ti guardo
i tuoi occhi sono il mio specchio
il tuo viso la mia tentazione. 

Oh mia piccina!
Ora so che nella mia vita
devo aver camminato
per un deserto arso
-cuor mio dall’incuria riarso-
prima di giungere alla polla
della tua fresca fonte. 






ASPETTANDO L’ALBA 



Sei curiosa con questa luna rossa
sulla testa
grossa si china per farti festa
prima di correre bassa
sui tetti di carta
cosicché su di te passa lesta
e s’invola poi lustra 
nella sera
dei cirri di salsa. 

In questo letto scarno
è annegato il giorno
troppo in fretta
quel che rimane
dell’amore
è un tenace furore
di convulsa fierezza
un cunicolo
ardito
che pressa. 

Chissà che vuole!
Chissà che voglio! 

La luna è ora un gomitolo
di raso lucente
che i tuoi capelli rischiara.
Accanto a te
la mia notte ansima glabra:
Io esisto
e niente si scompone!
               Ti sveglierò all’alba
al primo nuovo canto del mare.














16 commenti:

  1. In realtà non credo che si possa, in un poeta come Giancarlo Serafino, distinguere in maniera decisa e precisa se vi sia e quale sia la linea di demarcazione fra la componente civilmente e umanamente "impegnata" che investe tutta la sua poesia e la componente intima e profondamente riservata dei sentimenti che con altrettanta possanza di tale poesia fa parte. Perché Giancarlo è un poeta che nutre di sentimento sia la propria anima che la propria poesia. Ma egli non è affatto un sentimentale. E' certo uomo e poeta di forte partecipazione e condivisione emotiva, del tutto consapevole di quanto e con che profonda disponibilità egli investa del suo sentire. Tuttavia la naturale attitudine dell'artista e del poeta in particolare è quella di essere quasi costantemente innamorato, della vita, della bellezza, della donna della propria vita. Una disponibilità che ha la leggerezza di tutto ciò che naturalmente fluisce dalla sorgente lungo tutto il suo corso e il cui consapevole destino, la cui naturale aspirazione è raggiungere serenamente la meta, dopo essersi speso il più possibile per ciò che ama, per quelli cui è legato da legami non accidentali, ma profondi e quotidianamente vissuti. La grandezza di un poeta sta anche nel suo modo di amare, nella sua immensa eppure semplice disponibilità verso la propria donna, verso la vita propria e di entrambi, ma guardando a un'orizzonte che deve possibilmente appartenere a tutta l'umanità.

    Antonino Caponnetto

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Bel lavoro Nino, ti sono grato insieme agli amici che cercavano queste poesie.Gian

      Elimina
  2. "non credo che si possa, in un poeta come Giancarlo Serafino, distinguere in maniera decisa e precisa se vi sia e quale sia la linea di demarcazione fra la componente civilmente e umanamente "impegnata" che investe tutta la sua poesia e la componente intima e profondamente riservata dei sentimenti che con altrettanta possanza di tale poesia fa parte"

    La linea di demarcazione c'è. Semplicemente Giancarlo è capace di far convivere serenamente poesia di engagement da un lato e poesia intimistica dall'altro. E questa è una dote che pochi possiedono.

    Davide Zizza

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ben ritrovato Davide, ogni tanto salti fuori...Gian

      Elimina
  3. Se la poesia ha anche il compito di suggestionare lo spirito,quella di G.Serafino,da grande prova di se stessa. Si esplica,verso dopo verso,in un'intimo susseguirsi "d'immagini parlate",così che ogni parola si vede,si tocca con mano e non solo,tutto ha colore,tutto trova definizione nelle cose più svariate:quelle che il lettore cerca per se stesso,quando si cimenta in una sana lettura poetica.
    "Vivremo sui dorsali
    nudi del tempo."-questa è la soluzione della suggestione poetica di cui,il poeta è capace.Terra,cielo,mare e colore sono la completa nudità del suo tempo di uomo che vive ed ama senza riserve. E' una poesia delle abitudini,dei giorni.E' un inventario di vita che si dichiara in un sussurro,in un ricordo,in mille visioni che non vogliono tacere la passione e la forza di un uomo.
    " Ti sveglierò all’alba
    al primo nuovo canto del mare."
    Questa,è la promessa conclusiva di chi è solo pronto a continuare ancora,nell'amore e nella poesia.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie Sonia che in poche righe hai detto cose importanti degne di una presentazione. Gian

      Elimina
  4. Immagini vivide e fantasiose incastonate in versi di musicalita' che scorre senza intoppi, fanno pensare non solo a una grande ricchezza culturale e umana del poeta, ma anche alla fantasia e alla sensibilita' artistica che solo radici che suggono da messapi, greci, mori e normanni e affondano un habitat selvaggio e marino e barocco e bizantino possono lasciare in dono. In definitiva, sento al contempo in questa arte passionale l'uomo e la sua derivazione. Ho apprezzato molto questa lettura.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Claudia non ti sbagli, se dipingessi non potrei non avere che sfondi...salentini! Grazie Gian

      Elimina
  5. E' una poesia che sgorga da un'apparente sorgente di semplicità. Che si manifesta e prende bellezza, e luminosità, nel puro scorrere sillabico.Prendo quella che per disegno ritmico e impianto lessicale mi appare esemplare di una maestria artigianale. Sotto la quale s'indovina un'appassionata e costante applicazione, una manualità, una maestria affinate al fuoco di una lunga esperienza: Luna di neve: aspettano / che il tuo balzo di gatta / afferri soffice il cuore della sera.
    C'è tutto un gioco di musicalità sillabica: i ragazzi non parlano / s'acquattano e aspettano / Aspettano...
    e ancora di rimandi e rime interne: gatta / latta - amanti festanti distendi - .
    Una poesia dove l'asciuttezza delle immagini, la sobrietà misurata degli aggettivi si nutrono delle linee rigorose e insieme povere dell'architettura salentina, della luce dei paesi chiari, di tufo, di ingredienti semplici e tuttavia trattati con la perizia derivante da secoli di applicazione: la donna che amo / ora lieve riposa / oh luna / luna di perla madre preziosa.
    La parola, così sapientemente dosata, esercita qui il suo potere di seduzione.
    La luna, il cielo albicocca, il tramonto aragosta assurgono al ruolo di comprimari nella tensione del gioco amoroso, diventano attori di primo piano, registrano e in qualche modo riflettono gli avvenimenti che della poesia costituiscono l'ossatura. Sotto quel cielo di albicocca, con la campagna tutta d'oro, d'oro come la dolce conchiglia, si lascia facilmente individuare la piatta campagna salentina, ci raggiunge il fresco odore del mare.
    Una poesia fortemente radicata, mi verrebbe da dire tenacemente aggrappata al territorio, felicemente abbarbicata a una terra di cui riprende gli elementi essenziali, riprende certe caratteristiche riconoscibili anche a un occhio appena esperto.
    Non mi sorprende che commenti pertinenti vengano da due ragazze dal pronunciato karma salentino, Claudia che individua, giustamente, nella sovrapposizione di culture, nella nobiltà delle radici, la vocazione alla fantasia e alla sensibilità artistica, e Sonia che parla di immagini parlate, dove ogni parola si tocca con mano.

    RispondiElimina
  6. Nella poesia Cielo d’albicocca si delinea vivacemente la scelta espressiva del poeta che predilige un linguaggio immaginativo e fortemente metaforico. Lo sfondo di un tramonto in campagna, diviene, infatti, il palcoscenico dell’incontro dei due amanti, mentre tutta la natura fa corona intorno a loro in un’osmosi tra la vegetazione, gli animali e gli esseri umani. Le metafore sono la rivelazione di questo gioco di compenetrazione, così il ‘cielo’ diviene un ‘albicocca’, ‘l’orizzonte’ assume gli stessi colori dell’ ‘aragosta’, la donna è una ‘conchiglia’, mentre l’ ‘odore del mare’ può nascere direttamente dall’interiorità umana e la ‘terra’ può bagnarsi di ‘sudore’. In effetti ‘l’animismo del linguaggio poetico’ rende la natura un essere vivente e la ‘luna’ può guardare i due amanti, la ‘sera’ può ‘non affrettarsi’ a scorrere via. Si direbbe di trovarsi di fronte ad una filosofia naturalista contemperata da una sensualità insinuante e giocosa. E, infatti, tutta la natura vi partecipa, restandone contagiata come se il corpo umano e la natura avessero lo stesso ritmo, non a caso ‘l’ansimare’ del ventre della donna, immagine emblematica della femminilità, ha lo stesso respiro segreto del ‘fiore che si socchiude’ e del ‘balbettio’ del grillo. Ma a questa apparente armonia,che raggiunge il suo apice verso la fine della poesia, nel verso isolato “tutto è colore” la cui posizione lo fa balzare in primo piano, si contrappone la ferrea legge di una ‘natura matrigna’ dominata del tempo e della sua ineluttabilità. Nell’ultima strofa, infatti, il ‘profumo dell’attimo’ scivola via, aprendosi ad un domani ‘feroce’. Il significato della poesia che induce, nella sua prima parte, ad una contemplazione meditativa e incantata si inclina così, come un arco discendente verso la tragicità dell’esistenza. Ma all’incanto della poesia è ancora affidato il ricomporsi di un senso segreto. Le frequenti allitterazioni, come suoni interni che si rincorrono tra le parole, rievocano il senso di una sola: amore che si dissemina frantumandosi per tutto il testo. In particolare si noti l’accostamento del grafema ‘or’ in ‘odor’, ‘ristora’, ‘odor’, ‘dorata’, ‘colore’ ecc. Il ‘domani’ così potrà essere feroce, ma solo se si allontanerà dall’amore. Pamela Serafino

    RispondiElimina
  7. Conosco Giancarlo da tempo e ne ho sempre apprezzato le qualità di poeta e di uomo, così bene evidenziate da chi mi ha preceduto nei commenti e che non saprei davvero esprimere meglio. In queste poesie è chiaramente l' Amore il tema e l' ispirazione: l' amore tenero, passionale, l' amore energia vitale cosmica che permea di sè anche l'anima. "l' amore e la morte" sono " i confini dell' esistenza". Senza l'amore non c' è vita, ci vuol dire il Poeta : "Un sorriso d' amore è il mare della pace" . E se a volte diventa tempestoso , basta stringersi forte le mani per placare le onde e restituirsi il sorriso. "La grandezza di un Poeta" dice Antonino, "sta anche nel suo modo d' amare" , con ampia disponibilità di cuore , la sua donna, la vita e l' umanità. E con i suoi bei versi , colmi di colore, di immagini e significati Giancarlo dimostra di esserlo, ampiamente.

    RispondiElimina
  8. una piacevole lettura! grazie, nadine

    RispondiElimina
  9. dice bene Sonia Tri quando scrive di "immagini parlate", perché è proprio così che le percepisco, passeggiando idealmente per la brughiera e sentendo (non leggendo) le poesie di Giancarlo. Riempito ed immerso nel percorso poetico del davvero dato in dono ma anche dell'universalizzato in storie di ognuno, in questa lettura che trascina ma con estrema delicatezza, con un "parlare piano" che non si dimentica ma che rimane nel profondo. Ecco come percepisco questo sentire la parola e come la riporto dall'anima alla bocca... Grazie Giancarlo e grazie ad Antonino!!!

    RispondiElimina
  10. Sappi che
    i mari dell’anima
    son più… e di più
    degli oceani.

    Io esisto
    e niente si scompone!

    chi mi ha preceduto ha già detto tutto e con maggior maestria di come lo avrei fatto io. Mi rimane solo ringraziare questo autore per la serenità e la consapevolezza che permeano questi versi, versi da bere piano, da degustare, da abbracciare uno ad uno,per sentire la salsedine, per conoscere la luna sui tetti di carta

    cosicché su di te passa lesta
    e s’invola poi lustra
    nella sera
    dei cirri di salsa.

    per stringere la mano alla speranza

    Indifferente
    la mia età al destino
    tra le pieghe del sogno
    mi sveglierò levigato
    di ogni pudore:

    una lettura da fare ( consiglio) di prima mattina, per affacciarsi alla finestra col sorriso e gareggiare con il poeta a catturare immagini nuove che ti scaldano il cuore.

    RispondiElimina
  11. Una volta Giancarlo mi confesso' che tra la mia poesia e la sua ci sono punti in comune e di questo sono molto contento. Parlava di quella medeterraneità che sussiste tra la mia e la sua. Ma di Giancarlo mi stupisce quella semplicità nel dire cose piu profonde. l'immediatezza del suo verso e della sua poesia spesso popolata da oggetti, da cose quotidiane e che fanno di essa una poesia "figlia delle circostanze che l'hanno generata". Giancarlo è la personificazione del poeta moderno che non puo' scrivere miccanicamente e in ogni tempo, ma la percezione della scrittura, per lui come per me -penso-, è una sorta di "intermettenza di cuore" di Proust, o una specie di "Epifanie" di joyce, ovvero una profezia, un avvenimento atmosferico che accade ogni tanto e non puo' che dare luogo a una poesia fedele alla sua geografia ed alla sua circostanza che la condiziona ad essere reale e comunicativa.

    NABIL MADA.

    RispondiElimina
  12. per quanto riguarda 'Cielo d'albicocca' è lusinghiero questo apprezzamento di Federico Roncoroni "Una lirica molto intensa e suggestiva soprattutto in virtù dei giochi cromatici che incarnano stati d'animo e sentimenti."

    RispondiElimina