mercoledì 15 agosto 2012

FEDERICO GARCÍA LORCA – « ROMANCE DE LA GUARDIA CIVIL ESPAÑOLA »





Federico del Sagrado Corazón de Jesús García Lorca (Fuente Vaqueros, 1898 – Víznar, 19 agosto 1936), poeta e drammaturgo spagnolo appartenente alla cosiddetta generazione del ’27, un gruppo di scrittori che affrontò le Avanguardie europee con risultati eccellenti, tanto che la prima metà del Novecento viene definita la Edad de Plata della letteratura spagnola.
Apertamente a favore delle forze repubblicane, scoppiata la Guerra civile spagnola viene per questo ucciso dai falangisti seguaci di Francisco Franco.
Nato in una famiglia di piccoli proprietari terrieri nel paesino di Fuente Vaqueros, García Lorca è per vari aspetti un ragazzo prodigio, sebbene non raggiunga mai l’eccellenza - non per incapacità, ma per le pieghe del suo complesso carattere - in ambito scolastico. Nel 1909, si trasferisce assieme alla famiglia a Granada, vicina città dell’Andalusia, dove ben presto rimane profondamente coinvolto nelle attività dei circoli artistici del luogo. La sua prima opera letteraria, Impresiones y paisajes, viene pubblicata nel 1918, ma non ha particolare successo, se non in ambito locale.
Nel 1919, giunge, per proseguire gli studi, a Madrid, dimorando presso la famosa Residencia de Estudiantes. All’Università stringe amicizia con Luis Buñuel e Salvador Dalí, così come con molti altri personaggi che oggi annoveriamo tra i più importanti della storia spagnola. Tra questi, Gregorio Martínez Sierra, il Direttore del Teatro Eslava, dietro invito del quale García Lorca scrive e mette in scena, nel 1919-20, la sua opera d’esordio, El maleficio de la mariposa, che però non viene accolta bene dal pubblico.
Nel giro di pochissimi anni, García Lorca sa però ribaltare questi iniziali insuccessi, divenendo membro di spicco dell’avanguardia artistica del proprio Paese: pubblica ulteriori raccolte di poesie, tra le quali Canciones e Romancero Gitano, forse il suo libro più conosciuto. Sul fronte teatrale, Mariana Pineda, con fondali disegnati da Dalí, debutta con un clamoroso trionfo a Barcellona.
Tuttavia, verso la fine del 1929, García Lorca cade vittima di una depressione sempre più profonda, esacerbato frutto dei sensi di colpa per una omosessualità che comunque sempre meno riesce a mascherare con amici e parenti, e tutto questo mentre al contrario la fama del suo Romancero Gitano cresce enormemente. Vedendo peggiorare le condizioni psicologiche di Federico, anche se forse ne ignoravano la causa, la famiglia di García Lorca organizza per lui - con la complicità di Fernando de los Ríos, amico attraverso il quale riesce ad ottenere una borsa di studio - un viaggio negli Stati Uniti d’America.
Questo viaggio, ed in particolare il soggiorno a New York, dove Federico frequenta per un breve lasso la Columbia University, assume una importanza fondamentale nella produzione poetica di García Lorca, che difatti compone quello che molti giudicano il suo capolavoro, ovverosia Poeta en Nueva York, incentrato sull’alienazione dell’uomo nella società moderna e sui meccanismi che permettono ai pochi di dominare sui molti. Un’opera, come si comprende, molto avanti sul resto del panorama artistico coevo, così come lo sono le pièces teatrali che realizza in questo periodo, Así que pasen cinco años e El público, tanto che quest’ultima verrà pubblicata solo al termine degli anni Settanta del secolo scorso, e mai integralmente.
Dopo un breve ma importante e intenso soggiorno a Cuba, il suo ritorno in Spagna nel 1930 coincide con la caduta della dittatura di Primo de Rivera ed il ristabilirsi della democrazia. Nel 1931, García Lorca viene nominato direttore della compagnia Teatro Universitario la Barraca. Questa compagnia, fondata dal Ministro dell’Educazione, riceve l’incarico di portare in giro la propria produzione nelle più remote aeree rurali del Paese. García Lorca non si limita a dirigere, ma ne è anche attore. È durante questo tour con La Barraca, che García Lorca scrive le sue opere di teatro più note, e denominate ‘trilogia rurale’: Bodas de sangre, Yerma e La casa de Bernarda Alba.
Scoppia la Guerra civile spagnola: García Lorca lascia Madrid per Granada, nonostante debba essere conscio del fatto che si sta praticamente votando alla morte andando a raggiungere una città con la fama di essere abitata dalla oligarchia più conservatrice d’Andalusia. García Lorca e suo cognato, che era anche sindaco socialista di Granada, sono effettivamente arrestati. García Lorca viene fucilato dai Falangisti il 19 agosto 1936 perché di sinistra e omosessuale e gettato in una tomba senza nome a Fuentegrande de Alfacar nei dintorni di Víznar, vicino Granada. 
                                                                                                                                                                                                                           ( Fonte: wikipedia )


OPERE DI FEDERICO GARCÍA LORCA 

Prose: Impresiones; Granada. Paraíso cerrado para muchos ; Semana Santa en Granada.
Racconti: Historia de este gallo ; Degollación del Bautista ; Degollación de los Inocentes ; Suicidio en Alejandría ; Santa Lucía y San Lázaro ; Nadadora sumergida. Pequeño homenaje a un cronista de salones ; Amantes asesinados por una perdiz ; La gallina.
Conferenze: Charla sobre teatro ; Teoria y juego del duende ; Las nanas infantiles ; La imagen poética de Luís de Góngora.
Omaggi: En homenaje a Luis Cernuda ; De mar a mar.
Opere poetiche: Impresiones y paisajes (1918) ; Libro de poemas (1918-1920) ; Poema del cante jondo (1921-1922), pubblicato nel 1932 ; Primeras canciones, Suites - Canciones (1921 - 1924) ; Romancero gitano (1924 - 1927), pubblicato nel 1928 ; Poeta en Nueva York (1929-1930), pubblicato postumo nel 1940 ; Seis poemas gallegos, pubblicato nel 1935 ; Llanto por Ignacio Sánchez Mejías (1935) ; Poemas sueltos, pubblicato postumo ; Cantares populares, pubblicato postumo ; Diván del Tamarit (1932 - 1934), pubblicato postumo nel 1940 ; Sonetos del amor oscuro (undici sonetti) pubblicati postumi il 17 marzo 1984 sul giornale “ABC”, e commentati dal poeta Vicente Aleixandre, che nel 1937 ne aveva ascoltato le prime composizioni, come “prodigio di passione, di entusiasmo, di felicità, di tormento, puro e ardente monumento all’amore...”
Opere teatrali: Il maleficio della Farfalla (1920); Tragicommedia di don Cristóbal e della siora Rosita (1925); Mariana Pineda (1927); Teatrino di Don Cristóbal (1928); La calzolaia meravigliosa (1930); Il pubblico (1930); Così passano cinque anni (1930); L’Amore di Don Perlimplín con Belisa (1933); Nozze di sangue (1933); Yerma (1934); Donna Rosita nubile (1935); La casa di Bernarda Alba (1936); Commedia senza titolo, incompiuta (1936). 
                                                                                                                                                                                                                           ( Fonte: wikipedia )












         ROMANCE DE LA
GUARDIA CIVIL ESPAÑOLA


                                           A Juan Guerrero
                                           Cónsul General de la Poésia


     Los caballos negros son.
Las herraduras son negras.
Sobre las capas relucen
manchas de tinta y de cera.
Tienen, por eso no lloran,
de plomo las calaveras.
Con el alma de charol
vienen por la carretera.
Jorobados y nocturnos,
por donde animan ordenan
silencios de goma oscura
y miedos de fina arena.
Pasan, si quieren pasar,
y ocultan en la cabeza
una vaga astronomía
de pistolas inconcretas.
  
                      *

     ¡Oh ciudad de los gitanos!
En las esquinas, banderas.
La luna y la calabaza
con las guindas en conserva.
¡Oh ciudad de los gitanos!
¿Quién te vio y no te recuerda?
Ciudad de dolor y almizcle,
con las torres de canela.
  
                      *

     Cuando llegaba la noche,
noche que noche nochera,
los gitanos en sus fraguas
forjaban soles y flechas.
Un caballo malherido
llamaba a todas las puertas.
Gallos de vidrio cantaban
por Jerez de la Frontera.
El viento vuelve desnudo
la esquina de la sorpresa,
en la noche platinoche,
noche que noche nochera.

                      *

     La Virgen y San José
perdieron sus castañuelas,
y buscan a los gitanos
para ver si las encuentran.
La virgen viene vestida
con un traje de alcaldesa,
de papel de chocolate
con los collares de almendras.
San José mueve los brazos
bajo una capa de seda.
Detrás va Pedro Domecq
con tes sultanes de Persia.
La media luna soñaba
un éxtasis de cigüeña.
Estandartes y faroles
invaden las azoteas.
Por los espejos sollozan
bailarinas sin caderas.
Agua y sombra, sombra y agua
por Jerez de la Frontera.
  
                      *

     ¡Oh ciudad de los gitanos!
En las esquinas, banderas.
Apaga tus verdes luces
que viene la benemérita.
¡Oh ciudad de los gitanos!
¿Quién te vio y no te recuerda?
Dejadla lejos del mar,
sin peines para sus crenchas.
  
                      *

     Avanzan de dos en fondo
a la ciudad de la fiesta.
Un rumor de siemprevivas
invade las cartucheras.
Avanzan de dos en fondo.
Doble nocturno de tela.
El cielo, se les antoja
una vitrina de espuelas.
  
                      *

     La ciudad, libre de miedo,
multiplicaba sus puertas.
Cuarenta guardias civiles
entran a saco por ellas.
Los relojes se pararon,
y el coñac de las botellas
se disfrazó de noviembre
para no infundir sospechas.
Un vuelo de gritos largos
se levantó en las veletas.
Los sables cortan las brisas
que los cascos atropellan.
Por las calles de penumbra
huyen las gitanas viejas
con los caballos dormidos
y las orzas de monedas.
Por las calles empinadas
suben las capas siniestras,
dejando detrás fugaces
remolinos de tijeras.
   
                      *

     En el portal de Belén
los gitanos se congregan.
San José, lleno de heridas,
amortaja a una doncella.
Tercos fusiles agudos
por toda la noche suenan.
La Virgen cura a los niños
con salivilla de estrella.
Pero la Guardia Civil
avanza sembrando hogueras,
donde joven y desnuda
la imaginación se quema.
Rosa la de los Camborios
gime sentada en su puerta
con sus dos pechos cortados
puestos en una bandeja.
Y otras muchachas corrían
perseguidas por sus trenzas,
en, un aire donde estallan
rosas de pólvora negra.
Cuando todos los tejados
eran surcos en la tierra.
el alba meció sus hombros
en largo perfil de piedra.
  
                      *

     ¡Oh, ciudad de los gitanos!
La Guardia Civil se aleja
por un túnel de silencio
mientras las llamas te cercan.
     ¡Oh, ciudad de los gitanos!
¿Quien te vio y no te recuerda?
Que te busquen en mi frente.
Juego de luna y arena.












         BALLATA DELLA
GUARDIA CIVILE SPAGNOLA


                                            A Juan Guerrero
                                            Console Generale della Poesia


     Coperti di nero i cavalli.
Nere le ferrature.
Sui mantelli rilucono
macchie d’inchiostro e cera.
Hanno di piombo i crani,
per questo non piangono.
Con l’anima di lacca
camminano nella rotabile.
Gobbi e notturni,
per dove spronano impongono
silenzi di gomma oscura,
paure di fine sabbia.
Se voglion passare, passano,
e occultano nelle teste
d’astratte pistole
una vaga astronomia.

                      *

     O città dei gitani!
Agli angoli, bandiere.
La luna e la zucca
con le amarene in conserva.
Oh città dei gitani!
Chi t’ha vista e non ti ricorda?
Città di dolore e di muschio,
con le torri di cannella. 

                      *

     Quando cadeva la notte,
notte di notte, notturna,
i gitani nelle fucine
forgiavano soli e frecce.
Un cavallo a morte ferito
bussava a tutte le porte.
Galli di vetro cantavano
per Jerez de la Frontera.
Ignudo il vento volta
la cantonata dell’agguato,
nella notte argentonotte,
notte di notte, notturna.

                      *

     La Vergine e San Giuseppe
perdettero le loro nacchere,
e vanno cercando i gitani
per veder se le ritrovano.
La Vergine viene vestita
d’un abito di sindachessa,
di stagnola per cioccolato,
con i vezzi di mandorle.
San Giuseppe muove le braccia
sotto il mantello di seta.
Dietro va Pedro Domecq
con tre sultani di Persia.
La mezzaluna sognava
un’estasi di cicogna.
Lampioncini e stendardi
invadono le terrazze.
Negli specchi singhiozzano
ballerine senza fianchi.
Acqua e ombra, ombra e acqua
per Jerez de la Frontera.
  
                      *

     Oh città dei gitani!
Agli angoli, bandiere.
Spegni le verdi tue luci,
arriva la benemerita.
Oh città dei gitani!
Chi t’ha vista e non ti ricorda?
Lasciatela lungi dal mare,
senza pettini per la riga.

                      *

     Marciano due per due
sulla città della festa.
Un rumore di semprevivi
invade le loro giberne.
Marciano due per due.
Notturno rintocco di tela.
Il cielo se lo immaginano
una vetrina di sproni.
  
                      *

     La città libera da paura
moltiplicava le porte.
Quaranta guardie civili
vi passano per saccheggiarla.
Gli orologi si fermarono,
e il cognac nelle bottiglie
si mascherò da novembre
per non destare sospetti.
Un volo di lunghi gridi
ascese alle banderuole.
Le sciabole tagliano brezze
dagli zoccoli travolte.
Nelle strade di penombra
le vecchie gitane in fuga
coi cavalli addormentati
e gli orcioli di monete.
Nelle strade inerpicate
Le cappe sinistre salgono,
lasciandosi dietro fugaci
mulinelli di forbici.
  
                      *

     nel portico di Betlemme
i gitani si radunano.
San Giuseppe crivellato
Acconcia una fanciulla morta.
Aspri fucili implacabili
Echeggiano tutta la notte.
La Vergine sana i bambini
con dolce saliva di stella.
Ma la Guardia Civile avanza
Seminando falò,
dove l’immaginazione
giovane e nuda avvampa.
Rosa de los Camborios geme
seduta sulla sua porta
con le due poppe recise
sopra un vassoio posate.
Ed altre ragazze correvano
dalle loro trecce inseguite,
in un’aria dove deflagrano
rose di polvere nera.
Quando solchi nella terra
divennero tutti i tetti,
dondolò l’alba le spalle
in lungo profilo di pietra.
  
                      *

     Oh città dei gitani!
La Guardia Civile dilegua
sotto un tunnel di silenzio
mentre le fiamme t’accerchiano.
     Oh città dei gitani!
Chi t’ha vista e non ti ricorda?
Cercatela sulla mia fronte.
Gioco di luna e di sabbia. 






                                                        da « Romancero gitano » (1928) 








Avvertenza: 
Il testo in lingua originale e la traduzione in italiano 
della poesia qui presentata sono tratti dal libro
POESIA SPAGNOLA DEL NOVECENTO, 
a cura di Oreste Macrì, volume primo, Garzanti Editore s.p.a., 
IV edizione riveduta e ampliata: gennaio 1985. 
Traduzione dallo spagnolo di Oreste Macrì.






















7 commenti:

  1. Nel 1936, García Lorca firmò, assieme a Rafael Alberti e ad altri trecento intellettuali spagnoli, un manifesto di sostegno al Frente Popular, che apparve sul giornale comunista Mundo Obrero. Pochi mesi dopo il Generale Franco scatenò la guerra civile spagnola e l’Andalusia fu la prima regione a cadere: vi furono delle esecuzioni di massa contro gli esponenti della sinistra. Anche se Lorca non era proprio un politico, era comunque associabile al movimento libertario e progressista perché era un intellettuale, un omosessuale, un poeta, dunque ‘pericoloso’. Federico García Lorca fu dunque uno dei trentamila abitanti di Granada che pagarono con la loro vita per aver supportato la giovane democrazia spagnola. Il mattino del 19 agosto del 1936, Lorca fu rapito e portato a Víznar dove, a pochi passi da una fontana conosciuta come la Fontana delle Lacrime, venne brutalmente assassinato, senza alcun processo e gettato in una fossa comune. Gli scritti di Lorca furono bruciati nella Plaza del Carmen di Granata ed il suo nome cancellato dalla storia della cultura spagnola. Fu infatti pressoché dimenticato per decenni, mentre oggi è considerato il più grande poeta spagnolo del ventesimo secolo. Sulla sua morte Pablo Neruda così scrisse: “L’assassinio di Federico fu per me l’avvenimento più doloroso di un lungo combattimento. La Spagna è sempre stata un campo di gladiatori; una terra con molto sangue. L’arena, con il suo sacrificio e la sua crudele eleganza, ripete l’antica lotta mortale fra l’ombra e la luce”.

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  2. Penso canti tristemente Madrid, la città dei gitani, preda della guerra civile. Una poesia drammatica: tra tabernacoli, processioni religiose, danze, antichi sapori, stendardi, si aggira la morte, in agguato dietro l' angolo. Un ricordo indelebile della città in fiamme, " quando solchi nella terra / divennero tutti i tetti .."

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  3. Poeta-Voce del suo tempo e dei mostri che generò, tempo che, per i giochi astrusi della storia, si rinnova e si attualizza. Nella Poesia, in cui al senso di assurdo e di inesplicabile per quanto il Poeta si trova di fronte, si associano formidabili immagini crude e struggenti al contempo; evocazioni dell'orrore che trasuda dagli scorci di vita quotidiani in epoca di guerra, dal senso d'alienazione che trasmettono - a mo' di paragone, un correlativo oggettivo Eliotiano -;le immagini e le statue votive fanno da contrappunto all'aberrazione della guerra, ogni scelta lessicale e retorica conduce, per astrazione, ad altri piani - un simbolismo raffinato, toccante, espressivo come pochi -; sotteso a tutto, un senso di impotenza, rabbia e costernazione che riscontra, quale unico sfogo, quello della via poetica. Conoscevo, di Lorca, l'opera Poeta en Nuova York: grazie per quest'ulteriore, inatteso, graditissimo dono.

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  4. Conoscevo il suo impegno civile ma non avevo mai letto questo testo, in nessuna versione, e mi ha emozionata profondamente...i versi sono incalzanti, ricchissimi di immagini, di personaggi e di movimento, la scena varia continuamente,c'e' una intensissima partecipazione e una attenzione straordinaria a tutto cio' che accade, come se all'occhio e all'orecchio del poeta, e alla sua mente e al suo cuore, non potesse sfuggire nulla di questa situazione tragicamente drammatica di guerra e dovesse dipingerla, lasciarne traccia e memoria per tutti, una testimonianza forte come un monito:i fotogrammi, arricchiti di simboli, si susseguono intensissimi, dipinti con una maestria e un realismo straordinario, e si e' presi, catturati, coinvolti da questa Voce straordinaria!!!!!Grazie, l'opera proposta e' veramente di bellezza indicibile

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  5. "Uso" Lorca, nei giorni grigi, quando debbo coagulare il sangue alla vita. E il libro delle sue poesie è ben tenuto, nonostante il consumo. Non è un commento tecnicistico quello che vorrei lasciare, insomma, ma la venerazione di una lettrice. E' straordinario perdersi nelle sue parole fulminanti, nelle sue metafore angeliche e sensuali, nello spazio che non appartiene a nessuno spazio di tempo.
    Eppure non ricordavo questi versi. Grazie Antonino, del tuo lavoro incessante e prezioso per tutti noi.

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    1. mia cara Meth, con questa "confessione" si allarga a dismisura la mia stima di te...

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  6. Il "Romancero gitano" è, per me , il libro più importante di Garçia Lorca, perché è li che il poeta assume tutta la sua consapevolezza poetica e la potenza che gli avevano trasmesso i suoi maestri, da Gongora a Jimenez. Nei maggiori libri successivi (Divan del Tamarit, Poeta en Nueva York)
    Federico celebra la poesia elevandola a qualcosa che va oltre al canto dell'anima, fondendola al demone del Duende che si sviluppa da un fuoco ancestrale, dal sangue, primario soffio dell'esistenza e dalla morte, senza la quale non esisterebbe la vita. Ma è nel teatro che Lorca toglie ogni misura alla sua poesia...

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